Cambiare #nonsipuò

[Post sega mentale sulla sinistra politica e di movimento, tipicamente una persona normale perderà interesse dopo le prime righe. Avendo ragione, per altro]

Sabato c’è stata una grande manifestazione in Val Di Susa. Questo è ovviamente un bene, i valsusini continuano a essere determinati e la solidarietà dal resto d’Italia continua a essere forte. Ma non solo in Italia, in Francia il Parti de Gauche di Melenchon (uomo immagine ma partner di minoranza nel Front de Gauche) ha preso posizione contro la Torino-Lione, diventando la prima forza politica francese di un qualche rilievo a schierarsi sul No alla Tav.

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Per quanto riguarda il movimento No Tav il saldo è quindi positivo. Quantomeno nell’immediato.

[Qua finisce la parte interessante, iniziano le seghe mentali]

E sul lungo termine?

Questa manifestazione ha visto il ritorno di un sostegno parlamentare al movimento. Parlamentari di Sel e del 5 Stelle hanno partecipato alla manifestazione e hanno effettuato un’ispezione ai cantieri. Crimi ha anche proposto una commissione parlamentare d’inchiesta sui costi dell’opera.

Certo, sono delle carogne quei giornalisti che hanno parlato di “manifestazione dei grillini”. Certo. Ma parliamone.
Quando Rifondazione era l’unica forza politica di rilievo a manifestare in Val di Susa i leader del movimento hanno sempre fatto di tutto perchè non fosse possibile nessuna identificazione tra il movimento e il PRC. Giustamente, le possibilità di vittoria del movimento stanno tutte nel far valere le proprie ragioni presso tutta l’opinione pubblica. L’ingresso dei grillini in parlamento ha portato un’evidente novità nei rapporti tra il movimento, o quantomeno alcuni dei suoi leader, e la politica. Prima delle elezioni Alberto  ha invitato a votare il Movimento 5 Stelle. A titolo personale, è ovvio, ma per non vedere il peso politico di un endorsment del genere bisogna avere le fette di salame sugli occhi.
E ora l’intero gruppo parlamentare del 5 Stelle che partecipa alla manifestazione, esponendo la manifestazione alla facilissima strumentalizzazione dei media pro-tav.
Il problema è che il M5S non si limita a esporre la mobilitazione alla strumentalizzazione, il M5S fa della strumentalizzazione il metodo principale di azione. Quando Grillo scrive che solo il suo blog ha dato voce ai No Tav non sta facendo una dimenticanza, sta sistematicamente oscurando il lavoro fatto dal Manifesto, da Liberazione, da Carta, da Radio Popolare, da Radio Onda D’Urto, dai comitati, dalle iniziative di solidarietà… Insomma, l’autonomia dei movimenti per Grillo è un linguaggio sconosciuto.

Viene quindi da chiedersi come sia possibile leggere degli articoli come quello di Revelli sul Manifesto. Ma davvero Revelli crede che il 5 Stelle non abbia messo nessun cappello solo perchè non c’erano le bandiere del partito? Ma li ha visti i servizi dei tg? Ha visto che per il grande pubblico questa è stata la manifestazione con Crimi? E ancora, dopo aver passato due decenni a teorizzare la totale indipendenza dell’agenda di movimento da quella politica, come si può considerare una vittoria il fatto che Perino, Abbà e gli askatusini diventino “gli assistenti” dei parlamentari? Infine, ma quando faceva il portavoce di Cambiare Si Può, Revelli non considerava l’alternatività a Grillo e al PD un punto fondamentale? Ora invece fantastica sulla possibilità che il M5S possa far pressione sul PD fino a fargli cambiare idea sulla TAV.

Ovviamente i cattivi sono i comunisti, rei di aver fastidiosamente portato le proprie bandiere, perchè evidentemente vent’anni di mazzate buscate per stare di fianco al movimento e i fogli di via per i nostri compagni non contano nulla.

