Riunire la classe, costruire il blocco sociale, lanciare l’alternativa

Editoriale del n. 153 de La Città Futura, a firma mia e di altre compagne e compagni (elenco completo in fondo all’articolo)

Riunire la classe, costruire il blocco sociale, lanciare l’alternativa

Dopo il fallimento del Brancaccio, costruire un’alternativa delle classi popolari.

“L’unità senza principi è una falsa unità”
Ernesto “Che” Guevara

1 Brancaccio: cronaca di un fallimento annunciato

Il fallimento del percorso del Brancaccio segna un punto di rottura nello scenario delle possibili prospettive per la lotta di classe del nostro Paese. Da svariati anni, a ogni turno elettorale, nazionale o non, siamo stati costretti ad assistere a dinamiche sempre meno convincenti. Partiti che portano nel loro nome riferimenti espliciti alla lotta di classe e al comunismo si sono piegati a processi elettoralistici lanciati da realtà e in contesti totalmente refrattari alle esperienze più conflittuali del Paese, senza nessun collegamento rispetto alle contraddizioni che i lavoratori, i disoccupati, gli studenti e tutti gli sfruttati vivono quotidianamente sulla propria pelle.

Ripensando alle esperienze di “Cambiare si può”, “Rivoluzione civile”, “L’altra Europa” e alla miriade di proposte regionali e comunali, non era difficile prevedere che l’Assemblea del Brancaccio sarebbe naufragata appena i nodi fossero venuti al pettine. Le aspettative suscitate sono state spezzate già durante le fasi della prima assemblea con l’estromissione dei compagni di “Je so’ pazzo e l’allontanamento dei rappresentanti del PCI, per lasciare posto ai vari D’Alema e Bersani. Nei fatti, la prima parola d’ordine, riecheggiata nelle parole dei “garanti” dell’assemblea del 18 giugno, è stata la “costruzione di un’unica lista a sinistra alle prossime elezioni politiche”. Elettoralismo e unitarismo senza contenuti contro cui, oggi possiamo dirlo, poco hanno potuto fare quelle voci dissenzienti che provavano ad articolare un ragionamento radicale, in quella occasione come nei momenti di confronto locali successivi. Chi ancora poteva essere onestamente convinto delle potenzialità di questo percorso lo era perché ancora una volta raggirato dalla retorica della “sinistra unita” sbandierata per sommi capi dagli intellettuali di turno ed in maniera del tutto autoreferenziale e subalterna alla sinistra liberale, imperialista e settaria.

Sì, settaria: preferendo l’opportunismo elettoralistico alla costruzione di una reale prospettiva che a partire dai conflitti e dalle forze sane della realtà sociale e politica sapesse guardare alle elezioni come vera forma di rappresentanza, si escludevano dal proprio bacino di influenza milioni di cittadini, in primo luogo lavoratori e giovani studenti, che rifiutano la politica perché essa non è capace di rappresentarli. Rigettando le realtà conflittuali, le esperienze di lotta e le organizzazioni che ogni giorno combattono contro le ingiustizie del capitalismo, si perfezionava una precisa volontà di epurare le posizioni di rottura dal dibattito e dalla costruzione della lista.

In questo risiedono, in primo luogo, le ragioni del fallimento del Brancaccio: la proposta era, in origine e per sua natura, una proposta elettoralistica e opportunista che non aveva interesse a rappresentare e a dare voce e soggettività politica a chi ogni giorno è vittima del capitale. La successiva pantomima che ha coinvolto il Movimento dei Progressisti e Democratici non ha causato di per sé il fallimento del Brancaccio, bensì ne ha concretizzato le contraddizioni che le componenti più avanzate avevano fin dal principio denunciato: a cominciare dalla compromissione di MdP con tutte le politiche neoliberiste, dall’appoggio ideologico alle riforme delle pensioni, alla cancellazione dell’articolo 18 e alla complessiva stretta dell’austerità perpetrata contro la classe lavoratrice. La precipitazione degli eventi, dovuta essenzialmente all’accordo col PD sui collegi elettorali e che ha visto coinvolte le forze moderate del Brancaccio (MdP, SI, Possibile), ha smascherato la realtà dei fatti.

