Micromega e altri regali riciclati.

La grande piaga sociale dei regali di Natale riciclati, una di quelle cose che riempie per un mese le trasmissioni radiofoniche di ciacole, telefona la Mariuccia di Caspoggio e racconta di quando il Giuseppe ha regalato al marito Mario la cravatta col logo dei mondiali di sci di Bormio regalata anni prima dalla stessa Mariuccia al Giuseppe.

Un effetto simile me lo fa leggere le interviste degli intellettuali di Micromega che, puntuali come la replica natalizia di Una Poltrona Per Due, sotto elezioni tornano a cercare un carro su cui cui salire.

Puntuali come le replice, ma senza Jamie Lee Curtis

Puntuali come le repliche, ma senza Jamie Lee Curtis

Alle Europee 2014 il carro pare essere quello della candidatura alla Presidenza della Commissione Europea di Alexis Tsipras, giovane, belloccio e soprattutto greco e del Partito della Sinistra Europea. Soprattutto perché, essendo la Grecia e la Sinistra Europea due cose molto distanti dal dibattito politico italiano, questi intellettuali si sentono di poter dire cose a caso.

Ha cominciato Barbara Spinelli con un’intervista al quotidiano greco Avgi (l’organo ufficiale di Syriza) in cui ventilava l’ipotesi di una lista civica a sostegno di Tsipras che puntasse alla costituzione, nientemeno, degli Stati Uniti D’Europa. Pochi giorni dopo ha aggiunto il carico da undici Flores D’Arcais con un’altra intervista, sempre ad Avgi, in cui chiarisce che i partiti della sinistra radicale non dovranno far parte della lista che dovrà nascere, invece, da scrittori, filosofi, sociologi, scienziati, personalità del cinema, della musica ecc .

L’intervistatore fa notare a più riprese a D’Arcais che la candidatura di Tsipras è la candidatura del presidente di un partito di sinistra radicale (Syriza) decisa da una coalizione di partiti comunisti e della sinistra radicale (la Sinistra Europea, appunto). La geniale risposta di D’Arcais è che l’unica vera forza di sinistra in Europa sarebbe Syriza e che, per motivi chiari solo allo stesso D’Arcais, quest’ultima coinciderebbe col suo vecchio progetto del partito azionista di massa.

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L’intervista di D’Arcais contiene molti altri passaggi problematici (per dirne una, si arroga il merito dei referendum sull’acqua…) ma il punto principale è quello: il suo progetto politico.

1)      D’Arcais è da trenta anni convinto che esista una sinistra diffusa che potrebbe essere facilmente maggioritaria nel paese e avviare una stagione di riformismo. Questo processo virtuoso sarebbe bloccato dalla presenza dei partiti comunisti che, inseguendo l’impossibile sogno della rivoluzione, impediscono alla sinistra diffusa di vincere. Non a caso D’Arcais ha dato una mano a Occhetto nello scioglimento del PCI. Vale appena la pena di notare che è un po’ ridicolo attribuire a Rifondazione Comunista del 2013 la stessa influenza sulla sinistra del Partito Comunista Italiano del 1983. Forse, la cosiddetta sinistra diffusa ha dei problemi suoi.

2)      Il progetto politico del partito azionista di massa fallisce da vent’anni. D’Arcais e soci hanno provato a costruirlo col Partito Democratico della Sinistra, ma ne uscirono perché, orrore, il PDS si schierò contro i bombardamenti su Baghdad. Altri tentativi furono fatti con la stagione dei girotondi, con il Popolo Viola, con la lista di cittadinanza insieme a Di Pietro e allo scrittore Camilleri (mai arrivata sulle schede elettorali, per fortuna) e, da ultimo, con Cambiare Si Può.

3)      Il primo punto in comune tra tutti questi progetti è l’elettoralismo. Nascono tutti con l’obiettivo di far prendere a questa o a quell’organizzazione una posizione elettorale che favorisca la nascita del partito azionista di massa. Tradotto: voi vi presentate alle elezioni, raccogliete i voti e poi li portate a noi. Non è un caso che non trovino mai qualcuno disposto a fare un lavoro del genere.

