Dopo il 18 novembre: linee di politica estera a sinistra

Il sottoscritto sull’ultimo numero de La Città Futura

Dopo il 18 novembre: linee di politica estera a sinistra

Su Ue, Nato,america latina qual è la posizione delle sinistre (oltre a Eurostop, che si esprime da tempo) su questi temi nel post-Brancaccio?

Il fallimento del Brancaccio e l’assemblea lanciata dall’Ex Opg – Je So Pazzo hanno reso chiari quali sono i progetti che si presenteranno, o proveranno a presentarsi, alle prossime elezioni politiche. A “sinistra del PD” lavorano tre possibili liste: la riedizione bonsai del centrosinistra tra MdP, Possibile e Sinistra Italiana, la “lista popolare” che si prova a lanciare dopo l’assemblea al Teatro Italia e infine la bicicletta trotzkista annunciata da un articolo comune di Sinistra Classe Rivoluzione e del PCL.

Per quanto si tratti di processi in corso, è già possibile provare a capire quali saranno le linee di politica estera di queste formazioni. In particolare, per quanto riguarda il rapporto col “vincolo esterno” dell’Unione Europea, con la NATO e la visione sul Sud America, che negli anni è diventato una cartina tornasole dell’avvicinamento o allontanamento dalle “compatibilità del sistema”.

Il centrosinistra bonsai

L’alleanza D’Alema-Civati-Fratoianni non ha ancora una forma organizzativa e per ora la sua proposta politica consiste in un poco convincente tentativo di riproporsi come rappresentanti del lavoro e soprattutto di polemica con l’ex alleato Matteo Renzi. Poco o nulla è detto a proposito di ciò che accade oltre i confini italiani. Come abbiamo segnalato su La Città Futura, alcuni membri di MdP hanno provato a dispiegare qualche posizione vagamente più coraggiosa rispetto a quelle del PD, salvo annegarle nella fedeltà all’impianto pro Unione Europea e pro NATO.

Retoricamente, potrebbe bastare ricordare ciò che Edward Lutwak disse del leader Maximo: “qui a Washington ricordiamo D’Alema come l’unico premier italiano che ha combattuto da alleato al fianco degli Stati Uniti. Fin dall’inizio, senza cambiare idea e senza distinguo. Ci ricordiamo che è stato leale, fedele, serio e che non ha ceduto di un millimetro nonostante nel suo partito ci fosse una componente pacifista”.

Nella retorica dei nuovi DSc’è però almeno un riferimento programmatico elaborato: il programma di Italia Bene Comune, quando il centrosinistra era ancora guidato da Bersani. Nella Carta d’Intenti del centrosinistra – composto allora da PD e SEL – si leggeva che l’unico progetto possibile per l’Italia sarebbe stato quello europeo, da rilanciare, rafforzando la piattaforma dei “progressisti europei” (di fatto, il Partito del Socialismo Europeo). Secondo Italia Bene Comune, i due assunti europeisti dell’austerità e dell’equilibrio dei conti pubblici sono necessari benché non debbano diventare dei dogmi fini a se stessi. Infine, la soluzione era, ovviamente, “più Europa”.

Sul Sud America, infine, risuonano ancora le parole di Bersani che temeva che, in Italia, dopo Berlusconi sarebbe arrivato un Chavez. L’integrazione dei nuovi DS nella famiglia della socialdemocrazia europea mantiene ferma questa posizione, come dimostra l’assegnazione del Premio Sakharov per la libertà di espressione alla “opposizione democratica venezuelana”. Il premio è assegnato, di fatto, come accordo politico tra il gruppo europeo dei socialdemocratici e quello dei cristiano-democratici. Sarebbe interessante sapere cosa pensa di questo Sinistra Italiana, che ha aderito come osservatore al Partito della Sinistra Europea. D’altra parte, gli eurodeputati di Sinistra Italiana in realtà restano divisi in Europa: Curzio Maltese resta nel GUE/NGL (che contesta il Premio Sakharov), mentre Cofferati continua a lavorare nel gruppo socialdemocratico.

Dopo il Teatro Italia

L’insieme di forze che ha lanciato l’idea di una “lista popolare” deve ancora elaborare il suo programma. Quello che è sicuro, è che si gioca in tutt’altro campo rispetto a quello del nuovo centrosinistra. La maggior parte degli interventi si è concentrata sul conflitto tra capitale e lavoro, sulle vertenze e sulle lotte realmente esistenti in Italia. E poi, la discussione sul vincolo esterno dell’Unione Europea. Al Teatro Italia non si sono sentiti richiami a “più Europa”, “Europa dei popoli”, “Europa sociale”. Anzi, chi ha battuto sulla dimensione europea l’ha fatto per chiedere ancora più nettezza nella rottura con la gabbia dell’UE.

Una delle novità dell’assemblea al Teatro Italia è stata proprio la discussione aperta sul tema, a differenza delle innumerevoli altre “esperienza democratiche e partecipate” in cui le posizioni euro-critiche, anche le più timide, venivano relegate a una piccola minoranza da zittire agitando l’accusa di essere cripto-lepenisti.

I tremendi trascorsi del centrosinistra come attuatore dell’atlantismo hanno lasciato il segno. Il D’Alema della guerra del Kosovo, il centrosinistra delle missioni in Afghanistan e Iraq sono – negli interventi al Teatro Italia e nelle discussioni successive – tra i più pesanti motivi per cui non è neanche lontanamente immaginabile l’ennesimo accordo di bassa lega con la sinistra istituzionale.

Sul Sud America, le organizzazioni che hanno partecipato all’assemblea hanno una lunga storia di solidarietà con i governi bolivariani e in generale con le esperienze di sinistra di quei Paesi. L’unica organizzazione a fare eccezione su questo punto sembra essere Sinistra Anticapitalista, che ha sostenuto nell’ultimo periodo gruppi venezuelani di opposizione a Maduro.

La bicicletta

L’idea di una “lista rivoluzionaria” lanciata dalle due organizzazioni trotzkiste è in aperta polemica con il processo lanciato al Teatro Italia, che viene accusato di limitarsi a una linea “antiliberista” e riformista che non mette in discussione il vincolo esterno dell’Unione Europea. Critica ingenerosa, come abbiamo visto la discussione sul vincolo esterno esiste. Si tratta anche di una critica nuova per SCR e PCL. Basta tornare indietro al referendum inglese sulla permanenza del Regno Unito nell’UE e vedere le posizioni di allora. Entrambe le organizzazioni hanno sostenuto che la permanenza nell’UE era un falso problema e lanciavano la parola d’ordine degli stati uniti socialisti d’Europa. Per la verità, mentre SCR articolava un discorso più complesso sulle forze che hanno sostenuto la Brexit e riconosceva la natura in parte classista del voto, il PCL addossava la lotta contro l’UE e contro l’Unione Monetaria alla destra di Farage, Le Pen e Salvini.

Dalla “lista rivoluzionaria” è stato criticato anche l’accento populista dell’assemblea del 18 novembre, sostenendo, letteralmente, che siano state “le concezioni di Laclau, che enormi disastri hanno prodotto in America Latina facendo salire la classe lavoratrice sul carro dei movimenti populisti borghesi”. Una liquidazione così brutale dell’esperienza sudamericana stupisce, soprattutto da parte di SCR, che fa parte della Tendenza Marxista Internazionale che, pur con molte distinzioni e criticità, continua a essere parte attiva nel governo bolivariano del Venezuela.

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“Piano B”: cosa resta della strategia della Sinistra Europea?

Per il Collettivo Stella Rossa ho scritto alcune riflessione sulle conferenze per il cosiddetto “piano B”. Doveva essere una riflessione sulle contraddizioni del “piano B” ma in latga parte è risultata una riflessione sulla strategia del Partito della Sinistra Europea.