Nel quadro desolante attuale, molti compagne e compagni hanno guardato con interesse a questo ennesimo tentativo di “unità della sinistra“. Una speranza mal riposta, ma assolutamente comprensibile. La realizzazione di questa aspettativa passa in primo luogo attraverso un differente modus operandi, che tragga consapevolezza dal fatto che le classi subalterne non possono trarre reali benefici da accordi fatti a tavolino fra le segrete stanze del primo soggetto che si proclami genericamente di sinistra. Noi non facciamo politica per placare la nostra delusione. Noi facciamo politica per organizzare le classi popolari, per migliorare le nostre condizioni materiali e, in prospettiva, per costruire un’alternativa al capitalismo imperialista. Per questo, dobbiamo ripartire dalla dura realtà dei fatti.

2 Il mondo reale della classe

Nella realtà, in Italia, la classe lavoratrice è quella che ha di gran lunga subito maggiormente gli esiti peggiorativi delle riforme della scuola, dell’università, della sanità e del lavoro. Gli effetti della crisi capitalistica e delle guerre imperialiste con il loro strascico di flussi migratori, da un lato lasciano le classi subalterne sole davanti all’attacco della grande borghesia e dall’altro le danno in pasto ai rinascenti gruppi neofascisti di chiara matrice razzista e xenofoba, che, come sempre, fanno dell’insicurezza sociale un grimaldello a protezione delle classi dominanti.

Dopo trent’anni di politiche neoliberiste di contrazione salariale, liberalizzazioni e precarizzazione, le politiche di austerità sono diventate il “nuovo normale” in nome dell’uscita dalla crisi che ormai ha assunto durata decennale e strutturale. Dopo un decennio di crisi non andiamo verso anni di espansione: l’austerità, la disoccupazione di massa, la perdita di capacità produttiva sono diventate anch’esse strutturali. I cambiamenti nella struttura economica sono stati sigillati dalle riforme dei governi neoliberisti susseguitisi sotto casacche di centro-destra e centro-sinistra: una scuola pubblica dell’obbligo indirizzata a una segregazione classista; la diminuzione del 10% delle iscrizioni all’università che significano l’espulsione di interi settori popolari dall’istruzione superiore; la liberalizzazione dei rapporti di lavoro e l’assalto alle strutture sindacali che rifiutano di diventare puri fornitori di servizi fiscali ed interpretano il proprio ruolo di conflitto e organizzazione dei lavoratori; la repressione delle conflittualità sociali e la criminalizzazione dei flussi migratori.

Un nuovo ordine, suggellato e protetto dalle istituzioni dell’Unione Europea: istituzioni in cui non solo trovano origine e primo sostegno tutte le politiche di impoverimento dei popoli europei, ma che hanno anche favorito un processo di concentrazione, potenziamento e liberazione dei capitali, in particolare finanziari. Istituzioni tutte conniventi con gli impulsi imperialistici e guerrafondai del XXI secolo, come in Libia così in Ucraina. Istituzioni che, non in grado di dare risposte ai bisogni sociali delle loro popolazioni, sono ancor meno capaci di curare i bisogni di accoglienza delle popolazioni in fuga dalla guerra e dalla miseria, spesso frutto dell’imperialismo degli stessi Stati Europei. Questi uomini e donne diventano così nuovo soggetto da utilizzare per gli interessi capitalistici nazionali, nuova carne da cannone per la criminalità, il lavoro nero, lo sfruttamento più bieco. Ma diventano, anche, merce di scambio e fonte di profitto per i governi con cui le istituzioni Europee stringono patti per il regolamento dei flussi, dando loro ossigeno finanziario e copertura diplomatica. A Est finanziamo governi carnefici, a Sud regimi di prigionia schiavistica. È questo il nuovo volto dell’imperialismo, oggi ancor più sviluppato rispetto a 100 anni fa quando il suo potere venne incrinato per la prima volta nella Storia dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Siamo, ormai, in un nuovo assetto sociale e politico, tutto orientato a radere al suolo diritti economici e sociali a livello di massa, a creare nuove e più acute contraddizioni tra soggetti sociali: frammentati, disorientati, in lotta per la sopravvivenza materiale, i pezzi sparsi – antichi e nuovi, italiani e stranieri – della nostra classe di riferimento hanno sempre meno armi politiche, sociali e culturali di difesa. Mentre starebbe il momento di passare all’attacco.

