Gli spazi aperti da Lisbona

Prendo questo spazio per fare un piccolo annuncio: sono uscito dalla redazione de La Città Futura. Senza fare troppi drammi, abbraccio i compagni con cui ho lavorato in questi anni (tre anni! ) e spiego perché questa uscita.

Chi ha letto la rivista negli ultimi mesi può aver notato una progressiva divaricazione tra quello che ho scritto io e quello che hanno scritto altri compagni.

La redazione de La Città Futura è sempre stata un collettivo politico, ora, col processo di Potere al Popolo, la sua natura di collettivo politico si sta approfondendo. Tra le questioni che mi allontanano dalla redazione, c’è la questione europea. In particolare, la lettura degli spazi aperti dalla Dichiarazione di Lisbona. La linea editoriale seguita dalla rivista è di critica serrata, mentre io, insieme agli altri compagni che hanno firmato l’appello Avanti sul serio leggiamo la dichiarazione molto più positivamente, come ho scritto anche nell’articolo che ho pubblicato su LCF e che riporto qua sotto. Poi, alcune considerazioni nate dalla discussione con molti compagni e compagne in seguito al balletto Mattarella-Salvini-Di Maio-Conte-Savona-Calenda.

Gli spazi aperti da Lisbona

Verso le due giornate di Napoli di Potere al Popolo, avanza la discussione sull’Europa.

Durante l’evento Marx2018 organizzato dal Partito della Rifondazione Comunista, l’attuale vice-presidente del Partito della Sinistra Europea (SE) Paolo Ferrero ha svolto un lungo intervento pubblico sulla storia del PRC e i suoi compiti, rimarcando la linea assunta da molti anni per la costruzione della cosiddetta “unità della sinistra”. Fin qui, nessuna novità. Discutendo delle europee, Ferrero ha sostenuto che la linea dell’unità della sinistra sia fondamentalmente condivisa dalle altre forze europee e che la Dichiarazione di Lisbona, firmata dagli spagnoli di Podemos, dai francesi di La France Insoumise e dai portoghesi del Bloco de Esquerda, vada proprio in questa direzione.

Secondo Ferrero, il fatto che Podemos dialoghi contemporaneamente con Izquierda Unida (alle ultime elezioni hanno corso insieme nella lista Unidos Podemos, con risultati non brillantissimi) e con la proposta di Mélenchon, sarebbe la dimostrazione che la proposta di unità propria del PRC (e del Partito della Sinistra Europea) starebbe facendo passi da gigante.

La dichiarazione di Lisbona

La Dichiarazione di Lisbona è sottoscritta da tre partiti della sinistra con storie e culture politiche diverse (fra l’altro, uno dei motivi a cui si può imputare una certa debolezza teorica).

Partito Cultura politica Partito della Sinistra Europea Posizione sul governo nazionale Posizione sull’euro
Bloco de Esquerda Fazioni eurocomuniste, trotzkiste e marxiste-leniniste Si Sostegno esterno al governo socialdemocratico A favore dell’uscita
Podemos Populismo di sinistra, minoranza trotzkista No Opposizione al governo di destra Ha sempre evitato di prendere una posizione precisa
La France Insoumise Populismo di sinistra, vari membri appartengono ad altre organizzazioni No Opposizione al governo centrista Piano B

A complicare il quadro si potrebbe aggiungere che molti dirigenti di La France Insoumise sono ancora dirigenti del Parti de Gauche, che fa parte della SE. A prima vista sembrerebbe un processo di convergenza tra forze di sinistra diverse, e Ferrero sembrerebbe avere ragione. In realtà, se appena si allarga lo sguardo alle dinamiche delle sinistre europee negli ultimi anni, il documento di Mélenchon, Iglesias e Martins sembra costruire un contraltare a quella di Varoufakis (che, per la verità, non sembra decollare in alcuna maniera) e anche alla linea stabilita dalla SE all’ultimo congresso, che possiamo riassumere con “unità della sinistra” a livello europeo. In quest’ottica la SE ha organizzato una serie di eventi in cui confrontarsi con forze politiche della famiglia ecologista e con esponenti socialdemocratici, costituendo anche un coordinamento progressista all’interno del Parlamento Europeo.