“L’idea di base era che i singoli governi potessero temporaneamente disobbedire ai trattati europei per resistere il tempo necessario a creare l’alleanza del sud, che i due anni che separavano le elezioni in Grecia da quelle in Portogallo, Spagna e Irlanda potessero essere gestiti con la costruzione di un movimento europeo contro l’austerità, che si creasse un’onda lunga per tutti i partiti di sinistra, che in Francia e in Italia le sinistre assumessero una dimensione tale da essere credibili come forza di governo e che potessero quantomeno influenzare da sinistra i governi di Renzi e Hollande.[…] La strategia delineata dal Quarto Congresso del PEL è evidentemente a un capolinea, molti dei suoi presupposti si sono rivelati falsi, molti dei suoi obiettivi sono falliti. […]

Uno dei problemi che ci pone questo tipo di iniziative è che la linea politica è spesso soggetta alla volubità di alcuni dei leader. Nello specifico, è evidente che Yanis Varoufakis ha cambiato linea più volte nel giro di pochi mesi, da assolutamente favorevole alla permanenza dei paesi periferici nell’Unione Monetaria Europea ad assolutamente favorevole all’uscita arrivando infine a fondare un movimento politico europeo che mira a democratizzare l’Unione Monetaria Europea e le altre istituzioni continentali. L’elaborazione della linea della conferenza è stata chiaramente influenzata dalle ondivaghe posizioni dell’ex ministro greco.”

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Rimane una nota di colore: dopo la conferenza romana del movimento di Varoufakis, Roberto Ciccarelli sul Maniesto ha scritto un articolo, ovviamente apologetico. Il livello di serietà è dimostato dalla confusione tra il Partito della Sinistra Europea e il gruppo parlamentare GUE/NGL. Spesso quando scrivo mi chiedo se debba insistere nello specificare la differenza tra il Partito e il gruppo parlamentare, è molto consolatorio sapere che al Manifesto invece se ne fottono e mischiano le cose a cazzo de cane.

Dopo le elezioni in Grecia

Alexis Tsipras ha vinto le elezioni. Ha ottenuto quello che voleva, ora ha un gruppo parlamentare completamente fedele e disposto a seguire la strada del terzo memorandum e conferma la possibilità di formare un governo con la destra dei Greci Indipendenti senza dover nominare ministri del centrosinistra e del centrodestra.

“Con il 50% di astensione non vince nessuno”

La “vittoria” di Tsipras è arrivata al prezzo di un calo della partecipazione alle elezioni, dal 63,62% di affluenza di gennaio al 56,57% di settembre.

Prima ancora di parlare dell’austerità, se si vuole essere minimamente coerenti, non si può fare finta di niente e parlare di “grande vittoria della democrazia e della partecipazione”. Abbiamo passato anni a spiegare la truffa del maggioritario che trasforma una minoranza in una maggioranza, a spiegare che il 40% di Renzi è in realtà il 21,7% degli aventi diritto al voto. Abbiamo contestato l’idea per cui in una democrazia matura vota sempre una minoranza e che “le decisioni sono prese da chi vuole e ha la competenza per partecipare alle elezioni”. Abbiamo sempre detto che nessun cambiamento reale può avvenire senza la partecipazione e soprattutto senza recuperare le masse popolari che si rifugiano nell’astensione perché non trovano rappresentanza nel sistema politico.

Se in Grecia vota poco più che un elettore su due, non possiamo dire cose diverse di quando succede lo stesso in Italia. Il 36,34% di SYRIZA è in realtà il 22,57% degli aventi diritto al voto. Aggiungendo i Greci Indipendenti, il governo rappresenterà il 25,52% degli aventi diritto. Un quarto degli aventi diritto.

Unità Popolare

L’operazione di Unità Popolare s’è fermata sotto la soglia di sbarramento per lo 0,13%, ovvero settemila voti. Anche qui, se si contesta in Italia la soglia di sbarramento come antidemocratica, se si dice che la soglia non solo priva una fetta di cittadini della rappresentanza cui avrebbero diritto, ma spinge anche a votare obtorto collo per i partiti maggiori sotto la spinta del meccanismo antidemocratico del “voto utile”, allora non si può non dire le stesse cose per quanto riguardo la Grecia.

Detto questo, è evidente che Unità Popolare non è riuscita ad accreditarsi come legittimi rappresentante del NO vittorioso al referendum. Chiamando le elezioni anticipate con così poco preavviso Tsipras puntava a impedire alla sinistra di SYRIZA di organizzarsi in maniera efficacie. Era sotto gli occhi di tutti che la sinistra di SYRIZA non fosse un “partito nel partito” pronto a staccarsi e agire autonomamente.

L’attenzione riguardo a Unità Popolare si è concentrata sui “grandi nomi” aderenti. Certamente, il balletto di Zoe Konstantopolou che prima aderisce, poi non aderisce e poi aderisce, non ha fatto bene a Unità Popolare. Certamente, Glezos e Varoufakis che prima dicono che non possono sostenere una lista a favore dell’uscita dall’euro e poi la sostengono, rende l’idea della confusione in cui è stata costruita Unità Popolare.

L’attenzione sui grandi nomi però è sbagliata, tanto più quando si parla di un soggetto politico come Unità Popolare che punta alla lotta e al radicamento popolare. Il vero punto di attenzione dovrebbe essere su quanto Unità Popolare sia in grado di ricomporre tutto quello che è in uscita libera dal processo di disgregazione di SYRIZA. Purtroppo, fino ad ora, non abbastanza. Segnali evidenti sono arrivati durante la costruzione della lista: la coalizione di ultra-sinistra ANTARSYA ha perso alcune frange che hanno partecipato a UP ma si è presentata comunque alle elezioni ottenendo lo 0,85% dei voti, l’organizzazione giovanile di SYRIZA è uscita in blocco ma non ha aderito a UP limitandosi invece a dare indicazione di voto per “tutte le liste anti austerità”, tanti membri del Comitato Centrale di SYRIZA e/o parlamentari hanno rifiutato di candidarsi e sostenere le liste di SYRIZA senza però schierarsi con UP.

Non ho la sfera di cristallo per sapere se il generoso tentativo di Unità Popolare ha le gambe per camminare anche fuori dal parlamento.

Ciò che è sicuro è che ora nel panorama della politica greca l’unica forza politica di sinistra di opposizione all’austerità è il Partito Comunista di Grecia KKE che ha confermato la sua compattezza, prendendo esattamente lo stesso 5,5% delle elezioni di gennaio. Nelle nostre analisi tendiamo sempre a liquidarlo come “settario e ininfluente”. Se la definizione di “settario” si adatta perfettamente alla linea politica del KKE, rimane che avrà pur qualcosa da dire se resta saldo in mezzo agli scossoni che hanno invece tenuto Unità Popolare sotto il 3%.

Il governo del terzo memorandum

Alexis Tsipras ora ha il compito di guidare il governo sotto il terzo memorandum. Dopo la notte del “waterboarding mentale” ci si è dimenticati troppo presto di cosa voglia dire il terzo memorandum.

Sotto il terzo memorandum il governo greco è costretto a ripudiare le leggi fatte negli ultimi mesi che non siano compatibili con il memorandum, da questa falciata si salvano solo alcuni dei provvedimenti “umanitari”, ma neanche tutti. Sotto il terzo memorandum il commissariamento della Grecia è ancora più stretto. Uno dei punti faticosamente strappati dal governo Tsipras a febbraio era che gli ufficiali della troika non dovevano stare ad Atene a controllare ogni singolo atto, era che le trattative dovevano avvenire a Bruxelles dove il governo greco avrebbe discusso i provvedimenti dopo averli presi. Con il terzo memorandum si torna alla troika ad Atene che, per di più, controlla ogni singolo atto parlamentare prima che sia discusso. Con il terzo memorandum il governo greco deve affidare a un fondo modello-Treuhand (l’istituzione che privatizzò i beni della Germania Est in un’orgia di corruzione e inefficienza) beni pubblici per 50 miliardi di euro, una cifra esorbitante per il valore dei beni pubblici greci, raggiungibile solo mettendo sul mercato, letteralmente, le isole greche.

