L’Ultimo Portatore dell’Anello

The Last Ringbearer – scritto dallo scienziato naturale russo Kiril Yeskov – è noto per essere “Il Signore Degli Anelli” visto dal punto di vista dei cattivi”. (Con qualche SPOILER)

Nella postfazione, Yeskov indica che il motivo che lo ha spinto a scrivere questa versione – in cui Gandalf è un retrogrado genocida e Sua Maestà Sauron VIII un monarca illuminato che sta portando Mordor sull’orlo della rivoluzione industriale – non è dare voce ai cattivi ma coprire alcuni buchi nel world building tolkieniano. In particolare: se Mordor è un deserto, come fa a mantenere i suoi eserciti?  O da Gondor – in particolare, dalle vie commerciali dell’Ithilien – o dai reami del sud e edell’Est, mai descritti nel dettaglio da Tolkien. La guerra dell’Anello, quindi, non è più una guerra di conquista mossa da Mordor contro i “popoli liberi”, è una crisi generata ad arte da Gandalf per preservare il mondo della magia elfica contro la razionalità di Mordor, chiudendo l’accesso alle risorse agricole dell’Ithilien.

Forse la realizzazione meglio operata da Yeskov sono i capitoli in cui Gandalf propone la soluzione finale al problema di Mordor incontrando la resistenza di Saruman, che a sua volta diventa l’ala moderata del Bianco Consiglio, non disposto a provocare lo sterminio per fame del nemico.

 

Questa riscrittura “revisionista” degli avvenimenti del Signore degli Anelli copre solo l’avvio di The Last Ringbearer. La vicenda principale comincia in realtà dopo la sconfitta di Sauron: l’ultimo dei Nazgul – qua un ordine di maghi creato per difendere il regno razionale di Mordor fin quando non fosse in grado di difendersi da solo – incarica un medico di campo e un soldato dell’esercito mordoriano di cercare di distruggere lo specchio di Galadriel e porre per sempre fine al dominio degli elfi. Nella causa imbarcheranno anche un nobile di Gondor e Faramire, in una specie di anti-Compagnia dell’Anello.

 

L’avvio del romanzo vede un chiaro intento allegorico su come la propaganda ha descritto l’Unione Sovietica/Mordor – un regno del male che in realtà cercava di portare il mondo nel regno della razionalità. Nel proseguire, l’autore stacca decisamente da questa allegoria e intenzionalmente mischia i riferimenti al mondo reale – come quando descrive Lothlorien come paese guida di un’Internazionale Elfista con sezioni clandestine nei vari regni umani in cui si arruolano giovani idealisti – ma togliendo mordente al romanzo. Lo stesso tentativo di rendere Umbar una trasposizione uno a uno della Repubblica di Venezia finisce per essere lezioso.

 

Dopo un primo atto giocato sul rovesciamento della narrativa tolkieniana, il secondo e il terzo diventano fondamentalmente un romanzo di spionaggio, in cui la complessità degli apparati di intelligence stona un po’ con la natura pre industriale del mondo che Yeskov vorrebbe descrivere. E che può legittimamente annoiare chi non ama il genere.

 

La scrittura è altalenante, in alcuni tratti potrebbe ricordare l’umorismo di Pratchett – citato anche nella postfazione – mentre in altri si fa seriosa e pesante, con una grande attenzione alla descrizione aulica dei dettagli naturalistici. È però difficile capire se sia un problema di Yeskov o della traduzione in inglese, rigorosamente non professionale per non incorrere nelle azioni legali degli eredi di Tolkien.

 

The Last Ringbearer può in definitiva essere una lettura gustosa per chi ama Il Signore Degli Anelli e magari ha interesse e passione per tutti i rimandi storici e politici. Non si può però dire che Yeskov abbia raggiunto il suo obiettivo di fare una contro storia della Terra di Mezzo che ne correggesse gli errori nel world building e che avesse al suo centro personaggi più a tutto tondo. In fin dei conti, le parti migliori risultano quelle in cui i personaggi di Tolkien agiscono nei paesaggi di Tolkien, mentre i personaggi di Yeskov e la Umbar di Yeskov rimangono personaggi e luoghi di un fantasy interessante ma non molto diverso da molti altri prodotti sul mercato.

