Tsipras comincia a ballare: veto della Commissione Europea sull’elettricità gratis in Grecia

Scrive Paul Mason direttamente sul suo facebook:

Con un preavviso di appena 24 ore la Commissione Europea ha posto il veto a un’importante legge la cui discussione è stata programmata per domani al Parlamento Europeo. La cosiddetta “Legge sulla crisi umanitaria” prevede l’erogazione di energia elettrica gratis ad alcune famiglie e misure contro la povertà tra pensionati e senzacasa.

In una comunicazione visionata da Channel 4 [tv pubblica britannica per cui lavora Mason, ndt], Decland Costello (direttore per gli affari economici e finanziari della Commissione) ha però ordinato al governo guidato dalla sinistra radicale di fermarsi. E’ stato posto il veto anche una legge, prevista per il passaggio in parlamento per giovedì, che permetterebbe di pagare in rate gli arretrati fiscali.

La mossa arriva mentre il primi ministro greco Alexis Tsipras ha richiesto che al summit di giovedì vengano svolti colloqui a cinque[Tsipras, Draghi, Juncker, Merkel e Hollande, ndt], e in vista di una decisione cruciale della Banca Centrale Europea sulla ripresa dei prestiti alle banche greche.

La lettera di Costello dice:

Durante la teleconferenza di questa notte avete menzionato il passaggio parlamentare pianificato per domani della legge sulla crisi umanitario. Da quello che dire capiamo che altre iniziative, come la legge sulla rateizzazione, sono pianificate per andare a breve in parlamento.

Vi sollecitiamo fortemente a condurre prima le dovute consultazioni, incluse quelle sulla coerenza con gli sforzi di riforma. Ci sono molte questioni da discutere e vanno discusse come un insieme coerente e unitario. 

Qualunque altro metodo rappresenterebbe un’azione unilaterale e frammentarie che non corrisponde agli impegni presi, inclusi quelli con l’eurogruppo annunciati il 20 febbario.”

La Commissione Europea è stata vista come la più conciliante delle istituzioni che venivano indicate come Troika. La lettera di Costello dice, in sostanza, che se il parlamento greco vota la nuova legge domani, si tratterà di una violazione del compromesso firmato dal ministro delle finanze Yanis Varoufakis il 20 gennaio a Bruxelles.

 

 

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Ancora sulla Grecia

Una mia nota sull’accordo-ponte pubblicata dal Collettivo Stella Rossa:
http://www.collettivostellarossa.it/20150222/dopo-laccordo-ponte-sulla-grecia

Aggiungo, ora sui social network Varoufakis dice che la formula che, secondo lui, mette fine ai vincoli di bilancio è “appropriate primary surplus”. E che lui interpreterà qual “appropriate” in maniera creativa. Ma appunto, bisogna vedere che succede lunedì.

Mi pare, uno stallo

La Grecia ottiene un’estensione di 4 mesi (ne chiedeva 6).

Entro lunedì il governo greco dovrà presentare le riforme per poter stare nei parametri. Syriza presenterà le riforme fiscali e la lotta all’evasione fiscale.

Non si fa menzione di riforme del mercato del lavoro, che vuol dire che Syriza potrà andare avanti col ripristino del contratto nazionale di lavoro.

Mi pare che non ci sia da festeggiare, l’austerità non è finita e per i prossimi 4 mesi gli avvoltoi continueranno a volare su Atene. Mi pare non ci sia da urlare alla capitolazione, lo spazio di manovra ottenuto è minuscolo ma si è ottenuto che le riforme non riguardino ulteriore austerità e il mercato del lavoro.

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Per completezza, dopo l’articolo pre-accordo, traduco l’articolo di Paul Mason che contiene delle informazioni interessanti. Ovviamente, non condivido tutto di Mason.

La Grecia ottiene l’accordo. Ma se i dettagli vanno male “siamo finiti”.

