Dopo le elezioni in Grecia

Alexis Tsipras ha vinto le elezioni. Ha ottenuto quello che voleva, ora ha un gruppo parlamentare completamente fedele e disposto a seguire la strada del terzo memorandum e conferma la possibilità di formare un governo con la destra dei Greci Indipendenti senza dover nominare ministri del centrosinistra e del centrodestra.

“Con il 50% di astensione non vince nessuno”

La “vittoria” di Tsipras è arrivata al prezzo di un calo della partecipazione alle elezioni, dal 63,62% di affluenza di gennaio al 56,57% di settembre.

Prima ancora di parlare dell’austerità, se si vuole essere minimamente coerenti, non si può fare finta di niente e parlare di “grande vittoria della democrazia e della partecipazione”. Abbiamo passato anni a spiegare la truffa del maggioritario che trasforma una minoranza in una maggioranza, a spiegare che il 40% di Renzi è in realtà il 21,7% degli aventi diritto al voto. Abbiamo contestato l’idea per cui in una democrazia matura vota sempre una minoranza e che “le decisioni sono prese da chi vuole e ha la competenza per partecipare alle elezioni”. Abbiamo sempre detto che nessun cambiamento reale può avvenire senza la partecipazione e soprattutto senza recuperare le masse popolari che si rifugiano nell’astensione perché non trovano rappresentanza nel sistema politico.

Se in Grecia vota poco più che un elettore su due, non possiamo dire cose diverse di quando succede lo stesso in Italia. Il 36,34% di SYRIZA è in realtà il 22,57% degli aventi diritto al voto. Aggiungendo i Greci Indipendenti, il governo rappresenterà il 25,52% degli aventi diritto. Un quarto degli aventi diritto.

Unità Popolare

L’operazione di Unità Popolare s’è fermata sotto la soglia di sbarramento per lo 0,13%, ovvero settemila voti. Anche qui, se si contesta in Italia la soglia di sbarramento come antidemocratica, se si dice che la soglia non solo priva una fetta di cittadini della rappresentanza cui avrebbero diritto, ma spinge anche a votare obtorto collo per i partiti maggiori sotto la spinta del meccanismo antidemocratico del “voto utile”, allora non si può non dire le stesse cose per quanto riguardo la Grecia.

Detto questo, è evidente che Unità Popolare non è riuscita ad accreditarsi come legittimi rappresentante del NO vittorioso al referendum. Chiamando le elezioni anticipate con così poco preavviso Tsipras puntava a impedire alla sinistra di SYRIZA di organizzarsi in maniera efficacie. Era sotto gli occhi di tutti che la sinistra di SYRIZA non fosse un “partito nel partito” pronto a staccarsi e agire autonomamente.

L’attenzione riguardo a Unità Popolare si è concentrata sui “grandi nomi” aderenti. Certamente, il balletto di Zoe Konstantopolou che prima aderisce, poi non aderisce e poi aderisce, non ha fatto bene a Unità Popolare. Certamente, Glezos e Varoufakis che prima dicono che non possono sostenere una lista a favore dell’uscita dall’euro e poi la sostengono, rende l’idea della confusione in cui è stata costruita Unità Popolare.

L’attenzione sui grandi nomi però è sbagliata, tanto più quando si parla di un soggetto politico come Unità Popolare che punta alla lotta e al radicamento popolare. Il vero punto di attenzione dovrebbe essere su quanto Unità Popolare sia in grado di ricomporre tutto quello che è in uscita libera dal processo di disgregazione di SYRIZA. Purtroppo, fino ad ora, non abbastanza. Segnali evidenti sono arrivati durante la costruzione della lista: la coalizione di ultra-sinistra ANTARSYA ha perso alcune frange che hanno partecipato a UP ma si è presentata comunque alle elezioni ottenendo lo 0,85% dei voti, l’organizzazione giovanile di SYRIZA è uscita in blocco ma non ha aderito a UP limitandosi invece a dare indicazione di voto per “tutte le liste anti austerità”, tanti membri del Comitato Centrale di SYRIZA e/o parlamentari hanno rifiutato di candidarsi e sostenere le liste di SYRIZA senza però schierarsi con UP.

Non ho la sfera di cristallo per sapere se il generoso tentativo di Unità Popolare ha le gambe per camminare anche fuori dal parlamento.

Ciò che è sicuro è che ora nel panorama della politica greca l’unica forza politica di sinistra di opposizione all’austerità è il Partito Comunista di Grecia KKE che ha confermato la sua compattezza, prendendo esattamente lo stesso 5,5% delle elezioni di gennaio. Nelle nostre analisi tendiamo sempre a liquidarlo come “settario e ininfluente”. Se la definizione di “settario” si adatta perfettamente alla linea politica del KKE, rimane che avrà pur qualcosa da dire se resta saldo in mezzo agli scossoni che hanno invece tenuto Unità Popolare sotto il 3%.

Il governo del terzo memorandum

Alexis Tsipras ora ha il compito di guidare il governo sotto il terzo memorandum. Dopo la notte del “waterboarding mentale” ci si è dimenticati troppo presto di cosa voglia dire il terzo memorandum.

Sotto il terzo memorandum il governo greco è costretto a ripudiare le leggi fatte negli ultimi mesi che non siano compatibili con il memorandum, da questa falciata si salvano solo alcuni dei provvedimenti “umanitari”, ma neanche tutti. Sotto il terzo memorandum il commissariamento della Grecia è ancora più stretto. Uno dei punti faticosamente strappati dal governo Tsipras a febbraio era che gli ufficiali della troika non dovevano stare ad Atene a controllare ogni singolo atto, era che le trattative dovevano avvenire a Bruxelles dove il governo greco avrebbe discusso i provvedimenti dopo averli presi. Con il terzo memorandum si torna alla troika ad Atene che, per di più, controlla ogni singolo atto parlamentare prima che sia discusso. Con il terzo memorandum il governo greco deve affidare a un fondo modello-Treuhand (l’istituzione che privatizzò i beni della Germania Est in un’orgia di corruzione e inefficienza) beni pubblici per 50 miliardi di euro, una cifra esorbitante per il valore dei beni pubblici greci, raggiungibile solo mettendo sul mercato, letteralmente, le isole greche.

Tsipras si è ricandidato dicendo che lotterà per far pesare questi provvedimenti agli oligarchi, a chi non ha mai pagato le tasse. Dice che lotterà aspettando che nuovi governi di sinistra prendano il potere negli altri paesi periferici e che questo permetta di riaprire la partita a livello europeo.

È lecito dubitare che questo sia fattibile. Innanzitutto, nonostante il governo SYRIZA-ANEL sia formalmente autonomo, di fatto Tsipras ha resuscitato centrodestra e centrosinistra per coinvolgerli nella costruzione del terzo memorandum dopo il referendum. E il centrodestra e il centrosinistra greci (in parte, anche ANEL) sono esattamente i rappresentanti politici di chi non ha mai pagato le tasse e ha campato per tutta la vita facendo il parassita di uno stato inefficiente.

Ma soprattutto, è lecito dubitare che l’opzione dell’ondata di governi di sinistra sia realistica. In Irlanda, Spagna e Portogallo i numeri brutali dicono che a ora non c’è nessuna possibilità seria per nessun governo di sinistra. Forse con l’unica eccezione della Spagna in cui le vicende dell’indipendentismo catalano potrebbero dare un nuovo scossone allo scenario politico, i numeri indicano dappertutto l’affermarsi di grandi coalizioni in totale accordo con le istituzioni europee.

Infine, è lecito dubitare che “ora che ha una nuova legittimazione democratica” SYRIZA sia nelle condizioni per trattare meglio con l’Europa. Il governo Tsipras è già stato punito per aver cercato di condurre una trattativa vera nel momento di massimo consenso elettorale, abbiamo già visto come il tentativo di aprire le contraddizioni tra Germania e Francia si sia concluso con il governo socialdemocratico francese che ha insaponato la corda con cui il governo cristianodemocratico-socialdemocratico tedesco ha impiccato il governo di sinistra radicale greco. L’idea che ci siano ora le condizioni per riaprire la trattativa su punti reali (certo, magari ora invece di 50 miliardi di privatizzazione l’Europa si limiterà a 49 miliardi) assomiglia più a un pio desidero che a una possibilità data dai rapporti di forza reali.

La sinistra italiana e la Grecia

SYRIZA ha chiesto sostegno agli altri partiti del Partito della Sinistra Europea e a tutte le sinistre con una lettera significativamente firmata dal solo responsabile esteri del partito, dato che nel frattempo il segretario di era dimesso. Lettera in cui tutte le colpe sono state accollate alla minoranza interna, in pieno stile da realismo socialista.

La risposta della sinistra italiana è stata il presentat-arm!

Certamente sarebbe stato da vigliacchi voltare le spalle dopo essere andati a farsi belli ad Atene quando le prospettive sembravano rosee. Ma la reazione della sinistra italiana (dalla segreteria di Rifondazione Comunista all’ARCI passando per SEL e Civati) è stata una cosa diversa dalla solidarietà a una forza politica affine che si trova in grande difficoltà, è stata la strumentalizzazione della vicenda greca per legittimare il processo di ricomposizione di gruppi dirigenti all’interno della Costituente della Sinistra, la famosa “SYRIZA italiana” che viene lanciata ormai a scadenze stagionali da un paio d’anni.

