Ma perchè? Perchè NO.

Mancano due settimane al referendum costituzionale.

È ora della predica su come voto.

1 – Voto NO perché sono ideologicamente contrario

Questa è davvero la riforma di JP Morgan, è una riforma anti lavoro, pro capitale.

Ne ho parlato su La Città Futura:

Non è difficile vedere come la riforma di Boschi e Renzi risponda – quasi – punto per punto alle critiche di JP Morgan. Considerando solo i cambiamenti tecnici, la riforma rafforza il ruolo del governo sul parlamento e rafforza lo stato centrale sulle regioni. Oltre ai provvedimenti tecnici, quello che non può passare inosservato è che le ragioni avanzate dalla riforma sono esattamente quelle di JP Morgan: quante volte ci hanno detto negli ultimi anni che “si deve cambiare”, detto come un obbligo assoluto? Esattamente questo obbligo di cambiare è l’ultimo punto sollevato dalla banca d’affari: non ci deve più essere il diritto di resistenza contro i cambiamenti, che si tratti della riforma costituzionale, dell’ennesima riforma del lavoro o dell’ennesima riforma dell’istruzione

2 – Voto NO perché la vittoria di questa riforma significa nessuna riforma per i prossimi 20 anni

La Costituzione va riformata, non è perfetta.

Alcune questioni veloci:

L’Articolo 81, dopo la riforma del 2012 c’è il principio di pareggio di bilancio in Costituzione. Come riporta Giacché, questo sta avendo conseguenze grosse perché il principio del pareggio viene fatto prevalere sugli altri principi costituzionali. In questa maniera qualunque ragionamento su applicare la prima parte della Costituzione è sterile.

L’articolo 11: lo invochiamo continuamente ma – ora come ora – non è l’articolo che ci impedisce di fare la guerra ma l’articolo – attraverso il secondo comma – diventa il ricettore automatico del “diritto internazionale”, cioè NATO, trattati europei, austerità e altre spiacevolezze.

Questioni di genere: ovviamente erano questioni che in Costituente erano – in gran parte – di là da venire.

Ora, se passa ora una riforma impostata in una direzione completamente diversa, chiunque desideri altri tipi di riforme resta fermo al palo. Quindi, è assolutamente falso che l’importante è cambiare.

Andrebbe poi discussa a parte la questione di una possibile abolizione del Senato.

3 – Voto NO perché è una riforma demagogica

Non hanno avuto il coraggio (o meglio, non hanno avuto la volontà politica) di abolire il Senato. Ne risulta l’ormai noto casino di senatori di secondo livello eletti dalle regioni, con i sindaci delle grandi città che diventano senatori. Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché un cittadino di Milano ha più diritto di essere rappresentato di un cittadino di Sesto San Giovanni o di Albaredo San Marco. Inoltre, nel nuovo Senato ci saranno sette senatori del trentino contro dodici senatori della Lombardia. Pur avendo il Trentino meno abitanti di Milano.

Questo pastrocchio è stato creato solo per poter dire “abbiamo tagliato qualche poltrona”.

Personalmente non sono un sostenitore dell’esistenza del Senato, penso che la riforma proposta a suo tempo da Ingrao (abolizione del Senato, Camera unica da 500 deputati, legge proporzionale in Costituzione) sia una cosa molto diversa da questo casino.

Inoltre, dato che non hanno avuto la minima volontà di toccare un centro di potete e interessi veri come il Senato, hanno voluto abolire il CNEL per poter dire demagogicamente “abbiamo cominciato ad abolire gli enti inutili”. Ne avevo già scritto qui.

4 – Voto NO perché è una riforma fatta male

L’ex presidente Napolitano ha fatto dichiarazione di voto favorevole alla riforma affermando che si sarebbe dovuto poi tornare a correggere gli errori tecnici. Errori tecnici che sono stati fatti soltanto per poter farsi il vanto ideologico della riforma fatta in pochi mesi.