 L’eurozona e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto un accordo con la Grecia estendendo il prestito di salvataggio di quattro mesi in cambio di misure politiche di significativo impatto economico agli occhi degli investitori. La seconda parte dell’accordo verrà Lunedì, con la Grecia che presenterà una lista di misure proposte.

In termini calcistici il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha strappato una “sconfitta di misura fuori casa” da quello che poteva essere una sconfitta totale, sia in coppa che nel campionato.

L’accordo non da nulla alla Germania di ciò che voleva. Lascia che la Grecia modifichi gli obiettivi fiscali di quest anno, cioè raggiungere un surplus più ristretto, per quanto non specificato. In più, secondo Varoufakis, c’è una “ambiguità creativa” sui surplus necessaria alla Grecia per andare oltre quest anno.

Secondo, mantiene le parole proposte da Varoufakis giovedì: la Grecia non ritirerà le vecchie misure o proporrà azioni unilaterali “che potrebbero influenzare negativamente gli obiettivi fiscali, la ripresa economia o la stabilità fiscale”, ma con l’aggiunta delle parole “come giudicato dalle istituzioni”. Questo chiarisce chi dovrà  decidere se il programma rivisto dalla Grecia minaccia queste cose [gli obiettivi, la ripresa, la stabilità].

Per lunedì la Grecia deve proporre una lista di misure per poter avere i soldi, ricapitalizzare le sue banche e rinnovare i prestiti. Varoufakis ha parlato di questo alla conferenza stampa come di qualcosa che dovrà essere stabilito insieme, quindi il gioco di forza tra Germania e Grecia, e tutti gli altri nel mezzo, continua. Ma con l’FMI di mezzo, i cui metodi sono considerabilmente meno dottrinari di quelli della BCE rispetto alle proposte di Syriza.

In più la parola “ponte” appare nell’accordo. Dijsselbloem ha detto che questo dovrebbe essere il ponte per ogni accordo futuro e che, in questo senso, è stata superata l’opposizione della Germania ad ogni segnale della possibilità di una fase di transizione.

Parti positive per la Grecia

Penso che Varoufakis abbia ottenuto qualcosa di significativo. Nelle ore prima l’accordo i media greci riportavano che la fuga dai depositi stava crescendo significativamente. Quindi non era la BCE a minacciare la Grecia col controllo dei capitali, erano la banca centrale greca e il ministero delle finanze a sapere che avrebbe dovuto limitare i prelievi entro martedì.

Con questa scadenza ben chiara i negoziatori greci hanno temuto che la posizione che hanno firmato stasera sarebbe ridotta dai suoi oppositori al nulla, cioè alla posizione tedesca. Firmandola subito, loro credono, hanno rimosso il conto alla rovescia e se, come si aspetta Varoufakis, la BCE facesse annunci positivi sul ripristino delle normali linee di credito alle banche greche, le avrebbero messe in sicurezza. Alla conferenza stampa Varoufakis ha detto che le banche sarebbero rimaste aperte “martedì, mercoledì e tutti i giorni successivi”.

Lo scenario peggiore per la Grecia era che, imponendo limiti ai prelievi martedì, FMI e UE li avrebbero presi per i piedi, come Cipro, forzandoli alla capitolazione totale.

La reale sostanza di ciò che è stato concordato sarà decisa quando l’UE/FMI e la BCE diranno si o no alle proposte greche. Il ministro delle finanze tedesco non era presente all’annuncio finale dell’accordo. Quindi bisogna ancora vedere cosa diranno i politici tedeschi.

La Sinistra di Syriza

Varoufakis era visibilmente sollevato. Penso che abbia evitato la fuga dalle banche e la resa totale, ma solo ritirandosi dalle posizioni promesse da Syriza dopo le elezioni.