Aldilà del lavoro sulle singole questioni, normale in un’istituzione del genere, si tratta di un tentativo di portare alle prossime europee un’alleanza di sinistra su posizioni di riforma dell’Unione Europea simili, per non dire identiche, a quelle praticate dal governo Tsipras. Per quanto il testo di Lisbona non sia avanzato, contiene due elementi importanti:

  1. Indica come strumento una serie di lotte comuni sul piano europeo e sul piano nazionale
  2. Indica come obiettivo la difesa delle sovranità dei popoli europei

Per quanto non venga nominato il “piano B”, è evidente lo scartamento rispetto al piano retorico della sinistra europeista. Basta ricordare, per esempio, per quanto tempo la discussione interna alla sinistra è stata dominata dall’idea che l’organizzazione sul piano nazionale sarebbe inutile e che bisognerebbe invece costruire il partito (il sindacato, il movimento) su scala europea. E basta ricordare che la parola sovranità è stata bandita con l’accusa di rossobrunismo (strumentale nove volte su dieci), col brillante risultato di aver regalato spazio ai fascisti veri.

Da Lisbona a Napoli

Insieme ad altri compagni membri del CPN del PRC, durante l’incontro Marx2018, ho firmato un documento in cui esprimiamo apprezzamento per la scelta di Potere al Popolo di aderire alla Dichiarazione di Lisbona. Già durante la campagna elettorale per le politiche si è manifestato un apprezzamento di Potere al Popolo per la linea di Mélenchon sull’Europa. Penso che l’adesione a questa dichiarazione sia un buon primo passo per la discussione sull’Europa interna a PaP che, com’è noto, sarà uno dei principali tavoli su cui si lavorerà a Napoli. Un primo passo che pone PaP al di fuori della linea asfittica della SE.

Ovviamente un buon primo passo non basta, soprattutto non può essere un passo solo tattico. Non ho la sfera di cristallo per sapere se Podemos si evolverà in maniera conseguente, ma di sicuro dovremo farlo noi. Nominare le lotte sul piano nazionale e l’attuazione delle sovranità dei popoli europei ha come conseguenza assumere almeno il profilo del Piano B. Dico “almeno” per un motivo. La vicenda del governo Tsipras dovrebbe essere una lezione importante per tutti noi (e non è un caso che la SE si sia rifiutata di trarre conclusioni da questa vicenda). Abbiamo visto un governo di sinistra radicale essere eletto promettendo la fine dell’austerità, restando nell’Unione Europea e nell’Unione Monetaria. Sappiamo bene com’è andata.

L’economista Lapavitsas, all’epoca nel comitato centrale di SYRIZA e ora fuoriuscito, insieme al collega tedesco Flassbeck, avevano in effetti avvertito che si sarebbe arrivati a dover scegliere tra l’attuazione di un programma a favore delle classi popolari e la permanenza nell’UE. Nel loro libro Against The Troika (pubblicato nel 2015 da Verso Books), i due economisti consideravano una serie di passaggi tecnici necessari per un’eventuale uscita da sinistra, ma specificavano anche che non si tratta solo di tecnica, ma anche di politica. Senza un’adeguata preparazione di massa all’idea che si possa rompere con l’Unione Europea e senza un’adeguata preparazione sul perché si debba rompere, ci si trova disarmati di fronte al momento della rottura. Anche con lo straordinario risultato del referendum in tasca, Tsipras non avrebbe potuto davvero muoversi con la rottura perché aveva costruito la sua posizione sul giuramento che mai e poi mai avrebbe rotto.

Per questo, secondo me, la linea del Piano B può essere una buona linea da portare agli elettori. Una linea che nomina un nemico da combattere e prepara alla possibilità della rottura. Nelle condizioni di arretramento politico e debolezza organizzativa in cui dobbiamo operare, riuscire ad assumerla non sarebbe poco.

Considerazioni post assemblea di Napoli e post delirio istituzionale.

Alcuni compagni considerano una discussione inutile, fuorviante, quella che si tiene dentro Potere al Popolo sull’Europa. Ovvero: dato che non abbiamo la possibilità di governare un’uscita dall’UE, non dovremmo porci questo problema, limitare a dire che siamo contro l’UE.

Io penso che invece sia utile che PaP faccia questa discussione, che sia utile la maniera in cui questa discussione è stata scoperchiata a Napoli.

Breve riassunto: ci sono due posizioni, entrambe confermano la lettura dell’irriformabilità dell’UE, della necessità della rottura. Una posizione dice che bisogna costruire la forza politica (sociale, sindacale, partitica, di movimento) dei movimenti operai a livello europeo fino a far saltare gli assetti dell’UE. L’altra posizione dice che la rottura può essere fatta in vari momenti e in varie direzioni (collaborazione tra stati europei, collaborazione tra stati euro mediterranei e così via). Quindi, a condizioni che ora non sono prevedibil, anche la possibilità di una rottura unilaterale. Nell’ottica degli obiettivo del movimento politico e sociale che PaP vuole essere, bisogna sabere che abbiamo nemici interni e nemici esterni.