Ma soprattutto, è una riforma che riapre la storia infinita dei conflitti di competenze tra stato centrale e regioni. Come già successo con la riforma del 2001, ci vorranno anni di sentenze della Corte Costizuionale per risolvere. Che a livello pratico vuol dire che i cittadini e le istituzioni perderanno montagne di tempo.

5 – Voto NO perché di Salvini e Berlusconi non mi importa nulla

Che ci sia un NO di destra non mi importa nulla. Mi importa del mio NO. Non mi importa nulla neanche del NO di D’Alema e della sinistra PD.

Ho una mia autonomia politica.

D’altra parte, non è che tra Verdini, Alfano e Alessandra Mussolini si possa stare col SÌ in compagnia solo di galantuomini.

6 – Voto NO perché non è la mia unica battaglia

Oltre al referendum ci sono mille fronti aperti. Le energie non sono infinite, su alcuni fronti sono in prima linea, su altri non posso arrivare. Il referendum non esaurisce quello che si fa. Se vince il SÌ sarà un po’ peggio per tutti i fronti.

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17 Aprile: perchè voto SÌ

Eviterò immagini apocalittiche e appelli al senso civico.

Al referendum del 17 Aprile votero SÌ per due ordini di fattori.

  1. Il referendum chiede di non rinnovare automaticamente le concessioni fino all’esaurimento delle riserve. Aldilà degli argomenti tecnici sui motivi per cui sia sensato o meno lo sfruttamento fino alla fine delle riserve, si tratta di stabilire il principio per cui chi sfrutta le risorse naturali del nostro paese, lo fa con limiti e regole precise.
  2. La produzione di gas e petrolio di cui si discute non è neanche lontanamente immaginabile come una produzione tale da mettere in sicurezza l’autonomia energetica del paese. È, anzi, piuttosto imbarazzante che a usare questo argomento siano coloro che hanno presentato come una svolta storica il tour di Renzi nella penisola araba a caccia di investimenti da parte delle petro-monarchie. Quindi, non c’è nessun possibile scambio tra autonomia del paese e lati negativi. Quando si discuterà di nazionalizzazione della produzione energetica, sarà un altro discorso.

Sono comunque consapevole delle numerose contraddizioni del referendum, l’argomento è sfaccettato e la campagna per il SÌ ha ignorato troppo spesso alcune buone ragioni dei contrari.

In ogni caso, va sottolineato che i sostenitori del NO o dell’astensione hanno fatto larghissimo uso di argomenti biecamente strumentali, se non di menzogne. E l’hanno fatto tanto più mentre proclamavano una presunta neutralità scientifica. Basta pensare a un noto sito di fact checking che ha sostenuto che sarebbe stato illegale svolgere il referendum lo stesso giorno delle amministrative, o al piagnisteo sui posti di lavoro, smontato da Carmine Tomeo su La Città Futura.

Penso che i due argomenti con cui ho iniziato siano abbastanza forti da pesare molto di più di tutte le contraddizioni e le parzialità che, comunque, sono tipiche di ogni referendum. Per, questo 17 Aprile torno sui monti a votare convinto SÌ.

Archivio La Città Futura

Negli ultimi mesi mi sono dedicato molto al lavoro per La Città Futura e ho lasciato in maniera saltuaria le segnalazioni qua nel loculo wordpress.

L’idea ora è di fare un archivio delle cose pubblicate fin’ora e in futuro mantenere le segnalazioni aggiornate.