La sinistra di Syriza criticherà questo e criticherà la condotta di Varoufakis e della sua squadra che sembra essere rimasta stasera con poche frecce al proprio arco. Ma proprio perchè Varoufakis potrà dire “è meglio di come avrebbe potuto essere” mi aspetto che ci sia anche del sollievo e che la rabbia, nelle strade greche durante i prossimi giorni, venga incanalata verso la Germania.

Alla domanda su cosa succede l’UE e il FMI non accolgono le proposte di Syriza lunedì, Varoufakis ha risposto in maniera disarmante:”siamo finiti”. Ma se si trovasse l’accordo, c’è molto che Syriza potrebbe fare su capitoli non legati ai limiti fiscali. I quattro mesi ci porterebbero soltanto alla fine di giugno, che è sempre stato il “periodo delle rivolte” dall’inizio della crisi greca.

La crisi strategica non è finita. Ma il danno alla fiducia e alla solidarietà è reale, con una nazione, la Germania, percepita come impegnata a forzare l’elettorato di un’altra nazione ad arrendersi.

Alla conferenza stampa ho chiesto a Dijsselbloem:”Cosa avete da dire al popolo greco, di cui avete appena distrutto la democrazia?” Ha risposto che non pensava che la domanda fosse obiettiva. Dovremo trovarci d’accordo sull’essere in disaccordo.

 

Lode eterna al compagno Hollande?

La Francia ha rotto con l’austerità. Secondo i parametri del discorso pubblico italiano, parrebbe che Hollande sia ad un passo dalla socializzazione dei mezzi di produzione e dalla proclamazione della seconda Comune di Parigi.

Potrebbe sorgere il dubbio che si stia leggermente esagerando. Leggermente, eh.

Austérité-Hollande

Passata l’elezione a presidente, Hollande non è che si sia dimostrato un cuor di leone nell’andare a trattare con la Germania. Anzi.Facendo un passo indietro di qualche mese, possiamo ricordare il governo Letta, insieme agli altri paesi periferici, sotto i continui sproni dei commissari europei a non abbandonare l’austerità. Nonostante il governo Letta non facesse nessuna dichiarazione pubblica a riguardo. Oggi, alcuni di quelli che sono stati rottamati da Renzi girano l’Italia a raccontare che Letta, insieme agli altri PIIGS, stava trattando in camera caritatis per allentare i vincoli d’austerità. E che a rompere il fronte dei paesi in deficit fosse proprio la Francia di Hollande.

Quanto questo corrisponda al vero e quanto sia un’autogiustificazione per aver sostenuto il governo Letta-Berlusconi, è opinabile. Certo è che Hollande le promesse di ricontrattare i vincoli europei le ha tenute in tasca ed è andato a braccetto con la Merkel.

Anzi, quando si è trovato a prendere delle scoppole elettorali, che gli arrivano dal Fronte Nazionale e dalla destra gaullista, s’è spostato ancora più a destra mettendo Valls a capo del governo e sostanzialmente trombando l’ala sinistra del partito socialista.

ricorda la fine di qualcuno?

Poi, l’annuncio fatidico sull’abbandono dell’austerità.

Ma, esattamente, cos’ha annunciato il ministro delle finanze, Sapin? Ha annunciato che, nonostante i tagli da 50 miliardi della spesa pubblica, il deficit quest’anno resterà al 4,4% del PIL e si prevede di rientrare nei parametri del 3% solo nel 2017. In pratica, i tagli restano, il “rifiuto dell’austerità” evocato da Sapin consiste nel rimandare di due anni il rientro.

Poco o tanto?

Poco, perchè la logica fondamentale dei tagli non viene messa in discussione, perchè la destinazione della spesa pubblica rimane anti-popolare: 50 miliardi di tagli a ciò che è direttamente servizio pubblico e 8 miliardi e mezzo di finanziamenti diretti alle imprese. Poco per far fronte alla crescita del Front National che è primo partito alle europee, primo partito nei sondaggi e che riesce per la prima volta a eleggere senatori.