3 Lotte di classe in Italia

Eppure, anche in questo contesto di incapacità organizzativa, alcuni elementi di contrattacco ci sono. Si evidenziano elementi di conflittualità, frammentata e a volte localistica, che vanno dall’esperienza ormai lunga più di vent’anni della Valsusa ai movimenti per il diritto alla casa, passando per le lotte degli operai della logistica, della ex Almaviva, delle tante rivendicazioni sindacali sparse in tutto il paese, fino alle lotte dei braccianti e alle grandi vertenze dell’Alitalia e dell’Ilva di Taranto. Alcune di queste lotte hanno per forza di cose caratteristiche difensive e temporanee, altre riescono già a darsi prospettive e forme organizzative più larghe. In particolare, il tentativo dei sindacati di base di declinare in ambito nazionale le vertenzialità diffuse e trasformarle in uno sciopero nazionale è riuscito, al netto delle adesioni parziali delle altre organizzazioni di classe. Le giornate del 27 ottobre e del 10 novembre, in cui sono stati proclamati scioperi con piattaforme rivendicative avanzate, hanno visto un’importante fetta del mondo operaio e salariato fermarsi.

A dimostrare che ci troviamo in una fase in cui i semi di un esteso e organizzato conflitto possono essere gettati, sta il fatto che lotta sindacale e lotta sociale sembrano finalmente intrecciarsi profondamente: non perchè organizzazioni sindacali provano a sostituirsi ad altre organizzazioni sociali o politiche, ma perché i sindacati più conflittuali acquisiscono coscienza per estendere le proprie rivendicazioni oltre la sfera della vertenzialità e le politicizzano, così come è avvenuto con la manifestazione di sabato 11 novembre a Roma. Indetta da Eurostop con un fondamentale apporto organizzativo di USB, quella mobilitazione è diventata poi catalizzatore di una larghissima fetta del “No sociale” al referendum costituzionale. È la dimostrazione che ancora esiste e si organizza un pezzo di società che vuole cambiare lo stato di cose attuale agendo sui rapporti di forza, più che affidando la rappresentanza parlamentare al consumato circo del centro-sinistra. Il successo del corteo non si è misurato solo nei numeri ma anche nella sua composizione, che mostra quali siano i settori sociali più avanzati. La necessità di coniugare organizzazione e lotta è emersa contemporaneamente anche nella manifestazione nazionale del PC e del FGC di sabato 11 novembre. Oltre a esplicitare rivendicazioni attuali per il lavoro e per la pace, essa ha segnalato l’urgente bisogno di una proposta di fase comunista, sebbene non possa essere sottovalutato che questa urgenza rimanga tuttora frammentata, da connettere necessariamente alle mobilitazioni più larghe.

4 Proposte politiche per il blocco sociale

Il fallimento del Brancaccio rappresenta oggi un’opportunità per la lotta di classe nel nostro Paese.

L’appello lanciato dai compagni dellEx OPG “Je so’ Pazzo” per un’assemblea popolare il 18 Novembre ci sembra porre finalmente un buon punto di partenza per la costruzione di uno spazio pubblico in cui si possa costruire un fronte utile alle classi popolari tra le realtà autorganizzate di lotta, di conflitto e di mutualismo e le organizzazioni di classe attive a livello nazionale, come i partiti comunisti, i sindacati di base e i soggetti promotori di Eurostop. Siamo consapevoli delle differenze – teoriche e pratiche – tra le diverse realtà che hanno aderito all’assemblea di Sabato 18 Novembre, ma pensiamo che sia una possibilità di aprire un confronto fra quanti elaborano un’analisi e una proposta di classe alternativa a quella del capitalismo e pensiamo che debba essere un passo in un percorso più lungo.

