Lo “spionaggio” al G8 in Russia.

Premessa: è ovvio che tutti spiano tutti, tutti usano la parola “spionaggio” per quello degli altri e usano simpatici giri di parole come “raccolta di informazioni in maniera riservata” per il proprio.

Detto Questo. Vorreste farmi credere che un capo di stato mette nel proprio computer una chiave USB che non sia la propria ma è quella regalata a un meeting?

Le balle che non ci si inventa pur di non ammettere che i nostri “amici e alleati” mmeregani ci spiano come dei nemici qualunque.

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Ancora sul debito dei governi locali in Cina

La rivista Caixin ha pubblicato delle indiscrezioni sulla revisione del debito avviata in fretta e furia a Luglio. In particolare, viene riportato che il debito dei governi locali ammonterebbe a 14 trilioni di yuan, di cui 800 miliardi verrebbe da villaggi e municipalità (le divisioni amministrative più basse della macchina amministrativa cinese). Caixin aggiunge anche che ci sarebbe dell’ulteriore “debito nascosto” causato dall’uso delle imprese pubbliche come veicolo finanziario dello stato locale. Questo ulteriore debito porterebbe (secondo Caixin) il calcolo a 18 trilioni di yuan.

La vignetta centra poco. Però fa ridere.

A Luglio Chen Long aveva provato a mettere a confronto due stime, una ottimista che seguiva i dati ufficiali del National Audit Office e una pessimista elaborata dall’economista Xiang Huaicheng. 

La stima ottimista portava a un calcolo di 12,1 trilioni di yuan mentre quella pessimista a 20 trilioni.

Rimane da capire quanto la nuova dirigenza del Partito Comunista sia intenzionata a considerare i debiti delle imprese pubbliche come debiti dei governi locali, rimane da capire a quanto ammonti realmente il “debito nascosto”. Quello che è probabile è che se venissero confermate le stime più alte (cosa su cui evidentemente Caixin spinge) si aprirebbero le porte per un nuovo round di fallimenti e privatizzazioni di imprese pubbliche.

Breve Recensione di “Anschluss l’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” di Vladimiro Giacché

Una bella recensione del nuovo libro di Vladimiro Giacchè.

Ca van san dire, la narrazione dei provi tedeschi che prima salvano i fratelli dell’Est reduce dall’orrida dittatura comunista e poi si dedicano a mettere sulla retta gli indisciplinati paesi del Sud, è una narrazione tossica.
Ed è penetrata a fondo anche quello che una volta avremmo chiamato “il popolo della sinistra”.

Finale di partito

Revelli dedica un breve pamphlet al secondo lui, inarrestabile declino del partito politico come istituzione e del concetto stesso di democrazia rappresentativa.

 

Revelli – Finale di partito – Einaudi – 10 euro cartaceo – 6,99 ebook – XII,137 pagine

Per il politologo torinese, soprassedendo a fenomeni superficiali come il peggioramento delle classi dirigenti, la vera causa strutturale sarebbe la fine del modello di produzione fordista, su cui s’innestava il sistema dei grandi partiti strutturati “a integrazione verticale”. Finito il “gigantismo novecentesco” nella produzione, finisce anche il gigantismo nella politica, finiscono i partiti della democrazia rappresentativa e al loro posto si innesta una contesa tra i “tecnici” e la “democrazia del pubblico”. Una democrazia, questa, che al vecchio obiettivo della presa del potere da parte delle classi dominate (o, specularmente, del mantenimento del potere da parte delle classi dominanti) ma il controllo del potere da parte di un “nuovo popolo”. Questo popolo nuovo (contrapposto al vecchio popolo novecentesco, incolto e costretto a delegare alle strutture partitiche) trova la sua espressione attraverso i movimenti e battaglie come quella dei referendum su acqua e nucleare.

L’argomentazione di Revelli è accattivante e sembra rispondere a quello che è un cambiamento innegabile nella struttura produttiva: frammentazione della produzione in miriadi di piccoli luoghi di lavoro, frammentazione dei lavoratori in miriadi di rapporti contrattuali diversi.

Emilia Rossa…

Ci sono però elementi di debolezza nell’uguaglianza di Revelli fra “grandi luoghi di lavoro” e “grandi partiti organizzati come luoghi di lavoro”.

Innanzitutto, il fatto che i partiti si organizzino a integrazione verticale è storicamente vero per i partiti comunisti o socialdemocratici, molto meno per i partiti conservatori, basta pensare alla Democrazia Cristiana. Almeno nel nostro paese, non regge l’identificazione tra grande impresa e grande partito. Se il PCI aveva innegabilmente solidissime basi nelle cinture industriali delle grandi città, il suo più grande radicamento è nelle regioni rosse dell’Italia centrale, regioni che sono paradossalmente anticipatrici di modi di produzione decentrati.

Certo, l’argomento del passaggio dal gigantismo novecentesco al post fordismo può non essere accurato, ma rimarrebbe nel saggio di Revelli una buona analisi dell’innegabile crisi della politica.

Rimane?

La prova del declino della rappresentanza politica è cercata da Revelli nei risultati delle elezioni amministrative del 2012. L’analisi condotta non è delle più rigorose, infatti, si confrontano spesso i risultati delle amministrative con le elezioni regionali lombarde del 2010 e in generale elezioni non omologhe tra di loro. In ogni caso, Revelli rileva il tracollo elettorale della Lega Nord e del PdL come, in misura minore, quello del PD e dei suoi alleati di centrosinistra. Il tutto coronato dal fatto che il Movimento 5 Stelle non riesce a raccogliere i voti in fuga dai partiti tradizionali

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Sfortunatamente per Revelli, pochi mesi dopo la stesura del libro ci sono state le elezioni politiche e regionali in Lombardia. Proprio nei comuni presi ad esempio dall’autore, Maroni è riuscito a mantenere voti se non a incrementare rispetto alle regionali precedenti, sia in termini percentuali sia di voti assoluti. Soprattutto, a livello nazionale, s’è verificato proprio quel recupero di voti da parte del Movimento 5 Stelle, che proprio in quel periodo si rivelava a tutti come una struttura fortemente gerarchizzata a integrazione verticale.