Appare tanto dall’Italia, dove anni di martellamento europeista hanno fatto passare l’idea che i parametri europei siano davvero qualcosa con un senso assoluto e non il frutto di una contrattazione, tanto che appare rivoluzionario che  si faccia la contrattazione.

Due miserie in un film solo. Appunti su Quando C’era Berlinguer.

  • Appunti, ovvero una forma che uso perché un discorso complessivo e continuativo diventerebbe pesante e retorico. Più pesante e retorico del solito.
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  • Per qualche anno dei poveri ragazzi innocenti saranno costretti a guardare Quando C’Era Berlinguer dai loro insegnanti intelligenti di sinistra. Veltroni propone un film con la retorica “è il mio punto di vista emozionale” ma con l’intento reale di farlo diventare il punto di vista da cui viene comunicata ai giovani la figura di Berlinguer. E l’intera storia nazionale di quegli anni.
  • La prima manifestazione che Walter Veltroni ha ripreso col super8. Tra quelli della Federazione Giovanile scorrono volti di compagni ed ex compagni famosi. Hanno tutti diritto a una parola buona e a una menzione della carriera successiva: chi capitano d’azienda, chi traditore che si vanta di essere stato al soldo dei servizi segreti. Poi c’è una compagna che non ha questi diritti, lei è solo la ragazzina dai capelli rossi di cui Walter è innamorato. E tanto deve bastare a definirla.
    Non è solo il patetico accostarsi a Charlie Brown, è la narrazione del “facevamo i comunisti perché c’erano tanto gggiovani e si trovava da scopare, non perché credessimo veramente al socialismo”. È la stessa narrazione che spaccia la figura della giornalista impegnata ne La Grande Bellezza.
  • Parlano solo quelli che promossero o quantomeno accettarono la scelta di sciogliere il PCI: Macaluso, Napolitano, Scalfari, Tortorella e Ingrao.
  • L’unica eccezione è il terrorista Franceschini. Curiosamente. Ma neanche troppo. La destra del fu movimento operaio e l’ala sinistra terroristica sono concordi nel giudicare il PCI un partito “socialdemocratico di fatto”, naturalmente avviato sulla strada del Partito Democratico.
  • Lucio Magri nel Sarto di Ulm spiega perché non era d’accordo con l’idea del PCI socialdemocratico. Magri s’è suicidato risparmiandosi il film di Veltroni. Ma tanti altri sono vivi e potevano portare un contributo critico. Quelli del PdUP, quelli del Manifesto, quelli di Democrazia Proletaria, quelli di Lotta Continua. Veltroni sceglie un Brigatista che gli fa comodo. Perchè quella di Veltroni è un’agiografia
  • Le agiografie di Berlinguer hanno un problema: devono esaltare un periodo e glissare sull’altro. Veltroni ovviamente esalta il compromesso storico (ignorandone il fallimento totale) e tratta il “secondo Berlinguer” come un incidente di percorso. Macaluso dice che la lotta alla FIAT dell’80 “naturalmente era sbagliata”. L’austerità berlingueriana viene assunta acriticamente ed è ovviamente la stessa cosa di quella montiana.
  • Si aspettano prove tangibili di come la classe e/o il paese abbiano tratto giovamento dalla sconfitta della lotta sbagliata alla FIAT
  • Altrettanto problematica è l’agiografia del Berlinguer che guida le lotte e contrasta la DC.