Tsipras si è ricandidato dicendo che lotterà per far pesare questi provvedimenti agli oligarchi, a chi non ha mai pagato le tasse. Dice che lotterà aspettando che nuovi governi di sinistra prendano il potere negli altri paesi periferici e che questo permetta di riaprire la partita a livello europeo.

È lecito dubitare che questo sia fattibile. Innanzitutto, nonostante il governo SYRIZA-ANEL sia formalmente autonomo, di fatto Tsipras ha resuscitato centrodestra e centrosinistra per coinvolgerli nella costruzione del terzo memorandum dopo il referendum. E il centrodestra e il centrosinistra greci (in parte, anche ANEL) sono esattamente i rappresentanti politici di chi non ha mai pagato le tasse e ha campato per tutta la vita facendo il parassita di uno stato inefficiente.

Ma soprattutto, è lecito dubitare che l’opzione dell’ondata di governi di sinistra sia realistica. In Irlanda, Spagna e Portogallo i numeri brutali dicono che a ora non c’è nessuna possibilità seria per nessun governo di sinistra. Forse con l’unica eccezione della Spagna in cui le vicende dell’indipendentismo catalano potrebbero dare un nuovo scossone allo scenario politico, i numeri indicano dappertutto l’affermarsi di grandi coalizioni in totale accordo con le istituzioni europee.

Infine, è lecito dubitare che “ora che ha una nuova legittimazione democratica” SYRIZA sia nelle condizioni per trattare meglio con l’Europa. Il governo Tsipras è già stato punito per aver cercato di condurre una trattativa vera nel momento di massimo consenso elettorale, abbiamo già visto come il tentativo di aprire le contraddizioni tra Germania e Francia si sia concluso con il governo socialdemocratico francese che ha insaponato la corda con cui il governo cristianodemocratico-socialdemocratico tedesco ha impiccato il governo di sinistra radicale greco. L’idea che ci siano ora le condizioni per riaprire la trattativa su punti reali (certo, magari ora invece di 50 miliardi di privatizzazione l’Europa si limiterà a 49 miliardi) assomiglia più a un pio desidero che a una possibilità data dai rapporti di forza reali.

La sinistra italiana e la Grecia

SYRIZA ha chiesto sostegno agli altri partiti del Partito della Sinistra Europea e a tutte le sinistre con una lettera significativamente firmata dal solo responsabile esteri del partito, dato che nel frattempo il segretario di era dimesso. Lettera in cui tutte le colpe sono state accollate alla minoranza interna, in pieno stile da realismo socialista.

La risposta della sinistra italiana è stata il presentat-arm!

Certamente sarebbe stato da vigliacchi voltare le spalle dopo essere andati a farsi belli ad Atene quando le prospettive sembravano rosee. Ma la reazione della sinistra italiana (dalla segreteria di Rifondazione Comunista all’ARCI passando per SEL e Civati) è stata una cosa diversa dalla solidarietà a una forza politica affine che si trova in grande difficoltà, è stata la strumentalizzazione della vicenda greca per legittimare il processo di ricomposizione di gruppi dirigenti all’interno della Costituente della Sinistra, la famosa “SYRIZA italiana” che viene lanciata ormai a scadenze stagionali da un paio d’anni.

Lo schieramento a sostegno di Tsipras è vissuto alla giornata, cercando di sfoderare trucchetti retorici nuovi (e contraddittori) per star dietro alle notizie del giorno. L’atteggiamento ondivago di alcuni personaggi come Manolis Glezos e Yanis Varoufakis ha messo a dura prova i sostenitori senza se e senza ma di Tsipras. Prima hanno esaltato i responsabili Glezos e Varoufakis che pur in disaccordo con Tsipras non partecipavano a Unità Popolare, salvo poi riesumare le accuse di minoritarismo e scissionismo quando ci si è accorti che Glezos e Varoufakis sostenevano Unità Popolare

Accuse di minoritarismo e scissionismo che curiosamente sono esattamente quelle prodotte dal PDS-DS-PD contro la sinistra radicale che ora le volge contro un pezzo di sinistra radicale greca. Accuse che, va detto, suonano a tratti imbarazzanti quando provengono da dirigenti che per anni hanno prodotto disastri elettorali e organizzativi, dirigenti che hanno prodotto lotte di corrente all’ultimo sangue mentre non si accorgevano che le liste non prendevano voti e le organizzazioni perdevano militanti.

Aldilà del pulpito da cui viene la predica, la verità è che la retorica assunta nel sostegno alla “nuova SYRIZA” è pericolosa, su almeno due punti.

Il primo punto è che se un anno fa sembrava data per assunta l’impossibilità di governare da sinistra l’austerità, ora questa possibilità “rientra dalla finestra” dopo essere stata buttata fuori dalla porta. Quando si dice che anche dentro al pesantissimo programma di austerità imposto alla Grecia si possono trovare spazi per politiche redistributive di sinistra cosa si sta facendo se non riaprire alla possibilità di una nuova alleanza col centrosinistra (possibilità che di fatto viene proclamata come unico orizzonte da Vendola e Civati…)?
Certo, per una parte dei partecipanti al progetto di “Costituente della Sinistra” si tratta di una contorsione retorica e tattica. In altre parole, un giro di parole per giustificare il prolungato sostegno a Tsipras. Ma così facendo si fa mostra di avere una retorica vuota. Retorica vuota che si manifesta anche nelle chiacchere sull’Europa. Sia L’Altra Europa sia la segreteria di Rifondazione Comunista hanno detto che, pur nella sconfitta, il terzo memorandum ha il pregio di dimostrare l’irriformabilità dell’Europa. Anche questo appare però come retorica vuota nel momento in cui non si trae nessuna conseguenza. Se l’Europa non è riformabile, vuole dire che bisogna come minimo cambiare completamente l’approccio alle questioni europee. E invece sia L’Altra Europa sia la segreteria di Rifondazione Comunista persistono a riproporre esattamente le stesse proposte politiche di quando si considerava in qualche maniera la riformabilità dell’Europa. La proposta continua a essere la costruzione della “sinistra di governo” fino a quando non ci sarà una coalizione di governi anti-austerità in grado di riformare l’Europa.

Il secondo punto è quello della democrazia interna. Tsipras ha deciso di sgretolare SYRIZA pur di portare avanti la linea che crede giusta. Non si tratta solo dello scontro con la minoranza di sinistra organizzata, Tsipras è andato alla rottura con il segretario del partito, con la maggioranza del Comitato Centrale, con l’organizzazione giovanile del partito, con la corrente sindacale del partito, con le federazioni e le sezioni territoriali.

Personalmente cerco di restare nel quadro di una cultura politica per cui all’interno di un’organizzazione che vuole rimanere unita si deve perseguire la sintesi tra le posizioni: massima democrazia nella discussione, massima unità nell’azione. Poi nella realtà spesso si arretra sul “principio di maggioranza”, tutti fanno quello che decide la maggioranza fatta salva la possibilità per la minoranza di rendere nota la propria posizione. Questo “principio di maggioranza” è quello che è stato rispettato dalla minoranza di SYRIZA durante gli ultimi due anni, inclusa l’azione di governo. Tsipras con la mossa delle elezioni non ha solo rifiutato il principio della sintesi, ha rifiutato il principio di maggioranza andando a elezioni in cui si sarebbe comunque tolta qualunque agibilità alla minoranza.