Spagna/Catalogna

30 Maggio 2015: Le elezioni amministrative in Spagna

19 Agosto: Verso il voto in Catalogna; indipendentismo e Unità Popolare

1 Ottobre: In Catalogna la sinistra cresce, ma divisa

14 Novembre: Catalogna, indipendenza senza governo

26 Dicembre: 20 Dicembre: la Spagna oltre  il bipartitismo

6 Gennaio 2016: Catalogna verso nuove elezioni

15 Gennaio: Catalogna: il governo indipendentista c’è!

29 Gennaio: Spagna: è possibile un governo di sinistra?

6 Febbraio: Madrid non ha ancora deciso: governo di sinistra o grande coalizione?

 

SudAmerica

6 Giugno 2015: Il vertice dei popoli di America Latina ed Europa

21 Giugno Resoconto e dichiarazioni della Cumbre de los Pueblos

4 Luglio Dichiarazioni finali della Cumbre de los Pueblos

11 Dicembre 2015: Venezuela, la sconfitta. Per ora

Grecia

16 Luglio 2015: Dalla sinistra di SYRIZA, la lotta continua! (traduzione dell’intervista a Stathis Kouvelakis originariamente apparsa sul Jacobin Magazine)

Giappone

10 ottobre 2015: Il Partito Comunista Giapponese contro le leggi di guerra

Inghilterra

16 Ottobre 2015: Corbyn, la guerra e il sindacato

Svizzera

31 Ottobre 2015: Svizzera ancora più a destra, la sinistra e i comunisti resistono

Portogallo

21 Novembre 2015: Portogallo: è possibile un governo di sinistra?

27 Novembre: Il Portogallo sospeso tra austerità e alternativa

30 Dicembre 2015: Il “salvabanche” portoghese allontana il governo dalla sinistra

Israele

4 Dicembre 2015: Gli affari della Lega con Israele

Francia

11 Dicembre 2015: Onda nera sulla Francia. Perchè la sinistra vera è necessaria in Francia e in Europa

18 Dicembre 2015: L’onda nera sulla Francia

Ucraina

31 Dicembre 2015: Comunisti al bando in Ucraina

Danimarca

12 Febbraio 2016: Danimarca: sinistra euroscettica e referendum

Irlanda

26 Febbraio 2016: Irlanda, il figlio prodigo dell’austerità?

4 Marzo: Irlanda: crolla il governo dell’austerità

Stati Uniti

17 Marzo 2016: Il Medioriente di Obama

“Piano B”: cosa resta della strategia della Sinistra Europea?

Per il Collettivo Stella Rossa ho scritto alcune riflessione sulle conferenze per il cosiddetto “piano B”. Doveva essere una riflessione sulle contraddizioni del “piano B” ma in latga parte è risultata una riflessione sulla strategia del Partito della Sinistra Europea.

“L’idea di base era che i singoli governi potessero temporaneamente disobbedire ai trattati europei per resistere il tempo necessario a creare l’alleanza del sud, che i due anni che separavano le elezioni in Grecia da quelle in Portogallo, Spagna e Irlanda potessero essere gestiti con la costruzione di un movimento europeo contro l’austerità, che si creasse un’onda lunga per tutti i partiti di sinistra, che in Francia e in Italia le sinistre assumessero una dimensione tale da essere credibili come forza di governo e che potessero quantomeno influenzare da sinistra i governi di Renzi e Hollande.[…] La strategia delineata dal Quarto Congresso del PEL è evidentemente a un capolinea, molti dei suoi presupposti si sono rivelati falsi, molti dei suoi obiettivi sono falliti. […]

Uno dei problemi che ci pone questo tipo di iniziative è che la linea politica è spesso soggetta alla volubità di alcuni dei leader. Nello specifico, è evidente che Yanis Varoufakis ha cambiato linea più volte nel giro di pochi mesi, da assolutamente favorevole alla permanenza dei paesi periferici nell’Unione Monetaria Europea ad assolutamente favorevole all’uscita arrivando infine a fondare un movimento politico europeo che mira a democratizzare l’Unione Monetaria Europea e le altre istituzioni continentali. L’elaborazione della linea della conferenza è stata chiaramente influenzata dalle ondivaghe posizioni dell’ex ministro greco.”