Questa apertura si presenta vicinissima alla prossima scadenza elettorale nazionale. Eppure, per essere veramente efficace nel restituire soggettività e protagonismo alle classi subalterne, e per evitare qualunque appetito opportunistico, questo percorso deve provare a guardare oltre una lista elettorale a rischio di autoreferenzialità: si deve porre la prospettiva di lungo termine della ricostruzione di un blocco sociale. In quella assemblea dovremo, tutti, partire da un confronto di ampio respiro su temi, programmi e prospettive per rilanciare la lotta di classe in questo Paese. Con questo spirito, dobbiamo mirare ad un fronte unitario tra i partiti comunisti, i sindacati conflittuali, i soggetti promotori di Eurostop, i collettivi e le realtà autorganizzate, i movimenti sociali. Il blocco sociale si riunisce intorno ad alcune proposte su come organizzare i soggetti subalterni e su quale programma di lotta dar loro. Noi facciamo le nostre proposte: dobbiamo puntare alla ricomposizione delle lotte nei luoghi di lavoro, che parte dall’analisi della composizione della classe sociale di riferimento, elemento essenziale per qualsiasi presupposto di rappresentanza. Dobbiamo puntare a stimolare la presa di coscienza dei soggetti sfruttati che non sono in lotta o che non hanno voce, come gli immigrati. Il programma dovrà essere di seria modifica radicale dei rapporti di forze sociali ed economici: partendo dal tema delle nazionalizzazioni e del possesso dei mezzi di produzione, della pianificazione economica, della restituzione dei diritti allo studio, alla salute e all’abitare. In tutto questo, non potrà non avere un ruolo la questione dell’uscita dalla Nato, dalle strutture di guerra imperialista, e dall’Unione Monetaria e auspichiamo anche che si apra una discussione seria e scevra da pregiudizi e accuse strumentali di sovranismo sulla permanenza stessa nell’Unione Europea. Questi sono gli elementi che riteniamo possano essere il collante di un nuovo fronte politico, sindacale e sociale, che sappia, in prospettiva, entrare nelle contraddizioni della società dando rappresentanza a operai, studenti, immigrati, tentando poi di proiettarli verso la guida del Paese.

Autori: Angelo Balzarani, Joseph Condello, Marco Nebuloni, Alessandro Pascale, Chiara Pollio, Paolo Rizzi, Emanuele Salvati, Marcello Simonetta, Lia Valentini

Apparso originariamente su https://www.lacittafutura.it/editoriali/riunire-la-classe-costruire-il-blocco-sociale-lanciare-l-alternativa.html

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Ma perchè? Perchè NO.

Mancano due settimane al referendum costituzionale.

È ora della predica su come voto.

1 – Voto NO perché sono ideologicamente contrario

Questa è davvero la riforma di JP Morgan, è una riforma anti lavoro, pro capitale.

Ne ho parlato su La Città Futura:

Non è difficile vedere come la riforma di Boschi e Renzi risponda – quasi – punto per punto alle critiche di JP Morgan. Considerando solo i cambiamenti tecnici, la riforma rafforza il ruolo del governo sul parlamento e rafforza lo stato centrale sulle regioni. Oltre ai provvedimenti tecnici, quello che non può passare inosservato è che le ragioni avanzate dalla riforma sono esattamente quelle di JP Morgan: quante volte ci hanno detto negli ultimi anni che “si deve cambiare”, detto come un obbligo assoluto? Esattamente questo obbligo di cambiare è l’ultimo punto sollevato dalla banca d’affari: non ci deve più essere il diritto di resistenza contro i cambiamenti, che si tratti della riforma costituzionale, dell’ennesima riforma del lavoro o dell’ennesima riforma dell’istruzione

2 – Voto NO perché la vittoria di questa riforma significa nessuna riforma per i prossimi 20 anni

La Costituzione va riformata, non è perfetta.

Alcune questioni veloci:

L’Articolo 81, dopo la riforma del 2012 c’è il principio di pareggio di bilancio in Costituzione. Come riporta Giacché, questo sta avendo conseguenze grosse perché il principio del pareggio viene fatto prevalere sugli altri principi costituzionali. In questa maniera qualunque ragionamento su applicare la prima parte della Costituzione è sterile.

L’articolo 11: lo invochiamo continuamente ma – ora come ora – non è l’articolo che ci impedisce di fare la guerra ma l’articolo – attraverso il secondo comma – diventa il ricettore automatico del “diritto internazionale”, cioè NATO, trattati europei, austerità e altre spiacevolezze.

Questioni di genere: ovviamente erano questioni che in Costituente erano – in gran parte – di là da venire.

Ora, se passa ora una riforma impostata in una direzione completamente diversa, chiunque desideri altri tipi di riforme resta fermo al palo. Quindi, è assolutamente falso che l’importante è cambiare.

Andrebbe poi discussa a parte la questione di una possibile abolizione del Senato.