Lo schieramento a sostegno di Tsipras è vissuto alla giornata, cercando di sfoderare trucchetti retorici nuovi (e contraddittori) per star dietro alle notizie del giorno. L’atteggiamento ondivago di alcuni personaggi come Manolis Glezos e Yanis Varoufakis ha messo a dura prova i sostenitori senza se e senza ma di Tsipras. Prima hanno esaltato i responsabili Glezos e Varoufakis che pur in disaccordo con Tsipras non partecipavano a Unità Popolare, salvo poi riesumare le accuse di minoritarismo e scissionismo quando ci si è accorti che Glezos e Varoufakis sostenevano Unità Popolare

Accuse di minoritarismo e scissionismo che curiosamente sono esattamente quelle prodotte dal PDS-DS-PD contro la sinistra radicale che ora le volge contro un pezzo di sinistra radicale greca. Accuse che, va detto, suonano a tratti imbarazzanti quando provengono da dirigenti che per anni hanno prodotto disastri elettorali e organizzativi, dirigenti che hanno prodotto lotte di corrente all’ultimo sangue mentre non si accorgevano che le liste non prendevano voti e le organizzazioni perdevano militanti.

Aldilà del pulpito da cui viene la predica, la verità è che la retorica assunta nel sostegno alla “nuova SYRIZA” è pericolosa, su almeno due punti.

Il primo punto è che se un anno fa sembrava data per assunta l’impossibilità di governare da sinistra l’austerità, ora questa possibilità “rientra dalla finestra” dopo essere stata buttata fuori dalla porta. Quando si dice che anche dentro al pesantissimo programma di austerità imposto alla Grecia si possono trovare spazi per politiche redistributive di sinistra cosa si sta facendo se non riaprire alla possibilità di una nuova alleanza col centrosinistra (possibilità che di fatto viene proclamata come unico orizzonte da Vendola e Civati…)?
Certo, per una parte dei partecipanti al progetto di “Costituente della Sinistra” si tratta di una contorsione retorica e tattica. In altre parole, un giro di parole per giustificare il prolungato sostegno a Tsipras. Ma così facendo si fa mostra di avere una retorica vuota. Retorica vuota che si manifesta anche nelle chiacchere sull’Europa. Sia L’Altra Europa sia la segreteria di Rifondazione Comunista hanno detto che, pur nella sconfitta, il terzo memorandum ha il pregio di dimostrare l’irriformabilità dell’Europa. Anche questo appare però come retorica vuota nel momento in cui non si trae nessuna conseguenza. Se l’Europa non è riformabile, vuole dire che bisogna come minimo cambiare completamente l’approccio alle questioni europee. E invece sia L’Altra Europa sia la segreteria di Rifondazione Comunista persistono a riproporre esattamente le stesse proposte politiche di quando si considerava in qualche maniera la riformabilità dell’Europa. La proposta continua a essere la costruzione della “sinistra di governo” fino a quando non ci sarà una coalizione di governi anti-austerità in grado di riformare l’Europa.

Il secondo punto è quello della democrazia interna. Tsipras ha deciso di sgretolare SYRIZA pur di portare avanti la linea che crede giusta. Non si tratta solo dello scontro con la minoranza di sinistra organizzata, Tsipras è andato alla rottura con il segretario del partito, con la maggioranza del Comitato Centrale, con l’organizzazione giovanile del partito, con la corrente sindacale del partito, con le federazioni e le sezioni territoriali.

Personalmente cerco di restare nel quadro di una cultura politica per cui all’interno di un’organizzazione che vuole rimanere unita si deve perseguire la sintesi tra le posizioni: massima democrazia nella discussione, massima unità nell’azione. Poi nella realtà spesso si arretra sul “principio di maggioranza”, tutti fanno quello che decide la maggioranza fatta salva la possibilità per la minoranza di rendere nota la propria posizione. Questo “principio di maggioranza” è quello che è stato rispettato dalla minoranza di SYRIZA durante gli ultimi due anni, inclusa l’azione di governo. Tsipras con la mossa delle elezioni non ha solo rifiutato il principio della sintesi, ha rifiutato il principio di maggioranza andando a elezioni in cui si sarebbe comunque tolta qualunque agibilità alla minoranza.

È questo il tipo di democrazia interna cui allude la Costituente della Sinistra? Una democrazia interna in cui chi non è d’accordo è fuori? Una democrazia interna in cui il gruppo dirigente dell’organizzazione è totalmente autonomo dal resto dell’organizzazione? Una democrazia interna in cui determinate posizioni “euro scettiche” sono messe al bando?

Non si tratta di una questione marginale. Io la vivo dall’interno del PRC, dove sono e dove resto. Come può il PRC partecipare a una costituente che proclama il principio democratico di “una testa un voto”, ma poi, di fatto, legittima il principio leaderista per cui decide tutto la singola persona o un ristrettissimo gruppo dirigente? L’ipotesi che la “SYRIZA italiana” assuma questa modalità è molto più che un’ipotesi, l’abbiamo vista in azione quando sono state formate le liste de L’Altra Europa, liste formate dai sei “garanti” senza nessun tipo di controllo democratico ma con l’approvazione personale di Alexis Tsipras. All’epoca abbiamo dovuto ingoiare il boccone amaro per l’impellenza delle elezioni. Oggi?

Ma si tratta di qualcosa che investe tutta la sinistra che potrebbe essere interessata a una ricomposizione. La questione europea, la questione dell’Unione Monetaria Europea investe trasversalmente tutti i settori della sinistra politica, sindacale e di movimento. In tutti i settori si possono trovare compagni che sono fedeli all’idea degli Stati Uniti d’Europa in maniera religiosa, compagni traghettati ormai a posizioni anti europeiste e un grande spettro di posizioni confuse, dinamiche, in movimento. A questo si risponde dicendo che la linea è “dentro l’euro, a costo di gestire noi l’austerità”?

Ovviamente, questo apre a una domanda ancora più grande: perché facciamo la ricomposizione della sinistra? Si tratta di un obiettivo strategico in sé cui bisogna sacrificare tutte le possibili dissidenze? O si tratta di un mezzo per raggiungere degli scopi?

La tragedia greca delle banche

Traduzione di alcuni passaggi dei commenti di Frances Coppola sull’accordo capestro firmato dalla Grecia. Non concordo necessariamente con tutte le valutazioni.

greek bank closed

La grande tragedia delle banche greche, ATTO I: la “sospensione di Schauble”

“Era ovvio che le trattative sarebbero state difficili e l’approccio di forza nella debolezza del governo greco significava che si sarebbe dovuto spingere pericolosamente vicino alla Grexit. La fuga di capitali dalle banche era inevitabile. Permettere che la Grecia diventasse completamente dipendente da una banca centrale controllati dai creditori dell’eurozona, ed essa stessa creditrice, è stato un grave errore nella strategia greca. Avrebbe dovuto imporre il controllo di capitali molto prima. Se l’avesse fatto, le condizioni monetarie della Grecia sarebbero state lo stesso di ristrettezza ma le banche sarebbero potuto rimanere aperte.

Il mancato controllo dei capitali anticipato è pero sintomatico di un errore più ampio. Il governo greco si è spinto fino all’orlo della Grexit pensano che i creditori dell’eurozona non avrebbero osato spingere di più. La notte di domenica [tra il 12 e il 13 luglio] il bluff è stato scoperto e non ci sono state contro mosse. [Il governo greco] non era preparato alla possibilità che si dovesse fare l’impensabile e lasciare l’Euro.

La mancanza di un “piano B” ha lasciato il governo greco senza altre opzioni che ritirarsi accettando le richieste dei creditori. Ho criticato i metodi usato per sconfiggere il primo ministro greco Alexis Tsipras, ma il risultato finale era inevitabile. Non avrebbe potuto accettare il piano di “Grexit temporanea” proposto dal tedesco Wolfgans Schauble. Farlo sarebbe stato catastrofico per l’economia greca. “Non abbiamo le riserve estere per una Grexit” ha spiegato poi [Tsipras], e ha ragione e coloro che pensano che la “sospensione” sarebbe stata meglio, sbagliano.

La situazione dovrebbe essere letta in maniera corretta come una crisi degli scambi esteri. La Grecia sta usando una valuta straniera come valuta  domestica e gli emettitori stranieri della valuta estera hanno chiuso i rubinetti, l’unica fonte di valuta sono i guadagni dal commercio e i prestiti internazionali. La Grecia ovviamente non è nelle condizioni di ottenere prestiti dai mercati internazionali, quindi rimangono solo i guadagni da commercio. Ma la Grecia ha in deficit sulla bilancia commerciale e importa beni essenziali come cibo e carburante. Quindi, anche con le banche chiuse, c’è ancora una fuoriuscita di euro dall’economia greca.

[…]

Il fatto è che la “sospensione di Schauble” sarebbe il risultato peggiore per la Grecia. Anche una grexit permanente, con tanto di uscita dall’UE, sarebbe preferibile perchè almeno permetterebbe di fare default sui debiti denominati in euro. Ma porterebbe comunque a un crollo degli scambi esteri data la dipendenza dalle importazioni. La Grexit è letale fino a quando le esportazioni greche restano così deboli.”