Insomma, un pezzo importante della sinistra di movimento è prigioniero di logiche opportunistiche, di illusioni sui possibili spostamenti del PD e dell’incapacità di leggere le dinamiche del Movimento 5 Stelle. Un pezzo di movimento che sta dentro lo stesso fallimento della sinistra politica, ma si rifiuta di ammetterlo.Per questo sul lungo periodo una giornata come quella di sabato porta un segno negativo: cambiare non si può, non con questa sinistra politica, non con questa sinistra di movimento.

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Hugo Chavez. 28/7/1954 – 5/3/2013

Chavez è morto.

Festeggiano i suoi oppositori razzisti e sguaiati postando foto di scimmie morte, perchè così vengono chiamati gli indios dalla minoranza ricca e bianca del Venezuela: scimmie.

La “scimmia” che ha osato vincere le elezioni contro le oligarchie bianche del Sud America

Festeggiano in maniera più compassati i giornalisti delle testate borghesi che lo ricordano come un dittatore. Un dittatore che ha vinto per più di 10 anni le elezioni più trasparenti del continente sudamericano e che quando ha perso i referendum ha rispettato il voto democratico. Un dittatore che ha amnistiato i golpisti e poi li ha sconfitti in libere e democratiche elezioni.

Per quel che mi riguarda, lo voglio ricordare con la mobilitiazione popolare che ha sconfitto il colpo di stato del febbraio 2002.

Chi ha compagni non morirà

Brancaccio a Berlino?

Piccolo intervento riassuntivo di quanto ce l’abbiamo in culo, pubblicato sul sito del Collettivo Stella Rossa. Troppo umani.

BRANCACCIO A BERLINO?

Caos internazionale.

Il 25 febbraio è stata una giornata difficile sotto molti punti di vista.
L’agenzia di rating Moody’s ha tolto la tripla A all’Inghilterra, provocando il deprezzamento della sterlina sia verso il dollaro sia verso l’euro, aggiungendo un nuovo squilibrio nella guerra valutaria con cui Giappone, Stati Uniti d’America e la stessa Inghilterra stanno cercando di rendere le proprie esportazioni più competitive.

In Portogallo i commissari della Troika hanno stabilito i nuovi termini per il rilascio degli aiuti internazionali,e hanno candidamente ammesso che le previsioni ottimistiche su una crescita zero nel 2013 sono infondate. L’economia di Lisbona scenderà di almeno due punti percentuali, ed è abbastanza facile immaginare che il graduale ritorno sul mercato privato del debito non avverrà nel secondo semestre del2013 come previsto.

Infine, i risultati delle elezioni politiche italiane.
L’alleanza tra il centrosinistra di Bersani e il centro di Monti, soluzione sponsorizzata da tutto il capitalismo internazionale, con tanto di editoriale dell’Economist, non ha ottenuto i numeri per governare. La “reazione dei mercati” è stata di crescita dello spread e perdita dei valori azionari.

L’economista Emiliano Brancaccio negli scorsi anni è stato uno dei più noti sostenitori dell’europeismo dialettico, in altre parole di una linea per la ricontrattazione delle basi su cui è fondata l’Unione Europea contro il rigorismo imposto dalla Germania e dai paesi cosiddetti “virtuosi”. In un suo intervento post-elettorale Brancaccio ha sostenuto che il coma farmacologico in cui la Banca Centrale Europea di Draghi haposto la moneta unica è al termine, i fatti di fine febbraio sarebbero il sintomo che tutte le tensioni disgregatrici sono tornate in azione e che si dovrebbe seriamente pensare al “piano B”: cosa fare dopo che l’euro sarà saltato.

Qualcuno ci pensa, in Italia?

Le elezioni politiche hanno determinato lo stallo dell’opzione politica più gradita alla Germania e al grandecapitale europeo. A poter cantare vittoria rimangono Berlusconi, uscito momentaneamente dalla fossa in cui sembrava relegato solo due mesi fa, e Grillo, il “non-capo” del primo partito italiano. In maniera diversa entrambi hanno criticato limpostazione di austerità di Monti.