4)      Il secondo punto in comune è la base sociale del progetto politico. Intellettuali che si rivolgono alla classe media. Non alla classe media in toto, alla classe media cosiddetta riflessiva, ovvero a quella classe media acculturata, tendenzialmente che lavora come impiegati nelle grandi imprese private o nel pubblico, tendenzialmente che legge Repubblica e Micromega. Peccato che questo tipo di classe media sia minoranza all’interno della stessa classe media. Il ventennio forzaleghista ci dimostra che la classe media è frantumata ai margini di un sistema produttivo fatto di piccola impresa e piccolo commercio che vive a cavallo dell’illegalità, figuriamoci quanto interessata all’azionismo legalista. Una base sociale così ideata, da una parte non crea legami sociali con la classe media realmente esistente, dall’altra chiude qualsiasi legame con le classi popolari.

5)      Le interviste di Spinelli e D’Arcais, pur attaccando giustamente l’austerità europea, non fanno altro che promuovere per l’ennesima volta il progetto del partito azionista di massa provando ad accreditarsi in Europa come degli attori capaci di mobilitare del consenso elettorale. L’Italia, tra i grandi paesi, è oggettivamente l’anello debole della Sinistra Europea, Micromega si propone su Avgi come capace di un risultato tra il cinque e il 10%, un soggetto da imbarcare mentre si scarica il PRC, vecchio referente italiano ormai completamente bollito.

6)      Ancora una volta un ragionamento puramente elettoralista. A parte che non si capisce da dove si dovrebbero materializzare i milioni di voti che porterebbero la Lista dei Professori al 10%, il punto è che, in realtà, il progetto politico di D’Arcais e Spinelli centra poco con quello del Partito Della Sinistra Europea.

7)      Il punto in comune, e comunque non è poco, è l’opposizione all’austerità. C’è però da dubitare che Spinelli con “opposizione all’austerità” intenda la stessa cosa che intendono in Europa, il fatto che magnifichi il ruolo del defunto marito Padoa Schioppa, ministro tecnocratico del secondo governo Prodi e fautore di manovre finanziarie assai austere, lascia intendere che si parli più di un’austerità dal volto umano che di una logica completamente diversa.

8)      Spinelli e D’Arcais inseriscono nei loro interventi una dosa assolutamente fuori controllo di personalismo. Parlano solo della candidatura di Tsipras, come se si trattasse di un’elezione presidenziale slegata dall’elezione per il Parlamento Europeo. Non è così. È una proposta che lega insieme vari partiti sulla base di un programma condiviso e approvato da un Congresso che si è appena svolto. Parlando solo della candidatura di Tsipras gli intellettuali di Micromega vogliono depotenziare l’alleanza della Sinistra Europea, addirittura delegittimano tutti i componenti che non sono Syriza sostenendo che, per fare gli esempi più noti, Izquierda Unida, Front de Gauche e Die Linke non sono forze in grado di giocare un ruolo nella politica dei loro paesi.

9)      La personalizzazione attorno ad Alexis Tsipras serve anche a rimuovere ciò che il suo partito, Syriza, in realtà è. Ovvero, Syriza è stata prima una coalizione tra il Synaspismos (uno dei due partiti comunisti greci, l’altro è il KKE che a lungo è stato il più forte dei due) e altri partiti, movimenti e personalità della sinistra greca. Vale appena la pena di notare che con “personalità” non si intendono attori e cantanti, ma persone come il comandante partigiano Manolis Glezos. La trasformazione di Syriza da coalizione rissosa in partito unito è stata, di fatto, la maniera in cui il Synaspismos ha lentamente annesso tutti gli altri gruppi all’interno di una struttura organizzata gerarchicamente. Una costruzione che ha avuto un passaggio fondamentale nell’organizzazione di una corrente sindacale (che sta “rubando” sia da quello dei socialdemocratici che da quella dei comunisti del KKE, storicamente più radicati nel sindacato) e nel radicamento di massa, specialmente nei quartieri delle città più grandi. Di fatto, Syriza si radica tra la masse della classe media impoverita dalla crisi e cerca di costruire l’alleanza con le classi popolari. Syriza è un progetto che, se avesse ragionato in maniera elettoralistica, sarebbe stato dato per morto 10 anni quando prendeva percentuali da prefisso telefonico. Di fatto, l’opposto del riciclaggio progetto azionista di Micromega.

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Europeismo?

Quindi si può dire, magari in maniera non corretta, che coloro che propugnano l’unione bancaria si troveranno senza la sovranità politica?