3 – Voto NO perché è una riforma demagogica

Non hanno avuto il coraggio (o meglio, non hanno avuto la volontà politica) di abolire il Senato. Ne risulta l’ormai noto casino di senatori di secondo livello eletti dalle regioni, con i sindaci delle grandi città che diventano senatori. Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché un cittadino di Milano ha più diritto di essere rappresentato di un cittadino di Sesto San Giovanni o di Albaredo San Marco. Inoltre, nel nuovo Senato ci saranno sette senatori del trentino contro dodici senatori della Lombardia. Pur avendo il Trentino meno abitanti di Milano.

Questo pastrocchio è stato creato solo per poter dire “abbiamo tagliato qualche poltrona”.

Personalmente non sono un sostenitore dell’esistenza del Senato, penso che la riforma proposta a suo tempo da Ingrao (abolizione del Senato, Camera unica da 500 deputati, legge proporzionale in Costituzione) sia una cosa molto diversa da questo casino.

Inoltre, dato che non hanno avuto la minima volontà di toccare un centro di potete e interessi veri come il Senato, hanno voluto abolire il CNEL per poter dire demagogicamente “abbiamo cominciato ad abolire gli enti inutili”. Ne avevo già scritto qui.

4 – Voto NO perché è una riforma fatta male

L’ex presidente Napolitano ha fatto dichiarazione di voto favorevole alla riforma affermando che si sarebbe dovuto poi tornare a correggere gli errori tecnici. Errori tecnici che sono stati fatti soltanto per poter farsi il vanto ideologico della riforma fatta in pochi mesi.

Ma soprattutto, è una riforma che riapre la storia infinita dei conflitti di competenze tra stato centrale e regioni. Come già successo con la riforma del 2001, ci vorranno anni di sentenze della Corte Costizuionale per risolvere. Che a livello pratico vuol dire che i cittadini e le istituzioni perderanno montagne di tempo.

5 – Voto NO perché di Salvini e Berlusconi non mi importa nulla

Che ci sia un NO di destra non mi importa nulla. Mi importa del mio NO. Non mi importa nulla neanche del NO di D’Alema e della sinistra PD.

Ho una mia autonomia politica.

D’altra parte, non è che tra Verdini, Alfano e Alessandra Mussolini si possa stare col SÌ in compagnia solo di galantuomini.

6 – Voto NO perché non è la mia unica battaglia

Oltre al referendum ci sono mille fronti aperti. Le energie non sono infinite, su alcuni fronti sono in prima linea, su altri non posso arrivare. Il referendum non esaurisce quello che si fa. Se vince il SÌ sarà un po’ peggio per tutti i fronti.

17 Aprile: perchè voto SÌ

Eviterò immagini apocalittiche e appelli al senso civico.

Al referendum del 17 Aprile votero SÌ per due ordini di fattori.

  1. Il referendum chiede di non rinnovare automaticamente le concessioni fino all’esaurimento delle riserve. Aldilà degli argomenti tecnici sui motivi per cui sia sensato o meno lo sfruttamento fino alla fine delle riserve, si tratta di stabilire il principio per cui chi sfrutta le risorse naturali del nostro paese, lo fa con limiti e regole precise.
  2. La produzione di gas e petrolio di cui si discute non è neanche lontanamente immaginabile come una produzione tale da mettere in sicurezza l’autonomia energetica del paese. È, anzi, piuttosto imbarazzante che a usare questo argomento siano coloro che hanno presentato come una svolta storica il tour di Renzi nella penisola araba a caccia di investimenti da parte delle petro-monarchie. Quindi, non c’è nessun possibile scambio tra autonomia del paese e lati negativi. Quando si discuterà di nazionalizzazione della produzione energetica, sarà un altro discorso.

Sono comunque consapevole delle numerose contraddizioni del referendum, l’argomento è sfaccettato e la campagna per il SÌ ha ignorato troppo spesso alcune buone ragioni dei contrari.

In ogni caso, va sottolineato che i sostenitori del NO o dell’astensione hanno fatto larghissimo uso di argomenti biecamente strumentali, se non di menzogne. E l’hanno fatto tanto più mentre proclamavano una presunta neutralità scientifica. Basta pensare a un noto sito di fact checking che ha sostenuto che sarebbe stato illegale svolgere il referendum lo stesso giorno delle amministrative, o al piagnisteo sui posti di lavoro, smontato da Carmine Tomeo su La Città Futura.

Penso che i due argomenti con cui ho iniziato siano abbastanza forti da pesare molto di più di tutte le contraddizioni e le parzialità che, comunque, sono tipiche di ogni referendum. Per, questo 17 Aprile torno sui monti a votare convinto SÌ.