È facile immaginare che la destra berlusconiana e leghista tornerà a votare l’austerità, come ha fatto durante il governo Berlusconi IV e come ha fatto durante il governo Monti, nonostante gli smarcamenti  mirati a preservare almeno un po’ di consenso. Le posizioni anti-euro assunte a giorni alterni da Berlusconi lo rendono uno dei possibili interpreti dell’uscita dall’euro “da destra”: privatizzazioni fatte per svendere a
basso prezzo gli assett industriali, diminuzione drastica dei salari, tagli draconiani alla spesa pubblica. Sono tutte misure che il centrodestra ha proposto e perseguito. L’ostacolo maggiore non è mai stata la volontà, ma l’incapacità del gruppo dirigente berlusconiano.

Il Movimento 5 Stelle si approccia alla questione europea con abbondanti dosi di ambiguità. Ufficialmente il programma dei grillini prevede un referendum sulla permanenza nell’euro. L’adesione ai trattati non è però sottoponibile a referendum per Costituzione, e il M5S non ha ancora risolto le ambiguità tra chi dice che bisognerà cambiare la Costituzione per poi fare il referendum (un processo che come minimo impiegherebbe un anno e mezzo) e chi propone invece un referendum solamente consultivo. Mentre scrivo, lo stesso Grillo propone un “referendum web”, qualsiasi cosa sia. L’economista Gallegati, collaboratore di Stiglitz più volte intervenuto sul blog del comico-politico, in varie interviste ha espresso una linea impostata sull’europeismo dialettico, negando che il M5S voglia uscire dall’euro. Sul blog di Grillo è prontamente comparsa una nota per spiegare che nessun economista può parlare in nome del Movimento,smentendo così anche la posizione anti-euro di Loretta Napoleoni (sulle cui competenze di “economista” le virgolette sono d’obbligo). Nella confusione grillina si agitano tendenze di ogni tipo, non sembra esserci però la consapevolezza della necessità, in caso di uscita dall’euro, di tempi rapidi e azioni pesanti a difesa dei salari, contro l’espatrio dei capitali e per limitazioni al mercato comune europeo.

Nella coalizione di centrosinistra, e nei suoi referenti sindacali, accennare alla possibilità che l’euro venga meno è una bestemmia. Fassina, leader della “corrente di sinistra” del PD, s’è addirittura espresso a favore del sistema di commissariamento per i paesi che sforano i parametri del Fiscal Compact. Negli scorsi mesi alcuni esponenti piddini, in ambienti ristretti, hanno parlato della necessità dell’europeismo dialettico e financo della possibilità di minacciare la fine del mercato unico nelle trattative con la Germania. Proiezioni politiche pubbliche di tutto questo non se ne sono però viste. Addirittura, la proposta dello Standard Salariale Europeo contenuta nel programma del Partito Socialista Europeo, è stata completamente accantonata dal PD durante la campagna elettorale.

Che le forze politiche italiane vogliano considerare l’uscita dall’euro, da destra o da sinistra, una possibilità o meno, è in Germania che si gioca la partita fondamentale.

In Germania ci si pensa.

La fine dell’euro, come lo conosciamo ora, è un’ipotesi discussa apertamente in Germania. Il ministro delle finanze Schauble a maggio scorso ha esplicitamente sostenuto che i costi dell’uscita della Grecia dall’euro sono sostenibili. L’intransigenza del governo Merkel ha già portato l’euro sull’orlo del collasso fino alle immissioni di liquidità
decise da Draghi nel Luglio scorso.

Il discorso dei falchi tedeschi è semplice: contano di uscire vincitori dall’uscita a destra dall’euro, conservando il mercato comune potrebbero continuare a esportare verso i paesi deboli dell’Europa e al massimo salverebbero un “mini euro” con i paesi del nord fedeli al rigore, senza dover condividere le turbolenze monetarie dei paesi del sud.

Alle elezioni generali del prossimo autunno il governo cristiano-democratico ha ottime probabilità di essere riconfermato. La possibilità di un cambio di alleanze, da un Partito Liberale in difficoltà ai Verdi, non migliora la situazione. I Verdi tedeschi hanno tenuto un congresso straordinario per dibattere sul Fiscal Compact, finendo per assumere una posizione favorevole e lasciando la sinistra radicale di Die Linke come unica forza parlamentare contraria.