La cosa che dico è ancora un’altra: quando noi diciamo, e l’ho anche scritto nel mio libro, c’è soltanto l’unione monetaria e non c’è  l’unione politica, interpretando l’unione monetaria come una cosa di poco conto, non vincolante, non abbiamo capito il punto fondamentale: l’unione monetaria è uno dei vincoli più forti che ci siano. Il problema è, come si esce da questa situazione? Qualcuno pensa di uscirne cedendo ulteriore sovranità, sperando che così la situazione migliori. Io credo invece che si debbano  cambiare in maniera radicale le regole del gioco: se non si fa questo ogni ulteriore cessione di sovranità va nella direzione sbagliata, è destinata a peggiorare la situazione anziché migliorarla.

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Io non desidero uno Stato europeo se le regole economiche che lo sorreggono sono quelle attuali: non ho proprio nessun motivo di desiderarlo, lo dico molto sinceramente. So che in Italia molti si dicono europeisti. Ma è una definizione mistificatoria in un momento in cui quello che si chiama europeismo, di fatto, è il privilegio degli interessi di un paese, o di un gruppo di paesi, su altri – compreso il nostro.
Questo è il punto, secondo me, fondamentale.

 Vladimiro Giacchè – Svincolarsi dall’Europa è possibile

China bashing

L’espressione inglese China bashing si riferisce allo sport favorito dei media occidentali di ogni tendenza (sfortunatamente, anche di sinistra) che consiste nel denigrare sistematicamente, anche fino alla criminalizzazione, qualunque cosa venga fatta in Cina. La Cina esporta paccottaglia economica nei mercati poveri del terzo mondo (ciò è vero), un orribile crimine. Ma produce anche treni ad alta velocità, aeroplani e satellite la cui meravigliosa qualità tecnologica è apprezzata in occidente ma a cui la Cina non dovrebbe aver diritto! Sembra che si penso che la costruzione di massa di case per la classe operaia non sia nulla di diverso dall’abbandono dei lavoratori negli slum e si equipara la “diseguaglianza” in Cina (le case per lavoratori non sono ville opulente) a quella dell’india (ville opulente a fianco degli slum), e così via. Il China bashing conforta le idee infantili che circolano tra alcune correnti dell’impotente “sinistra” occidentale: se non il comunismo del ventunesimo secolo, allora è tradimento! Il China bashing aiuta anche la campagna sistematica per il mantenimento delle ostilità anti cinesi in vista di un possibile attacco militare. Tutto questo non è altro che un tentativo di distruggere le possibilità di un vero rinascimento di un grande popolo del Sud.

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-Samir Amin, China 2013- 

 

 

Forconi

In questo blog spesso mi rivolgo alla platea stretta di quelli ddesinistra. Anche questa volta farò così.

Cosa penso del movimento dei forconi è riassumibile in poche parole. Alcuni fascisti mascherati cercano di recuperare un rapporto con i settori sociali che da sempre sono il campo di conquista dei fascismi e delle destre estreme: piccola-media borghesia spappolata dalla crisi, giovani confusi e quelli che credono al complotto degli ebrei.

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Quello che mi interessa è la reazione nel mondo della sinistra (ciò che ne rimane, cioè, tra i miei amichetti di facebook).

In 3 giorni di mobilitazioni si è visto di tutto

1) Quelli che si esaltano di fronte alla polizia che si toglie i caschi. Evviva, dicono, finalmente un movimento che non fa il freakkettonismo da centro sociale e dialoga con i proletari in divisa. 

2) Quelli che evviva il popolo che scende in piazza ne destra ne sinistra e se è pieno di fasci vabbè che importa.

3) Quelli che aspirano a scrivere su Spinoza.

4) Quelli che si sono dimenticati che solo a ottobre ci sono state tre manifestazioni di sinistra a Roma con la partecipazione, ad ognuna, di decine di migliaia di persone e si stupiscono che ora i forconi mobilitano qualche migliaio di persone in tutto il paese.

5) Quelli che hanno scoperto che il cognitariato moltitudinario espressione locale del resistente nomade forma in nuce della futura società noncapitalista nondistato generata dalle contraddizioni stesse del biocapitalismo, alla fine non erano altro che impiegati con la laurea che quando gli butta male si incarogniscono come tutti.

6) Quelli che sono più intelligenti. Avete presenta la lettera all’italiano medio che gira sulle reti sociali? Ecco, un riassunto preciso preciso del perchè e del percome certe categorie sono disposte a rivolgersi al fascio romano piuttosto che al PD. Te dici che sei disoccupato? E quelli ti rispondono coi festini di Berlusconi.