Archivio La Città Futura

Negli ultimi mesi mi sono dedicato molto al lavoro per La Città Futura e ho lasciato in maniera saltuaria le segnalazioni qua nel loculo wordpress.

L’idea ora è di fare un archivio delle cose pubblicate fin’ora e in futuro mantenere le segnalazioni aggiornate.

Spagna/Catalogna

30 Maggio 2015: Le elezioni amministrative in Spagna

19 Agosto: Verso il voto in Catalogna; indipendentismo e Unità Popolare

1 Ottobre: In Catalogna la sinistra cresce, ma divisa

14 Novembre: Catalogna, indipendenza senza governo

26 Dicembre: 20 Dicembre: la Spagna oltre  il bipartitismo

6 Gennaio 2016: Catalogna verso nuove elezioni

15 Gennaio: Catalogna: il governo indipendentista c’è!

29 Gennaio: Spagna: è possibile un governo di sinistra?

6 Febbraio: Madrid non ha ancora deciso: governo di sinistra o grande coalizione?

 

SudAmerica

6 Giugno 2015: Il vertice dei popoli di America Latina ed Europa

21 Giugno Resoconto e dichiarazioni della Cumbre de los Pueblos

4 Luglio Dichiarazioni finali della Cumbre de los Pueblos

11 Dicembre 2015: Venezuela, la sconfitta. Per ora

Grecia

16 Luglio 2015: Dalla sinistra di SYRIZA, la lotta continua! (traduzione dell’intervista a Stathis Kouvelakis originariamente apparsa sul Jacobin Magazine)

Giappone

10 ottobre 2015: Il Partito Comunista Giapponese contro le leggi di guerra

Inghilterra

16 Ottobre 2015: Corbyn, la guerra e il sindacato

Svizzera

31 Ottobre 2015: Svizzera ancora più a destra, la sinistra e i comunisti resistono

Portogallo

21 Novembre 2015: Portogallo: è possibile un governo di sinistra?

27 Novembre: Il Portogallo sospeso tra austerità e alternativa

30 Dicembre 2015: Il “salvabanche” portoghese allontana il governo dalla sinistra

Israele

4 Dicembre 2015: Gli affari della Lega con Israele

Francia

11 Dicembre 2015: Onda nera sulla Francia. Perchè la sinistra vera è necessaria in Francia e in Europa

18 Dicembre 2015: L’onda nera sulla Francia

Ucraina

31 Dicembre 2015: Comunisti al bando in Ucraina

Danimarca

12 Febbraio 2016: Danimarca: sinistra euroscettica e referendum

Irlanda

26 Febbraio 2016: Irlanda, il figlio prodigo dell’austerità?

4 Marzo: Irlanda: crolla il governo dell’austerità

Stati Uniti

17 Marzo 2016: Il Medioriente di Obama

“Piano B”: cosa resta della strategia della Sinistra Europea?

Per il Collettivo Stella Rossa ho scritto alcune riflessione sulle conferenze per il cosiddetto “piano B”. Doveva essere una riflessione sulle contraddizioni del “piano B” ma in latga parte è risultata una riflessione sulla strategia del Partito della Sinistra Europea.

“L’idea di base era che i singoli governi potessero temporaneamente disobbedire ai trattati europei per resistere il tempo necessario a creare l’alleanza del sud, che i due anni che separavano le elezioni in Grecia da quelle in Portogallo, Spagna e Irlanda potessero essere gestiti con la costruzione di un movimento europeo contro l’austerità, che si creasse un’onda lunga per tutti i partiti di sinistra, che in Francia e in Italia le sinistre assumessero una dimensione tale da essere credibili come forza di governo e che potessero quantomeno influenzare da sinistra i governi di Renzi e Hollande.[…] La strategia delineata dal Quarto Congresso del PEL è evidentemente a un capolinea, molti dei suoi presupposti si sono rivelati falsi, molti dei suoi obiettivi sono falliti. […]

Uno dei problemi che ci pone questo tipo di iniziative è che la linea politica è spesso soggetta alla volubità di alcuni dei leader. Nello specifico, è evidente che Yanis Varoufakis ha cambiato linea più volte nel giro di pochi mesi, da assolutamente favorevole alla permanenza dei paesi periferici nell’Unione Monetaria Europea ad assolutamente favorevole all’uscita arrivando infine a fondare un movimento politico europeo che mira a democratizzare l’Unione Monetaria Europea e le altre istituzioni continentali. L’elaborazione della linea della conferenza è stata chiaramente influenzata dalle ondivaghe posizioni dell’ex ministro greco.”