È questo il tipo di democrazia interna cui allude la Costituente della Sinistra? Una democrazia interna in cui chi non è d’accordo è fuori? Una democrazia interna in cui il gruppo dirigente dell’organizzazione è totalmente autonomo dal resto dell’organizzazione? Una democrazia interna in cui determinate posizioni “euro scettiche” sono messe al bando?

Non si tratta di una questione marginale. Io la vivo dall’interno del PRC, dove sono e dove resto. Come può il PRC partecipare a una costituente che proclama il principio democratico di “una testa un voto”, ma poi, di fatto, legittima il principio leaderista per cui decide tutto la singola persona o un ristrettissimo gruppo dirigente? L’ipotesi che la “SYRIZA italiana” assuma questa modalità è molto più che un’ipotesi, l’abbiamo vista in azione quando sono state formate le liste de L’Altra Europa, liste formate dai sei “garanti” senza nessun tipo di controllo democratico ma con l’approvazione personale di Alexis Tsipras. All’epoca abbiamo dovuto ingoiare il boccone amaro per l’impellenza delle elezioni. Oggi?

Ma si tratta di qualcosa che investe tutta la sinistra che potrebbe essere interessata a una ricomposizione. La questione europea, la questione dell’Unione Monetaria Europea investe trasversalmente tutti i settori della sinistra politica, sindacale e di movimento. In tutti i settori si possono trovare compagni che sono fedeli all’idea degli Stati Uniti d’Europa in maniera religiosa, compagni traghettati ormai a posizioni anti europeiste e un grande spettro di posizioni confuse, dinamiche, in movimento. A questo si risponde dicendo che la linea è “dentro l’euro, a costo di gestire noi l’austerità”?

Ovviamente, questo apre a una domanda ancora più grande: perché facciamo la ricomposizione della sinistra? Si tratta di un obiettivo strategico in sé cui bisogna sacrificare tutte le possibili dissidenze? O si tratta di un mezzo per raggiungere degli scopi?

Per un manifesto dei comunisti e delle comuniste di Rifondazione

L’adesione può essere segnalata inviando una mail a alternativaprc@gmail.com e specificando nome, cognome ed eventuale incarico.

Europa. La vicenda greca è destinata ad avere profonde ripercussioni innanzitutto sul popolo greco, ma anche sulle sinistre comuniste ed anticapitaliste europee. L’umiliante diktat imposto alla Grecia, conferma e rende ancor più evidente agli occhi di milioni di persone la natura irriformabile di questa Europa a trazione tedesca. Al tempo stesso evidenzia una pesante sconfitta, più esattamente la capitolazione, del governo Tsipras, eletto proprio su un programma contro l’austerità e i trattati europei, e l’assenza di una iniziativa adeguata della sinistra anticapitalista a livello europeo in grado di sostenere l’esperienza greca. Le stesse forze del GUE/SE hanno mostrato in merito forti limiti di ruolo e di iniziativa.

Mentre dobbiamo rilanciare con forza la mobilitazione in solidarietà con il popolo greco, occorre fare chiarezza sulla perdente illusione di modificare questa Europa, occorre aprire una riflessione profonda sulla nostra strategia e su cosa significa lottare adesso contro questa Europa ed i suoi trattati, senza escludere, ma ponendo all’ordine del giorno il tema della rottura ed uscendo da formule generiche ed illusorie, come la “disubbidienza ai trattati”.

La linea della segreteria Ferrero viene duramente smentita dalla vicenda greca: altro che “contingente necessità”, questa impone un concreto cambiamento di linea e di gruppo dirigente per impedire la scomparsa di un ruolo utile del PRC, nonostante il generoso lavoro di tanti circoli e federazioni del partito.

Il progetto de “l’Altra europa con Tsipras” non ha rappresentato un reale processo di costruzione di una coalizione di sinistra in grado di opporsi efficacemente al Governo Renzi e alle politiche di austerità, e adesso viene utilizzato solo come strumento per dar vita ad un nuovo contenitore con Civati e Vendola, senza tener conto delle posizioni espresse più volte da queste forze che hanno l’obiettivo strategico di rifondare il centrosinistra, ovvero una “grande SEL” finalizzata ad un nuovo Ulivo, una “terra di mezzo” che ci riporterebbe allo stesso punto da cui è iniziata la crisi di Rifondazione..   Dopo varie esperienze fallimentari, occorre assumere la consapevolezza che i temi dell’alternativa di sistema, della sovranità popolare, della ricomposizione di un blocco sociale alternativo e la necessità di un ampio schieramento di sinistra a livello nazionale ed europeo non sono affrontabili con scorciatoie politiciste e con progetti deboli come la “costituente di sinistra”, che rischiano di naufragare al primo reale problema posto dal conflitto di classe, essendo privi di un programma di rottura con la gestione capitalistica della crisi e di un effettivo radicamento sociale.

Anche il tema del governo, posto con una certa insistenza a immagine di Syriza, non può essere risolto, bypassando la questione complessa della ricostruzione di un adeguato consenso di massa, dell’internità ai conflitti e dunque di un lavoro sociale e politico effettivo che faccia la necessaria chiarezza sulle prospettive senza seminare pericolose illusioni di tipo elettorale e produrre nuove sconfitte.

La proposta della “costituente di sinistra”, che dovrebbe decollare dal prossimo ottobre/novembre, rappresenta una preoccupante involuzione della linea del partito, rispetto alle stesse conclusioni del Congresso di Perugia, linea divenuta ormai incerta ed in balia di ipotesi politiche prive di un adeguato respiro strategico e ambigue rispetto al centrosinistra, una linea che nei fatti mette a serio rischio l’esistenza stessa del PRC come partito comunista autonomo, radicato socialmente e capace di proposta politica.

Gli stessi risultati elettorali delle ultime regionali, con il forte aumento dell’astensionismo, la consistente perdita in voti e percentuali del PD, la crescita del voto populista e reazionario alla Lega, la tenuta del M5S, evidenziano ancora una volta la mancanza di un chiaro riferimento a sinistra, in grado di intercettare il disagio sociale di ampi settori popolari colpiti dalla crisi e togliere spazio al populismo fascio-leghista.

La “costituente di sinistra” si rivela un’ipotesi priva di concretezza e di un reale spazio riformatore nell’attuale contesto segnato dalla crisi: infatti Renzi non rappresenta un incidente di percorso, ma lo sviluppo/accelerazione delle precedenti politiche del PD, con l’abbandono definitivo di ogni legame con una cultura democratica e costituzionale. Egli rappresenta lo strumento più utile al capitalismo ed ai poteri forti per gestire la crisi a loro favore con l’attacco ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, ai beni comuni, alla democrazia e alla Costituzione, con il taglio della spesa sociale, con l’aumento delle spese militari per nuove guerre. Inoltre, il drammatico flusso migratorio di uomini e donne verso l’Europa, diretta conseguenza dello sfruttamento e delle guerre portate avanti dall’occidente capitalistico, si scontra con il colpevole disinteresse e la palese incapacità dell’Europa di rispondere in modo dignitoso a tale fenomeno, un vero e proprio respingimento, mentre la destra fascista e xenofoba alimenta e diffonde pericolosi focolai di guerra tra poveri all’interno dei ceti popolari colpiti dalla crisi.

L’uscita dal PD di esponenti della sinistra è un fatto importante che dobbiamo valorizzare con l’azione comune su battaglie concrete, ma per un’uscita da sinistra dalla crisi non c’è spazio per progetti fragili o solo per fini elettorali, né per illusioni riformiste. Occorre ricostruire una proposta dal chiaro profilo anticapitalista in grado di riconquistare credibilità ed egemonia sulla base di un programma e di un effettivo radicamento nei conflitti, modificare gli attuali rapporti di potere, ricomporre un blocco sociale e delineare un’alternativa di sistema. Occorre anche una profonda discussione sul carattere del nuovo capitalismo che non si basa solo sul dominio economico, ma affonda le radici sulle vite di donne e uomini, colonizzandone i corpi, il senso comune e la coscienza di sé.

