Il caso Visetti si espande

Il caso Visetti, partito dalle denunce del corrisponde di AGI-Cina Antonio Talia, pare espandersi oltre al piccolo mondo di chi segue le cose cinese.

Dopo Mazzetta sul suo blog arriva anche l’articolo del Foglio (SIC!) e del Post.

In realtà l’articolo del Post è abbastanza impreciso, non è che girano voci perchè da mesi Talia s’è messo a mettere la pulce nell’orecchio dei colleghi, girano voci perchè si sa da mesi che Visetti copia gli articoli, e spesso lo fa pure male. In più, Talia non sta mettendo in giro voci, sta documentando puntualmente plagi e sciocchezze varie su un blog pubblico.

Visetti e il plagio

Il caso Visetti si espande. Dal giornale che guida le coscienze degli italiani, ancora nessuna risposta.

Mazzetta

Antonio Talia è un giornalista che scrive di Cina dalla Cina. Gli accade una cosa strana, da qualche tempo ha scoperto che Giampaolo Visetti (nell’immagine), corrispondente per La Repubblica da Pechino, saccheggia il suo lavoro e lo ripropone come proprio. La cosa sembra succedere diverse volte e Talia ovviamente se ne risente. Prova a farlo presente a La Repubblica, apre un piccolo blog dove registra i plagi e, per di più, prestando maggiore attenzione a quanto scrive Visetti, si accorge che il corrispondente di Ezio Mauro lavora anche parecchio di fantasia, con risultati a dire il vero imbarazzanti.

La questione è grave, perché non si tratta del solito fenomeno per il quale anche penne note e affermate scrivono spropositi cut & paste senza nemmeno rendersi conto che siano bestialità. Se Visetti legge in radio un articolo di Talia integralmente senza dire che è di Talia, si tratta evidentemente…

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Cosa succede se la Svezia consena Assange agli USA

Che lo torturano.

Mazzetta

La Svezia ha risposto ai rilievi del  Committee against Torture dell’ONU e nella risposta ha illustrato un punto rilevante anche per il caso Assange.

Il governo svedese dice che l’autorità giudiziaria è indipendente e che nessun procuratore svedese ha aperto alcun caso legale per le rendition di due cittadini egiziani, Mohammed Alzery e Ahmed Agiza, poi torturati dai servizi Mubarak. Questo nonostante lo stesso governi comunichi a margine che ai due sono stati riconosciuti risarcimenti per il danno subito.

Ovviamente il governo dice che i procuratori sono indipendenti e che non dipende dall’esecutivo se per qualche motivo i procuratori sono distratti o ritengono che per il codice svedese non sia un reato deportare illegalmente due persone e consegnarle nelle mani di noti torturatori. Il governo svedese nega di aver partecipato a una “rendition”, ma di aver solamente dato corso a una normale espulsione e per questo: niente reati. Anche se diverse…

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Armstrong, Ferrari e Crosetti

La rinuncia di Lance Armstrong a difendersi dalle accuse dell’agenzia americana anti-doping assomiglia ai chiagni e fotti dei democristiani beccati durante tangentopoli: prima patteggiavano, poi si lamentavano che nei processi era impossibile difendersi.

Ancora più imbarazzante è la performance di certi giornalisti che hanno fatto della crociata contro il doping nel ciclismo il loro marchio di fabbrica. Il cronista di Repubblica Maurizio Crosetti, per esempio, si è spesso sentito in dovere di alzare i toni parlando di ciclismo. Commentando la vittoria del kazako Vinokourov alle olimpiadi di Londra si sente libero di apostrofare continuamente il corridore come l’ex dopato e di chiedersi, a proposito dei ritorni alle corse nonostante squalifiche e ossa rotte, quale farmacista gli abbia fornito l’ elisir dell’ eterna giovinezza (non lo passa la mutua). Il tutto all’interno di un articolo troppo impegnato a spiegare quanto sia negativa la vittoria di Vinokourov per perdere anche tempo a fare a cronaca della gara. Insomma un atteggiamento chiaramente provocatorio nei confronti di un corridore già squalificato per doping, che però dovrebbe essere accompagnato da una coerenza di fondo nel trattare questo tema.