  • Per Veltroni durante il compromesso storico gli unici motivi di contrasto con la DC furono i temi etici. Come se si stesse parlando della lotta tra la componente ex ds e quella ex margherita nel PD.
  • Per Veltroni il triennio culmine del compromesso storio fu un triennio di vittorie elettorali. Lo spettatore inconsapevole (che è il vero target del film) è portato a pensare che il PCI fosse primo partito e governasse.
  • Il PCI non ha mai governato. Anzi, s’è svenato per sostenere governi che lo prendevano a pesci in faccia e ha dilapidato il consenso accumulato nelle avanzate elettorali. Nel film di Veltroni si arriva al governo Andreotti senza PCI del ’78 senza che vi sia una qualsiasi spiegazione. Eppure tutto sembrava filare liscio…
  • “Vincere le elezioni” è l’unico scopo della politica odierna. Lo spettatore inconsapevole non sa che negli anni ’70 “vincere” significava che il PCI avanzava e la DC arretrava.
  • Per fortuna in mezzo a tutto questo viene intervistato un ex ambasciatore americano che ricorda che comunque il PCI al governo non l’avrebbero mai accettato.
  • Si parla solo marginalmente della strategie della tensione, delle bombe, dell’eversione nera. Naturalmente, se ne parla per accomunare “gli opposti estremismi”
  • Del capo del PCI se ne parla da terrazze romane, dalle ville toscane. Ne parlano giornalisti, brigatisti, alti dirigenti politici.
  • Da un corpo sociale di milioni di persone si seleziona ciò che è compatibile col PD degli anni’10.
  • Dal film di Bertolucci sui funerali di Berlinguer viene estratto solo l’intervento di un bambino impomatato ed evidentemente imbeccato a dire che Berlinguer era stato bravo perché aveva fatto il compromesso storico.
  • L’unico momento in cui la commozione è reale è quando parla Silvio Finesso, operaio e dirigente locale del PCI che ha accompagnato Berlinguer nell’ultima giornata padovana. L’unico a essere intervistato in una casa normale. La commozione di Napolitano è di plastica.
  • I simboli comunisti e tutto l’armamentario ideologico del PCI vengono mostrati esplicitamente solo dopo un’ora e mezzo di film. Quando ormai lo spettatore inconsapevole è convinto che il PCI fosse comunista solo di nome. All’inizio del film bisogna tendere l’orecchio sotto gli sproloqui di Veltroni per sentire la folla che scandisce “viva il grande Partito Comunista di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer!”
  • Togliatti è il male, Togliatti aveva un partito piccolo chiuso sulla classe operaia e settario. Longo neanche esiste.
  • Il film non è una miseria solo sotto il punto di vista politico. Sotto il punto di vista artistico è il trionfo di una retorica appiccicaticcia. Musiche commoventi e bianconero come se fosse un servizio di Studio Aperto. Il paragone aulico e incomprensibile tra Berlinguer e l’esploratore Cook.
    L’intervento dell’artista Jovanotti.
  • La posizione di Pasolini è distorta, ma di questo ne hanno già parlato su Valigia Blu.
  • Viene citato il Qualcuno Era Comunista di Gaber. Per la precisione, il pezzo che dice “qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a un razza che voleva spiccare il volo… per cambiare veramente la vita. No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.”
  • Tralasciando però il finale:”E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”.