Su questo terreno si colloca oggi il ruolo autonomo, utile e non settario, il progetto e l’identità di una forza comunista, come il PRC, se è vero che il comunismo rappresenta il movimento reale che abbatte e trasforma lo stato di cose presente. Fuori da questa prospettiva di classe, c’è solo ondeggiamento opportunistico, subalternità, perdita di autonomia, cessione di sovranità e dunque liquidazione del partito.

Costruire subito un vasto fronte di opposizione al Governo Renzi ed alle politiche di austeritàdella Troika rappresenta il terreno concreto per costruire una coalizione sociale e politica della sinistra di alternativa, capace di promuovere ed essere interna ai conflitti sociali. In questo ambito, occorre restituire al PRC una reale capacità di interlocuzione, di iniziativa e di protagonismo politico.. Solo sulla base di concrete convergenze su contenuti e pratiche comuni, saranno possibili forme di coordinamento che riconoscano la pluralità e l’autonomia dei diversi soggetti ed anche credibili esperienze di unità d’azione sul terreno elettorale.

Quale forma e percorso debba avere questo processo è proprio il tema su cui tutto il partito deve discutere e produrre concrete esperienze nei territori. Infatti la complessità del variegato fronte di resistenza alla crisi non può essere rappresentata da un soggetto politico unico a cui cedere sovranità, ma da un’ampia e plurale convergenza di soggetti sociali e politici unita da:

  1. un programma di fase che abbia al centro i bisogni sociali nella crisi, da costruire in stretta connessione con i movimenti ed i conflitti di classe, definendo concrete campagne a partire dalla questione centrale del lavoro e della riduzione di orario (stop precarietà e lavoro volontario, no Jobs Act, tutela del salario, pluralismo e democrazia sindacale), ai basilari diritti sociali e contro qualsiasi guerra tra poveri (diritto alla casa e alla salute, difesa dei redditi e del sistema pensionistico, reddito di cittadinanza, ruolo democratico della scuola pubblica, pubblicizzazione dei beni comuni), alla difesa della Costituzione e contro le logiche maggioritarie della legge elettorale, fino alla mobilitazione contro la Nato e la BCE;
  2. una comune pratica e presenza nelle lotte per sviluppare il radicamento e il ruolo politico;
  3. una chiara collocazione al di fuori e contro l’orizzonte del centrosinistra con o senza Renzi, a livello nazionale e locale.

Come dimostra la rottura in corso all’interno di Syriza, non è la formula del soggetto politico “una testa, un voto” che garantisce l’unità, ma solo la condivisione di un chiaro programma politico.

La crisi strutturale del capitalismo ripropone l’attualità della questione comunista e rilancia la necessità della rifondazione di un partito comunista capace di svolgere un ruolo propulsivo e di riaggregare le tante soggettività comuniste oggi disperse, su un profilo, una proposta politico-programmatica ed una forma partito all’altezza della crisi attuale, in grado di interpretare e raggiungere i nuovi soggetti sociali…

Rifondazione del partito e costruzione di un ampio movimento anticapitalista e antimperialista sono le due priorità, tra loro dialetticamente connesse, su cui deve lavorare il PRC in questa fase per uscire dalla marginalità e dalla crisi politico-organizzativa di questi anni, per rimettersi in movimento con la società e delineare una prospettiva socialista all’altezza dei nostri tempi.

A tal fine, insieme all’approfondimento di comuni storie e basi ideologiche, occorre unire una profonda riflessione sui limiti dell’esperienza comunista di questi anni, un aggiornamento dell’analisi di fase e l’avvio di una nuova presenza dei comunisti nella società, così da evitare scorciatoie autoreferenziali o concepite sulla base di un’identità astratta.

Con questa prospettiva sarà possibile ricostruire il senso di appartenenza e la militanza di tanti compagni/e oggi demotivati da scelte e modalità di lotta politica interna inaccettabili.

La ripresa del conflitto e un concreto piano di reinsediamento sociale del partito, l’entrata in campo di nuove esperienze e generazioni saranno determinanti per invertire la tendenza e riaggregare i comunisti e le comuniste, ma questa nuova fase deve essere avviata da subito con l’attivazione di un ampio processo di democratizzazione e con un reale cambiamento nello stile di lavoro che sappia unire dialettica e pluralismo interno, condizioni essenziali per una gestione collegiale del partito.

È fondamentale in questo senso che si tenga al più presto la Conferenza Nazionale dei Giovani Comunisti/e in modo democratico, plurale e trasparente.

In questa fase diventa essenziale riprendere un percorso di formazione politica volto a costruire in modo diffuso analisi, critica e pratica politica, a ristabilire un nesso profondo tra teoria e prassi, tra condizione sociale e coscienza politica. A tal fine è necessaria la ripresa del conflitto di genere, strettamente connesso al conflitto di classe, contro il maschilismo e la concezione patriarcale, presente anche nel partito a tutti i livelli. Non si tratta di assegnare quote alle donne, ma di cambiare i tempi e le modalità della politica, di riconoscere l’autodeterminazione, la differenza e la passione politica delle compagne.

Il profondo rinnovamento politico, culturale, di genere e generazionale, di cui il PRC ha urgente bisogno, rende necessario – prima che sia troppo tardi – anticipare il congresso del partito per la ridefinizione della linea e dei gruppi dirigenti a tutti i livelli.

(Testo approvato nel corso della Scuola di formazione politica di Poggibonsi, su cui raccogliere ulteriori firme tra i compagni/e di Rifondazione Comunista a tutti i livelli, a partire dai circoli, diffondendo il documento e promuovendo la discussione e l’iniziativa politica.

Poggibonsi (SI), 29 agosto 2015

Primi firmatari (in ordine alfabetico):

Imma Barbarossa – CPN del PRC

Luca Cangemi – CPN del PRC

Stefano Grondona – CPN del PRC

Daniele Maffione – CPN del PRC

Marco Nebuloni – CPN del PRC

Gianluigi Pegolo – CPN del PRC

Bruno Steri – CPN del PRC

Sandro Targetti – CPN del PRC

Arianna Ussi – CPN del PRC

 

 

GUE/NGL: il compromesso sul TTIP ignora le preoccupazioni dei cittadini

Il gruppo dei socialdemocratici al Parlamento Europeo sta sbandierando il compromesso raggiunto in commissione commercio come un grande passo avanti. Ovviamente gli europarlamentari del PD hanno cominciato a far girare questa voce di propaganda negli ambienti del movimento STOP TTIP, dopo averlo ignorato per mesi.
Il GUE/NGL, il gruppo della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica che raccoglie le sinistre radicali di vari paesi europei, tra cui gli eletti della lista italiana L’Altra Europa e quelli di SYRIZA, ha votato contro il compromesso. Questo è il comunicato pubblicato sul sito del GUE:

I sostenitori dell’accordo commerciale ad ampio spettro (TTIP) tra Unione Europea e USA hanno ottenuto una larga maggioranza nel voto odierno alla commissione commercio del Parlamento Europeo su una risoluzione sulle richieste del Parlamento sui negoziati in corso.

Helmuto Scholz [Die Linke, Germania], relatore per il gruppo parlamentare GUE/NGL ha criticato questo risultato: “Il compromesso tra il relatore Lange (gruppo S&D [socialdemocratici, il gruppo del PD] e i gruppi conservatori e liberali ignora deliberatamente le profonde preoccupazioni espresse nel dibattito pubblico in molto paesi membri dell’UE a proposito della creazione di un mercato comune transatlantico.”