C’è poi una terza linea, che non ha una sua raprresentazione dentro PaP, ma ha echi in vari ambienti che si dichiarano marxisti leninisti. Potremmo chiamarla la linea del “classe contro classe” del 21esimo secolo, più o meno come quella del KKE in Grecia: conta solo la lotta per la costruzione del socialismo, qualunque ragionamento sull’UE è un ragionamento su una sovrastruttura, l’uscita dall’UE in ogni caso non porterebbe al socialismo quindi non è di interesse. (Ci sarebbe la quarta, quelli innamorati di Salvini e Di Maio, ma stendiamo un velo pietoso su questi ex compagni).

A me pare che la prima, pur parlando di irriformabilità e rottura, confermi la linea Tsipras: andiamo al governo in tanti paesi europei fino a quando abbiamo la massa critica per riformare l’UE. Non mi dilungo su questa.

Seconda linea: a me pare una linea che ci permette di agire, oggi, in Italia, nella frammentazione delle classi popolari.
Alcuni dei motivi li ho già detti nell’articoli, provo a elaborare di nuove

Questioni di prospettiva

  1. Perché è una linea che nomina un nemico identificabile, sarà banale, ma senza un nemico non si aggrega nulla. Le classi popolari che sono state disgregate e hanno un livello bassissimo di coscienza, se non nessun livello, hanno bisogno di vedere un collegamento tra le proprie condizioni di vita e il nemico.
  2. Perché è una linea che nomina un’alternativa internazionalista. L’area euromediterranea divide immediatamente il campo rispetto a Salvini. Ma anche, per dire, risptto a Calenda che dice che l’alternativa è tra Europa e Africa.
  3. Perché nascondere la testa sotto la sabbia negli ultimi anni ci ha solo fatto male. Da una parte abbiamo perso compagni verso l’europeismo. Dall’altra verso ogni possibile tendenza di follia para nazionalista.
  4. Perché una rottura dell’Unione è una possibilità, magari non quella più probabile, ma può succedere. Più probabili sono cambiamenti importanti nell’architettura dell’Unione (Europa a più velocità, etc etc). Chiaramente non siamo nella posizione, ne ora ne tra sul medio periodo di governare questi processi, in compenso siamo nella posizione per farci travolgere da questi processi. Non credo che limitarsi a dire “l’Europa così com’è non va” sia abbastanza. In questo senso, basta vedere quello che sta succedendo nel Regno Unito e il totale travolgimento di questo tipo di posizioni all’interno della Brexit. Questo ovviamente non significa che la Brexit è un processo progressivo, significa che chi ha provato a fare lo scoglio che resiste alla marea, si è rivelato invece un rottame in balia delle correnti.

Questioni di contingenza

  • L’elettorato è arretrato, ma non è composto da scemi. Hanno visto perfettamente cos’è successo in Grecia, hanno visto cosa succede quando si promette insieme di fare il bene del popolo e di mantenere la prospettiva europea. Non è un caso se la corsa delle sinistre radicali si è interrotta dopo la capitolazione di Tsipras. Forse riprende a muoversi ora, su altri binari.
  • Non siamo isolazionisti, ci sono forze europee a cui ci stiamo collegando che hanno la possibilità di contare qualcosa nei processi nazionali e internazionali. Legarci a loro ci dà la possibilità di crescere. Attenzione: non per l’idea sciocca che facciamo gli amici di Melenchon quindi avremo grande visibilità, ma perché ci permette di stare attaccati a dei movimenti reali che, in quanto tali, devono fare i conti con la realtà. Come noi, in Francia, Spagna, Portogallo e così via devono avere a che fare con classi popolari frammentate di ricomporre, stare con chi prova a fare questo processo di ricomposizione ci serve per crescere politicamente al nostro interno.
  • La Crisi Mattarella ci pone di fronte a un fatto: i trattati europei, da domenica scorsa, sono fonti di diritto pari alla nostra Costituzione e, anzi, la stessa idea di mettere in discussione i trattati deve essere trattata come eversiva. Aldilà della discussione in punta di diritto, questo è un elemento che ora entra prepotentemente nella percezione popolare e ci rimane.