 

The Last Ringbearer è disponibile gratuitamente a questo sito: http://www.tenseg.net/press/lastringbearer

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Real Mars (i mostri siamo noi)

Futuro prossimo. L’Unione Europea realizza finalmente la prima missione umana per Marte. Per finanziare l’impresa è necessario creare un reality show – Real Mars, appunto, che segua i quattro astronauti nel loro viaggio.

Il romanzo di Alessandro Vietti segue il reality show che segue il viaggio, segue la vita dei quattro astronauti, tra cui un italiano, e intercetta le vite di spettatori mentre il mondo lentamente scivola in una credibilissima psicosi collettiva per Real Mars. Potrebbe sembra un episodio di Black Mirror, se non fosse che dai ringraziamenti la lavorazione appare iniziata molto prima della prima stagione del capolavoro di Charlie Brooker.

La trama si sviluppa tra (forse) complotti e (forse) premonizioni di santoni televisivi. C’è qualcosa che minaccia la missione? Forse. Ma la cosa più importante è, per me, il terribile affresco che esce della società italiana ed europea. Penso che uno dei punti di forza di Vietti sia fare nomi e cognomi del mostro televisivo, l’eterno Conduttore Intelligente Fabio Fazio è lì, al servizio dell’ennesima becera operazione commerciale. Altri personaggi, astrologi, opinionisti, vallette e faccendieri rimangono più come “idealtipi”. Per molti versi Vietti su questo ricorda il migliore Stefano Benni, quando era in grado di trasfigurare la società contemporanea nelle distopie come Terra, Baol o Spiriti.

Il secondo punto di forza è la capacità di dipingere in poche pagine le figure tragiche degli spettatori. Qualcosa di simile a quello che faceva spesso Tiziano Sclavi nei primi anni di Dylan Dog. Qualcosa che espone facilmente qualunque autore al rischio di scadere nel patetico (nel senso di suscitare emozioni un tanto al chilo) o nel commento sociale banale, rischi su cui a volte sono caduti anche due grandi autori come Benni e Sclavi. Vietti invece ne esce (quasi) sempre bene. E uno dei motivi è che l’umanità di Vietti è vittima della psicosi di Real Mars e allo stesso tempo è complice. E da lettore, quando chiudo il libro, non posso che pensare con un brivido che Real Mars lo guarderei anch’io.

Real Mars, pubblicato dalla benemerita Zona42, dimostra che c’è vita nella fantascienza italiana, se si vuole scavare in qualcosa di diverso dal poliziesco su sfondo futuribile e dai tentativi derivativi della fantascienza anglosassone. Un romanzo profondamente italiano sia per le influenze (certo, potrei perfettamente sbagliarmi e magari Vietti non ha mai letto una riga di Benni e Sclavi) sia per il rapporto “particolare” che il nostro paese ha con la televisione. Proprio perché italiano, un romanzo che non sa di plastica e che potrebbe, quindi, uscire oltre i patri confini.

When China rules the world

Il libro di Jacques è ambizioso, cerca di costruire un discorso complessivo sul declino del mondo occidentale e l’ascesa della Cina come futura potenza mondiale dominante, non concentrandosi solo sul lato economico ma discutendo anche quello “culturale”.

In particolare Jacques esegue una discussione molto efficacie sul concetto di modernità per strapparlo dall’eurocentrismo e discutere la possibilità (e la realtà) di una modernità con caratteristiche cinesi. Tradotto: per Jacques il grido di trionfo (o il lamento) sulla totale occidentalizzazione della Cina è del tutto fuori luogo. Certamente la Cina apprende dall’Occidente degli elementi di modernità ma lo fa alle sue condizioni e dimostra come l’assunto per cui con la modernità ci si prende tutte le caratteristiche dell’Occidente sia una pia illusione dell’Occidente stesso.