Revelli vs. The World

 La crisi della democrazia non è descritta da Revelli come una crisi solo italiana, percorre l’intero globo. Se almeno in Italia l’autore prova ad affidarsi ai dati elettorali, per l’estero si limita a un excursus sull’affluenza decrescente alle elezioni americane (dove però il modello del partito strutturato non ha mai attecchito) alla cronaca della diminuzione degli iscritti ai partiti in Europa e dell’indice di fiducia (qualunque cosa questi sondaggi misurino).

In chiusura di recensione, rimane l’immagine iniziale del pamphlet: nella Grecia devastata dalla crisi, rimbalzata a un’economia da dopoguerra, il Partito Socialista Panellenico è crollato al 4%. Quello che Revelli dimentica, è che Syriza è balzata al 26,9% e, mentre il libro veniva scritto, completava il passaggio da coalizione di partitini e movimenti a partito strutturato.
Provaci ancora Marco, la prossima volta, con più serietà.

Priebke

Si, non bisogna essere soddisfati, l’unica maniera di essere soddisfatti sarebbe stata fucilarlo nel ’45.

No, il fatto che ora sia un cadavere non rende la sua sepoltura un fatto privato. Se un ex gerarca nazista si sente in dovere di lasciare un “testamento” dove rivendica tutto quello che ha fatto e dà la colpa agli ebrei che erano troppo ricchi, è una questione politica, se un branco di preti fascisti si offre di officiare il rito religioso, è una questione politica, se sulla sua tomba andranno a fare le gite domenicali come a Predappio, è una questione politica, se per di più si prova a seppellirlo dove l’occupazione nazista ha colpito più duro, è una questione politica.

Si, prendere a calci un carro funebre non è il più nobile dei gesti, ma chi se ne frega. Le vittime di Priebke il carro funebre non l’hanno avuto.

No, infierire su un morto non rende uguali ai nazisti, i nazisti infierivano sui vivi. Scusate se la differenza è poca.

priebke-migranti

Condannatemi, la storia mi assolverà

Se poi Fidel muore tra breve, sapete chi ha menato rogna.

centrodelfiume

Non mi piace il clamore che suscita la morte di alcune persone importanti. Non permette mai di valutare serenamente la loro vita, bombardati da mille articoli e commenti. Quindi io voglio anticipare i tempi, sperando comunque di non portargli sfiga.

Oggi sono 60 anni da quando fu detta una frase. Fu pronunciata durante l’ultima parte del processo per l’assalto alla caserma Moncada, ma non fu pronunciata in un tribunale. Fu pronunciata da un uomo, avvocato di se stesso. La dittatura di Batista fece di tutto per ostacolare la partecipazione della gente e dei media a quel processo che non poté essere pubblico.

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Il XXI Secolo appartiene alla Cina?

– Il XXI Secolo appartiene alla Cina? Conversazione sul futuro del mondo –
Mondadori 2012, 12 euro

Niall Ferguson (Storico dell’economia, thatcheriano, imperialista, omofobo)

David Daokui Li (Economista, consulente della Banca Centrale Cinese)

Henry Kissinger (Principe delle Tenebre)

Fareed Zakaria (Commentatore liberal, scemo)

Tutti quanti rispondo a una domanda mal posta:”Il XXI Secolo appartiene alla Cina?”

Zakaria (per chi non lo sapesse, sarebbe tipo l’opinionista di punta della CNN e una delle menti più brillanti della sinistra liberal americana)  dimostra di essere realmente poca cosa, ripete luoghi comuni, fondamentalmente non fa altro che rispondere “Loro vorrebbero dominare il mondo ma non possono perchè non fanno il libero e democratico progresso. Quindi meglio prepararsi a fargli la guerra. IU-ES-EI! IU-ES-EI!”

Fergusson e Li rispondo che la Cina dominerà il mondo per pure questioni di numeri, ovviamente con Li impegnato a fare la voce della Pacifica Ascesa:”Avremo i numero più grandi di tutti ma non vogliamo schiacciare gli altri”.

Kissinger, invece, dice che rispondere a una domanda così scema è inutile, è molto meglio chiedersi se Cina e Usa sapranno mettersi daccordo per andare avanti senza farsi la guerra nel futuro mondo multipolare. Ovviamente, Kissinger non è diventato all’improvviso un internazionalista, è più semplicemente un realista vero che vede come inevitabile la creazione di più potenze regionali con cui gli USA dovranno fare i conti rifuggendo da progetti potenzialmente devastanti di guerre di contenimento o altre farloccherie.

Fa specie condividere quello che dice Kissinger? Un poco. Cioè, tanto. Nel frattempo Obama è più daccordo con Zakaria e sposta sull’oceano Pacifico la gran parte della flotta statunitense, preparandosi a combattere la guerra per il Mar Cinese Meridionale. O quantomeno a minacciarla.

– Cristo – brontolò il Console. Con una lunga sorsata vuotò il bicchiere e andò al bar a riempirlo – L’antica maledizione cinese – borbottò.
Melio Arundez alzò gli occhi. – Ossia?
Il Console bevve un lungo sorso. – Un’antica maledizione cinese – disse. – “Possa tu vivere in tempi interessanti.”

Dan Simmons – La Caduta di Hyperion