 

 

Annunci

Dopo il 18 novembre: linee di politica estera a sinistra

Il sottoscritto sull’ultimo numero de La Città Futura

Dopo il 18 novembre: linee di politica estera a sinistra

Su Ue, Nato,america latina qual è la posizione delle sinistre (oltre a Eurostop, che si esprime da tempo) su questi temi nel post-Brancaccio?

Il fallimento del Brancaccio e l’assemblea lanciata dall’Ex Opg – Je So Pazzo hanno reso chiari quali sono i progetti che si presenteranno, o proveranno a presentarsi, alle prossime elezioni politiche. A “sinistra del PD” lavorano tre possibili liste: la riedizione bonsai del centrosinistra tra MdP, Possibile e Sinistra Italiana, la “lista popolare” che si prova a lanciare dopo l’assemblea al Teatro Italia e infine la bicicletta trotzkista annunciata da un articolo comune di Sinistra Classe Rivoluzione e del PCL.

Per quanto si tratti di processi in corso, è già possibile provare a capire quali saranno le linee di politica estera di queste formazioni. In particolare, per quanto riguarda il rapporto col “vincolo esterno” dell’Unione Europea, con la NATO e la visione sul Sud America, che negli anni è diventato una cartina tornasole dell’avvicinamento o allontanamento dalle “compatibilità del sistema”.

Il centrosinistra bonsai

L’alleanza D’Alema-Civati-Fratoianni non ha ancora una forma organizzativa e per ora la sua proposta politica consiste in un poco convincente tentativo di riproporsi come rappresentanti del lavoro e soprattutto di polemica con l’ex alleato Matteo Renzi. Poco o nulla è detto a proposito di ciò che accade oltre i confini italiani. Come abbiamo segnalato su La Città Futura, alcuni membri di MdP hanno provato a dispiegare qualche posizione vagamente più coraggiosa rispetto a quelle del PD, salvo annegarle nella fedeltà all’impianto pro Unione Europea e pro NATO.

Retoricamente, potrebbe bastare ricordare ciò che Edward Lutwak disse del leader Maximo: “qui a Washington ricordiamo D’Alema come l’unico premier italiano che ha combattuto da alleato al fianco degli Stati Uniti. Fin dall’inizio, senza cambiare idea e senza distinguo. Ci ricordiamo che è stato leale, fedele, serio e che non ha ceduto di un millimetro nonostante nel suo partito ci fosse una componente pacifista”.

Nella retorica dei nuovi DSc’è però almeno un riferimento programmatico elaborato: il programma di Italia Bene Comune, quando il centrosinistra era ancora guidato da Bersani. Nella Carta d’Intenti del centrosinistra – composto allora da PD e SEL – si leggeva che l’unico progetto possibile per l’Italia sarebbe stato quello europeo, da rilanciare, rafforzando la piattaforma dei “progressisti europei” (di fatto, il Partito del Socialismo Europeo). Secondo Italia Bene Comune, i due assunti europeisti dell’austerità e dell’equilibrio dei conti pubblici sono necessari benché non debbano diventare dei dogmi fini a se stessi. Infine, la soluzione era, ovviamente, “più Europa”.

Sul Sud America, infine, risuonano ancora le parole di Bersani che temeva che, in Italia, dopo Berlusconi sarebbe arrivato un Chavez. L’integrazione dei nuovi DS nella famiglia della socialdemocrazia europea mantiene ferma questa posizione, come dimostra l’assegnazione del Premio Sakharov per la libertà di espressione alla “opposizione democratica venezuelana”. Il premio è assegnato, di fatto, come accordo politico tra il gruppo europeo dei socialdemocratici e quello dei cristiano-democratici. Sarebbe interessante sapere cosa pensa di questo Sinistra Italiana, che ha aderito come osservatore al Partito della Sinistra Europea. D’altra parte, gli eurodeputati di Sinistra Italiana in realtà restano divisi in Europa: Curzio Maltese resta nel GUE/NGL (che contesta il Premio Sakharov), mentre Cofferati continua a lavorare nel gruppo socialdemocratico.

Dopo il Teatro Italia

L’insieme di forze che ha lanciato l’idea di una “lista popolare” deve ancora elaborare il suo programma. Quello che è sicuro, è che si gioca in tutt’altro campo rispetto a quello del nuovo centrosinistra. La maggior parte degli interventi si è concentrata sul conflitto tra capitale e lavoro, sulle vertenze e sulle lotte realmente esistenti in Italia. E poi, la discussione sul vincolo esterno dell’Unione Europea. Al Teatro Italia non si sono sentiti richiami a “più Europa”, “Europa dei popoli”, “Europa sociale”. Anzi, chi ha battuto sulla dimensione europea l’ha fatto per chiedere ancora più nettezza nella rottura con la gabbia dell’UE.