Per leggere tutto clicca qui

Rimane una nota di colore: dopo la conferenza romana del movimento di Varoufakis, Roberto Ciccarelli sul Maniesto ha scritto un articolo, ovviamente apologetico. Il livello di serietà è dimostato dalla confusione tra il Partito della Sinistra Europea e il gruppo parlamentare GUE/NGL. Spesso quando scrivo mi chiedo se debba insistere nello specificare la differenza tra il Partito e il gruppo parlamentare, è molto consolatorio sapere che al Manifesto invece se ne fottono e mischiano le cose a cazzo de cane.

Novità entusiasmanti per la sinistra

Questa volta è diverso.

Questa volta l’unità della sinistra non si fa con gli errori del passato. Non sarà una cosa elettoralista, non sarà ambigua, non sarà un accordo tra gruppi dirigenti. Sarà democratica, una testa un voto, dal basso, vivrà nella società e nel conflitto, sarà chiaramente ancorata alle sinistre radicali in Europa, sarà autonoma dal Partito Democratico

Infatti, “Sinistra Italiana” nasce in maniera partecipata e dal basso, con un percorso particolarmente innovativo: 7 capi di sigle varie fanno delle riunioni a Roma, poi Il Manifesto ci informa che ci sarà un’assemblea nazionale a Roma in cui si arriverà con nome, simbolo e manifesto politico già scritto dai 7 capi suddetti. Poi l’assemblea si fa o non si fa, si fa a settembre, a ottobre, a novembre. No, a novembre si fa l’assemblea di unificazione dei gruppi parlamentari. L’assemblea di “Sinistra Italiana” (il nome ci è stato ovviamente comunicato tramite articolo di Daniela Preziosi sul Manifesto) si farà a gennaio.

Ma come? Gennaio non è tardi? Si discute dopo le mobilitazioni autunnali e invernali?

Ah, ma ci sono le elezioni amministrative. E a Milano SEL vuole fare le primarie e Civati no. E allora meglio chiudere prima la faccenda milanese e poi parlare tutti insieme.

Ma chi ci va all’assemblea di Roma? Ci sono assemblee territoriali?

Eh, no. Pare di no. A Roma ci va chi ci va.

Mica succede che così si riempie il solito teatro con i solito 2-300 frequentatori di assemblee romane?

Eh si, ma adesso è partito, mica vorrai sabotare l’ultima occasione.

Ma non era l’ultima occasione anche la Sinistra Arcobaleno, Cambiare Si Può, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa? Mica abbiamo detto ogni volta che eravamo a un bivio?

Disfattista! Questo è il posto in cui stare nonostante tutte le critiche che si possono fare. Lo diceva anche Ingrao che bisogna stare nel gorgo.

Ma Ingrao diceva che bisognava stare nel gorgo per giustificare l’adesione al PDS invece che a Rifondazione!

Appunto, mica vogliamo fare Rifondazione 2.0, non l’hai letto il dibattito sul Manifesto? Ormai è possibile solo un certo tipo di riformismo.

Ma come? Ma chi l’ha stabilito? Mica abbiamo fatto un dibattito largo. Ci sono stati solo degli articoli dei soliti capi. E non erano neanche tutti d’accordo?

Se non ti sta bene così sei un sabotatore, la sinistra unita dal basso, senza ambiguità si fa così o non si fa.

Compagno Ingrao

Ora è solo come la pioggia
Come pioggia nelle strade
Con le radici, con le sua ali
Come un Re di Spade

Solo come un sospiro
Un orizzonte perso di vista
È solo come un gigante
È solo un vecchio comunista

Gang – Le radici e le ali

Come si fa a partecipare al cordoglio per Pietro Ingrao? È morto un compagno della cui statura morale nessuno può dire niente, però anche un compagno che penso abbia sbagliato tutte le scelte degli ultimi 35 anni.

Come si fa a partecipare al cordoglio tra gli elogi e i pianti di coloro che una volta furono i suoi feroci nemici? Come si fa senza assumere la spocchia del professorino che pensa “ah, se ci fossi stato il al suo posto certi errori non li avrei fatti”? Senza scadere nella cele

Non lo so come si fa.