La grande tragedia delle banche greche, ATTO II: la rapina 

1. Le banche greche stanno riaprendo per le sole transazioni. Il limite ai prelievi rimarrà probabilmente per tutta l’estate, limitando la capacità effettiva dei greci di ammassare contanti. Probabilmente rimarranno i controlli di capitale che impediscono di portare i soldi all’estero rimarranno.

2. Al governo greco viene chiesto di dare massima priorità alla legislazione per attuare la direttiva europea Bank Resolution & Recovery. Una volta attuata, la risoluzione delle banche includerà il bail-in dei creditori chirografari

3. In autunno, la Banca Centrale Europea/Meccanismo di Vigilanza Unico condurrà una nuove revisione della qualità degli assett per determinare la loro solvibilità. La maggior parte delle stime sul deficit di capitale si aggira attorno ai 15 miliardi di euro, escludendo le Attività per Imposte Anticipate (DTA), una forma di capitale molto usata dalle banche greche e che la BCE ha già annunciato di voler gradualmente eliminare. Se la BCE dovesse escludere le DTA dalla definizione CET1, allora il conto totale sarebbe almeno il doppio.

4. Una volta conosciuto il risultato di questa revisione della qualità degli assett, le banche greche verranno ricapitalizzato dal Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM). Questo implica l’uso del servizio di ricapitalizzazione diretta dell’ESM che non sarà disponibile fino a gennaio 2016. Fino ad allora le banche dovranno essere sostenute dalla Liquidità di Emergenza (ELA) mentre i limiti al ritiro di contanti e il controllo dei capitali rimarranno in vigore per prevenire l’ammassamento o la fuga di capitali. I greci quindi hanno davanti la prospettiva di restrizioni all’accesso e all’uso dei fondi almeno fino alla fine dell’anno.

Ci sono due conseguenze significative dell’uso del servizio di ricapitalizzazione diretta dell’ESM.

Primo, la ricapitalizzazione dell’ESM è nei fatti la nazionalizzazione delle banche greche da parte dei creditori dell’eurozona, scavalcando la sovranità greca. Una volta che le banche saranno ricapitalizzate e, presumibilmente, alleggerite dai prestiti non performanti, dovrebbero essere rivendute al settore private. I ricavi della vendita dovrebbero andare a ripagare i prestiti dell’ESM. Il fondo di privatizzazione degli assett quindi include implicitamente tutte le banche greche. Non molti sembrano averlo capito.

Secondo, la ricapitalizzazione diretta dell’ESM richiede il bail-in dell’8% dei crediti. Silvia Merler spiega su Bruegel le implicazioni per i correntisti e gli azionisti delle banche greche:”Il bail-in necessita del taglio pieno dei subordinated/other bonds, il taglio pieno dei bond senior non garantiti e anche un taglio dei depositi non assicurati tra il 13% e il 39% di tre banche su quattro. Questo porterebbe tutte le banche oltre la soglia del 4,5% del CET1 e due banche sopra la soglia dell’8%. Il restante deficit di capitale sarebbe coperto dall’ESM e dalla Grecia, ma i contributi greci sarebbero sospesi. L’ESM avrebbe effettivamente un ruolo molto contenuto“.

[…]

I creditori non sono dell’umore per dare un qualsiasi allentamento alla Grecia. Il fatto che si stanno prendendo misure per impedire che i depositi lascino il sistema bancario in ogni quantità suggerisce l’intenzione sia di fare il bail-in. Se ho ragione, il potenziale risultato economico sarebbe terribile per la Grecia.

 […]

Il bail-in dei depositi delle imprese e degli individui greci sarebbe il segnale più chiaro che la ripresa dell’economia greca non è sull’agenda di nessuno. Sarebbe una gigantesca rapina ai redditi del settore privato.

Sospetto che Alexis Tsipras pensasse che qualcosa del genere fosse in programma nel momento in cui ha insistito che parte dei proventi delle privatizzazioni andasse in nuovi investimenti. Ma sarebbe davvero abbastanza per controbilanciare le perdite delle imprese e delle famiglia greche a seguito di un bail-in draconiano?
Più lo guardo, più l’accordo mi sembra cattivo. In effetti, mi sembra che sia stato disegnato per danneggiare considerevolmente l’economia greca. Quando questo diventerà palese, i greci probabilmente cambieranno idea sul restare nell’euro. Temo sia questo il punto. In una maniera o nell’altra, la Grecia è sulla via d’uscita dall’Eurozona.
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Grecia: rottura o compromesso

Articolo per il Collettivo Stella Rossa:

Decifrare la trattativa tra l’Unione Europea e il governo di Alexis Tsipras è sempre più difficile. I round di trattativa falliscono uno dopo l’altro e il 30 giugno scadono il “programma di salvataggio”e un ingente prestito del FMI. Nel frattempo la società greca torna a mobilitarsi.

 

[…]

Non possiamo sapere ora se questa vicenda si concluderà con l’accordo o con la rottura. Quello che sappiamo è che tutte le possibilità sono sul tavolo, anche quelle che fino a poco tempo fa venivano pubblicamente escluse perché “anti europeiste”.

La solidarietà con l’unico governo europeo che prova a sfidare il dominio dell’Europa capitalista e anti democratica è obbligatoria. Altrettanto obbligatoria dovrebbe essere l’onestà intellettuale, senza nascondere sotto il tappeto le enormi contraddizioni e difficoltà. Per sostenere la solidarietà col popolo greco serve consapevolezza. Le illusioni, invece, finiscono sempre per produrre delusioni e, di conseguenza, disimpegno.

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Uno finisce di scrivere a mezzogiorno e alle 6 di sera è già successo di tutto. Tsipras ha proposto a Merkel e Hollande di trovare un accordo a livello di capi di stato, non a livello tecnico. Merkel e Hollande hanno rifiutato (grande, compagno Hollande, sei sempre il migliore). I creditori hanno proposto di estendere il bailout di altri 4 mesi con qualche cambiamento (sostanzialmente la stessa cosa fatta a febbraio) e i greci hanno rifiutato.
In tutto questo bisognerebbe veramente evitare di gridare ogni mezz’ora al tradimento definitivo o alla vittoria finale. Non per altro, ci si fa un po’ la figura dei pirla.

Galbraith, la Grecia e la malafede dell’Europa

Oggi parrebbe essere il giorno decisivo per la Grecia (l’ennesimo giorno decisivo, a meno che non diventi decisivo il meeting di sabato…). Fatto sta che la fine di giugno si avvicina e con essa il default sui debiti verso il Fondo Monetario Internazionale, mentre il ritiro di capitali si intensifica e la borghesia greca alza il tiro al grido di “no alla stalinismo in Grecia”.
Nell’attesa di sapere cosa accadrà, una traduzione dell’intervento del noto economista critico James K. Galbraith, apparso originariamente su American Prospect, sulla malafede dell’Europa. Perchè a essere cattivi non sono solo i tedeschi.

Malafede. Perchè un reale taglio del debito greco non è tra le possibilità

I lettori della stampa finanziaria possono essere scusate se pensano che nelle trattative tra Grecia e Europa ci sia un partner inaffidabile, il nuovo governo greco, e un partner responsabile, il fronte comune dei maggiori governi e delle istituzioni dei creditori, intenzionato a perseguire politiche razionali e l’interesse comune europeo.

Il punto di vista di Atene è diverso. L’11 giugno ho assistito a una seduta della commissione parlamentare d’inchiesta sul debito greco con la deposizione di Philippe Legrain, già consigliere dell’allora presidente dell’UE José Manuel Barroso. Legrain è un tecnocrate, un economista e una persona molto riservata. Parlò in maniera tranquilla.

Secondo Lagrein il peccato originale nella faccenda greca è stato commesso nel maggio 2010, quando fu chiaro che il paese era insolvente. All’epoca i funzionari del FMI era convinti che il debito greco dovesse essere ristrutturato e che il taglio non fosse solo necessario ma anche giusto, dato che debitori inaffidabili sono sempre accoppiato a creditori inaffidabili e che i creditori sono parzialmente compensato per il rischio della perdita.

La ristrutturazione non c’è stata. Invece un trio di francesi – al FMI, alla BCE e all’Eliseo, sostenuti da Angela Merkel – decisero di far finta che il problema greco fosse temporaneo e che ci fosse una crisi finanziaria più larga da affrontare e che il più grosso salvataggio della storia non dovesse mirato a salvare la Grecia ma a ridurre l’esposizione delle banche francesi e tedesche verso gli altri stati europei, con la quota maggiore indirizzati ai contribuenti tedeschi.

Perchè il FMI c’è stato, facendo il più grosso prestito della sua storia (32 volte la quota della Grecia) contro i dubbi dei suoi funzionari e le obiezioni di molto membri non europei? Perchè l’allora Managing Director, Dominique Strauss-Kahn, voleva diventare il Presidente della Francia.

Nello stesso momento, la Banca Centrale Europa di Jean-Claude Trichet comprava titoli greci per circa 27 miliardi, alzandone il prezzo. Perchè? Per sostenere i creditori originali, in larga parte banche francesi.

Facendo questo i poteri europei evitarono di imporre perdite alle grandi banche. Con le sue azioni Trichet bloccò la BCE nel rifiuto di accettare perdite sui titoli greci e aggirà, per non dire che ruppe, il mandato legale della BCE.

