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Cose che mi capitano in mente, dall'Italia all'Asia // Dal socialismo scientifico al socialismo nerd

La Nuova Era cinese

Il sottoscritto per La Città Futura

La Nuova Era cinese – Parte I : il potere di Xi Jinping

L’idea che la Cina stia tornando al potere assoluto assomiglia più all’incubo di alcuni occidentali che alla realtà dei fatti.

Si è concluso il 19esimo congresso del Partito Comunista Cinese. Come è stato riportato da tutti i media, il Segretario Generale Xi Jinping ha rafforzato la sua posizione, inserendo il suo nome nella Costituzione del Partito e – apparentemente – riempiendo gli organi dirigenti di alleati. La questione del potere personale non è però l’unica questione, anzi! La “nuova era” sancita dal congresso porta con sé importanti novità sul piano economico e sociale, di cui comincerò a trattare settimana prossima.

Il nuovo Mao? Neanche per sogno

L’idea che la Cina stia tornando al potere assoluto di una sola persona, assomiglia più all’incubo di alcuni occidentali che alla realtà dei fatti. Chiaramente Xi Jinping ha centralizzato nelle sue mani molti più poteri rispetto al predecessore Hu Jintao – che era invece conforme alla “direzione collettiva”.

La Costituzione del PCC recita ora che il Partito assume come ideologia guida: “il Marxismo-Leninismo, il Pensiero di Mao Zedong, la Teoria di Deng Xiaoping, l’importante pensiero delle Tre Rappresentanze, la Visione Scientifica dello Sviluppo e il Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era”. L’aggiunta del nome di Xi nella Costituzione del PCC ha prodotto un coro globale per cui Xi sarebbe il leader più potente dai tempi di Mao, se non addirittura come Mao. L’idea del “nuovo Mao” non è però da prendere sul serio. Mao e Deng sono stati leader in grado di rivoltare il Paese a loro piacimento, al di fuori delle strutture del Partito, contro le strutture del Partito. Basta ricordare che Mao lanciò la Rivoluzione Culturale quando non aveva nessuna carica. Basta pensare che durante il famoso “viaggio a sud” di Deng che rilanciato le riforme di mercato all’inizio degli anni ’90, egli ricopriva l’unica carica di Presidente dell’Associazione degli Scacchisti. Il tipo di potere esercitato dai grandi leader della generazione dei rivoluzionari non può essere paragonato in alcuna maniera a quella dei successori.

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Come già detto, ha invece più senso paragonare Xi agli ultimi segretari. Entrambi i precedenti segretari hanno messo la loro elaborazione teorica nella Costituzione del PCC: Jiang Zemin con le Tre Rappresentanze che aprivano le porte del Partito anche alla borghesia, Hu Jintao con lo Sviluppo Scientifico. Se Hu non ha messo il proprio nome per convinzione nelle direzione collettiva, pare che Jiang non l’abbia messo per mancanza di un adeguato supporto nel Partito. Può essere quindi legittimo considerare Xi più potente di Jiang e Hu. Di sicuro non onnipotente come vorrebbero far passare molti media.

Dopo Xi? Ancora Xi?

A questo punto bisogna avvertire il lettore: tutte le letture degli equilibri di potere interni al PCC sono interpretazioni di segnali dati all’esterno, le reali dinamiche vengono ricostruite ex post.

La composizione del nuovo Comitato Permanente all’interno del Politburo – di fatto i sette uomini che assumono la responsabilità ultima delle decisioni politiche – sembra ora riportare una salda maggioranza di alleati del Segretario Xi Jinping, soprattutto non appaiono nomi di possibili successori, tutti i nuovi membri sono troppo vicini all’età del pensionamento. Non appaiono i due nomi considerati “papabili”: Chen Min’er, alleato di Xi e segretario del PCC nella turbolenta megalopoli di Chongqing, e Hu Chunhua, segretario della ricca Provincia del Guangdong e apparentemente alleato dell’ex Segretario Hu Jintao.

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Tutto questo è stato interpretato come un segnale che Xi sia pronto a rompere il limite di due mandati, limite obbligatorio per le cariche statali e consuetudinario per il Partito. Xi potrebbe mantenere la carica di Segretario del Partito e passare solo la carica di Presidente della Repubblica. Bisogna però dire tre cose:

  1. rimane del tutto possibile che un successore venga integrato successivamente nel Comitato Ristretto, non fa parte della consuetudine ma sarebbe una rottura della consuetudine minore rispetto a un terzo mandato;
  2. Xi non ha voluto – al contrario di quanto dicevano molte previsioni – infrangere la consuetudine dell’età pensionabile nemmeno per tenere all’interno del massimo organo del Partito Wang Qishan, responsabile dell’anticorruzione e apparentemente strettissimo alleato di Xi;
  3. al contrario di quanto riportano molti media, non è una consuetudine che il Segretario uscente si scelga il successore. Jiang Zemin dovette accettare il rivale Hu Jintao come successore, Hu Jintao dovette accettare Xi Jinping (allora considerato un uomo di mediazione) al posto del suo candidato preferito, Li Keqiang che ora ricopre la carica di Primo Ministro.