Grande è la confusione sotto il cielo.

Madiba e Fidel

Mandela è morto. Dio ci salvi dall’ondata di retorica appiccicosa e pelosa che ci travolgerà.

Qualche mese fa un amico mi chiese perchè secondo me Mandela era così universalmente accettato mentre Fidel è usato dai media mainstream al posto del babau.

Per essere chiari, onore al compagno Mandela.

Per essere chiari, onore al compagno Mandela.

Questa la mia risposta:

Te non fai domandi, imposti dei saggi…

per questo sei impagabile

1) Bisogna purtroppo partire dal fatto che la figura di Mandela è strumentalizzabile, nelle ultime apparizioni pubbliche era evidentemente assente. Fidel invece compare lucido, di sicuro non vedremo mai Bono con Castro…

2) Ai tempi della revolucion, Fidel provò subito a normalizzare i rapporti con gli USA, ma non ci riusci perchè i ‘mmeregani pensavano di poter rovesciare Cuba facilmente. Previsione sbagliata, comunque la rivoluzione cubana ha creato un piccolo stato isolato dal resto dei suoi vicini. La fine dell’apartheid in Sudafrica fa parte di una serie di democratizzazioni nei paesi allora emergenti come Corea del Sud e paesi sud americani. In quel periodo si integravano più strettamente negli scambi internazionali e passavano da governi militari/autoritari a elezioni multipartitiche. In pratica economicamente la differenza è che in Sudafrica c’erano un settore minerario e automobilistico che non si poteva isolare, con Cuba invece han detto “vabbè le zoccole le importiamo da Haiti, allora”
3) Mandela invece era riuscito a rendere impresentabile il regime sudafricano, nessuno poteva pensare di isolare Mandela senza passare per un amico dell’ultimo regime razzista al mondo. Poi, politicamente era il momento del trionfo delle elezioni multipartitiche e l’African National Congress ha gestito la transizione per arrivare alle elezioni.
4) Ultimo, la pacificazione voluta da Mandela includeva anche la salvaguardia di determinati interessi economici stranieri nel paese, un po’ come Lula in Brasile

United We Stand

Sarasso e Rudoni – United We Stand – Marsilio – 11,90 euro

La prima volta che ho letto United We Stand, ricordo che lo giudicai fantasy per l’idea che un governo guidato del Partito Democratico potesse rappresentare una minaccia per l’ordine atlantico tale da indurre gli Stati Uniti a finanziare un colpo di stato. 

Rileggendolo a quattro anni dall’uscita (tralasciando le ampissime dosi di ingenuità nell’uso del media fumetto) emergono un pregio e un difetto.

Il pregio è aver capito che il pericolo per la democrazia italiana non è (solo) Silvio Berlusconi, e averlo scritto nel 2009, quando a sinistra la religione dell’antiberlusconismo non era ancora caduta sotto i colpi dei governo di larghe intese.

E diciamolo, un'immagine così all'epoca esorcizzava molti sogni proibiti.

E diciamolo, un’immagine così all’epoca esorcizzava molti sogni proibiti.

Il difetto è che adagiava la costruzione del golpe in una visione complottarda della storia. Ultor, gli autori del colpo modellati su una specie di team-up tra la reale Gladio e i supercattivi di Big Jim, è una rete che è stata dietro a tutti i complotti della nostra storia. Una banda di golpisti tecnici, reali esecutori di Piazza Fontana, legati solo agli Stati Uniti e non alla destra neo/post fascista. Ma soprattutto slegati da qualsiasi legame sociale, Ultor è fatta di soli ufficiali senza truppa, viene da chiedersi come faccia a controllare un intero paese. Ma non è una questione di fare i precisini della fungia sulle questioni militari, è questione di come si vedono i rapporti sociali. Nell’Italia reale la Gladio reale e lo stragismo neofascista dovevano far base sull’anticomunismo viscerale delle istituzione e della destra democristiana, nell’Italia immaginaria di Sarasso il golpe avviene per una brava di potere fine a se stessa. Nonostante i fiumi di retorica resistenziale e antifascista che segnalano chiaramente il background politico di Sarasso, di fatto United We Stand propone un’interpretazione antipolitica della strategia della tensione e non a caso UWS viene pubblicato proprio nel periodo in cui il terremoto politico del secondo governo Prodi ha fatto scivolare grandi pezzi di sinistra (in primis di quella cosiddetta radicale) verso Beppe Grillo.