Uno dei principi di base della finanza è: non si fanno nuovi prestiti a chi è in bancarotta. Di fronte all’insolvenza, si deve ristrutturare il debito. I funzionari del FMI e i membri del board che lo sapevano furono scavalcati. I leader europei si unirono in una grande menzogna: fare finta che il debito greco fosse sostenibile. Nel 2010 i rappresentanti all’FMI di Francia, Germania e Olanda promisero (sulla base della finzione) che le loro banche avrebbero mantenuto i loro debiti greci. Nei fatti, vendettero tutto quello che poterono

Nel 2010 il governo greco avrebbe potuto ristrutturare il suo debito, secondo la legge greca, ma non lo fece. Quando la ristrutturazione avvenne nel 2012, fu secondi i termini dei creditori, cioè con la perdita del 60% del valore dei fondi pensione greci e questo è uno dei principali motivi per cui le pensioni greche sono messe così male oggi.

Nel 2010 la Grecia dovette ingoiare un programma di austerità che sarebbe stato – come promesso da Poul Thomson del board del FMI – “duro, difficile e doloroso”. Anche se il programma conteneva un “aggiustamento fiscale” senza precedenti pari al 16% del PIL, prevedeva anche che la Grecia avrebbe avuto una caduta del PIL di solo il 5%, seguito da una ripresa dall’inizio del 2013. Nel frattempo il rapporto debito/PIL sarebbe dovuto salire 150% nel 2013 per poi scendere. Nei fatti, la diminuzione del PIL greco fu 5 volte più grande e il rapporto debito/PIL è oggi al 180%. E non c’è stata nessuna ripresa.

Venne poi chiesto a Legrain venne chiesta un’opinione sugli economisti che fecero queste previsioni e sugli ufficiali che le diffusero. Su questo punto la testimonianza fu incerta. Fu incompetenza? Panico? Ideologia? Il testimone non lo sapeva. Forse, suggerì, qualcuno di loro “nella loro stupidità” pensò che avrebbe funzionato. In ogni caso “nessuno ha pagato per i propri errori”.

Il signor Thomson continua a prender le decisioni all’FMI che – anche se ora sostiene la necessità di un taglio del debito – continua a chiedere lo stesso insieme di tagli deflazionari che viene ufficialmente chiamato come “riforme”. Tra questi ci sono riduzioni selvagge delle pensioni minime, che arriverebbero a ridurre di un terzo dei pagamenti che sono già di soli 12 euro al giorno.

Nel frattempo, secondo un report della Franfurter Allgemeine Zeitung del 14 giugno, la Commissione Europea si prepara ad alleggerire le richieste di tagli alle pensioni in cambio di tagli alla spesa militare greca? Chi ha affossato questo accordo? Secondo la FAZ, l’FMI. Se all’FMI pensano che sarebbe più far pressione sul governo greco per mettere alla fame il suo popoli, non hanno proprio prestato attenzione. O, più probabilmente, data la chiara divisione e lo scompiglio tra i creditori, il FMI ha deciso che non vuole un accordo e che quindi altre trattative sono inutili.

Mentre il FMI insiste che la Grecia deve soddisfare ogni condizione posta, le cose sono diverse andando verso nord e verso est. Per l’Ucraine, secondo un’affermazione del 12 giugno della signora Lagarde  riportata da ZeroHedege, il FMI “potrebbe prestare all’Ucraina anche se l’Ucraina non può ripagare i propri debiti. Tanti saluti alla sostenibilità del debito e per il principio base per cui non si concedono nuovo prestiti a chi è già in bancarotta.

I lettori americani sono abituati a vedere la Germania, i tedeschi e la cancelliera Angela Merkele e il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble come i cattivi di questa storia, ma questo è una sottostima del ruolo giocato in penombra dai Rasputin di Parigi. E anche di quello dello Svengali di Francoforte, Mario Draghi, che nel momento in cui scrivo minaccia il sistema bancario greco. Minacce che, nei prossimi giorni, potrebbero provocare proprio ciò che Draghi promise di evitare a qualunque costo. [Cioè, la fine dell’Euro]

 

 

Flassbeck e Lapavitsas: Against the Troika

Il libro di Flassbeck e Lapavitsas esplora le possibilità di un governo di sinistra alla guida di un paese dell’Eurozona e le possibilità di un governo di sinistra nell’uscita dall’Eurozona. Scritto prima della vittoria elettorale di Tsipras, è interessante leggerlo alla luce dei primi mesi del governo di sinistra ad Atene, mentre il “piano B” comincia a essere discusso.

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Heiner Flassbeck e Costas Lapavitsas – Against the Troika: crisi and austerity in the Eurozone – Versobooks – 144 pp – 14 euro/3 euro digitale

 

Flassbeck e Lapavitsas, insieme, non fanno esattamente l’immagine del no-euro come ce lo si immagina in Italia. Il libro Against the Troika: crisi and austerity in the Eurozone è difficilmente accusabile di populismo grillino o leghista, presenta un’argomentazione economica solida, ovviamente altri economisti pro-euro avranno argomenti per ribattere, ma si viaggia lontani dai terreni tipo “fuori dall’euro c’è il Paradiso Terreste, perché si”. È anche un libro europeista, l’argomento più emozionale è che l’attuale assetto sta disgregando l’Unione Europea ed è meglio fare ora un passo indietro per poter tornare in futuro a costruire un’Unione vera, d’altronde Flassbeck era consigliere di Lafontaine quando quest’ultimo era ministro delle finanze della Germania e costruiva materialmente l’Unione Monetaria Europea. Infine, è un libro internazionalista, sfidando così il luogo comune che vuole ogni messa in discussione dell’euro un cedimento alla nostalgia reazionaria delle piccole patrie; è scritto da un greco e da un tedesco e presenta testi aggiuntivi del giornalista inglese Paul Mason, del leader della Linke Oskar Lafontaine e del leader di Izquierda Unida Alberto Garzon.

L’Unione fallita

L’argomentazione principale di Against the Troika era già stata esposta dagli autori in un’analisi pubblicata sul sito della Fondazione Rosa Luxemburg, e viene esposta nel libro in maniera appena appena più discorsiva. Senza pretendere di farle giustizia, si può riassumere così: per Flassbeck e Lapavitsas l’idea della cooperazione monetaria non è sbagliata in sé, anzi, è necessaria e al di fuori di qualsiasi forma di cooperazione monetaria sarebbe impossibile per un governo progressista garantire che i propositi progressisti non vengano spazzati via dalla prima turbolenza internazionale (Capitolo 2.1). Il problema dell’Unione Monetaria Europea è però che è stata basata sui pregiudizi ideologici monetaristi della Banca Centrale Europea per cui l’unico metodo per governare l’inflazione sarebbe solo e soltanto la leva monetaria (Cap 2.2) escludendo così il governo di salari e profitti e quindi la possibilità di attuare una convergenza tra i vari paesi europei in una crescita coordinata dei salari e della produttività del lavoro (Cap 2.3-5). A questo si aggiunge che la BCE è venuta meno ai propri compiti di sorveglianza sulla Germania, essendo quest’ultima colpevole di aver tenuto la propria inflazione (e quindi i salari) più bassa dell’obiettivo comune europeo, un’infrazione che per gli autori è ben più grave della mancanza di rigore dei paesi periferici, che sono invece stati vigilati duramente dalla BCE (Cap 3)

Fuori dall’euro?

Per gli autori un qualunque governo di sinistra nei paesi della periferia (discorso diverso per i paesi semi-periferici, cioè Italia e Francia) si troverebbe di fronte a una “triade impossibile”, tre cose impossibili da sostenere contemporaneamente: la ristrutturazione del debito, l’uscita dall’austerità e la permanenza nell’Unione Monetaria Europea; le regole di quest’ultima sono fatte in modo che lo stato non possa effettuare gli interventi economici (per esempio, intervenire sul sistema bancario per affrontare le perdite dei privati in merito alla ristrutturazione del debito) necessari ai primi due punti (Cap 7.2).

Non è difficile leggere in questo una facile previsione di quello che è successo in questi mesi di governo Tsipras, non a caso Costas Lapavitsas (ora anche parlamentare) è l’economista di riferimento della Piattaforma di Sinistra, l’area di SYRIZA che giudicava irrealistica l’ipotesi dell’accordo onorevole già da prima delle elezioni . Quali sono quindi le alternative? Il libro affronta due possibili scenari di uscita, uno consensuale (cap 7.3) in cui l’Europa per evitare ulteriori conflitti negozia l’uscita e fornisce anche della liquidità per il tempo necessario ad Atene a sistemare la nuova emissione di moneta, uno conflittuale (cap 8) in cui ci sarebbe molto meno tempo. Il libro non nasconde certo i problemi dell’uscita, ma apre anche alla possibilità che un’uscita dall’Eurozona di un paese periferico potrebbe essere usata per tornare a sfruttare la manodopera ora disoccupata a fini di consumo interno e usare il disavanzo verso l’estero, ironicamente causato dall’austerità, per rifornirsi sul mercato internazionale dei beni difficili da produrre all’interno come medicinali e carburante. Un ritorno a un impiego così massiccio della manodopera potrebbe portare, soprattutto, a un mutamento dei rapporti sociali e alla possibilità di riaprire l’idea di un cambiamento reale della società a lungo termine. Per fare tutto questo, sia “consensualmente” sia “conflittualmente”, sono però necessarie delle premesse, desumibili dalla crisi cipriota: a) recupero delle capacità tecniche di battere moneta; b) doppia circolazione monetaria già in atto; c) controllo dei movimenti dei capitali. Per fare questo sono necessarie competenze tecniche che i tecnici cresciuti nell’era dell’euro non hanno, quindi è necessario richiamare in servizio tecnici dell’epoca della dracma e importarne da paesi esteri che detengono il know-how (leggasi, dalla Russia).

