Il riequilibrio della Cina


Traduzione di servizio dell’articolo di Ylmaz Akyuz (capo economista del South Centre di Ginevra ed ex direttore e capo economista dell’UNCTAD) sul blog Triple Crisis.

Ora è generalmente condiviso che la Cina non può tornare alla crescita guidata dalle esportazioni di cui ha goduto nel periodo precedente alla crisi finanziaria globale, anche se USA ed Europa tornassero ad una crescita vigorosa. C’è bisogno di espandere il mercato interno rovesciando una tendenza secolare al declino della quota di consumi privati sul PIL, oscillante attorno a un livello quasi da tempo di guerra di circa il 35%. Questo dovrebbe essere fatto non tanto riducendo la propensione delle famiglie al risparmio, quanto aumentando la quota degli introiti delle famiglie sul PIL, che è stata decrescente per almeno due decenni. Queste necessiterebbe un’assennata combinazione di politiche sui salari, sui prezzi agricoli e sulle tassi, e un significativo aumento dei trasferimenti governativo, in particolare verso le famiglie povere rurali, finanziati coi dividendi delle imprese di stato (Confronta Export Dependence and Sustainability of Growth in China).

Una risposta appropriata alle ricadute della crisi del 2008-2009 sarebbe quindi dovuta andare oltre alle politiche macroeconomiche anticicliche e includere riforme basilari per aumentare i redditi delle famiglie. In ogni caso, la Cina ha risposto con massicci investimenti a debito, specialmente in infrastrutture. Politiche a sostegno della domanda immobiliare, inclusi drastici tagli ai tassi di interesse e una crescita senza precedenti dei crediti ipotecari, hanno sostenuto la creazione di una bolla del mercato immobiliare. Tutto questo ha spinto il tasso di investimenti verso il 50% del PIL. I consumi hanno tenuto ma sono stati in ritardo rispetto al PIL sia nel 2009 che nel 2010.

Dopo aver raggiunto la doppia cifra nel 2010, la crescita cinese è diminuita continuamente negli ultimi sei quarti di anni. Il dato ufficiale per il secondo quarto del 2012 è del 7,6%, il più basso dal primo quarto del 2009. Secondo alcune stime indipendenti il rallentamento potrebbe essere ancora più basso, al di sotto dell’obiettivo del 7,5% fissato per il 2012.

A quanto pare sono i fattori interni a pesare di più nel rallentamento della Cina. L’impatto espansivo del pacchetto di stimoli sta svanendo, aprendo la strada a impulsi deflattivi associati con la rapida accumulazione di debito da parte di imprese private e pubbliche e di governi locali. D’altra parte, le restrizioni imposte per frenare le speculazioni immobiliari hanno depresso le costruzioni e i settori collegati. Per quanto l’export sia rallentato nel 2011 dopo l’aumento del 2010 che seguiva i bassissimi livelli del 2009, nel giugno 2012 ha comunque registrato un rispettabile aumento year on year di circa l’11%. In ogni caso, la crescita incerta in America e la doppia recessione europea minacciano seriamente di abbassare considerevolmente l’export durante il resto dell’anno.

Queste forte tendenze al ribasso hanno portato il premier cinese Wen Jiabao a chiedere misure per la crescita più aggressive. I tassi d’interesse sono stati tagliati due volte in un mese, dopo già tre tagli delle riserve obbligatori, e fin dall’inizio dell’anno la Bank of China ha operato grosse iniezioni di liquidità. Sono attesi gli avvii di nuovi progetti industriali e infrastrutturali e anche edilizia pubblica a basso. Anche se questo pacchetto di stimoli difficilmente raggiungerà le dimensioni del primo, le autorità cinesi probabilmente useranno mezzi monetari e fiscali per assicurarsi investimenti sufficienti ed evitare che la crescita vada sotto gli obiettivi stabiliti.

Un’altra volta, gli investimenti avranno il ruolo centrale nello stabilizzare la crescita e la domanda interna. I tagli nei tassi d’investimento difficilmente porteranno troppi aumenti nei consumi provati. Le famiglie hanno un accesso limitato ai crediti delle istituzioni formali: i prestiti al consumo arriva a mala pena al 3% dei crediti totali. Gli investimenti sull’edilizia pubblica potrebbero aiutare a ridurre i risparmi precauzionali ma, in assenza di un significativo aumento nei redditi delle famiglie, questo non sarebbe abbastanza per dare una contropartita adeguata a quello che sembra un rallentamento permanente delle esportazioni.

Le politiche cinesi di risposta alla crisi globale costituiscono senza dubbio un riequilibrio tra le fonti interne ed esterne della domanda, come dimostrato anche dal rapido declino del surplus commerciale. In ogni caso, lasciano la domanda interna squilibrata tra consumi e investimenti. Da un certo punto di vista questo non dovrebbe destare preoccupazioni, è stato argomentato come la Cina sia coinvolta in un’urbanizzazione dal ritmo senza precedenti che richiede grandi investimenti in infrastrutture e abitazioni (confrontaChina Has Massive Firepower to Battle Global Slowdown). D’altra parte, nonostante una quota di investimenti sul PIL molto alta, lo stock di capitale pro capite della Cina rimane basso (confronta Capital controversy). Tutto questo implica ampi spazi di espansione per gli investimenti fino a riempire il vuoto di domanda creato dal rallentamento dell’export.

In ogni caso, la composizione della domanda aggregata importa per la sostenibilità della crescita. Qualora gli investimenti continuassero a crescere ad un passo superiore dei consumi, la capacità di produzione creata diventerebbe sottoutilizzata, deprimendo i ricavi e rendendo l’indebitamento finanziario corrente impagabile. Il pacchetto di stimoli del 2008-2009 ha già lasciato un’eredità di eccesso di capacità produttiva e uno stock relativamente grande di debiti potenzialmente impagabili. Aggiungerne altri potrebbe rendere gli aggiustamenti più severi e dolorosi anche se potrebbero trattenere il rallentamento sul breve periodo. Per la Cina sta quindi diventando più difficile mantenere una crescita stabile e socialmente accettabile senza una grande redistribuzione del reddito: uno sforzo che contiene anche delle sfide che non possono essere ignorate.

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