Micromega e altri regali riciclati.

La grande piaga sociale dei regali di Natale riciclati, una di quelle cose che riempie per un mese le trasmissioni radiofoniche di ciacole, telefona la Mariuccia di Caspoggio e racconta di quando il Giuseppe ha regalato al marito Mario la cravatta col logo dei mondiali di sci di Bormio regalata anni prima dalla stessa Mariuccia al Giuseppe.

Un effetto simile me lo fa leggere le interviste degli intellettuali di Micromega che, puntuali come la replica natalizia di Una Poltrona Per Due, sotto elezioni tornano a cercare un carro su cui cui salire.

Puntuali come le replice, ma senza Jamie Lee Curtis

Puntuali come le repliche, ma senza Jamie Lee Curtis

Alle Europee 2014 il carro pare essere quello della candidatura alla Presidenza della Commissione Europea di Alexis Tsipras, giovane, belloccio e soprattutto greco e del Partito della Sinistra Europea. Soprattutto perché, essendo la Grecia e la Sinistra Europea due cose molto distanti dal dibattito politico italiano, questi intellettuali si sentono di poter dire cose a caso.

Ha cominciato Barbara Spinelli con un’intervista al quotidiano greco Avgi (l’organo ufficiale di Syriza) in cui ventilava l’ipotesi di una lista civica a sostegno di Tsipras che puntasse alla costituzione, nientemeno, degli Stati Uniti D’Europa. Pochi giorni dopo ha aggiunto il carico da undici Flores D’Arcais con un’altra intervista, sempre ad Avgi, in cui chiarisce che i partiti della sinistra radicale non dovranno far parte della lista che dovrà nascere, invece, da scrittori, filosofi, sociologi, scienziati, personalità del cinema, della musica ecc .

L’intervistatore fa notare a più riprese a D’Arcais che la candidatura di Tsipras è la candidatura del presidente di un partito di sinistra radicale (Syriza) decisa da una coalizione di partiti comunisti e della sinistra radicale (la Sinistra Europea, appunto). La geniale risposta di D’Arcais è che l’unica vera forza di sinistra in Europa sarebbe Syriza e che, per motivi chiari solo allo stesso D’Arcais, quest’ultima coinciderebbe col suo vecchio progetto del partito azionista di massa.

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L’intervista di D’Arcais contiene molti altri passaggi problematici (per dirne una, si arroga il merito dei referendum sull’acqua…) ma il punto principale è quello: il suo progetto politico.

1)      D’Arcais è da trenta anni convinto che esista una sinistra diffusa che potrebbe essere facilmente maggioritaria nel paese e avviare una stagione di riformismo. Questo processo virtuoso sarebbe bloccato dalla presenza dei partiti comunisti che, inseguendo l’impossibile sogno della rivoluzione, impediscono alla sinistra diffusa di vincere. Non a caso D’Arcais ha dato una mano a Occhetto nello scioglimento del PCI. Vale appena la pena di notare che è un po’ ridicolo attribuire a Rifondazione Comunista del 2013 la stessa influenza sulla sinistra del Partito Comunista Italiano del 1983. Forse, la cosiddetta sinistra diffusa ha dei problemi suoi.

2)      Il progetto politico del partito azionista di massa fallisce da vent’anni. D’Arcais e soci hanno provato a costruirlo col Partito Democratico della Sinistra, ma ne uscirono perché, orrore, il PDS si schierò contro i bombardamenti su Baghdad. Altri tentativi furono fatti con la stagione dei girotondi, con il Popolo Viola, con la lista di cittadinanza insieme a Di Pietro e allo scrittore Camilleri (mai arrivata sulle schede elettorali, per fortuna) e, da ultimo, con Cambiare Si Può.

3)      Il primo punto in comune tra tutti questi progetti è l’elettoralismo. Nascono tutti con l’obiettivo di far prendere a questa o a quell’organizzazione una posizione elettorale che favorisca la nascita del partito azionista di massa. Tradotto: voi vi presentate alle elezioni, raccogliete i voti e poi li portate a noi. Non è un caso che non trovino mai qualcuno disposto a fare un lavoro del genere.

4)      Il secondo punto in comune è la base sociale del progetto politico. Intellettuali che si rivolgono alla classe media. Non alla classe media in toto, alla classe media cosiddetta riflessiva, ovvero a quella classe media acculturata, tendenzialmente che lavora come impiegati nelle grandi imprese private o nel pubblico, tendenzialmente che legge Repubblica e Micromega. Peccato che questo tipo di classe media sia minoranza all’interno della stessa classe media. Il ventennio forzaleghista ci dimostra che la classe media è frantumata ai margini di un sistema produttivo fatto di piccola impresa e piccolo commercio che vive a cavallo dell’illegalità, figuriamoci quanto interessata all’azionismo legalista. Una base sociale così ideata, da una parte non crea legami sociali con la classe media realmente esistente, dall’altra chiude qualsiasi legame con le classi popolari.