L’esempio cardine è la “democrazia”, intesa come sistema di elezioni multipartitiche. La Cina non adotta il sistema di elezioni multipartitiche e non lo adotterà. Eppure trova altre forme per gestire la complessità di una società moderna. Ma Jacques porta altri esempi, dal cibo alle relazioni familiari, smontando la percezione di occidentalizzazione che viene portata in Europa e negli USA principalmente da una classe di businessman che della Cina vedono solo i quartieri internazionali di Beijing e Shanghai .

Dove Jacques si fa per me meno convincente è su due punti:

  1. Buona parte della discussione sulla percezione che i cinesi e non cinesi hanno della Cina è condotta attraverso sondaggi. Un metodo sicuramente utile ma che su molti aspetti diventa troppo semplicistico. Chi come Jacques ha vissuto davvero in Cina sa che, per fare un esempio, è una pia illusione che la società sia pronta a sollevarsi contro il governo. Ma sicuramente non si può chiudere l’analisi dicendo che un sondaggio riporta un tasso di consenso verso il governo di un tot%, fosse anche iò 100%. Questo perché si finisce per banalizzare la maniera complessa in cui i cinesi si rapportano con il governo, appiattendosi invece sul  la percezione binaria basata sull’accettazione totale oppure sulla rivolta;
  2. In maniera simile, i temi economici vengono svolti attraverso una pletora di dati statistici che spesso, senza una spiegazione forte, lasciano l’impressione di poter essere spiegati in maniere diverse.

Martin Jacques è un giornalista e accademico inglese proveniente dal Partito Comunista , dal 1990 ha partecipato al centro studi DEMOS, di impostazione eurocomunista. Pur non avendo una formazione specifica da sinologo, ha una lunga esperienza accademica in Cina e in centri studi sull’Asia in giro per il mondo. When China Rules The World, probabilmente anche per il suo sguardo ottimista sull’ascesa cinese, è uno dei pochi saggi occidentali ad aver ottenuto fortuna in Cina. È notevole che l’abbia ottenuta pur considerando momento cruciali come la repressione del movimento di Tienanmen e rivalutando figure come Hu Yaobang che, nella retorica ufficiale, sono state affidate all’oblio.

Flassbeck e Lapavitsas: Against the Troika

Il libro di Flassbeck e Lapavitsas esplora le possibilità di un governo di sinistra alla guida di un paese dell’Eurozona e le possibilità di un governo di sinistra nell’uscita dall’Eurozona. Scritto prima della vittoria elettorale di Tsipras, è interessante leggerlo alla luce dei primi mesi del governo di sinistra ad Atene, mentre il “piano B” comincia a essere discusso.

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Heiner Flassbeck e Costas Lapavitsas – Against the Troika: crisi and austerity in the Eurozone – Versobooks – 144 pp – 14 euro/3 euro digitale

 

Flassbeck e Lapavitsas, insieme, non fanno esattamente l’immagine del no-euro come ce lo si immagina in Italia. Il libro Against the Troika: crisi and austerity in the Eurozone è difficilmente accusabile di populismo grillino o leghista, presenta un’argomentazione economica solida, ovviamente altri economisti pro-euro avranno argomenti per ribattere, ma si viaggia lontani dai terreni tipo “fuori dall’euro c’è il Paradiso Terreste, perché si”. È anche un libro europeista, l’argomento più emozionale è che l’attuale assetto sta disgregando l’Unione Europea ed è meglio fare ora un passo indietro per poter tornare in futuro a costruire un’Unione vera, d’altronde Flassbeck era consigliere di Lafontaine quando quest’ultimo era ministro delle finanze della Germania e costruiva materialmente l’Unione Monetaria Europea. Infine, è un libro internazionalista, sfidando così il luogo comune che vuole ogni messa in discussione dell’euro un cedimento alla nostalgia reazionaria delle piccole patrie; è scritto da un greco e da un tedesco e presenta testi aggiuntivi del giornalista inglese Paul Mason, del leader della Linke Oskar Lafontaine e del leader di Izquierda Unida Alberto Garzon.