Per leggere tutto clicca qui

Rimane una nota di colore: dopo la conferenza romana del movimento di Varoufakis, Roberto Ciccarelli sul Maniesto ha scritto un articolo, ovviamente apologetico. Il livello di serietà è dimostato dalla confusione tra il Partito della Sinistra Europea e il gruppo parlamentare GUE/NGL. Spesso quando scrivo mi chiedo se debba insistere nello specificare la differenza tra il Partito e il gruppo parlamentare, è molto consolatorio sapere che al Manifesto invece se ne fottono e mischiano le cose a cazzo de cane.

Novità entusiasmanti per la sinistra

Questa volta è diverso.

Questa volta l’unità della sinistra non si fa con gli errori del passato. Non sarà una cosa elettoralista, non sarà ambigua, non sarà un accordo tra gruppi dirigenti. Sarà democratica, una testa un voto, dal basso, vivrà nella società e nel conflitto, sarà chiaramente ancorata alle sinistre radicali in Europa, sarà autonoma dal Partito Democratico

Infatti, “Sinistra Italiana” nasce in maniera partecipata e dal basso, con un percorso particolarmente innovativo: 7 capi di sigle varie fanno delle riunioni a Roma, poi Il Manifesto ci informa che ci sarà un’assemblea nazionale a Roma in cui si arriverà con nome, simbolo e manifesto politico già scritto dai 7 capi suddetti. Poi l’assemblea si fa o non si fa, si fa a settembre, a ottobre, a novembre. No, a novembre si fa l’assemblea di unificazione dei gruppi parlamentari. L’assemblea di “Sinistra Italiana” (il nome ci è stato ovviamente comunicato tramite articolo di Daniela Preziosi sul Manifesto) si farà a gennaio.

Ma come? Gennaio non è tardi? Si discute dopo le mobilitazioni autunnali e invernali?

Ah, ma ci sono le elezioni amministrative. E a Milano SEL vuole fare le primarie e Civati no. E allora meglio chiudere prima la faccenda milanese e poi parlare tutti insieme.

Ma chi ci va all’assemblea di Roma? Ci sono assemblee territoriali?

Eh, no. Pare di no. A Roma ci va chi ci va.

Mica succede che così si riempie il solito teatro con i solito 2-300 frequentatori di assemblee romane?

Eh si, ma adesso è partito, mica vorrai sabotare l’ultima occasione.

Ma non era l’ultima occasione anche la Sinistra Arcobaleno, Cambiare Si Può, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa? Mica abbiamo detto ogni volta che eravamo a un bivio?

Disfattista! Questo è il posto in cui stare nonostante tutte le critiche che si possono fare. Lo diceva anche Ingrao che bisogna stare nel gorgo.

Ma Ingrao diceva che bisognava stare nel gorgo per giustificare l’adesione al PDS invece che a Rifondazione!

Appunto, mica vogliamo fare Rifondazione 2.0, non l’hai letto il dibattito sul Manifesto? Ormai è possibile solo un certo tipo di riformismo.

Ma come? Ma chi l’ha stabilito? Mica abbiamo fatto un dibattito largo. Ci sono stati solo degli articoli dei soliti capi. E non erano neanche tutti d’accordo?

Se non ti sta bene così sei un sabotatore, la sinistra unita dal basso, senza ambiguità si fa così o non si fa.

Compagno Ingrao

Ora è solo come la pioggia
Come pioggia nelle strade
Con le radici, con le sua ali
Come un Re di Spade

Solo come un sospiro
Un orizzonte perso di vista
È solo come un gigante
È solo un vecchio comunista

Gang – Le radici e le ali

Come si fa a partecipare al cordoglio per Pietro Ingrao? È morto un compagno della cui statura morale nessuno può dire niente, però anche un compagno che penso abbia sbagliato tutte le scelte degli ultimi 35 anni.

Come si fa a partecipare al cordoglio tra gli elogi e i pianti di coloro che una volta furono i suoi feroci nemici? Come si fa senza assumere la spocchia del professorino che pensa “ah, se ci fossi stato il al suo posto certi errori non li avrei fatti”? Senza scadere nella cele

Non lo so come si fa.

