Profezie sul crollo della Cina. Un tanto al chilo.

Le profezie sul crollo della Cina vengono via un tanto al chilo, sono appena poco più costose della morte di Fidel Castro. Per una volta, però, a profetizzare non è un’idiota qualunque su Repubblica ma David Shambaugh con l’articolo The Coming Chinese Crack-up. Shambaugh è un rispettatissimo accademico che ha studiato a lungo l’organizzazione del Partito Comunista Cinese, ha al suo attivo monografie che sono usate come testi d’esame in tutto il mondo ed è un consigliere politico che conta a Washington. Insomma, uno che di solito non spara cazzate.

Stupisce quindi che da un mese il mondo stia parlando di un articolo che, per dare il tono, argomento uno dei punti fondamentali, la scollatura tra i membri del Partito e la linea ufficiale, così:
A dicembre sono stato a Pechino per una conferenza alla Scuola Centrale del Partito, il più alto istituto di istruzione dottrinaria del Partito e, ancora una volta, i maggiori ufficiali del paese e gli esperti di politica estera hanno ripetuto gli slogan a memoria. Durante una delle cene sono andato alla libreria del campus, una tappa importante per aggiornarmi su cosa viene insegnato ai quadri. I tomi sugli scaffali spaziavano dalle Opere Scelte di Lenin alle memorie di Condoleeza Rice, il tavolo all’ingresso era pieno di copie del pamphlet di Xi Jinping per la promozione della “linea di massa”, ovvero la connessione del Partito alle masse. Ho chiesto al commesso se stesse vendendo. Ha risposto che non vendeva, li regalano. La dimensione della pila di libri suggerisce che non è esattamente un best seller.

L’argomentazione è, per dirla in altre parole, che ha fatto una domanda a un commesso…

Ma tant’è, Shambaugh non è un pirla e merita una risposta più articolata della mia facile ironia. Riporto un pezzo dell’intervista fatta da Cinaforum a Guido Samarani.

Dall’adattamento al crollo, l’ultima profezia sulla morte del PCC

intervista di Michelangelo Cocco a Guido Samarani su Cinaforum

Professor Samarani, come valuta l’articolo del suo collega Shambaugh?

Si tratta di un’ipotesi che arriva da uno studioso serio, di valore internazionalmente riconosciuto, dunque va considerata con attenzione. Quella sul crollo del PCC è una questione che ricorre, periodicamente, fin dal periodo delle riforme (alla fine degli anni Settanta, ndr) e che soltanto ultimamente si era un po’ spenta. Il tema, a mio avviso, è un altro: se cioè il PCC sia in grado di governare bene questa società in una fase di profonda trasformazione. Al momento infatti non vedo sintomi evidenti, premesse per quello che Shambaugh chiama crackup. Fino a non molto tempo fa, Shambaugh parlava di “atrofia e adattamento”, ma mi pare che in questo suo ultimo contributo abbia cancellato le capacità di adattamento. Io, al contrario, ritengo che il PCC abbia seri problemi, ma anche, ancora, spazi non indifferenti di capacità di adattamento.

 

Cosa può aver spinto Shambaugh a cambiare così nettamente visione?

Non riesco a cogliere – facendo un paragone tra quanto scritto prima e quanto sostenuto nell’articolo apparso sul quotidiano finanziario statunitense – le motivazioni scientifiche di questo cambiamento radicale. L’articolo prende le mosse dalla recente sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo (il Parlamento cinese): Shambaugh sembra mettere “sotto accusa” la modalità di gestire le contraddizioni da parte del presidente Xi Jinping e della nuova generazione. Con la sua campagna anticorruzione – sostiene l’autorevole sinologo – Xi sta esercitando una pressione intollerabile sull’economia e la società. Può anche darsi, ma non mi pare vi siano segnali evidenti di questo “stress intollerabile”. Noi sinologi, Shambaugh compreso, abbiamo sempre sottolineato come la corruzione abbia tradizionalmente rappresentato uno dei mali più pericolosi per il Partito. Quindi ora valutare questo “stress” come un eccesso mi sembra un po’ contraddittorio.

 

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Il bloqueo e gli innamorati del martirio

Ci sono quelli che sono innamorati del martirio. Quello degli altri, sia chiaro.