L’Unione fallita

L’argomentazione principale di Against the Troika era già stata esposta dagli autori in un’analisi pubblicata sul sito della Fondazione Rosa Luxemburg, e viene esposta nel libro in maniera appena appena più discorsiva. Senza pretendere di farle giustizia, si può riassumere così: per Flassbeck e Lapavitsas l’idea della cooperazione monetaria non è sbagliata in sé, anzi, è necessaria e al di fuori di qualsiasi forma di cooperazione monetaria sarebbe impossibile per un governo progressista garantire che i propositi progressisti non vengano spazzati via dalla prima turbolenza internazionale (Capitolo 2.1). Il problema dell’Unione Monetaria Europea è però che è stata basata sui pregiudizi ideologici monetaristi della Banca Centrale Europea per cui l’unico metodo per governare l’inflazione sarebbe solo e soltanto la leva monetaria (Cap 2.2) escludendo così il governo di salari e profitti e quindi la possibilità di attuare una convergenza tra i vari paesi europei in una crescita coordinata dei salari e della produttività del lavoro (Cap 2.3-5). A questo si aggiunge che la BCE è venuta meno ai propri compiti di sorveglianza sulla Germania, essendo quest’ultima colpevole di aver tenuto la propria inflazione (e quindi i salari) più bassa dell’obiettivo comune europeo, un’infrazione che per gli autori è ben più grave della mancanza di rigore dei paesi periferici, che sono invece stati vigilati duramente dalla BCE (Cap 3)

Fuori dall’euro?

Per gli autori un qualunque governo di sinistra nei paesi della periferia (discorso diverso per i paesi semi-periferici, cioè Italia e Francia) si troverebbe di fronte a una “triade impossibile”, tre cose impossibili da sostenere contemporaneamente: la ristrutturazione del debito, l’uscita dall’austerità e la permanenza nell’Unione Monetaria Europea; le regole di quest’ultima sono fatte in modo che lo stato non possa effettuare gli interventi economici (per esempio, intervenire sul sistema bancario per affrontare le perdite dei privati in merito alla ristrutturazione del debito) necessari ai primi due punti (Cap 7.2).

Non è difficile leggere in questo una facile previsione di quello che è successo in questi mesi di governo Tsipras, non a caso Costas Lapavitsas (ora anche parlamentare) è l’economista di riferimento della Piattaforma di Sinistra, l’area di SYRIZA che giudicava irrealistica l’ipotesi dell’accordo onorevole già da prima delle elezioni . Quali sono quindi le alternative? Il libro affronta due possibili scenari di uscita, uno consensuale (cap 7.3) in cui l’Europa per evitare ulteriori conflitti negozia l’uscita e fornisce anche della liquidità per il tempo necessario ad Atene a sistemare la nuova emissione di moneta, uno conflittuale (cap 8) in cui ci sarebbe molto meno tempo. Il libro non nasconde certo i problemi dell’uscita, ma apre anche alla possibilità che un’uscita dall’Eurozona di un paese periferico potrebbe essere usata per tornare a sfruttare la manodopera ora disoccupata a fini di consumo interno e usare il disavanzo verso l’estero, ironicamente causato dall’austerità, per rifornirsi sul mercato internazionale dei beni difficili da produrre all’interno come medicinali e carburante. Un ritorno a un impiego così massiccio della manodopera potrebbe portare, soprattutto, a un mutamento dei rapporti sociali e alla possibilità di riaprire l’idea di un cambiamento reale della società a lungo termine. Per fare tutto questo, sia “consensualmente” sia “conflittualmente”, sono però necessarie delle premesse, desumibili dalla crisi cipriota: a) recupero delle capacità tecniche di battere moneta; b) doppia circolazione monetaria già in atto; c) controllo dei movimenti dei capitali. Per fare questo sono necessarie competenze tecniche che i tecnici cresciuti nell’era dell’euro non hanno, quindi è necessario richiamare in servizio tecnici dell’epoca della dracma e importarne da paesi esteri che detengono il know-how (leggasi, dalla Russia).