Una delle novità dell’assemblea al Teatro Italia è stata proprio la discussione aperta sul tema, a differenza delle innumerevoli altre “esperienza democratiche e partecipate” in cui le posizioni euro-critiche, anche le più timide, venivano relegate a una piccola minoranza da zittire agitando l’accusa di essere cripto-lepenisti.

I tremendi trascorsi del centrosinistra come attuatore dell’atlantismo hanno lasciato il segno. Il D’Alema della guerra del Kosovo, il centrosinistra delle missioni in Afghanistan e Iraq sono – negli interventi al Teatro Italia e nelle discussioni successive – tra i più pesanti motivi per cui non è neanche lontanamente immaginabile l’ennesimo accordo di bassa lega con la sinistra istituzionale.

Sul Sud America, le organizzazioni che hanno partecipato all’assemblea hanno una lunga storia di solidarietà con i governi bolivariani e in generale con le esperienze di sinistra di quei Paesi. L’unica organizzazione a fare eccezione su questo punto sembra essere Sinistra Anticapitalista, che ha sostenuto nell’ultimo periodo gruppi venezuelani di opposizione a Maduro.

La bicicletta

L’idea di una “lista rivoluzionaria” lanciata dalle due organizzazioni trotzkiste è in aperta polemica con il processo lanciato al Teatro Italia, che viene accusato di limitarsi a una linea “antiliberista” e riformista che non mette in discussione il vincolo esterno dell’Unione Europea. Critica ingenerosa, come abbiamo visto la discussione sul vincolo esterno esiste. Si tratta anche di una critica nuova per SCR e PCL. Basta tornare indietro al referendum inglese sulla permanenza del Regno Unito nell’UE e vedere le posizioni di allora. Entrambe le organizzazioni hanno sostenuto che la permanenza nell’UE era un falso problema e lanciavano la parola d’ordine degli stati uniti socialisti d’Europa. Per la verità, mentre SCR articolava un discorso più complesso sulle forze che hanno sostenuto la Brexit e riconosceva la natura in parte classista del voto, il PCL addossava la lotta contro l’UE e contro l’Unione Monetaria alla destra di Farage, Le Pen e Salvini.

Dalla “lista rivoluzionaria” è stato criticato anche l’accento populista dell’assemblea del 18 novembre, sostenendo, letteralmente, che siano state “le concezioni di Laclau, che enormi disastri hanno prodotto in America Latina facendo salire la classe lavoratrice sul carro dei movimenti populisti borghesi”. Una liquidazione così brutale dell’esperienza sudamericana stupisce, soprattutto da parte di SCR, che fa parte della Tendenza Marxista Internazionale che, pur con molte distinzioni e criticità, continua a essere parte attiva nel governo bolivariano del Venezuela.

Riunire la classe, costruire il blocco sociale, lanciare l’alternativa

Editoriale del n. 153 de La Città Futura, a firma mia e di altre compagne e compagni (elenco completo in fondo all’articolo)

Riunire la classe, costruire il blocco sociale, lanciare l’alternativa

Dopo il fallimento del Brancaccio, costruire un’alternativa delle classi popolari.

“L’unità senza principi è una falsa unità”
Ernesto “Che” Guevara

1 Brancaccio: cronaca di un fallimento annunciato

Il fallimento del percorso del Brancaccio segna un punto di rottura nello scenario delle possibili prospettive per la lotta di classe del nostro Paese. Da svariati anni, a ogni turno elettorale, nazionale o non, siamo stati costretti ad assistere a dinamiche sempre meno convincenti. Partiti che portano nel loro nome riferimenti espliciti alla lotta di classe e al comunismo si sono piegati a processi elettoralistici lanciati da realtà e in contesti totalmente refrattari alle esperienze più conflittuali del Paese, senza nessun collegamento rispetto alle contraddizioni che i lavoratori, i disoccupati, gli studenti e tutti gli sfruttati vivono quotidianamente sulla propria pelle.