Nella storia ci sono molti martiri di cui innamorarsi, parlo di quelli delle lotte per l’emancipazione. Risulta poi normale che sia più facile innamorarsi delle sconfitte onorevoli piuttosto che farsi carico delle vittorie con tutti i problemi che si portano dietro. Per questo è naturale che Fidel Castro sia meno popolare di Che Guevara. Non è più facile fantasticare su quello che avrebbe potuto fare il Che se non fosse stato ucciso piuttosto che ragionare su quello che fatto Castro nel bene e nel male?

Ovviamente non parlo di Cuba a caso. Da quando è stato dato l’annuncio della possibile fine dell’embargo aspettavo pazientemente qualcuno che sbracasse e cominciasse ad accusare Cuba e, possibilmente Raul Castro, di aver ceduto all’imperialismo. Qualcuno che sostanzialmente dicesse che il bloqueo ci doveva piacere perchè era il simbolo tangibile della contrapposizione all’America.

wapo
Vale appena la pena di notare che curiosamente questo atteggiamento finisce con coincidere con quello dei peggiori giornalisti italiani secondo i quali l’embargo era voluto dal governo cubano. Un’atteggiamento talmente falso che anche i giornali americani come il Washington Post sono stati costretti a titolare “Gli Stati Uniti abbandonano il confronto da guerra fredda con Cuba” (vedi immagine sopra).

E infatti chi poteva arrivare a sanzionare i cubani per non aver accontentato il nostro desiderio di avere nuovi martiri? Nientepopodimeno che Diego Fusaro, la nuova stellina pop dell’anticapitalismo con cattedra all’università di Don Verzè.

fusaro

Perchè, sia chiaro, chi combatte nel terzo mondo deve sacrificarsi fino a dare la vita o condannare il proprio popolo alla penuria eterna, altrimenti è un ipocrita e un traditore. Chi filosofeggia nel primo mondo, invece, può tranquillamente sparare stronzate.

Il prossimo passo è la difesa del muro di Israele, non osino i palestinesi toglierci la nostra causa preferita.

Madiba e Fidel

Mandela è morto. Dio ci salvi dall’ondata di retorica appiccicosa e pelosa che ci travolgerà.

Qualche mese fa un amico mi chiese perchè secondo me Mandela era così universalmente accettato mentre Fidel è usato dai media mainstream al posto del babau.

Per essere chiari, onore al compagno Mandela.

Per essere chiari, onore al compagno Mandela.

Questa la mia risposta:

Te non fai domandi, imposti dei saggi…

per questo sei impagabile

1) Bisogna purtroppo partire dal fatto che la figura di Mandela è strumentalizzabile, nelle ultime apparizioni pubbliche era evidentemente assente. Fidel invece compare lucido, di sicuro non vedremo mai Bono con Castro…

2) Ai tempi della revolucion, Fidel provò subito a normalizzare i rapporti con gli USA, ma non ci riusci perchè i ‘mmeregani pensavano di poter rovesciare Cuba facilmente. Previsione sbagliata, comunque la rivoluzione cubana ha creato un piccolo stato isolato dal resto dei suoi vicini. La fine dell’apartheid in Sudafrica fa parte di una serie di democratizzazioni nei paesi allora emergenti come Corea del Sud e paesi sud americani. In quel periodo si integravano più strettamente negli scambi internazionali e passavano da governi militari/autoritari a elezioni multipartitiche. In pratica economicamente la differenza è che in Sudafrica c’erano un settore minerario e automobilistico che non si poteva isolare, con Cuba invece han detto “vabbè le zoccole le importiamo da Haiti, allora”
3) Mandela invece era riuscito a rendere impresentabile il regime sudafricano, nessuno poteva pensare di isolare Mandela senza passare per un amico dell’ultimo regime razzista al mondo. Poi, politicamente era il momento del trionfo delle elezioni multipartitiche e l’African National Congress ha gestito la transizione per arrivare alle elezioni.
4) Ultimo, la pacificazione voluta da Mandela includeva anche la salvaguardia di determinati interessi economici stranieri nel paese, un po’ come Lula in Brasile