Ma, e qui sta per la mia lettura l’importanza del libro, un’eventuale Grexit non è solo questione di possibilità economiche e tecniche, non è una medaglietta da appuntarsi al petto durante una disquisizione accademica. Non è, per dirla con Mao, un pranzo di gala. È un fatto politico. Per gli autori i tre punti “tecnici-preliminari” servono anche e soprattutto a mobilitare l’opinione pubblica, alla battaglia politica, a preparare all’idea che l’uscita, specie quella conflittuale, deve essere affrontata in maniera determinata, sapendo per quanto possibile a cosa si va incontro.

E qui sorge un problema grosso: la linea elettorale di SYRIZA non è stata quella di preparare l’opinione pubblica all’uscita dall’euro, anzi, è stata quella di insistere, insistere, insistere sul compromesso onorevole coi creditori, tanto da negare la stessa esistenza di un “piano B”. E SYRIZA aveva le sue ragioni per farlo. Per Stathis Kouvelakis:” credo che l’egemonia ideologica della classe dominante in Grecia sia stata basata sul progetto europeo, sull’idea che aderendo al processo d’integrazione la Grecia sarebbe diventata un paese moderno, un “paese europeo sviluppato”, e sarebbe definitivamente e irreversibilmente entrata nel club delle società europee occidentali più sviluppate e avanzate. Io credo che sia una specie di fantasia di longue durée della Grecia come nazione indipendente: diventare una parte accettata dell’Europa occidentale. Nel primo decennio dopo l’entrata dell’euro è sembrato che questa fantasia fosse diventata realtà.” L’Unione Monetaria Europea (termine col quale sarebbe bene cominciare a riferirsi all’euro, per evitare di cadere nella trappola per cui si identifica la moneta unica con l’idea di Europa a qualunque livello) è stata e rimane per molti greci (specie della “classe media” che si è rivolta a SYRIZA dopo il fallimento delle grandi coalizioni) una forza simbolica-politica enorme, uscirne prima che una questione di fattibilità economica è questione di rinunciare al sogno di diventare tutti come la Germania. Ma è un sogno che forse sta cominciando a declinare. Per quanto possano valere i sondaggi, la maggioranza dei greci è ancora favorevole a rimanere nell’Eurozona, ma quando si chiede se è a tutti i costi, l’opinione pubblica si divide a metà. Sapendo che questo non verrà comunque deciso dal popolo greco, la questione diventa: SYRIZA sarebbe capace di organizzare il sostegno popolare nel caso dovesse trarre il dado e uscire dall’euro? O verrebbe piuttosto travolta, trovandosi il doppio danno di avere la Grexit gestita dalle destre?

SYRIZA, dopo aver mantenuto la barra sulla linea ufficiale per mesi, si sta muovendo su questo fronte. Il giornalista Paul Mason sostiene, da febbraio, che ci sia un’ondata di radicalizzazione dentro SYRIZA, anche tra chi non appartiene alle correnti radicali organizzate nella Piattaforma di Sinistra. Ora è anche la presidente del parlamento Zoe Konstantopoulou a prendere posizioni radicali sul debito che potrebbero portare alla rottura, mentre le posizioni di Lapavitsas vengono discusse apertamente su AVGI, l’organo ufficiale di SYRIZA.

La questione dell’uscita dall’euro viene, in Italia, usata come un derby tra tifoserie opposte che commentano le varie opzioni proposte dagli economisti, spesso senza capirle fino in fondo (piccola nota a margine: quanti hanno capito che Bagnai sostanzialmente propone lo “spirito del 1992-1993”?). Ma il punto non è solo studiare ciò che dicono i modelli economici, il punto è capire che  euro o exit sono opzioni che devono vivere dentro società particolari. Se non si capisce che la Grexit (o la proposta di uscita dell’Italia, o di qualunque paese) è un fatto politico e non tecnico, si può continuare a illudersi di essere quelli più di sinistra, quelli più anti imperialisti, quelli più rivoluzionari, ma ci si sta solo baloccando con delle ricette per l’osteria dell’avvenire.