Ma, e qui sta per la mia lettura l’importanza del libro, un’eventuale Grexit non è solo questione di possibilità economiche e tecniche, non è una medaglietta da appuntarsi al petto durante una disquisizione accademica. Non è, per dirla con Mao, un pranzo di gala. È un fatto politico. Per gli autori i tre punti “tecnici-preliminari” servono anche e soprattutto a mobilitare l’opinione pubblica, alla battaglia politica, a preparare all’idea che l’uscita, specie quella conflittuale, deve essere affrontata in maniera determinata, sapendo per quanto possibile a cosa si va incontro.

E qui sorge un problema grosso: la linea elettorale di SYRIZA non è stata quella di preparare l’opinione pubblica all’uscita dall’euro, anzi, è stata quella di insistere, insistere, insistere sul compromesso onorevole coi creditori, tanto da negare la stessa esistenza di un “piano B”. E SYRIZA aveva le sue ragioni per farlo. Per Stathis Kouvelakis:” credo che l’egemonia ideologica della classe dominante in Grecia sia stata basata sul progetto europeo, sull’idea che aderendo al processo d’integrazione la Grecia sarebbe diventata un paese moderno, un “paese europeo sviluppato”, e sarebbe definitivamente e irreversibilmente entrata nel club delle società europee occidentali più sviluppate e avanzate. Io credo che sia una specie di fantasia di longue durée della Grecia come nazione indipendente: diventare una parte accettata dell’Europa occidentale. Nel primo decennio dopo l’entrata dell’euro è sembrato che questa fantasia fosse diventata realtà.” L’Unione Monetaria Europea (termine col quale sarebbe bene cominciare a riferirsi all’euro, per evitare di cadere nella trappola per cui si identifica la moneta unica con l’idea di Europa a qualunque livello) è stata e rimane per molti greci (specie della “classe media” che si è rivolta a SYRIZA dopo il fallimento delle grandi coalizioni) una forza simbolica-politica enorme, uscirne prima che una questione di fattibilità economica è questione di rinunciare al sogno di diventare tutti come la Germania. Ma è un sogno che forse sta cominciando a declinare. Per quanto possano valere i sondaggi, la maggioranza dei greci è ancora favorevole a rimanere nell’Eurozona, ma quando si chiede se è a tutti i costi, l’opinione pubblica si divide a metà. Sapendo che questo non verrà comunque deciso dal popolo greco, la questione diventa: SYRIZA sarebbe capace di organizzare il sostegno popolare nel caso dovesse trarre il dado e uscire dall’euro? O verrebbe piuttosto travolta, trovandosi il doppio danno di avere la Grexit gestita dalle destre?

SYRIZA, dopo aver mantenuto la barra sulla linea ufficiale per mesi, si sta muovendo su questo fronte. Il giornalista Paul Mason sostiene, da febbraio, che ci sia un’ondata di radicalizzazione dentro SYRIZA, anche tra chi non appartiene alle correnti radicali organizzate nella Piattaforma di Sinistra. Ora è anche la presidente del parlamento Zoe Konstantopoulou a prendere posizioni radicali sul debito che potrebbero portare alla rottura, mentre le posizioni di Lapavitsas vengono discusse apertamente su AVGI, l’organo ufficiale di SYRIZA.

La questione dell’uscita dall’euro viene, in Italia, usata come un derby tra tifoserie opposte che commentano le varie opzioni proposte dagli economisti, spesso senza capirle fino in fondo (piccola nota a margine: quanti hanno capito che Bagnai sostanzialmente propone lo “spirito del 1992-1993”?). Ma il punto non è solo studiare ciò che dicono i modelli economici, il punto è capire che  euro o exit sono opzioni che devono vivere dentro società particolari. Se non si capisce che la Grexit (o la proposta di uscita dell’Italia, o di qualunque paese) è un fatto politico e non tecnico, si può continuare a illudersi di essere quelli più di sinistra, quelli più anti imperialisti, quelli più rivoluzionari, ma ci si sta solo baloccando con delle ricette per l’osteria dell’avvenire.

Tre opzioni per Syriza

GRECIA: IL CAPPIO SI STRINGE

Di Stathis Kouvelakis su http://www.jacobinmag.com

Senza amici

L’isolamente del governo greco è diventato ancora più percettibile dopo le recenti dichiarazione del Presidente Obama […] per cui il governo dovrebbe muoversi rapidamente sulla strada delle “riforme” e accontentate tutte le richieste dei creditori.

[…] Allo stesso tempo la prospettiva di un aiuto immediato da Mosca come risultato della visita del Primo Ministro greco Alexis Tsipras a Mosca sembra svanita. L’accordo sul gasdotto […] con un anticipo sui profitti futuri di 5 miliardi di euro è stato rimandato a dopo l’incontro di Tsipras con il presidente di Gazprom […]. Può non essere una coincidenza che i russi si siano ritirati dopo che l’UE ha lanciato un’azione legale contro Gazprom con dubbie accuse di “abuso di mercato” e “infrazione delle regole europee sui monopoli”.

Opzioni

A questo punto sembrano essere rimaste solo queste tre opzioni al governo di Syriza

1) Lo “scenario buono”, che ancora quello favorito dal governo, è che l’Europa faccia concessioni e si possa raggiungere presto un compromesso […]

2) Il governo greco si arrende. Questo è ovviamente l’obiettivo dell’Europa. In una recente intervista alla Reuters Tsipras ha chiarito che ci sono “disaccordi politici, non tecnici” su quattro questioni-chiave: leggi sul lavoro, riforma delle pensioni, aumento dell’IVA e privatizzazioni […] fare concessioni su questo equivarrebbe alla resa e al suicidio politico di Syriza.

3) Il governo greco fa default sul debito. In una recente intervista all’Huffington Post, Varouffakis ha detto che se il governo dovesse scegliere tra pagare i creditori e pagare salari e pensioni, darebbe priorità alla seconda opzione. Ma ovviamente questo significa una rottura decisiva e l’uscita dall’eurozona (nell’ipotesi migliore lo scenario della doppia valuta può durare alcuni mesi).
La complicazione qua è che fare default a Maggio significa farlo sui pagamenti al FMI, con enormi complicazioni a livello commerciale (il FMI può imporre sanzioni che renderebbero l’accesso al credito privato quasi impossibile). La Grecia dovrebbe preferibilmente fare default sui prestiti europei, ma questi scadono in estate e sembra quasi impossibile resistere fino ad allora.

Prepararsi allo scontro

Adesso è impossibile prevedere quale tra gli ultimi due scenari, gli unici realistici, prevarrà. I segnali in queste ultime settimane sono sempre più contraddittori: da una parte il tono dominante è quello di fiducia e ottimismo sulla possibilità di raggiungere un “onesto compromesso” che è l’obiettivo di Alexis.

Dall’altra ministri molto vicini a Tsipras, come il ministro degli interni Voutsis e il Ministro del Lavoro Skourletis, hanno dichiarato che “ci piacerebbe restare sulla nave chiamata Europa ma il capitano ci sta spingendo fuoribordo, dobbiamo provare a nuotare”.

Sulla stessa linea il vice ministro delle finanze Tsakalotos che ha dichiarato il 26 marzo che “se non si tiene a mente la possibilità di una rottura, allora ovviamente i creditori imporranno le stesse misure che hanno imposti ai governi precedenti”.

[…]

Lo stato dell’opinione pubblica riflette questa incertezza. L’entusiasmo e lo spirito combattivo delle prime tre settimane ora hanno lasciato il posto a una situzione più complessa: il sostegno alla strategia del governo è ancora alto ma significativamente più basso che nei mesi precedenti. Le strade sono calme.

Le recenti mobilitazioni sembrano ristrette a pochi settori (anarchici e comunità locali contro le miniere d’oro a Skouries, nel nord della Grecia) con effetti contraddittori: l’agitazione degli anarchi ha accelerato il voto in parlamento di una legge che alleggerisce le condizioni delle prigioni e abolisce il regime carcerario “ad alta sicurezza”.

La situazione sembra più confusa a Skouries, con la polizia che contrasta i dimostranti e gli operai della miniera che marciano ad Atena in sostegno della continuazione dell’estrazione, sostenuti dai padroni canadesi e dall’opposizione di destra.

L’elemento principale che alimenta la preoccupazione è comunque il fatto che il terrorismo sulla “grexit” non viene contrastato a livello di opinione pubblica. L’opposizione di destra e i media, sempre più ostili al governo […], associano l’uscita dall’euro all’apocalisse […].

Ma la risposta del governo si limita a dire che questa prospettiva sarà evitata dal “compromesso onesto” […]. Un discorso che non mobilita la base di Syriza e non prepara l’opinione pubblica all’eventuale rottura con l’Europa.