Ripensando alle esperienze di “Cambiare si può”, “Rivoluzione civile”, “L’altra Europa” e alla miriade di proposte regionali e comunali, non era difficile prevedere che l’Assemblea del Brancaccio sarebbe naufragata appena i nodi fossero venuti al pettine. Le aspettative suscitate sono state spezzate già durante le fasi della prima assemblea con l’estromissione dei compagni di “Je so’ pazzo e l’allontanamento dei rappresentanti del PCI, per lasciare posto ai vari D’Alema e Bersani. Nei fatti, la prima parola d’ordine, riecheggiata nelle parole dei “garanti” dell’assemblea del 18 giugno, è stata la “costruzione di un’unica lista a sinistra alle prossime elezioni politiche”. Elettoralismo e unitarismo senza contenuti contro cui, oggi possiamo dirlo, poco hanno potuto fare quelle voci dissenzienti che provavano ad articolare un ragionamento radicale, in quella occasione come nei momenti di confronto locali successivi. Chi ancora poteva essere onestamente convinto delle potenzialità di questo percorso lo era perché ancora una volta raggirato dalla retorica della “sinistra unita” sbandierata per sommi capi dagli intellettuali di turno ed in maniera del tutto autoreferenziale e subalterna alla sinistra liberale, imperialista e settaria.

Sì, settaria: preferendo l’opportunismo elettoralistico alla costruzione di una reale prospettiva che a partire dai conflitti e dalle forze sane della realtà sociale e politica sapesse guardare alle elezioni come vera forma di rappresentanza, si escludevano dal proprio bacino di influenza milioni di cittadini, in primo luogo lavoratori e giovani studenti, che rifiutano la politica perché essa non è capace di rappresentarli. Rigettando le realtà conflittuali, le esperienze di lotta e le organizzazioni che ogni giorno combattono contro le ingiustizie del capitalismo, si perfezionava una precisa volontà di epurare le posizioni di rottura dal dibattito e dalla costruzione della lista.

In questo risiedono, in primo luogo, le ragioni del fallimento del Brancaccio: la proposta era, in origine e per sua natura, una proposta elettoralistica e opportunista che non aveva interesse a rappresentare e a dare voce e soggettività politica a chi ogni giorno è vittima del capitale. La successiva pantomima che ha coinvolto il Movimento dei Progressisti e Democratici non ha causato di per sé il fallimento del Brancaccio, bensì ne ha concretizzato le contraddizioni che le componenti più avanzate avevano fin dal principio denunciato: a cominciare dalla compromissione di MdP con tutte le politiche neoliberiste, dall’appoggio ideologico alle riforme delle pensioni, alla cancellazione dell’articolo 18 e alla complessiva stretta dell’austerità perpetrata contro la classe lavoratrice. La precipitazione degli eventi, dovuta essenzialmente all’accordo col PD sui collegi elettorali e che ha visto coinvolte le forze moderate del Brancaccio (MdP, SI, Possibile), ha smascherato la realtà dei fatti.

Nel quadro desolante attuale, molti compagne e compagni hanno guardato con interesse a questo ennesimo tentativo di “unità della sinistra“. Una speranza mal riposta, ma assolutamente comprensibile. La realizzazione di questa aspettativa passa in primo luogo attraverso un differente modus operandi, che tragga consapevolezza dal fatto che le classi subalterne non possono trarre reali benefici da accordi fatti a tavolino fra le segrete stanze del primo soggetto che si proclami genericamente di sinistra. Noi non facciamo politica per placare la nostra delusione. Noi facciamo politica per organizzare le classi popolari, per migliorare le nostre condizioni materiali e, in prospettiva, per costruire un’alternativa al capitalismo imperialista. Per questo, dobbiamo ripartire dalla dura realtà dei fatti.

2 Il mondo reale della classe

Nella realtà, in Italia, la classe lavoratrice è quella che ha di gran lunga subito maggiormente gli esiti peggiorativi delle riforme della scuola, dell’università, della sanità e del lavoro. Gli effetti della crisi capitalistica e delle guerre imperialiste con il loro strascico di flussi migratori, da un lato lasciano le classi subalterne sole davanti all’attacco della grande borghesia e dall’altro le danno in pasto ai rinascenti gruppi neofascisti di chiara matrice razzista e xenofoba, che, come sempre, fanno dell’insicurezza sociale un grimaldello a protezione delle classi dominanti.