Chi ha paura del califfo

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Limes 3/2015 – 246 pp – 14 euro (10 elettronico)

 

Particolarmente utile la prima parte dedicata alla Libia, in generale gli interventi seguono la linea dettata già dettata da Caracciolo contro l’invasione di terra e per interventi mirati a livello di intelligence. La sezione libica mantiene comunque un discreto pluralismo (da autori legati a Foreign Policy a quelli di Democracy Now, passando per accademici e giornalisti) e può aprire molte letture critiche.

La seconda parte, dedicata all’ISIS nelle varie aree, è più problematica. C’è tanto mondo cattolico e, soprattutto, ci sono alcune ricostruzioni che appaiono opinabili (es: quella sul Kurdistan) e in ogni caso spesso unilaterali.

Chiude una sezione di approfondimento sul Mali e sull’aftermath dell’intervento francese, quasi un memento mori rispetto alle velleità interventiste di Parigi e sul possibile replay in Libia.

Parigi e complottismo

Scrive Marco Santopadre su Contropiano.org

Certo complottismo dominante nasconde un certo eurocentrismo di retaggio colonialista e razzista […] comune sia ad alcuni ambienti della sinistra più o meno radicale che dell’estrema destra. Secondo questa visione se accade qualcosa nel mondo, e qualsiasi cosa succeda, non può che essere il frutto delle manovre di qualche potere occidentale, che è l’unico che conta davvero, perché gli altri in questo mondo sono in fondo soltanto delle comparse, dei barbari, dei buzzurri, e quindi possono essere solo delle pedine inconsapevoli di ciò che i colti e avanzati occidentali ordiscono. 
[…]
Ma un conto è fare controinchiesta e smontare le falsità e le bugie – con un processo logico razionale, strutturato, socialmente condiviso e dai tempi necessariamente lunghi, frutto di un atteggiamento attivo e partecipativo – ed un conto è dar credito a ogni più assurda e incredibile ipotesi non supportata da elementi concreti, diffondendo false informazioni con il risultato di aumentare la nebbia e la cortina fumogena attorno alle responsabilità di chi tira realmente i fili. 

Non è un caso che alcune delle trasmissioni di punta delle nostre tv, dirette soprattutto alle giovani generazioni, propagandino ormai da anni e a ruota libera una visione complottistica infarcita di alieni, massoni, poteri occulti, messaggi subliminali e chi più ne ha più ne metta (parliamo di Adam Kadmon su Mediaset o di Roberto Giacobbo sulla Rai, per chi se li fosse persi).
Di fronte all’estrema e crescente complessità del mondo e nel contesto che la diffusione del web e dei social network mettono a disposizione, è comprensibile che ognuno possa sentirsi rassicurato dalla sensazione consolatoria fornita dalla possibilità (tutta teorica) che l’uso del web consenta a tutti, in due minuti, semplicemente con due click, di smontare una bugia o addirittura un complotto, senza che questo richieda un particolare sforzo analitico, organizzazione e mobilitazione.
Ma, disgraziatamente, non è così, e dovremmo farcene una ragione, che ci piaccia o meno.

Per leggere tutto, clicca qui.