Dopo le elezioni in Grecia

Alexis Tsipras ha vinto le elezioni. Ha ottenuto quello che voleva, ora ha un gruppo parlamentare completamente fedele e disposto a seguire la strada del terzo memorandum e conferma la possibilità di formare un governo con la destra dei Greci Indipendenti senza dover nominare ministri del centrosinistra e del centrodestra.

“Con il 50% di astensione non vince nessuno”

La “vittoria” di Tsipras è arrivata al prezzo di un calo della partecipazione alle elezioni, dal 63,62% di affluenza di gennaio al 56,57% di settembre.

Prima ancora di parlare dell’austerità, se si vuole essere minimamente coerenti, non si può fare finta di niente e parlare di “grande vittoria della democrazia e della partecipazione”. Abbiamo passato anni a spiegare la truffa del maggioritario che trasforma una minoranza in una maggioranza, a spiegare che il 40% di Renzi è in realtà il 21,7% degli aventi diritto al voto. Abbiamo contestato l’idea per cui in una democrazia matura vota sempre una minoranza e che “le decisioni sono prese da chi vuole e ha la competenza per partecipare alle elezioni”. Abbiamo sempre detto che nessun cambiamento reale può avvenire senza la partecipazione e soprattutto senza recuperare le masse popolari che si rifugiano nell’astensione perché non trovano rappresentanza nel sistema politico.

Se in Grecia vota poco più che un elettore su due, non possiamo dire cose diverse di quando succede lo stesso in Italia. Il 36,34% di SYRIZA è in realtà il 22,57% degli aventi diritto al voto. Aggiungendo i Greci Indipendenti, il governo rappresenterà il 25,52% degli aventi diritto. Un quarto degli aventi diritto.

Unità Popolare

L’operazione di Unità Popolare s’è fermata sotto la soglia di sbarramento per lo 0,13%, ovvero settemila voti. Anche qui, se si contesta in Italia la soglia di sbarramento come antidemocratica, se si dice che la soglia non solo priva una fetta di cittadini della rappresentanza cui avrebbero diritto, ma spinge anche a votare obtorto collo per i partiti maggiori sotto la spinta del meccanismo antidemocratico del “voto utile”, allora non si può non dire le stesse cose per quanto riguardo la Grecia.

Detto questo, è evidente che Unità Popolare non è riuscita ad accreditarsi come legittimi rappresentante del NO vittorioso al referendum. Chiamando le elezioni anticipate con così poco preavviso Tsipras puntava a impedire alla sinistra di SYRIZA di organizzarsi in maniera efficacie. Era sotto gli occhi di tutti che la sinistra di SYRIZA non fosse un “partito nel partito” pronto a staccarsi e agire autonomamente.

L’attenzione riguardo a Unità Popolare si è concentrata sui “grandi nomi” aderenti. Certamente, il balletto di Zoe Konstantopolou che prima aderisce, poi non aderisce e poi aderisce, non ha fatto bene a Unità Popolare. Certamente, Glezos e Varoufakis che prima dicono che non possono sostenere una lista a favore dell’uscita dall’euro e poi la sostengono, rende l’idea della confusione in cui è stata costruita Unità Popolare.

L’attenzione sui grandi nomi però è sbagliata, tanto più quando si parla di un soggetto politico come Unità Popolare che punta alla lotta e al radicamento popolare. Il vero punto di attenzione dovrebbe essere su quanto Unità Popolare sia in grado di ricomporre tutto quello che è in uscita libera dal processo di disgregazione di SYRIZA. Purtroppo, fino ad ora, non abbastanza. Segnali evidenti sono arrivati durante la costruzione della lista: la coalizione di ultra-sinistra ANTARSYA ha perso alcune frange che hanno partecipato a UP ma si è presentata comunque alle elezioni ottenendo lo 0,85% dei voti, l’organizzazione giovanile di SYRIZA è uscita in blocco ma non ha aderito a UP limitandosi invece a dare indicazione di voto per “tutte le liste anti austerità”, tanti membri del Comitato Centrale di SYRIZA e/o parlamentari hanno rifiutato di candidarsi e sostenere le liste di SYRIZA senza però schierarsi con UP.