Col Partito Comunista che rimane fermo sull’opposizione settaria, col suo segretario che dichiara che rifiuterà ogni sostegno anche in caso di uscita dall’eurozona […] è responsabilità della sinistra di Syriza proporre l’unico approccio sensato che possa evitare il fallimento: mantenere ferma la linea di scontro con l’UE e preparare il movimento popolare e la società greca in senso largo a una traiettoria radicalmente diversa, in Grecia e a livello internazionale.
La posta in gioco non potrebbe essere più alta

Per leggere tutto (in inglese) clicca qui.

Lapavitsas su Varoufakis, Syriza e il marxismo

Pubblico un pezzo dell’intervista Greece: Phase Two fatta da Sebastian Budgen, editor di Historical Materialism, a Costas Lapavitsas, deputato di Syriza e uno dei principali esponenti della Piattaforma di Sinistra, per la rivista Jacobin Magazine. La parte che traduco qui è concentrata sul rapporto, teorico e pratico, tra l’anima propriamente marxista di Syriza e quella da “sinistra diffusa” che viene incarnata da Varoufakis. Nella parte che non ho tradotto, l’intervista si concentra in una lunga trattazione dell’ipotesi di uscita dall’euro delineata da Lapavitsas in Against The Troika (disponibile in formato elettronico sul sito dell’editore VersoBooks).

Parliamo di Varoufakis. Ovviamente, c’è stato un gran chiacchiericcio mediatico su Varoufakis, la sua personalità, il suo stile, e così via. Ci sono stati anche interventi più seri a suo riguardo, per esempio quello di Micheal Roberts che lo definisce “più eccentrico che marxista”. Prima di tutto, Varoufakis che ruolo aveva nella sinistra greca prima della vittoria di Syriza.

So che ci sono stati molti interventi su Varoufakis, il suo stile di vita e sue posizioni. Non voglio parlane, lo lascio ad altri, non ora, magari più in là si potrà parlare dell’impatto che ha avuto sulla politica e così via.

Per quanto riguarda la domanda se sia un marxista, un radicale o altro, consiglierei più attenzione nell’uso del termine “marxista”. Lo consiglio in particolare a chi si proclama marxista perché usa determinate parole e parla molto di marxismo, mentre nella sostanza dell’analisi svolta segue linee politiche ed economiche tra le più prosaiche che si possano immaginare. Facciamo più attenzione nel chiamare qualcuno “marxista”, grazie. Questa non è più politica da aule universitarie, è roba seria, ok?

Quindi, su Varoufakis: lo conosco da lungo tempo come economista, ovviamente. Non penso che si possa definire una persona di sinistra nel senso radicale del termine e di certo non un rivoluzionario, non nel senso in cui intendiamo questi termini in Grecia. Possiamo per dire sicuramente che appartiene alla “sinistra del centro” [in Grecia ci si riferisce comunemente alla socialdemocrazia come “centro”, in Italia diremmo “centrosinistra”, ndt].

È sempre stato di quella posizione, è sempre stato eterodosso e critico in economia, ha sempre rigettato l’economia neoclassica e le teorie neoclassiche nel suo lavoro, è sempre stato pronto a fornire consigli politici al di fuori degli schemi ed è sempre stato pronto a ragionare su alternative praticabili.

Questi sono tutti punti positivi. Quando si guarda alla sua storia, però, bisogna riconoscere che è stato anche un consigliere del governo di George Papandreou, il primo a introdurre i piani di salvataggio in Grecia, e che gli è rimasto legato per un significativo periodo di tempo. Per questo non penso che si possa chiamare “di sinistra” in maniera sistematica.

Lo stesso Varoufakis si posizione in un quadro keynesiano e si relazione con persone come  James Galbraith, apertamente keynesiano.

 

Voglio essere chiaro su questo. Keynes e il keynesismo, sfortunatamente, rimangono gli attrezzi migliori che abbiamo, da marxisti, per affrontare le questioni qui e ora. Ovviamente la tradizione marxista è molto forte nell’affrontare le questioni di medio e lungo termine, nel comprendere le dimensioni di classe e sociali dell’economia e della società in generale. In questi campi non c’è nessun paragone possibile.

Ma per affrontare le politiche nel qui ed ora, sfortunatamente, Keynes e il keynesismo rimangono un importante set di idee, concetti e strumenti anche per i marxisti. Questa è la realtà. Ci sono persone che usano le idee e non le riconoscono come keynesiane, non lo voglio commentare, ma succede.

Quindi non posso criticare Varoufakis perché si relazione ai keynesiani, perché l’ho fatto anch’io, apertamente ed esplicitamente. Se mi potessi mostrare un’altra idea di come fare le cose, sarei ben lieto di seguirla. Ti assicuro però, dopo molti decenni di lavoro sulla teoria economica marxista, che al momento non c’è altra possibilità. Quindi si, Varoufakis ha lavorato con i keynesiani, ma questo non è un problema.

Ovviamente stabilisci una differenza tra il marxismo come strumento analitico e il keynesismo come strumento politico, ma le due scuole hanno anche obiettivi diversi. Varoufakis lo dice esplicitamente: il suo obiettivo è salvare il capitalismo da se stesso. Non vedi questo come una linea di separazione significativa?

Certo! Keynes non è Marx, il keynesismo non è il marxismo. Ovviamente c’è una differenza tra di loro, è come dici te. Il marxismo riguarda il rovesciamento del capitalismo e punta al socialismo. È sempre stato così e rimarrà così. Il keynesismo no, riguarda il miglioramento del capitalismo e anche salvarlo da se stesso.

Comunque, quando si parla di questioni come la politica fiscale, il tasso di scambio, la politica bancaria e così via (questioni su cui la sinistra marxista deve necessariamente produrre politiche serie piuttosto che denunciare il mondo dalle proprie camerette) allora si scopre rapidamente che, piaccia o no, i concetti che usava Keynes e i concetti su cui lavorano i keynesisti sono indispensabili per costruire una strategia marxista.

Questo è quello che sto dicendo. Purtroppo non c’è altra via e quando i marxisti lo capiranno, allora le loro posizioni diventeranno realistiche e rilevanti.

Parliamo dei negoziati, nelle loro varie fasi. Penso che si possa correttamente dire, non so se sei d’accordo, che ci siano due interpretazioni su cosa sia successo durante i negoziati.

La prima interpretazione, dominante sia nella sinistra marxista sia nella stampa finanziaria (con l’eccezion di Krugman e Galbraith) è che i greci, Varoufakis e gli altri, hanno giocato a poker senza avere le carte buone, senza un sostegno per la propria strategia, e sono stati fondamentalmente battuti dall’Unione Europea e in particolare dai tedeschi.

L’altra interpretazione, che viene dai media pro-Varoufakis e pro-dirigenza di Syriza, è che i greci abbiano affrontato I negoziati molto bene e siano riusciti a ribaltare il tavolo almeno parzialmente mettendo i tedeschi sulla difensiva, guadagnando spazi di manovra che altrimenti non avrebbero avuto, legittimando il proprio discorso sull’impagabilità del debito e sull’inefficacia dell’austerità, e così via.

Non so se concordi su questa caratterizzazione delle interpretazioni dominanti. Se sì, dove si posizione la tua interpretazione?

Mi ritrovo in molto di quello che dici. Non mi voglio posizionare rispetto a queste due interpretazione, anche se sono concorde con te. Ti dirò cosa penso, poi starà ai lettori capire a quale lato sono più vicino.

Il mio punto principale, quello da cui parto, è che il governo è andato ai negoziati con un approccio […] per cui si può andare ai negoziati e domandare e lottare che cambiamenti significativi, inclusi la fine dell’austerità e la cancellazione del debito, rimanendo fermamente nei confini dell’unione monetaria.

Questo è il punto-chiave, è quello che nei miei lavori ho chiamato approccio dell’euro buono. Cioè che cambiando le politiche vincendo le elezioni, cambiando gli equilibri tra le forze politiche in Grecia e in Europa, si possa negoziare e trasformare l’unione monetaria e l’intero complesso europeo con le carte che porteremo al tavolo. Questo è l’approccio con cui sono andati ai negoziati, la strategia era determinata da questo.

Ora, ci sono elementi d’inesperienza, inevitabili, elementi di personalità, inevitabili e a cui abbiamo già alluso parlando di Varoufakis,  e così via. Sono elementi importanti. Comunque, il punto chiave non era quello. Il punto era la strategia e bisogna capirlo bene, perché se no ci si perde nelle discussioni sul poker, sui bluff e su questo e su quello e su quell’altro ancora.

Il governo aveva una strategia e l’ha applicata. E ha scoperto la realtà. La realtà è che, io penso, questa strategia è finita. Non ha funzionato. Sì, gli equilibri politici sono cambiati in Grecia, anche drammaticamente. Non sono solo il 40% dei voti al governo, ma anche l’80% di sostegno popolare, come dimostrano i sondaggi. Ma questo è contato molto poco nei negoziati.

Perché? Perché i limiti dell’unione monetaria sono quelli che sono. Non sono influenzabili a questo tipo di argomenti. Si tratta d’istituzioni molto rigide che portano con sé un’ideologia e un approccio alle cose. Un governo di sinistra in un piccolo paese non è abbastanza da far cambiare posizione al lato avverso.