Non sono un esperto di cose mediorientali, diciamo che ho le conoscenze sul conflitto Palestina-Israele che servono alla militanza. Non conosco bene i paesi del medioriente, ho quelle conoscenze base per capire che non è una grande idea fomentare la guerra civile in Siria e in Libia.
Non conosco neanche la banlieu parigina, evito di pontificare su realtà di periferie urbane a cui sono estraneo e su cui non ho mai messo la testa.
Certo un sacco di cose appaiono strane nelle ricostruzioni ufficiali e ufficiose. Ma non mi sembra che si possa per questo saltare alle conclusioni che sia stato tutto quanto orchestrato dal vertice della cospirazione del Mossad e della CIA. E’ da qualche tempo che trovo lacunose le ricostruzioni per cui tutto quello che succede in Medioriente sia ricostruibile come l’effetto delle manovre americane. Dalle “primavere arabe”, più o meno.
Chiariamoci: è ovvio che gli USA sono una super potenza mondiale, hanno interessi ovunque e hanno reti di intelligence ed alleanze ovunque. Ma mi sembra che proprio una lettura un po’ più complessa dei fatti di Parigi possa dire qualcosa di più utile a capire quello che sta succedendo di “l’hanno deciso a Washington”.
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Obama alla Marcia Repubblicana non s’è fatto vedere, ha mandato la responsabile per gli affari europei, quella che disse “fanculo l’UE”, per intenderci. E non è certo la prima volta che gli USA fanno gentilmente notare che considerano il Medioriente materia che gli europei devono imparare a sbrigarsi da soli. Vale la pena di notare come Obama non sia mai stato tra i più esagitati nel voler intervenire in Siria. Anzi, durante l’estate di due anni fa, quando il Corriere della Sera dedicava le prime dieci pagine a spiegare perchè si doveva assolutamente abbattere Assad, addirittura l’esercito si esponeva direttamente per dire che non era assolutamente il caso di mettersi a giocare con un nuovo Iraq.
La politica di Obama è il pivot to Asia, il perno sull’Asia, riportare gli USA ad essere una potenza dell’Oceano Pacifico perchè è lì che si giocano le rotte commerciali del ventunesimo secolo. E perchè il Medioriente non è più l’indispensabile centro energetico ora che lo shale oil garantisce l’autonomia energetica virtuale agli Stati Uniti. Tanto che Hillary Clinton critica Obama per non essere abbastanza intervenista a Damasco.
Il disegno complottista è inadatto a leggere una realtà che non è più unipolare. Certo, non era il massimo neanche per leggere il momento unipolare, ma attorno al 2002-2003 puntare il dito contro gli USA e dare loro la colpa di tutto era, tagliando con l’accetta, giusto. Oggi questo tipo di ragionamento, questa continua reductio ad Americanum è strutturalmente fuorviante nell’interpretazione di una realtà che è estremamente più complessa e che non aspetta che i nostri blog e le nostre pagine facebook stiano al passo con lei.
Non è un caso se il risultato politico di questi ultimi giorni è che la retorica dello scontro di civiltà, con tanto di riesumazione di Oriana Fallaci e Giuliano Ferrara, ha sfondato in Italia.

Brancaccio sull’euro e Le Pen

In particolare:

– La seconda ipotesi politica stigmatizzata dal monito degli economisti è quella che il Fronte Nazionale in Francia ha ribattezzato con il termine «patriottismo economico». È l’idea di chi vuol mettere in discussione non soltanto la moneta
unica ma anche il mercato unico europeo, nonché il sistema dei diritti individuali incardinato nelle regole comunitarie. Beninteso, il fatto che la critica della moneta unica sia qui accompagnata da una critica del mercato unico europeo costituisce un fatto logico, in sé difficilmente contestabile. Ma per tutto il resto questa ricetta evoca ombre per nulla rassicuranti: essa infatti consiste in una miscela di protezionismo, xenofobia e restringimento delle libertà civili incardinata in una ideologia del ritorno ai cosiddetti valori tradizionali, ben rappresentati dal vecchio trittico “Dio, patria e famiglia”.È innegabile che tale visione stia raccogliendo sempre più consensi tra i lavoratori colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione, e sempre più insofferenti verso la concorrenza degli immigrati. Ma soprattutto, questa ipotesi trova la sua base sociale di riferimento nella miriade di piccoli capitalisti afflitti dalla recessione, dal debito e dal rischio crescente di insolvenza. Di fatto, essa incarna la pretesa di elevare un argine contro la centralizzazione: di fronte alla spinta centralizzatrice dei capitali e alla sua tendenza a valicare ogni confine statuale, il dissotterramento di una qualche idea economica di «nazione» costituisce la prevedibile «reazione» strategica dei gruppi capitalistici relativamente più deboli e in difficoltà. Potremmo in definitiva considerarla una ipotesi politica “reazionaria”, di tipo nazionalista, con tratti potenzialmente neofascisti. –

L’articolo di Brancaccio si può leggere nella sua completezza cliccando qui, e fa parte di un dibattito sull’euro pubblicato su Critica Marxista 5/2014, con interventi di Zezza a Patalano.