Ha aggiunto: “La grande maggioranza delle persone al di fuori della stanza del Comitato rifiuta il meccanismo di risoluzione delle dispute tra investitori e stati (ISDS), ma questo europarlamentari che ne sono favorevoli pensano di saperla più lunga. A mio parere, è arrogante che gli emendamenti tratti dalle opinioni di 5 altre commissioni, incluse quelle degli affari legali e degli affari costituzionali, che hanno chiesto di opporsi all’ISDS, siano stati completamente ignorati, tanto quanto 1 milione e 900mila cittadini europei che hanno già firmato una petizione contro l’ISDS.”

La commissione commercio ha anche respinto le richieste di prevenire la formazione di un “consiglio di cooperazione regolatoria” nel TTIP.

L’eurodeputata olandese Anne-Marie Mineur [Socialistische Partij] ha commentato: “E’ scandaloso vedere come alcuni gruppi politici siano disposti a rinunciare al controllo parlamentare sulle future leggi europee e degli stati membri. Questi europarlamentari, sostenendo il riconoscimento reciproco di differenti standard in Unione Europea e negli USA e alla procedura di sorveglianza per ogni legge che riguardi il commercio e gli investimenti, si dispongo a rinunciare alla democrazia parlamentare per la loro fede quasi religiosa nei benefici promessi del libero scambio.”

L’europarlamentare italiana Eleonora Forenza [L’Altra Europa – Rifondazione Comunista] ha spiegato: “Il TTIP non creerà posti di lavoro, è più probabile che ne brucerà un milione in tutta l’Unione Europa a causa dell’aumentata concorrenza. Questo è il risultato che esce da diversi studi sugli effeti [del TTIP] ed è stato confermato dal capo economista della Direzione Generale del commercio. In ogni caso, ogni nostra proposta, anche solo di nominare questi dati, è stata respinta al voto.”

Altra questione respinta al voto sono state la richiesta di un approccio di “lista positiva” alla salvaguardia di servizi pubblici e altri servizi importanti dagli impegni di liberalizzazioni, come richiesto dalla commissione delle regioni e da molte altre commissioni del Parlamento Europeo.

Rimetteremo in discussione degli emendamenti cruciali al voto in plenaria il 10 giugno, speriamo sinceramente che la maggioranza del parlamento voti diversamente dalla maggioranza della commissione commerci.” ha concluso Helmut Scholz. “Gli europarlamentari dovrebbero ascoltare i loro popoli nei loro collegi di elezione.”

Due note
L’ISDS è una delle parti più contestate dell’accordo. Sostanzialmente sarebbe un meccanismo per cui gli investitori (cioè, i capitalisti) potrebbero citare in giudizio gli stati che facciano delle leggi nocive per i loro affari. Per di più, è un meccanismo che non passa attraverso i tribunali degli stati ma attraverso dei tribunali privati. L’esempio classico è quello dei grandi produttori di sigarette che potrebbero portare in giudizio gli stati per la legislazione anti-fumo

L’approccio di “lista positiva” significa che si nominano esplicitamente i servizi esclusi dalla liberalizzazione.

Per firmare l’appello della campagna STOP TTIP clicca qui

La tendenza alla guerra dell’occidente e il radicalismo islamico

La tendenza alla guerra dell’occidente e il radicalismo islamico

di Domenico Moro su Rifondazione.it

La seconda divisione è quella tra due modelli che coincidono con i due più importanti Stati islamici dell’area Medio-Orientale, l’Arabia Saudita e l’Iran. L’Arabia Saudita, che assume un ruolo più egemone con la vittoria araba nella guerra contro Israele del 1973, rappresenta nell’islamismo il polo conservatore. La concezione saudita dell’Islam è fondato sull’autorità degli ulema di osservanza wahabita, ovvero sul ritorno all’Islam primitivo e sull’applicazione rigorosa delle norme della legge islamica, la sharia. Obiettivo dell’Arabia Saudita è “wahabizzare” il mondo islamico, fondandosi sulla sua enorme ricchezza. La reazionaria Arabia Saudita, che è il principale produttore e possessore mondiale di riserve di petrolio, è legata sul piano economico e politico agli Usa e all’Europa Occidentale. L’enorme liquidità in dollari dell’Arabia Saudita e delle altre monarchie arabe, generata dall’enorme surplus commerciale ottenuto grazie alla rendita petrolifera, fluisce sulle principali piazze finanziarie occidentali, come Londra, dove ha contribuito a determinare la creazione del mercato finanziario mondiale a partire dagli anni ‘70. I debiti pubblici Usa e occidentali sono finanziati e numerose imprese transnazionali occidentali sono partecipati dalle petromonarchie arabe, spesso attraverso i rispettivi fondi sovrani. La classe dominante delle petromonarchie è una classe di rentier parassitari di tipo feudale, che si sono integrati con la classe capitalistica transnazionale del centro del sistema capitalistico. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita, è sempre stata legata sul piano ideologico e pratico con l’estremismo fondamentalista sunnita e in particolare con il jihadismo, anche se non senza frizioni e contraddizioni. Come quelle che si determinarono quando, in occasione della Prima guerra del Golfo nel 1990, molti jihadisti si allontanarono dai loro sponsor sauditi, perché questi avevano permesso la presenza di un esercito infedele, le truppe Usa, sul territorio che ospita i luoghi santi della Mecca e di Medina.

Dalla fine degli anni ’70 l’Arabia Saudita ha ingaggiato una lotta feroce per il predominio sul mondo islamico con l’Iran, la cui rivoluzione islamica del 1979 assunse un ruolo dirompente nell’area medio-orientale. Infatti, la rivoluzione iraniana, che ebbe la sua base di classe tra le masse povere iraniane, è stata forse l’ultima rivoluzione antimperialista di successo del ciclo storico della decolonizzazione. Nello stesso tempo, è stata precorritrice dei tempi, sostituendo l’islamismo al nazionalismo laico o socialista come strumento ideologico-politico della lotta contro l’imperialismo occidentale. Per la verità, inizialmente la rivoluzione ebbe anche una forte componente laica e di sinistra. Però, nel corso della guerra contro l’Iraq, l’ala più giovane e politicizzata del clero sciita, guidata dall’Imam Khomeyni, e i pasdaran, una forza militare d’élite di ispirazione religiosa ma di composizione laica, conquistarono la completa egemonia. Ad ogni modo, l’islamismo di matrice khomeynista si oppose da subito non solo alle classi dirigenti laiche compromesse con l’imperialismo ma anche a quelle musulmane conservatrici (a partire dai sauditi) dei Paesi arabi, accusandole di nascondere dietro il rigorismo religioso il loro appoggio all’Occidente. Di conseguenza, la rivoluzione iraniana fu immediatamente contrastata dall’Arabia Saudita e dall’imperialismo occidentale che spinsero l’Iraq di Saddam Hussein contro di esso. L’Arabia Saudita, che appartiene all’islamismo sunnita, ha avuto buon gioco a contrastare le mire degli iraniani sciiti a esportare la loro rivoluzione, perché lo sciismo nel mondo musulmano è minoritario e considerato una aberrazione da molti sunniti. Tuttavia, gli iraniani sono riusciti a penetrare dove la presenza sciita è più consistente e in particolare ad islamizzare due importanti conflitti mediorientali, che fino ad allora avevano incarnato la causa nazionalistica araba, quello palestinese e quello libanese, come dimostrato dal legame esistente tra Hamas, Hizbollah e l’Iran.