I socialdemocratici dell’SPD non offrono prospettive migliori. L’allineamento al rigorismo non è stato scalfitto neanche dalla stagione sindacale rivendicativa portata avanti dai metalmeccanici di IGMetall. Le timide critiche sulla conduzione dei salvataggi delle banche e degli stati portate dal candidato cancelliere Steinbruck sono accompagnate dalla conferma dei patti europei. È probabile che dopo la sconfitta elettorale l’SPD torni sulle posizioni di Jurgen Stark, socialdemocratico dimessosi due anni fa dalla BCE inpolemica contro qualsiasi ipotesi di euro-bond.

Il partito della sinistra radicale Die Linke ha compiuto negli ultimi anni un percorso che l’ha portato da un europeismo con tratti anche ingenui a posizioni più consapevoli e di critica all’impostazione generale dell’Unione Europea e della moneta unica. La fine dell’euro sembra però uno scenario non ancora preso in considerazione, quantomeno nel dibattito pubblico. Ancora questa estate la Fondazione Rosa Luxemburg, vicina ma non organica al partito, consigliava di assumere posizioni europeiste dialettiche ma di non scivolare su posizioni euroscettiche come quelle del Partito Socialista in Olanda.

In Germania la possibilità di porre fine alla moneta unica è discussa pubblicamente. Le forze che ne trarrebbero vantaggio sono al governo e probabilmente ci rimarranno. A Roma l’ipotesi non è discussa, nel caso avvenisse un’uscita da destra, il peso sarebbe scaricato interamente sulle classi popolari. Chi dovrebbe rappresentarne gli interessi, la sinistra sindacale, di movimento e politica, risulta: non pervenuto.

Contro le persone obiettive

Gegen die Objektiven (Contro le persone obiettive) di Bertolt Brecht (1933)

 

Quando coloro che hanno combattuto l’ingiustizia

 Mostrano i loro volti tumefatti

 L’impazienza di coloro che si trovavano al sicuro

 Diventa grande.

 

Perché vi lamentate, chiedono,

 Voi avete combattuto l’ingiustizia! Adesso

 Essa vi ha sconfitto: Statevene quindi zitti!

 

Chi lotta, dicono deve saper perdere

 Chi cerca lo scontro corre pericolo

 Chi fa ricorso alla violenza

 Non può accusare la violenza.

 

Ahimè, amici che siete al sicuro

 Perché vi esprimete in modo così avverso? Siamo noi

 I vostri nemici, noi che siamo nemici dell’ingiustizia?

 Se chi combatte l’ingiustizia viene battuto

 Non significa che l’ingiustizia è legittima!!

 

Le nostre sconfitte infatti

 Non dimostrano nulla se non che 

 Sono troppo pochi

 Quelli che combattono la meschinità

 E da chi sta a guardare ci aspettiamo

 Che perlomeno provi vergogna!

Due luoghi comuni da sfatare su Grillo. (Partito e sindacato)

La situazione politica è quella che è. Negli ultimi giorno di campagna elettorale Grillo è riuscito a sfondare a sinistra (più di quanto avesse già sfondato), nei giorni appena successivi al voto s’è scatenata una corsa all’incensamento del M5S, specie da parte di certi ambienti movimentisti. Berardi Bifo che vede Grillo come il fustigatore della dittatura finanziaria è la degna coronazione di decenni passati a inseguire farfalle.

Il carro del vincitore. Un luogo spesso affollato.

Prendo spunta da questa intervista a Marco Rovelli per dire due cose sui luoghi comuni che girano sul Movimento 5 Stelle.

1) Rovelli sostiene che la sinistra debba abbandonare la forma partito per seguire l’esempi0 del Movimento 5 Stelle.

Ma,  è poi vero che il M5S non è un partito? Non lo è (ancora) nella definizione di partito reale, lo sarà se i suoi gruppi parlamentari resisteranno al corteggiamento (con l’evidente scopo di produrre scissioni) di Bersani ora e a breve di Monti e Berlusconi. Ma lo è nella maniera più assoluta nella definizione di partito formale!