Quindi, i greci sono andati con grandi speranze e sono caduti nella trappole che le istituzioni avevano preparato. La trappola fondamentalmente significa (a) taglio alla liquidità e (b) taglio ai finanziamenti per il governo. In questa maniera le istituzioni hanno fatto pesare il vantaggio strutturale nei confronti dei greci.

I greci non avevano alternative, non potevano fare nulla. Syriza non poteva fare nulla perché aveva accettato i confini dell’euro. Fin tanto che accetti i confini dell’euro, non puoi dare risposte efficaci. Questo è il motivo per cui alla fine è uscito quello che è uscito.

Hanno provato a fare qualcosa di diverso, dall’altra hanno puntato i piedi, specie i tedeschi. Verso la fine dei negoziati è stata una questione di giorni prima della chiusura delle banche. In questa situazione i greci hanno infine accettato un brutto compromesso.

[…]

Penso che molti fuori dalla Grecia abbiano difficoltà a capire sia l’idea che si possa rimanere attaccati all’euro per principio sia l’idea, che sembra molto ingenua , che questi governi social-liberali (neoliberisti, nel caso di Obama) potrebbero in qualche maniera essere obiettivamente alleati contro la Germania e i falchi dell’Unione Europea. Cosa ne pensi?

La mia lettura del quadro analitico, quando la guarda come economista politico, è completamente disastrosa, l’ho detto apertamente. L’ho detto già anni fa e penso che gli eventi delle ultime settimane abbiano confermato la mia posizione iniziale. Penso che, da marxisti, dobbiamo cominciare dall’economia politica della situazione, non dall’equilibrio tra le forze politiche. Purtroppo la sinistra greca e una gran parte della sinistra europea fanno al contrario.

Cioè, comincia con la geopolitica piuttosto che con l’economia politica?

Con la geopolitica e con la politica interna, con l’equilibrio delle forze politiche, a questo è stato ridotto il marxismo, purtroppo. E quando si comincia con la politica, interna o internazionale, è facile imbarcarsi in voli di fantasia. È facile iniziare a pensare che, in fondo, tutto sia politica e che, potendo cambiare l’equilibrio delle forze politiche, tutto sia raggiungibile.

Mi spiace, ma non è così, e non è marxismo. Come marxisti pensiamo che la politica derivi in ultima analisi dalla realtà materiale delle relazioni economiche e di classe. È un’affermazione di Marx, davvero profonda, se intesa correttamente e non meccanicamente. La conclusione è che questa frase significa che non tutto è conseguibile attraverso la politica.

Ed è esattamente quello che abbiamo visto. Perché? Perché l’economia politica dell’unione monetaria è schiacciante. Ci piaccia o no, l’Europa e la Grecia esistono dentro I confine di un’unione monetaria.

Purtroppo gran parte della sinistra marxista ha fatto finta di niente o ha capito male l’importanza del denaro. Non è sorprendente, perché la sinistra europea non comprende il denaro e la finanza. Fa finta di capire, ma non capisce.

Ripeto, ciò che è praticabile e ciò che non è determinato in ultima istanza dall’economia politica dell’unione monetaria. Dentro i confini del capitalismo europeo, ovviamente, il capitalismo è la questione dirimente. Syriza ha appena scoperto questo ed è ora che cominci a riconsiderare le cose e inizi a ripensare come modellare le politiche e l’approccio politico dentro questi confini.

Se Syriza vuole raggiungere altri obiettivi politici, deve cambiare il quadro istituzionale, non c’è altra via. Per cambiare il quadro, bisogna muoversi verso una rottura, non si può riformare il sistema euro. È impossibili riformare l’unione monetaria. È questo che è diventato chiaro.

Questa posizione non è come dire che non puoi fare nulla se non si è rovesciato il capitalismo? Cioè quello che dicono settori dell’estrema sinistra? Che è chiaramente un assurdo estremismo di sinistra. Non c’è bisogno di una rivoluzione socialista e non c’è bisogna di rovesciare il capitalismo per fare piccole cose. Ovviamente, miriamo al rovesciamento del capitalismo e ovviamente vorremmo vedere la rivoluzione socialista. Ma non è nelle carte disponibili al momento.

Per liberarsi dell’austerità non c’è bisogno della rivoluzione socialista in Grecia, non c’è bisogno di rovesciare il capitalismo. Ma certamente c’è bisogno di liberarsi dal quadro istituzionale dell’euro. Questa semplice cosa non è capita, o non è abbastanza apprezzata, dentro Syriza e dentro la sinistra europea, e questo va tragicamente avanti da anni.

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E la ragione è che è circa la posizione di Antarsya e del KKE e che, a causa dell’equilibrio delle forze politiche, non si può concedere la vittoria su questi argomenti ai critici di sinistra?

In parte sì. È una malattia di lungo corso della sinistra greca, e devo dire anche in ciò che rimane della sinistra britannica, che avvelena questo livello di discorso.

Ma c’è qualcosa di più profondo, non è semplicemente il correntismo patologico. La vera questione, all’interno della sinistra che non fa parte di Syriza, è la paure del potere, mascherata dietro i paroloni. Nel caso del KKE si parla sempre di potere dei lavoratori, nel caso di Antarsya ogni frase riguarda il rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione del comunismo. Tutto questo nasconde una profonda paura del potere!

Pensano che la gente non lo capisca ma è perfettamente ovvio che queste organizzazioni sono spaventate fino al midollo dalla prospettiva delle responsabilità e del potere. È per questo che assumono posizioni estremiste di sinistra.

C’è un modo di dire in Grecia per cui un uomo che non vuole sposarsi continua a fidanzarsi. È quello che i comunisti del KKE stanno facendo, non vogliono affrontare le questioni del qui e ora quindi parlano della rivoluzione.

In questo modo, non devi affrontare la questione dell’euro. Fai finta che la questione dell’euro sia una questione minore, laterale o cos’altro. Oppure rilanci la questione all’infinito: bisogna uscire dall’Unione Europea, dalla NATO, da questo, da quello e da quell’altro. In altre parole, rispondendo a tutto non dai una risposta specifica a nulla.

Una lettura più benevola potrebbe essere quella per cui sono preoccupati per gli effetti del potere di un governo di sinistra basandosi sugli esempi storici. Non hanno paure del potere in se quanto di distruggere l’autonomia dei movimenti sociali.

Potrei usare un detto inglese: se hai paura del fuoco, stai alla larga dalla cucina. La politica non è teorizzare, non discutere nelle camerette.

La politica riguarda la società per com’è, e la società Grecia vuole risposte qui e ora. Purtroppo, solo Syriza ha cominciato a fornirle a suo modo, ed è per questo che sta dove sta e le altre organizzazioni stanno dove stanno.

Ora ci sono i cosiddetti “quattro mesi d’aria”. C’è molta incertezza su come le varie riforme proposte dal governo saranno attuate in pratica, sia per le riforme redistributive promesse in campagna elettorale sia per la questione delle privatizzazioni, che sono una delle linee invalicabili.

Ora ci sono anche divisioni che tutto possono vedere dentro Syriza, col Comitato Centrale e così via. Come vedi questa fase, da qui all’estate?

Sarà un periodo molto duro per il governo e per Syriza. Un periodo molto duro. Ovviamente, è il risultato del compromesso siglato nei negoziati. Fondamentalmente i creditori e l’UE hanno intrappolato Syriza, il governo subirà costantemente pressioni per rispettare gli obiettivi fiscali.

A marzo scadono dei pagamenti sul debito molto pesanti che stanno già creando problemi, perché il sistema delle tasse sta collassando. Ad aprile il governo dovrà completare una revisione del processo in atto, ovvero una revisione del programma, e sarà un periodo infernale perché ovviamente le istituzioni monetarie saranno rigide.

E poi in maggio il governo dovrà prepararsi al negoziato di giugno per un nuovo accordo di lungo termine per finanziare in qualche maniera il debito e ottenerne la riduzione che Syriza ha promesso al popolo greco. Il tempo tra ora e giugno volerà veloce e sarà un tempo di frizioni e lotte costanti per evitare la crisi, o meglio un periodo in cui si affronterà la crisi giorno per giorno.

In questo contesto, dal mio punto di vista, il governo ha solo due opzioni reali se vuole sopravvivere e se vuole fare ciò per cui è stato eletto.

La prima è cominciare ad applicare il programma per quanto possibile. È di primaria importanza che le leggi vengano approvate dal parlamento dimostrando alla popolazione che intendiamo fare ciò che diciamo e che, anche nei limiti del patto con l’Europa, possiamo portare a casa dei risultati, anche infrangendo quei limiti per quanto possibile.

La seconda cosa che il governo dovrebbe fare, ovviamente, è imparare la lezione dal fallimento della strategia che ha portato al pessimo accordo di febbraio e inizia a preparare un approccio differente per i negoziati in giugno. Se ci si approccerà a questi negoziati con la stessa strategia, il risultato sarà lo stesso.

Quindi per te le questioni chiave su cui il governo può avanzare dovrebbero essere la riconnessione alla rete elettrica delle famiglie, forse la rivalutazione delle pensioni e dell’assistenza medica, ma non questioni che sono già state escluse come l’aumenti del salario minimo, la ri assunzione dei lavoratori pubblici e la rinegoziazione o reversione delle privatizzazioni?