Non ho la sfera di cristallo per sapere se il generoso tentativo di Unità Popolare ha le gambe per camminare anche fuori dal parlamento.

Ciò che è sicuro è che ora nel panorama della politica greca l’unica forza politica di sinistra di opposizione all’austerità è il Partito Comunista di Grecia KKE che ha confermato la sua compattezza, prendendo esattamente lo stesso 5,5% delle elezioni di gennaio. Nelle nostre analisi tendiamo sempre a liquidarlo come “settario e ininfluente”. Se la definizione di “settario” si adatta perfettamente alla linea politica del KKE, rimane che avrà pur qualcosa da dire se resta saldo in mezzo agli scossoni che hanno invece tenuto Unità Popolare sotto il 3%.

Il governo del terzo memorandum

Alexis Tsipras ora ha il compito di guidare il governo sotto il terzo memorandum. Dopo la notte del “waterboarding mentale” ci si è dimenticati troppo presto di cosa voglia dire il terzo memorandum.

Sotto il terzo memorandum il governo greco è costretto a ripudiare le leggi fatte negli ultimi mesi che non siano compatibili con il memorandum, da questa falciata si salvano solo alcuni dei provvedimenti “umanitari”, ma neanche tutti. Sotto il terzo memorandum il commissariamento della Grecia è ancora più stretto. Uno dei punti faticosamente strappati dal governo Tsipras a febbraio era che gli ufficiali della troika non dovevano stare ad Atene a controllare ogni singolo atto, era che le trattative dovevano avvenire a Bruxelles dove il governo greco avrebbe discusso i provvedimenti dopo averli presi. Con il terzo memorandum si torna alla troika ad Atene che, per di più, controlla ogni singolo atto parlamentare prima che sia discusso. Con il terzo memorandum il governo greco deve affidare a un fondo modello-Treuhand (l’istituzione che privatizzò i beni della Germania Est in un’orgia di corruzione e inefficienza) beni pubblici per 50 miliardi di euro, una cifra esorbitante per il valore dei beni pubblici greci, raggiungibile solo mettendo sul mercato, letteralmente, le isole greche.

Tsipras si è ricandidato dicendo che lotterà per far pesare questi provvedimenti agli oligarchi, a chi non ha mai pagato le tasse. Dice che lotterà aspettando che nuovi governi di sinistra prendano il potere negli altri paesi periferici e che questo permetta di riaprire la partita a livello europeo.

È lecito dubitare che questo sia fattibile. Innanzitutto, nonostante il governo SYRIZA-ANEL sia formalmente autonomo, di fatto Tsipras ha resuscitato centrodestra e centrosinistra per coinvolgerli nella costruzione del terzo memorandum dopo il referendum. E il centrodestra e il centrosinistra greci (in parte, anche ANEL) sono esattamente i rappresentanti politici di chi non ha mai pagato le tasse e ha campato per tutta la vita facendo il parassita di uno stato inefficiente.

Ma soprattutto, è lecito dubitare che l’opzione dell’ondata di governi di sinistra sia realistica. In Irlanda, Spagna e Portogallo i numeri brutali dicono che a ora non c’è nessuna possibilità seria per nessun governo di sinistra. Forse con l’unica eccezione della Spagna in cui le vicende dell’indipendentismo catalano potrebbero dare un nuovo scossone allo scenario politico, i numeri indicano dappertutto l’affermarsi di grandi coalizioni in totale accordo con le istituzioni europee.