Dopo trent’anni di politiche neoliberiste di contrazione salariale, liberalizzazioni e precarizzazione, le politiche di austerità sono diventate il “nuovo normale” in nome dell’uscita dalla crisi che ormai ha assunto durata decennale e strutturale. Dopo un decennio di crisi non andiamo verso anni di espansione: l’austerità, la disoccupazione di massa, la perdita di capacità produttiva sono diventate anch’esse strutturali. I cambiamenti nella struttura economica sono stati sigillati dalle riforme dei governi neoliberisti susseguitisi sotto casacche di centro-destra e centro-sinistra: una scuola pubblica dell’obbligo indirizzata a una segregazione classista; la diminuzione del 10% delle iscrizioni all’università che significano l’espulsione di interi settori popolari dall’istruzione superiore; la liberalizzazione dei rapporti di lavoro e l’assalto alle strutture sindacali che rifiutano di diventare puri fornitori di servizi fiscali ed interpretano il proprio ruolo di conflitto e organizzazione dei lavoratori; la repressione delle conflittualità sociali e la criminalizzazione dei flussi migratori.

Un nuovo ordine, suggellato e protetto dalle istituzioni dell’Unione Europea: istituzioni in cui non solo trovano origine e primo sostegno tutte le politiche di impoverimento dei popoli europei, ma che hanno anche favorito un processo di concentrazione, potenziamento e liberazione dei capitali, in particolare finanziari. Istituzioni tutte conniventi con gli impulsi imperialistici e guerrafondai del XXI secolo, come in Libia così in Ucraina. Istituzioni che, non in grado di dare risposte ai bisogni sociali delle loro popolazioni, sono ancor meno capaci di curare i bisogni di accoglienza delle popolazioni in fuga dalla guerra e dalla miseria, spesso frutto dell’imperialismo degli stessi Stati Europei. Questi uomini e donne diventano così nuovo soggetto da utilizzare per gli interessi capitalistici nazionali, nuova carne da cannone per la criminalità, il lavoro nero, lo sfruttamento più bieco. Ma diventano, anche, merce di scambio e fonte di profitto per i governi con cui le istituzioni Europee stringono patti per il regolamento dei flussi, dando loro ossigeno finanziario e copertura diplomatica. A Est finanziamo governi carnefici, a Sud regimi di prigionia schiavistica. È questo il nuovo volto dell’imperialismo, oggi ancor più sviluppato rispetto a 100 anni fa quando il suo potere venne incrinato per la prima volta nella Storia dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Siamo, ormai, in un nuovo assetto sociale e politico, tutto orientato a radere al suolo diritti economici e sociali a livello di massa, a creare nuove e più acute contraddizioni tra soggetti sociali: frammentati, disorientati, in lotta per la sopravvivenza materiale, i pezzi sparsi – antichi e nuovi, italiani e stranieri – della nostra classe di riferimento hanno sempre meno armi politiche, sociali e culturali di difesa. Mentre starebbe il momento di passare all’attacco.

3 Lotte di classe in Italia

Eppure, anche in questo contesto di incapacità organizzativa, alcuni elementi di contrattacco ci sono. Si evidenziano elementi di conflittualità, frammentata e a volte localistica, che vanno dall’esperienza ormai lunga più di vent’anni della Valsusa ai movimenti per il diritto alla casa, passando per le lotte degli operai della logistica, della ex Almaviva, delle tante rivendicazioni sindacali sparse in tutto il paese, fino alle lotte dei braccianti e alle grandi vertenze dell’Alitalia e dell’Ilva di Taranto. Alcune di queste lotte hanno per forza di cose caratteristiche difensive e temporanee, altre riescono già a darsi prospettive e forme organizzative più larghe. In particolare, il tentativo dei sindacati di base di declinare in ambito nazionale le vertenzialità diffuse e trasformarle in uno sciopero nazionale è riuscito, al netto delle adesioni parziali delle altre organizzazioni di classe. Le giornate del 27 ottobre e del 10 novembre, in cui sono stati proclamati scioperi con piattaforme rivendicative avanzate, hanno visto un’importante fetta del mondo operaio e salariato fermarsi.