5)      Le interviste di Spinelli e D’Arcais, pur attaccando giustamente l’austerità europea, non fanno altro che promuovere per l’ennesima volta il progetto del partito azionista di massa provando ad accreditarsi in Europa come degli attori capaci di mobilitare del consenso elettorale. L’Italia, tra i grandi paesi, è oggettivamente l’anello debole della Sinistra Europea, Micromega si propone su Avgi come capace di un risultato tra il cinque e il 10%, un soggetto da imbarcare mentre si scarica il PRC, vecchio referente italiano ormai completamente bollito.

6)      Ancora una volta un ragionamento puramente elettoralista. A parte che non si capisce da dove si dovrebbero materializzare i milioni di voti che porterebbero la Lista dei Professori al 10%, il punto è che, in realtà, il progetto politico di D’Arcais e Spinelli centra poco con quello del Partito Della Sinistra Europea.

7)      Il punto in comune, e comunque non è poco, è l’opposizione all’austerità. C’è però da dubitare che Spinelli con “opposizione all’austerità” intenda la stessa cosa che intendono in Europa, il fatto che magnifichi il ruolo del defunto marito Padoa Schioppa, ministro tecnocratico del secondo governo Prodi e fautore di manovre finanziarie assai austere, lascia intendere che si parli più di un’austerità dal volto umano che di una logica completamente diversa.

8)      Spinelli e D’Arcais inseriscono nei loro interventi una dosa assolutamente fuori controllo di personalismo. Parlano solo della candidatura di Tsipras, come se si trattasse di un’elezione presidenziale slegata dall’elezione per il Parlamento Europeo. Non è così. È una proposta che lega insieme vari partiti sulla base di un programma condiviso e approvato da un Congresso che si è appena svolto. Parlando solo della candidatura di Tsipras gli intellettuali di Micromega vogliono depotenziare l’alleanza della Sinistra Europea, addirittura delegittimano tutti i componenti che non sono Syriza sostenendo che, per fare gli esempi più noti, Izquierda Unida, Front de Gauche e Die Linke non sono forze in grado di giocare un ruolo nella politica dei loro paesi.

9)      La personalizzazione attorno ad Alexis Tsipras serve anche a rimuovere ciò che il suo partito, Syriza, in realtà è. Ovvero, Syriza è stata prima una coalizione tra il Synaspismos (uno dei due partiti comunisti greci, l’altro è il KKE che a lungo è stato il più forte dei due) e altri partiti, movimenti e personalità della sinistra greca. Vale appena la pena di notare che con “personalità” non si intendono attori e cantanti, ma persone come il comandante partigiano Manolis Glezos. La trasformazione di Syriza da coalizione rissosa in partito unito è stata, di fatto, la maniera in cui il Synaspismos ha lentamente annesso tutti gli altri gruppi all’interno di una struttura organizzata gerarchicamente. Una costruzione che ha avuto un passaggio fondamentale nell’organizzazione di una corrente sindacale (che sta “rubando” sia da quello dei socialdemocratici che da quella dei comunisti del KKE, storicamente più radicati nel sindacato) e nel radicamento di massa, specialmente nei quartieri delle città più grandi. Di fatto, Syriza si radica tra la masse della classe media impoverita dalla crisi e cerca di costruire l’alleanza con le classi popolari. Syriza è un progetto che, se avesse ragionato in maniera elettoralistica, sarebbe stato dato per morto 10 anni quando prendeva percentuali da prefisso telefonico. Di fatto, l’opposto del riciclaggio progetto azionista di Micromega.

E adesso…

… un bell’esecutivo di scopo. Cioè un governo con il PD, Monti, Vendola, i dissidenti grillini e i berlusconiani buoni che fa una legge finanziaria lacrime e sangue e dà tutto il tempo a Berlusconi e alla Lega di fare la parte degli oppositori all’austerità e magari cavalcare i sentimenti anti euro.

Poi, mi raccomando, a primavera tutti a stupirsi dei risultati elettorali sotto le aspettative e a dare la colpa al popolo ignorante che non capisce.