Infine, è lecito dubitare che “ora che ha una nuova legittimazione democratica” SYRIZA sia nelle condizioni per trattare meglio con l’Europa. Il governo Tsipras è già stato punito per aver cercato di condurre una trattativa vera nel momento di massimo consenso elettorale, abbiamo già visto come il tentativo di aprire le contraddizioni tra Germania e Francia si sia concluso con il governo socialdemocratico francese che ha insaponato la corda con cui il governo cristianodemocratico-socialdemocratico tedesco ha impiccato il governo di sinistra radicale greco. L’idea che ci siano ora le condizioni per riaprire la trattativa su punti reali (certo, magari ora invece di 50 miliardi di privatizzazione l’Europa si limiterà a 49 miliardi) assomiglia più a un pio desidero che a una possibilità data dai rapporti di forza reali.

La sinistra italiana e la Grecia

SYRIZA ha chiesto sostegno agli altri partiti del Partito della Sinistra Europea e a tutte le sinistre con una lettera significativamente firmata dal solo responsabile esteri del partito, dato che nel frattempo il segretario di era dimesso. Lettera in cui tutte le colpe sono state accollate alla minoranza interna, in pieno stile da realismo socialista.

La risposta della sinistra italiana è stata il presentat-arm!

Certamente sarebbe stato da vigliacchi voltare le spalle dopo essere andati a farsi belli ad Atene quando le prospettive sembravano rosee. Ma la reazione della sinistra italiana (dalla segreteria di Rifondazione Comunista all’ARCI passando per SEL e Civati) è stata una cosa diversa dalla solidarietà a una forza politica affine che si trova in grande difficoltà, è stata la strumentalizzazione della vicenda greca per legittimare il processo di ricomposizione di gruppi dirigenti all’interno della Costituente della Sinistra, la famosa “SYRIZA italiana” che viene lanciata ormai a scadenze stagionali da un paio d’anni.

Lo schieramento a sostegno di Tsipras è vissuto alla giornata, cercando di sfoderare trucchetti retorici nuovi (e contraddittori) per star dietro alle notizie del giorno. L’atteggiamento ondivago di alcuni personaggi come Manolis Glezos e Yanis Varoufakis ha messo a dura prova i sostenitori senza se e senza ma di Tsipras. Prima hanno esaltato i responsabili Glezos e Varoufakis che pur in disaccordo con Tsipras non partecipavano a Unità Popolare, salvo poi riesumare le accuse di minoritarismo e scissionismo quando ci si è accorti che Glezos e Varoufakis sostenevano Unità Popolare

Accuse di minoritarismo e scissionismo che curiosamente sono esattamente quelle prodotte dal PDS-DS-PD contro la sinistra radicale che ora le volge contro un pezzo di sinistra radicale greca. Accuse che, va detto, suonano a tratti imbarazzanti quando provengono da dirigenti che per anni hanno prodotto disastri elettorali e organizzativi, dirigenti che hanno prodotto lotte di corrente all’ultimo sangue mentre non si accorgevano che le liste non prendevano voti e le organizzazioni perdevano militanti.

Aldilà del pulpito da cui viene la predica, la verità è che la retorica assunta nel sostegno alla “nuova SYRIZA” è pericolosa, su almeno due punti.

Il primo punto è che se un anno fa sembrava data per assunta l’impossibilità di governare da sinistra l’austerità, ora questa possibilità “rientra dalla finestra” dopo essere stata buttata fuori dalla porta. Quando si dice che anche dentro al pesantissimo programma di austerità imposto alla Grecia si possono trovare spazi per politiche redistributive di sinistra cosa si sta facendo se non riaprire alla possibilità di una nuova alleanza col centrosinistra (possibilità che di fatto viene proclamata come unico orizzonte da Vendola e Civati…)?
Certo, per una parte dei partecipanti al progetto di “Costituente della Sinistra” si tratta di una contorsione retorica e tattica. In altre parole, un giro di parole per giustificare il prolungato sostegno a Tsipras. Ma così facendo si fa mostra di avere una retorica vuota. Retorica vuota che si manifesta anche nelle chiacchere sull’Europa. Sia L’Altra Europa sia la segreteria di Rifondazione Comunista hanno detto che, pur nella sconfitta, il terzo memorandum ha il pregio di dimostrare l’irriformabilità dell’Europa. Anche questo appare però come retorica vuota nel momento in cui non si trae nessuna conseguenza. Se l’Europa non è riformabile, vuole dire che bisogna come minimo cambiare completamente l’approccio alle questioni europee. E invece sia L’Altra Europa sia la segreteria di Rifondazione Comunista persistono a riproporre esattamente le stesse proposte politiche di quando si considerava in qualche maniera la riformabilità dell’Europa. La proposta continua a essere la costruzione della “sinistra di governo” fino a quando non ci sarà una coalizione di governi anti-austerità in grado di riformare l’Europa.