L’Iran islamico è stato ed è tutt’altro che uno Stato progressista, caratterizzandosi per la violenta e sanguinosa eliminazione delle formazioni laiche e di sinistra e in particolare del partito comunista, tutt’ora illegale. Inoltre, mentre la spinta rivoluzionaria nel tempo si è venuta affievolendo, si è formata una borghesia nazionale, che coincide in parte con la complessa rete industriale e infrastrutturale creata dai pasdaran, e che mantiene la pace sociale con erogazioni di welfare alle classi subalterne grazie alla rendita petrolifera. Al di là degli orientamenti religiosi, gli interessi statuali ed economici dell’Iran, anch’esso potenza petrolifera, configgono con quelli dell’Arabia Saudita, determinando una lotta per l’egemonia regionale, che si riflette, alimentandoli, nei conflitti settari tra sciiti e sunniti in Medio-Oriente. Il caso più recente è quello dello Yemen dove milizie sciite stanno mettendo in seria difficoltà il presidente sostenuto da Usa e Arabia Saudita, che più volte è intervenuta militarmente in quel Paese.

 

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La truffa del debito pubblico.

“La truffa del debito pubblico” è il titolo del nuovo libro di Paolo Ferrero che fa furbescamente il verso a un certo tipo di letteratura scandalistico-complottista molto diffusa nel campo dell’economia. Perché questo tipo di letteratura attecchisca in questo campo specifico, non è difficile da capire: la differenza tra le esperienze di vita reale e il verbo neoliberista professato dagli economisti di regime porta molte persone a cercare risposte diverse da quelle di Friedman, Zingales e Mario Monti. In questa differenza Ferrero cerca di infilarsi piantandoci dentro un cuneo.

truffa

Paolo Ferrero – La truffa del debito pubblico – DeriveApprodi – 155 pagine – 12 euro

Ferrero con questo libro prosegue il lavoro iniziato col precedente libro “PIGS, la crisi spiegata a tutti”, un lavoro di rielaborazione e divulgazione delle posizioni degli “economisti critici” come Brancaccio, Bellofiore, Gallino o Giacchè, per nominare i più noti. Il libro di Ferrero è utile da leggere per chiunque graviti attorno alla cosiddetta “sinistra radicale”, qualunque sia il giudizio che si da del segretario di Rifondazione Comunista. In parte perché gli economisti “nostri” spesso “si spezzano ma non si spiegano”, dibattono a un livello oggettivamente troppo alto perché sia compreso dai militanti che, a loro volta, spesso non sono neanche troppo interessati a innalzare il dibattito oltre il livello delle beghe di fazione. In parte anche perché quello di Ferrero è uno sforzo di sistematizzare le posizioni assunte insieme alla segreteria del PRC e può essere l’occasione giusta per provare a stabilire “affinità e divergenze” in maniera più precisa di quanto si possa fare con gli scambi di battute estemporanei che si susseguono sui social network.

La truffa del debito

Ferrero individua, giustamente, il divorzio del 1981 tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro come momento critico nella storia del debito italiano. È un momento che viene presentato come “naturale” dalla cultura dominante, i suoi protagonisti Ciampi e Andreatta sono considerati poco meno di padri della patria. Anche tra le culture d’opposizione, però, non è percepito come un passaggio importante almeno quanto la sconfitta dell’occupazione alla FIAT o la sconfitta al referendum sulla scala mobile. Anche a sinistra si tende a viverla come fosse una cosa “naturale” o, anche peggio, ci s’impicca alle fantasie sul signoraggio.

La tesi di Ferrero è semplice. Prima del divorzio Banca d’Italia e Ministero del Tesoro concordavano il tasso d’interesse dei titoli di stato e poi la Banca d’Italia comprava quello che era rimasto invenduto sul mercato privato. In questa maniera lo stato poteva finanziare la sua spesa a tassi d’interesse moderati e il debito pubblico nel suo complesso cresceva in maniera controllata. Con l’autonomia della Banca d’Italia, invece, lo stato deve finanziarsi ai tassi stabiliti dal mercato e l’Italia vede crescere il proprio debito pubblico in maniera esponenziale, pur essendo in avanzo primario. E lo stesso problema affrontano i paesi periferici dell’Unione.

La tesi di Ferrero è giusta, ma corre il rischio del semplicismo. Infatti, non risponde a una domanda: come mai i tassi d’interesse del debito in Italia esplodono già negli anni ’80 mentre questo non succede negli altri paesi periferici dell’Unione, pur avendo la stessa situazione d’indipendenza della Banca Centrale? Senza spiegare questo si rischia di lasciare aperta la porta a spiegazioni banalizzanti come la spesa pubblica senza controlli e le ruberie (è la tesi che Civati esponeva un paio d’anni fa in giro per l’Italia).

Ah, l’ala sinistra del PD

La risposta in parte è implicita nei ragionamenti svolti da Ferrero sul risparmio privato: l’Italia è un paese in cui c’è un alto debito pubblico, ma i privati sono relativamente poco indebitati, molti paesi europei pre crisi erano nella situazione inversa, con debiti pubblici bassi ma alti debiti privati. C’è però un secondo punto che rimane sullo sfondo. Brancaccio e Passerella nel loro pamphlet “L’austerità è di destra” smentiscono la vulgata per cui i tassi d’interesse crescerebbero esclusivamente al crescere del debito pubblico, indicando invece tutta una serie di concause tra cui le più rilevanti sarebbero il deficit e il debito verso l’estero, in altre parole l’eccesso d’importazioni rispetto alle esportazioni. Una situazione, questa, in cui l’Italia s’è spesso trovata a causa della de industrializzazione prima e poi dei sempre crescenti squilibri commerciali dell’area euro.

Ferrero, insomma, spiega molto bene perché l’Italia è esposta alla speculazione internazionale, ma lascia sullo sfondo la discussione su perché la speculazione attacchi proprio noi.

Contro il complottismo

Chiunque abbia fatto parte delle mobilitazioni anti-austerità degli ultimi anni ha provato la sgradevole sensazione di essere accomunato con pazzi complottisti vari. È una caratteristica dei nostri tempi in cui Kalecki viene confuso con Adam Kadmon e l’economia politica con le scie chimiche.

Tipo

La seconda parte del libro è fondamentalmente una lunga risposta alla domanda: ”Se l’indipendenza della Banca Centrale non funziona, perché la fanno? Sono scemi o c’è un complotto?”

Ovviamente nessuna delle due, la risposta è che lo fanno perché ci sono degli interessi di classe. Che Andreatta e Ciampi fossero pienamente consapevoli degli effetti sui tassi d’interesse dell’autonomia della Banca Centrale in quest’ottica non importa più di tanto, probabilmente erano sinceramente convinti che così facendo avrebbero creato un nuovo ciclo di crescita economica basato sul libero mercato. Quello che importa è che così non è stato e che oggettivamente le classi dominanti hanno usato quel passaggio per riguadagnare nei rapporti di forza. Certo ci sarà stato qualcuno, nelle università o al ministero o nei cd’a delle banche, consapevole degli effetti. Dovremmo però essere proprio noi, in qualità di eredi del fu movimento comunista italiano plasmato da Gramsci, a sapere che una svolta egemonica ha bisogno che i suoi agenti ne siano pienamente convinti. Altrimenti è solo dominio. È la differenza tra fare il liberismo coi carri armati come Pinochet e farlo col 41% dei voti come Renzi (si, lo so perfettamente che il 41% non è veramente il 41%, ma ci siamo capiti).

La banalità del complottismo non sta nel pensare da qualche parte ci sono stanze segrete in cui uomini potenti decidono i destini del mondo. Gli uomini potenti e le stanze segrete esistono. La banalità è pensare che queste operazioni possano funzionare realmente senza che ci sia la “conquista delle casematte della società”, una conquista che non può essere fatta banalmente pagando sottobanco giornalisti, professori universitari e altre categorie di influencer.