Ora, sgomberiamo il campo dall’obiezione più banale, autonominarsi “movimento” non esclude essere essere un partito. Il Movimento per la Quinta Repubblica di Chavez era un partito ben prima di assumere il nome di Partito Socialista. L’Unione per un Movimento Popolare francese è un partito. Eh, si, era un partito anche “quel movimento che chiamano sociale“…

Il Partito. *nostalgia*sigh sob*

Secondo equivoco: a sinistra siamo talmente abituati a pensare al PCI come “il Partito” che non ci ricordiamo più che esistono molte altre forme di partito. Sicuramente il M5S non è “il Partito” come costruito da Togliatti filtrando Lenin e Gramsci, ma…
Ma, ha un suo organo di informazione centralizzato (il blog di Grillo), ha una struttura territoriale verticalizzata (i meet up sono quasi aperti a chiunque, ma rispondo al livello centrale e non si possono parlare tra di loro), organizza corsi di formazione ideologica per i quadri (quelli che stanno facendo in questi giorni i parlamentari, significativamente alla LUISS, l’università di Confindustria), ha un organo centrale disciplinare/di garanzia (la persona di Grillo, ufficialmente, probabilmente con Casaleggio e il suo entourage stretto).
Ma cos’altro serve per considerarlo di fatto un partito?

2) Rovelli afferma che le dichiarazioni di Grillo sui sindacati vadano intese contro “questi sindacati che non garantiscono milioni di giovani precari”.

Quando un annetto fa ho recensito “Siamo In Guerra” per Cronache Laiche, scrivevo

” A pagina 9 un passaggio ambiguo illustra il tipo di retorica che si usa per questo fine: «[la Tav] è un ‘opera insensata, come hanno affermato diversi esperti, economisti e professori universitari, tra i quali Marco Ponti del Politecnico di Milano, la cui voce è stata riportata in questi anni soltanto da Beppegrillo.it e dal Fatto Quotidiano». Il trucco è di bassa lega: non solo l’affermazione è falsa(Marco Ponti ha scritto anche sul Manifesto), prendendo un caso individuale si escludono tutti gli altri mezzi di comunicazione che hanno raccontato le ragioni del movimento No Tav. È appena il caso notare che il maggiore azionista del Fatto Quotidiano è proprio la casa editrice Chiarelettere.
Alla stessa maniera, una questione lunga come quella dei “termovalorizzatori” viene tagliata informando che «la battaglia contro gli inceneritori è iniziata con la nascita del blog Beppegrillo.it». Indipendentemente da come la si pensi sulle questioni specifiche, è evidente la volontà di cancellare qualsiasi altro soggetto politico, sindacale o di movimento che non sia l’M5S stesso”

Non ci si può illudere che si tratti di banali semplificazioni, che dica “abolire i sindacati” per dire “quei sindacati che non hanno rappresentato gli interessi dei lavoratori o delle categorie non sindacalizzate”. NO! Grillo è sistematicamente contro i sindacati.

Non a caso, quando c’è stata la grande manifestazione della FIOM nell’ottobre 2010 grillo ha polemizzato direttamente con quel sindacato, chiamando la dirigenza FIOM “i sindacalisti dalle mani lisce”. Facendolo nel giorno in cui faceva il suo primo discorso da Segretario Generale della FIOM un Landini che ha abbandonato le scuole per andare in officina. Che poi abbia corretto e parzialmente smentito… beh, ce lo siamo dimenticato che è una tecnica paracula usata a tutto spiano da Berlusconi? Lui ha smentito, però intanto l’ha detto…

Burokrati!!11!!! Siete morti!!!1!! Vi toglieremo i finanziamenti pubblici!!”!!!””=|=?=£!||

Grillo sa differenziare il proprio linguaggio a seconda di chi si rivolge. Se deve conquistare il voto, per esempio, della piccola borghesia, è capacissimo di fare uscite ultradestrorse (tra immigrati, thatcherismo di ritorno e la mafia che non conta un cazzo c’è l’imbarazzo della scelta degli argomenti). Se invece deve solleticare gli umori a sinistra è capace di cavalcare i risentimenti contro una dirigenza sindacale impantanata nella concertazione e ribaltarli in una critica da destra al sindacalismo più avanzato.