Quando invece si tratta di commentare l’ingloriosa fine della carriera di Lance Armstrong, la penna di Crosetti si fa molto più morbida. Il corridore americano, a differenza di quello kazako, non deve essere considerato un mostro dato che, secondo il cronista di Repubblica, non ci sono che deboli prove contro di lui e soprattutto non ci sono test antidoping positivi a suo carico.

Un ragionamento che, però non regge. Secondo Crosetti contro il texano ci sarebbe solo il meccanismo dei pentiti, riferendosi alle confessioni dell’ex compagno di squadra Landys e dell’italiano Simeoni a proposito della comune frequentazione del dottor Ferrari. Il secondo punto sta proprio qua: le accuse ad Armstrong non poggiano solo sulle dichiarazioni dei pentiti, ma anche sulle prove raccolte dalle autorità italiane sui rapporti tra il corridore americano e il noto medico dopatore italiano. Infine, Crosetti dovrebbe ricordarsi che i test antidoping non sono l’unica fonte di prova, Michael Rasmussen venne squalificato dal Tour 2007 e licenziato dalla squadra per essersi allenato in luoghi differenti da quelli comunicati ufficialmente. Un episodio che dovrebbe essere conosciuto da chiunque scriva di ciclismo ad appena 5 anni di distanza.

L’orientalismo di Repubblica.

Perchè se scrivi su Repubblica ti si può abbonare qualsiasi porcheria, incluso l’orientalismo più becero.

Mazzetta

In un orrido pezzo sulle polemiche attorno alla scorta di Gianfranco Fini, oggi Francesco Merlo ha infilato una discreta razzistata, che ci dice molto sulla sua forma mentis:

E significa che non è stato Fini a sistemare i suoi uomini di scorta all’Hotel & Relais I Presidi, uno tra i migliori di Orbetello, ma che in Italia c’è un regolamento sfarzoso al servizio del potere che ha mostrato anche in questo caso la sua solita logica asiatica e orientale, da muslim: cooptazione e sottomissione. 

Difficile essere d’accordo con un pensiero che mette insieme all’ingrosso Asia, Oriente e Muslim (?) e difficile anche condonare l’uso del termine (chissà perché) all’inglese, che assume indubbiamente un tono dispregiativo. Un minestrone chiaramente razzista. Difficile peraltro essere d’accordo con Merlo anche mettendo da parte il razzismo che cola da una frase del genere. Cooptazione, sottomissione e corruzione erano note ai latini e ai cristiani ben prima della…

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Il riequilibrio della Cina

Traduzione di servizio dell’articolo di Ylmaz Akyuz (capo economista del South Centre di Ginevra ed ex direttore e capo economista dell’UNCTAD) sul blog Triple Crisis.

Ora è generalmente condiviso che la Cina non può tornare alla crescita guidata dalle esportazioni di cui ha goduto nel periodo precedente alla crisi finanziaria globale, anche se USA ed Europa tornassero ad una crescita vigorosa. C’è bisogno di espandere il mercato interno rovesciando una tendenza secolare al declino della quota di consumi privati sul PIL, oscillante attorno a un livello quasi da tempo di guerra di circa il 35%. Questo dovrebbe essere fatto non tanto riducendo la propensione delle famiglie al risparmio, quanto aumentando la quota degli introiti delle famiglie sul PIL, che è stata decrescente per almeno due decenni. Queste necessiterebbe un’assennata combinazione di politiche sui salari, sui prezzi agricoli e sulle tassi, e un significativo aumento dei trasferimenti governativo, in particolare verso le famiglie povere rurali, finanziati coi dividendi delle imprese di stato (Confronta Export Dependence and Sustainability of Growth in China).

Una risposta appropriata alle ricadute della crisi del 2008-2009 sarebbe quindi dovuta andare oltre alle politiche macroeconomiche anticicliche e includere riforme basilari per aumentare i redditi delle famiglie. In ogni caso, la Cina ha risposto con massicci investimenti a debito, specialmente in infrastrutture. Politiche a sostegno della domanda immobiliare, inclusi drastici tagli ai tassi di interesse e una crescita senza precedenti dei crediti ipotecari, hanno sostenuto la creazione di una bolla del mercato immobiliare. Tutto questo ha spinto il tasso di investimenti verso il 50% del PIL. I consumi hanno tenuto ma sono stati in ritardo rispetto al PIL sia nel 2009 che nel 2010.