La doppia circolazione

 La terza parte del libro è dedicata alle proposte operative. Costruzione del movimento anti liberista, costruzione della sinistra politica, azione coordinata tra i paesi europei, disobbedire ai trattati per obbligare gli altri paesi europei a ricontrattare alla base i trattati europei che rendono “costituzionalmente” l’Unione Europea e l’Unione Monetaria Europea delle gabbie liberiste.

Fin qui, nulla di nuovo. Ma Ferrero prova a fare un passo in più. La domanda cui Ferrero vuole rispondere: mentre aspettiamo di aver ricontrattato alla base i trattati europei, come si fa a non farsi massacrare dalla speculazione?

L’Economist, nel 2012

La risposta data è la creazione di un doppio circuito monetario. Ovvero, mantenere l’euro ma parallelamente lo stato italiano potrebbe fare emissioni di titoli di Stato dedicati esclusivamente al mercato interno […] garantendo un rendimento basso – diciamo all’1%. In questo modo lo stato italiano potrebbe andare ad attingere al risparmio privato, che in Italia rimane molto alto, senza pagare interessi stratosferici. Inoltre lo Stato italiano potrebbe decidere di pagare, con i titoli di Stato emessi per il mercato interno, una parte dei debiti che ha, partendo dai pagamenti verso le imprese e le prestazioni sociali. Così facendo lo stato non solo non pagherebbe interessi stratosferici alla finanza internazionale ma metterebbe gli interessi più bassi pagati sul mercato nazionale. I buoni del tesoro dovrebbero essere convertibili in carta moneta in modo di permettere di usarli come pagamento nel mercato interno oppure convertirli per andare sul mercato internazionale.

Sembrerebbe la quadratura del cerchio: neutralizza gli effetti perversi dell’euro senza uscirne. In quanto alla sua realizzabilità, il dibattito è aperto. Da una parte Mazzetti sostiene che sia impossibile, dall’altra Gallino, Sylos Labini e altri avanzano una proposta simile di “moneta fiscale” (la differenza è che si tratterebbe di una “quasi-moneta” utilizzabile a fini di sconto fiscale).

Non è compito mio risolvere questo dibattito sul piano della realizzabilità economica. Dal punto di vista della realizzabilità politica individuo però alcuni problemi. Nel libro è lasciato sottointeso, la doppia circolazione monetaria è una misura provvisoria in attesa che un’alleanza di governi di sinistra radicale dei paesi periferici dell’Unione imponga la riscrittura alla base dei trattati, da Maastricht in giù.

Ma perché mai l’Unione Europea, e in particolare i governi austeritari della Germania e degli altri paesi “virtuosi”, dovrebbe accettare questa manovra? Perché, dice Ferrero, l’Italia è troppo grande per fallire, troppo integrata nel sistema industriale tedesco, troppi collegamenti tra le banche italiane e quelle di Berlino e Parigi, troppa popolazione, troppo peso nell’Unione Europea. Vero. Siamo però sicuri che altrettanto si possa dire degli altri paesi periferici? Ai vertici della Banca Centrale assistiamo a uno scontro tra Draghi, impegnato a fare tutto il necessario per salvare l’euro, e i rappresentanti della Germania che tengono fermo il punto: si sta nell’euro solo finché si rispetta l’austerità. Ovviamente questo scontro non riguarda immediatamente l’Italia ma i paesi periferici più piccoli: Grecia, Irlanda e Portogallo. L’esistenza stessa dello scontro Draghi-Germania testimonia che per qualcuno i paesi più piccoli sono sacrificabili al dio dell’ortodossia economica.

Anche ammettendo che Draghi vinca lo scontro (e, a margine, c’è da considerare che Draghi in cambio chiede l’abbattimento di ogni tutela sociale), c’è un altro problema. Il ragionamento di Ferrero impone che si crei un’alleanza tra governi di sinistra radicale nei paesi periferici. Guardando ai dati reali, però, questa prospettiva è lontana. A oggi l’unico paese che potrebbe avere un governo di sinistra radicale è la Grecia. Syriza alle ultime europee è stata il primo partito e il governo è sufficientemente debole perché si vada in tempi rapidi a nuove elezioni. Con i dati delle europee Syriza sarebbe partito di maggioranza relativa con 130 seggi su 300. Alcuni sondaggi successivi arrivano a pronosticare anche la maggioranza assoluta con 150 seggi. I governanti dell’attuale Grande Coalizione, invece, si troverebbero neanche a 100 seggi e non arriverebbero a pareggiare i 130 di Tsipras neanche imbarcando i Greci Indipendenti (destra critica dell’austerità) e Il Fiume (sinistra liberale). Quello che è sicuro è che, se si andasse in tempi brevi a elezioni, non si potrebbe fare un governo senza Syriza.

Syriza

E negli altri paesi periferici?

Il paese che ha in programma le elezioni politiche prima di tutti è la Spagna, che le terrà tra Ottobre e Novembre 2015 (salvo che i risultati delle amministrative di Maggio 2015 non facciano precipitare gli eventi). In Spagna l’astro nascente è Podemos, la neonata formazione di sinistra radicale che, dopo l’exploit inaspettato delle europee, è data da alcuni sondaggi come primo partito. Ma essere primo partito non garantirebbe a Iglesias e soci la guida del governo. Infatti, anche i sondaggi più rosei (ammesso che siano confermati nelle urne) danno Podemos attorno ai 110 seggi. Neanche sommando Izquierda Unida, Esquerra Republicana de Catalona e gli indipendentisti baschi sarebbe possibile raggiungere i 176 seggi necessari per avere la maggioranza. Si noti, a lato, che la strategia di Podemos a oggi sembra essere più efficacie nel cannibalizzare le altre sinistre piuttosto che nel raccogliere consenso nel campo avversario. Tanto che a oggi il risultato più probabile è una Grande Coalizione tra Popolari e Socialisti.

Izquierda Unida

Tra Settembre e Ottobre 2015 si dovrebbe votare anche in Portogallo. Alle europee le sinistre radicali nel complesso sono arretrate, per la verità con un crollo del Bloco de Esquerda e un avanzato della coalizione tra Comunisti e Verdi. Per le prossime elezioni generali sembra profilarsi invece una vittoria dei socialisti pro-austerità che, nel caso, troverebbero facili alleati nelle destre.

Partido Comunista Portogues

In Irlanda, infine, le elezioni si dovrebbero tenere nell’Aprile 2016. Il Sinn Fein, partito socialista repubblicano, ha ottenuto degli ottimi risultati alle europee e i sondaggi lo danno primo partito e in crescita. Ma anche prendendo per buoni i sondaggi non è detto che riesca ad ottenere la maggioranza assoluta di 84 seggi, anche se magari potrebbe avvicinarsi molto. La possibilità di trovare alleati di governo è un’incognita.

Sinn Fein

Certo, fidarsi dei sondaggi e delle tendenze in atto ora per vaticinare quello che succederà a elezioni che si terranno tra un anno e più è un bell’atto di fede. Questo significa proprio che l’ipotesi dell’alleanza dei governi di sinistra radicale (ammesso che quest’alleanza possa avere successo senza l’appoggio di almeno Italia o Francia, paesi in cui, non serve ricordarlo, le sinistre radicali sono ben lontane dal governo) è di la da venire e che il piano proposto da Ferrero è buono sulla carta ma nei parlamenti difficilmente avrà le gambe per camminare. Vuol dire che sia tutto da buttare? No, ma vuol dire che più probabilmente ci sarà un governo isolato di sinistra radicale, o forse un paio, ma l’ipotesi più favorevole è lontana dal realizzarsi e le sinistre dovrebbero continuare ad attrezzarsi per l’eventualità di un’uscita dall’euro. E questo sia che si tratti di Syriza quando afferma che tra la dignità della Grecia e l’euro sceglieremo la dignità della Grecia, sia che si tratti degli altri paesi periferici che rischiano di dover fronteggiare un’uscita da destra dall’Unione Monetaria.