Dobbiamo essere cauti e realistici. Il governo è in un angolo, per le ragioni che abbiamo discusso. Quattro mesi sono pochi. Il governo è anche senza esperienza e la macchina dello stato si muove lentamente ed è generalmente ostile al nuovo governo. L’accordo firmato non tende a grandi cambiamenti nell’immediato, di sicuro non quelli di un governo di sinistra.

Quindi, dobbiamo stabilire delle priorità tra ciò che si può fare e non si può fare in questo breve periodo per mantenere il sostegno popolare e dimostrare alla gente che non siamo come gli altri. Saremo giudicati in base a quali promesse riusciremo a mantenere nei prossimi quattro mesi.

Certamente, la prima cosa è la legislazione sulla crisi umanitaria, e su questo abbiamo già iniziato a lavorare. Sono molto importanti anche le leggi per affrontare i debiti nei confronti del settore pubblico e la questione delle tasse. L’aumento del salario minimo, anche se rimane un nostro impegno che dovremo onorare, può attendere quattro mesi, non è la fine del mondo.

Bisogna essere attenti quando si scelgono le priorità. L’UE e le altre istituzioni faranno pressione per non introdurre le cose che ho menzionato, dobbiamo rimanere fermi nel respingere queste pressioni. Se non lo facciamo, siamo finiti.

Per leggere tutta l’intervista (in inglese) clicca qui.

Mason sull’eurogruppo di stasera

Ok, premessa: credo che a sapere realmente cosa stia succedendo ora siano Tsipras, Varoufakis, Draghi, Schauble, Merkel, Juncker, Dijsselbloem e pochi altri (ammesso che tutti conoscano realmente le reali internzioni degli altri).

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Ma una vaga idea dobbiamo pur tentare di farcela, senza farci trascinare dai retroscenismi. Il giornalista inglese Paul Mason ha ammesso abbastanza candidamente di essere coinvolto nel gioco della rivelazione dei documenti “riservati” dall’eurogruppo. Quantomeno, a differenza di altri retroscenisti che assumono sempre la posa della fonte indipendente, ammette di essere una pedina di Varoufakis e si può abbastanza ragionevolmente assumere che quello che scrive è ciò che il governo greco vuol far passare (in questo senso dichiarazioni sull’alleanza con italiani e francesi, per esempio, vanno prese cum grano salis).

Sul suo blog oggi ha scritto:

Eurogruppo: la Grecia potrebbe trovarsi di fronte a una decisione fatale sull’euro.

C’è un momento nel film Gettysburg in cui la fanteria dei nordisti sta per essere travolta dai sudisti. Il comando nordista getta nella mischia un reggimento trasandato composto da contadini del Maine guidati dal professore di retorica Joshua Lawrence Chamberlain. Il generale dice:”Vediamo come combattono i professori”.

La risposta è: senza paura. Gli uomini di Chamberlain esauriscono le munizioni, lui ordina una carica alla baionetta suicida che però risolve la situazione.

La mia impressione è che dietro ogni professore di qualunque cosa, ma specialmente quelli di economia, ci sia un Joshua Lewis Chamberlain pronto ad uscire. E oggi potrebbe essere il giorno giusto.

Oggi è la Gettysburg della Grecia. Dopo che la BCE ha esteso i prestiti d’emergenza alle banche greche per solo pochi giorni, i greci hanno solo fino a stasera per raggiungere un accordo di compromesso.

Il governo di estrema sinistra in grecia non sta cercando oggi una soluzione strategica alla sua crisi del debito, solo un’estensione di 4-6 mesi del vecchio accordo di salvataggio e il diritto di emendarlo per potere attuare il 30% del programma anti austerità su cui è stato eletto. Per ottenere questo si è ostinatamente ritirato negli ultimi cinque giorni

Ieri il ministro delle finanze Yanis Varoufakis (ex professore dell’Università del Texas) ha ritrattato il suo precedente rifiuto di chiedere un’estensione del vecchio accordo, ma continua a volere margini per impostare i suoi obiettivi di bilancio e applicare nuove leggi per ridare ai lavoratori i diritti contrattuali.

Ha degli alleati (Italia, Francia e il ministro della finanze olandese Jeroen Dijsselbloem che guida l’eurogruppo), ma sono alleati che vogliono portare le condizioni “ai margini dell’accettabilità. Mentre la Germania insiste che il governo greco, sostanzialmente, si arrenda.

Dentro Syriza c’è una forte ala sinistra che ha il 30% degli organi interni e vuole lasciare l’euro [la Piattaforma di Sinistra]. Ma la dirigenza del partito non vuol, si è convinta ed ha convinto l’opinione pubblica greca che agendo risolutamente si possano trovare alleati in Europa, guadagnare spazi di manovra e poter portare avanti l’esperimento di un governo non liberista dentro l’area euro.

Oggi vedremo chi ha ragione. Anche se la classe politica europea è simpatetica con la Grecia (come è evidenziato da Dijsselbloem e Juncker che sostengono il compromesso greco), c’è una fazione di fondamentalisti che hanno sempre voluto una sola scelta: resa totale della Grecia o uscita.

Se dovessero prevalere, Varoufakis e i suoi collaboratori dovranno prendere decisioni fatali.
Tra di loro c’è Euclid Tsakalotos, economista dell’università di Atene con studi a Oxford, ministro supplente per le relazioni economiche internazionale, e il suo collega George Stathakis, che guida il ministero dello sviluppo. Alistair Campbell pensa che avrà un ruolo chiave l’ex portavoce di Tsipras, attuale ministro dello stato, Nikos Pappas.

Ieri notte mi è stato detto che, nel gruppo di lavoro che prapara gli incontro dell’eurogruppo, il compromesso greco è stato preso come bozza del possibile accordo. Questo vuol dire che la Grecia continua a stare al tavolo. Ma pare che durante la notte la Germania abbia aggiunto alla bozza dei termini che la Grecia non può accettare e la pre riunione è finita senza risutlati.

Nelle prossime ore succederà qualcosa di decisivo. O i greci si ritirano del tutto o portano la crisi in una nuova fase.

Varoufakis e i suoi vogliono stare nell’euro: credono, e hanno venduto l’idea ai loro sostenitori, che un “euro buono” sia possibile, in cui Francia, Germania e il capo della BCE Mario Draghi e la sinistra europea possano persuadere la Germania ad abbandonare bassa crescita e austerità. Ma non c’è innamoramento dell’euro: Varoufais mi ha detto il mese scorso, prima delle elezioni, che secondo lui l’euro potrebbe collassare nel giro di due anni senza una riforma.

Se si sbagliano, non avranno altra scelta se non l’equivalente della carica alla baionetta di Chamberlain. La BCE minaccerà il collasso delle banche greche. Varoufakis e compagnia dovranno, come minimo, mettere limiti ai prelievi dalle banche, controlli ai movimenti di capitale e cominiciare a trattare prestiti-ponte coi cinesi e i russi.

C’è ancora la possibilità che la squadra di Syriza insceni una ritirata combattendo, ma dopo tre settimane di colloqui tattici esasperanti, e con un consenso interno attorno all’80%, potrebbero essere pronti a montar le baionette.

 

E il Corriere si schiera per la Grexit

O meglio, per la Grext-col-calcio-in-culo. Panebianco (in un editoriale che già fa schifo per la retorica guerrafondaia) scrive:
Anche la negoziazione sul debito greco, contrariamente alle apparenze, ha molto a che fare con la sicurezza. Chi dice che bisogna usare criteri «politici» nel trattare con i greci dice il vero anche se intende qualcosa di diverso da ciò che qui si intende. In realtà, bisognerebbe mettere in gioco criteri geopolitici: la Grecia è politicamente un sodale della Russia e questa circostanza dovrebbe entrare a pieno titolo nelle valutazioni di chi tratta con i suoi governanti. Come gli uomini di Syriza hanno precisato subito, essi sono pronti a porre il veto se altre sanzioni contro la Russia venissero decise dall’Unione nel caso di un ulteriore aggravamento della crisi ucraina. Per non dire che hanno anche chiarito che voterebbero contro, facendo andare a picco l’accordo, se mai dovesse fare progressi il trattato Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), per il libero commercio fra Stati Uniti ed Europa.

Ci sono ottime ragioni – a sentire le autorità di Bruxelles e anche diversi economisti – per trovare un compromesso e «tenere dentro» i greci. E se esistessero anche ottime ragioni per buttarli fuori (non solo dall’Euroclub ma anche dall’Unione)? Forse è meglio che la Grecia diventi apertamente un alleato della Russia (che, peraltro, al momento, avrebbe qualche difficoltà a soccorrerla, essendo essa stessa economicamente stremata) piuttosto che permetterle di giocare impunemente il ruolo di quinta colonna in seno all’Unione. Se fossero capaci di pensare politicamente, gli europei dovrebbero porsi questi interrogativi nelle sedi appropriate. Non c’è solo il fatto che se ad Atene viene concesso ciò che non è stato concesso a nessun altro, si prepara la fine certa dell’euro (nessuno si farà mai più imporre niente). Ci sono anche alcune robuste ragioni geopolitiche.

Nubi nerissime su Atene.