Il secondo punto è quello della democrazia interna. Tsipras ha deciso di sgretolare SYRIZA pur di portare avanti la linea che crede giusta. Non si tratta solo dello scontro con la minoranza di sinistra organizzata, Tsipras è andato alla rottura con il segretario del partito, con la maggioranza del Comitato Centrale, con l’organizzazione giovanile del partito, con la corrente sindacale del partito, con le federazioni e le sezioni territoriali.

Personalmente cerco di restare nel quadro di una cultura politica per cui all’interno di un’organizzazione che vuole rimanere unita si deve perseguire la sintesi tra le posizioni: massima democrazia nella discussione, massima unità nell’azione. Poi nella realtà spesso si arretra sul “principio di maggioranza”, tutti fanno quello che decide la maggioranza fatta salva la possibilità per la minoranza di rendere nota la propria posizione. Questo “principio di maggioranza” è quello che è stato rispettato dalla minoranza di SYRIZA durante gli ultimi due anni, inclusa l’azione di governo. Tsipras con la mossa delle elezioni non ha solo rifiutato il principio della sintesi, ha rifiutato il principio di maggioranza andando a elezioni in cui si sarebbe comunque tolta qualunque agibilità alla minoranza.

È questo il tipo di democrazia interna cui allude la Costituente della Sinistra? Una democrazia interna in cui chi non è d’accordo è fuori? Una democrazia interna in cui il gruppo dirigente dell’organizzazione è totalmente autonomo dal resto dell’organizzazione? Una democrazia interna in cui determinate posizioni “euro scettiche” sono messe al bando?

Non si tratta di una questione marginale. Io la vivo dall’interno del PRC, dove sono e dove resto. Come può il PRC partecipare a una costituente che proclama il principio democratico di “una testa un voto”, ma poi, di fatto, legittima il principio leaderista per cui decide tutto la singola persona o un ristrettissimo gruppo dirigente? L’ipotesi che la “SYRIZA italiana” assuma questa modalità è molto più che un’ipotesi, l’abbiamo vista in azione quando sono state formate le liste de L’Altra Europa, liste formate dai sei “garanti” senza nessun tipo di controllo democratico ma con l’approvazione personale di Alexis Tsipras. All’epoca abbiamo dovuto ingoiare il boccone amaro per l’impellenza delle elezioni. Oggi?

Ma si tratta di qualcosa che investe tutta la sinistra che potrebbe essere interessata a una ricomposizione. La questione europea, la questione dell’Unione Monetaria Europea investe trasversalmente tutti i settori della sinistra politica, sindacale e di movimento. In tutti i settori si possono trovare compagni che sono fedeli all’idea degli Stati Uniti d’Europa in maniera religiosa, compagni traghettati ormai a posizioni anti europeiste e un grande spettro di posizioni confuse, dinamiche, in movimento. A questo si risponde dicendo che la linea è “dentro l’euro, a costo di gestire noi l’austerità”?

Ovviamente, questo apre a una domanda ancora più grande: perché facciamo la ricomposizione della sinistra? Si tratta di un obiettivo strategico in sé cui bisogna sacrificare tutte le possibili dissidenze? O si tratta di un mezzo per raggiungere degli scopi?