Dopo aver raggiunto la doppia cifra nel 2010, la crescita cinese è diminuita continuamente negli ultimi sei quarti di anni. Il dato ufficiale per il secondo quarto del 2012 è del 7,6%, il più basso dal primo quarto del 2009. Secondo alcune stime indipendenti il rallentamento potrebbe essere ancora più basso, al di sotto dell’obiettivo del 7,5% fissato per il 2012.

A quanto pare sono i fattori interni a pesare di più nel rallentamento della Cina. L’impatto espansivo del pacchetto di stimoli sta svanendo, aprendo la strada a impulsi deflattivi associati con la rapida accumulazione di debito da parte di imprese private e pubbliche e di governi locali. D’altra parte, le restrizioni imposte per frenare le speculazioni immobiliari hanno depresso le costruzioni e i settori collegati. Per quanto l’export sia rallentato nel 2011 dopo l’aumento del 2010 che seguiva i bassissimi livelli del 2009, nel giugno 2012 ha comunque registrato un rispettabile aumento year on year di circa l’11%. In ogni caso, la crescita incerta in America e la doppia recessione europea minacciano seriamente di abbassare considerevolmente l’export durante il resto dell’anno.

Queste forte tendenze al ribasso hanno portato il premier cinese Wen Jiabao a chiedere misure per la crescita più aggressive. I tassi d’interesse sono stati tagliati due volte in un mese, dopo già tre tagli delle riserve obbligatori, e fin dall’inizio dell’anno la Bank of China ha operato grosse iniezioni di liquidità. Sono attesi gli avvii di nuovi progetti industriali e infrastrutturali e anche edilizia pubblica a basso. Anche se questo pacchetto di stimoli difficilmente raggiungerà le dimensioni del primo, le autorità cinesi probabilmente useranno mezzi monetari e fiscali per assicurarsi investimenti sufficienti ed evitare che la crescita vada sotto gli obiettivi stabiliti.

Un’altra volta, gli investimenti avranno il ruolo centrale nello stabilizzare la crescita e la domanda interna. I tagli nei tassi d’investimento difficilmente porteranno troppi aumenti nei consumi provati. Le famiglie hanno un accesso limitato ai crediti delle istituzioni formali: i prestiti al consumo arriva a mala pena al 3% dei crediti totali. Gli investimenti sull’edilizia pubblica potrebbero aiutare a ridurre i risparmi precauzionali ma, in assenza di un significativo aumento nei redditi delle famiglie, questo non sarebbe abbastanza per dare una contropartita adeguata a quello che sembra un rallentamento permanente delle esportazioni.

Le politiche cinesi di risposta alla crisi globale costituiscono senza dubbio un riequilibrio tra le fonti interne ed esterne della domanda, come dimostrato anche dal rapido declino del surplus commerciale. In ogni caso, lasciano la domanda interna squilibrata tra consumi e investimenti. Da un certo punto di vista questo non dovrebbe destare preoccupazioni, è stato argomentato come la Cina sia coinvolta in un’urbanizzazione dal ritmo senza precedenti che richiede grandi investimenti in infrastrutture e abitazioni (confrontaChina Has Massive Firepower to Battle Global Slowdown). D’altra parte, nonostante una quota di investimenti sul PIL molto alta, lo stock di capitale pro capite della Cina rimane basso (confronta Capital controversy). Tutto questo implica ampi spazi di espansione per gli investimenti fino a riempire il vuoto di domanda creato dal rallentamento dell’export.

In ogni caso, la composizione della domanda aggregata importa per la sostenibilità della crescita. Qualora gli investimenti continuassero a crescere ad un passo superiore dei consumi, la capacità di produzione creata diventerebbe sottoutilizzata, deprimendo i ricavi e rendendo l’indebitamento finanziario corrente impagabile. Il pacchetto di stimoli del 2008-2009 ha già lasciato un’eredità di eccesso di capacità produttiva e uno stock relativamente grande di debiti potenzialmente impagabili. Aggiungerne altri potrebbe rendere gli aggiustamenti più severi e dolorosi anche se potrebbero trattenere il rallentamento sul breve periodo. Per la Cina sta quindi diventando più difficile mantenere una crescita stabile e socialmente accettabile senza una grande redistribuzione del reddito: uno sforzo che contiene anche delle sfide che non possono essere ignorate.