A dimostrare che ci troviamo in una fase in cui i semi di un esteso e organizzato conflitto possono essere gettati, sta il fatto che lotta sindacale e lotta sociale sembrano finalmente intrecciarsi profondamente: non perchè organizzazioni sindacali provano a sostituirsi ad altre organizzazioni sociali o politiche, ma perché i sindacati più conflittuali acquisiscono coscienza per estendere le proprie rivendicazioni oltre la sfera della vertenzialità e le politicizzano, così come è avvenuto con la manifestazione di sabato 11 novembre a Roma. Indetta da Eurostop con un fondamentale apporto organizzativo di USB, quella mobilitazione è diventata poi catalizzatore di una larghissima fetta del “No sociale” al referendum costituzionale. È la dimostrazione che ancora esiste e si organizza un pezzo di società che vuole cambiare lo stato di cose attuale agendo sui rapporti di forza, più che affidando la rappresentanza parlamentare al consumato circo del centro-sinistra. Il successo del corteo non si è misurato solo nei numeri ma anche nella sua composizione, che mostra quali siano i settori sociali più avanzati. La necessità di coniugare organizzazione e lotta è emersa contemporaneamente anche nella manifestazione nazionale del PC e del FGC di sabato 11 novembre. Oltre a esplicitare rivendicazioni attuali per il lavoro e per la pace, essa ha segnalato l’urgente bisogno di una proposta di fase comunista, sebbene non possa essere sottovalutato che questa urgenza rimanga tuttora frammentata, da connettere necessariamente alle mobilitazioni più larghe.

4 Proposte politiche per il blocco sociale

Il fallimento del Brancaccio rappresenta oggi un’opportunità per la lotta di classe nel nostro Paese.

L’appello lanciato dai compagni dellEx OPG “Je so’ Pazzo” per un’assemblea popolare il 18 Novembre ci sembra porre finalmente un buon punto di partenza per la costruzione di uno spazio pubblico in cui si possa costruire un fronte utile alle classi popolari tra le realtà autorganizzate di lotta, di conflitto e di mutualismo e le organizzazioni di classe attive a livello nazionale, come i partiti comunisti, i sindacati di base e i soggetti promotori di Eurostop. Siamo consapevoli delle differenze – teoriche e pratiche – tra le diverse realtà che hanno aderito all’assemblea di Sabato 18 Novembre, ma pensiamo che sia una possibilità di aprire un confronto fra quanti elaborano un’analisi e una proposta di classe alternativa a quella del capitalismo e pensiamo che debba essere un passo in un percorso più lungo.

Questa apertura si presenta vicinissima alla prossima scadenza elettorale nazionale. Eppure, per essere veramente efficace nel restituire soggettività e protagonismo alle classi subalterne, e per evitare qualunque appetito opportunistico, questo percorso deve provare a guardare oltre una lista elettorale a rischio di autoreferenzialità: si deve porre la prospettiva di lungo termine della ricostruzione di un blocco sociale. In quella assemblea dovremo, tutti, partire da un confronto di ampio respiro su temi, programmi e prospettive per rilanciare la lotta di classe in questo Paese. Con questo spirito, dobbiamo mirare ad un fronte unitario tra i partiti comunisti, i sindacati conflittuali, i soggetti promotori di Eurostop, i collettivi e le realtà autorganizzate, i movimenti sociali. Il blocco sociale si riunisce intorno ad alcune proposte su come organizzare i soggetti subalterni e su quale programma di lotta dar loro. Noi facciamo le nostre proposte: dobbiamo puntare alla ricomposizione delle lotte nei luoghi di lavoro, che parte dall’analisi della composizione della classe sociale di riferimento, elemento essenziale per qualsiasi presupposto di rappresentanza. Dobbiamo puntare a stimolare la presa di coscienza dei soggetti sfruttati che non sono in lotta o che non hanno voce, come gli immigrati. Il programma dovrà essere di seria modifica radicale dei rapporti di forze sociali ed economici: partendo dal tema delle nazionalizzazioni e del possesso dei mezzi di produzione, della pianificazione economica, della restituzione dei diritti allo studio, alla salute e all’abitare. In tutto questo, non potrà non avere un ruolo la questione dell’uscita dalla Nato, dalle strutture di guerra imperialista, e dall’Unione Monetaria e auspichiamo anche che si apra una discussione seria e scevra da pregiudizi e accuse strumentali di sovranismo sulla permanenza stessa nell’Unione Europea. Questi sono gli elementi che riteniamo possano essere il collante di un nuovo fronte politico, sindacale e sociale, che sappia, in prospettiva, entrare nelle contraddizioni della società dando rappresentanza a operai, studenti, immigrati, tentando poi di proiettarli verso la guida del Paese.

Autori: Angelo Balzarani, Joseph Condello, Marco Nebuloni, Alessandro Pascale, Chiara Pollio, Paolo Rizzi, Emanuele Salvati, Marcello Simonetta, Lia Valentini

Apparso originariamente su https://www.lacittafutura.it/editoriali/riunire-la-classe-costruire-il-blocco-sociale-lanciare-l-alternativa.html