In questo articolo ho prestato attenzione nel segnalare le alleanze tra i vari leader cinesi come apparenti. Si tratta di una prudenza che sarebbe d’obbligo, ma spesso viene ignorata dagli osservatori in nome del sensazionalismo. Otto anni fa, durante il diciassettesimo Congresso che sanciva il secondo mandato di Hu Jintao, giravano analisi molto simili sul potere accumulato sulla persona del Segretario-Presidente e sulla fedeltà assoluta della dirigenza al leader. L’impegno reale di Hu sulla direzione collettiva – anche al prezzo di ritardare riforme necessarie, dicono i critici – e i conflitti col Primo Ministro Wen Jiabao sono cose che gli analisti hanno scoperto solo dopo la fine dell’amministrazione Hu-Wen.

Al di là dei giochi di potere in stile “House of Cards”, solo i fatti potranno dirci quale saranno le reali conseguenza del potere di Xi Jinping. Anche perché, per quanto potente, Xi non governa un paese immaginario, governa un Paese percorso da contraddizioni enormi, abitato da un miliardo e mezzo di persone a cui ha promesso una Nuova Era. Di questo, si parlerà la prossima settimana.

https://www.lacittafutura.it/esteri/la-nuova-era-cinese-parte-i-il-potere-di-xi-jinping.html

La Nuova Era cinese – Parte II: la nuova contraddizione

Il PCC aggiorna la contraddizione principale su cui lavorare nei prossimi decenni.

La conclusione del diciannovesimo congresso del Partito Comunista Cinese ha lasciato una marea di commenti sul livello di potere personale raggiunto dal Segretario del PCC, “nucleo” della dirigenza e Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping.

Meno attenzione è stata dedicata al lungo rapporto politico con cui Xi ha aperto i lavori congressuali. Secondo la consuetudine degli ultimi decenni, il rapporto introduttivo è frutto di un lavoro di consenso all’interno del Partito che può durare più di un anno e che riflette la posizione collettiva della dirigenza.

Nel rapporti di Xi, è stato introdotto il concetto di “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, che poi stato fissato anche all’interno della Costituzione del Partito. Ma cos’è, esattaente, la nuova era?

La nuova contraddizione

Il rapporto politico letto da Zhao Ziyang all’inizio del tredicesimo congresso del Partito, nel 1987, riportava che “la contraddizione principale che affrontiamo nella fase attuale sono i bisogni materiali e culturali sempre in crescita del popolo e l’arretratezza della produzione sociale”. La missione storica del PCC diventava quindi quella di modernizzare la produzione, anche aprendo alle forze del mercato, anche aprendo il Partito stesso agli imprenditori che accettavano il ruolo guida del Partito.

Il rapporti di Xi al diciannovesimo congresso ha recitato che “il socialismo con caratteristiche cinesi è entrato in una nuova era, la principale contraddizione della società nel nostro paese si è trasformata in una contraddizione tra l’avanzamento continuo degli stili di vita e lo sviluppo ineguale e inadeguato”.

Se, dalla fine degli anni ’80 , la missione del PCC si traduceva nel mantenere alti livelli di crescita del PIL, ora Xi ha posto dei paletti qualitativi. L’inegualità della crescita riguarda largamente la disuguaglianza tra le province cinesi, tra le aree sviluppate e le aree rurali arretrate, l’inadeguatezza riguarda lo sbilanciamento delle fonti di crescita economica. In particolare, le difficoltà economiche dell’ultimo decennio sono state risolte tramite forti investimenti infrastrutturali – prima il piano di viabilità che ha permesso di mantenere alto tasso di crescita a fronte della crisi economica globale nel 2008-2009, ora il piano “One Belt One Road”. Una soluzione che permette di far crescere il PIL ma non di far crescere in maniera sostenuta i consumi delle famiglie, o meglio “gli stili di vita”.

Il rapporto di Xi ha confermato l’obiettivo di fare della Cina entro il 2020 una “società moderatamente prospera”. In termini pratici, si conferma l’obiettivo posto già nel diciottesimo congresso del 2012 di elevare tutta la popolazione cinese al di sopra della soglia di povertà assoluta. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2012 più di 87 milioni di persone vivevano sotto la soglia di 1,9 dollari al giorno. Secondo quanto riportato a inizio dall’agenzia Xinhua, sono ancora 30 milioni le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, calcolata però come un reddito di 2300 renminbi all’anno, circa un dollaro al giorno.

Scompaiono invece altri indicatori numerici – proclamati nel 2012 – di cosa sia la società moderatamente prospera: non si pone come obiettivo il raddoppiamento dell’economia entro il 2021, non si pone l’obiettivo di raddoppiare il PIL pro capite entro il 2020. Questo può significare molte cose. I più pessimisti pensano che la dirigenza del PCC veda all’orizzonte una crisi finanziaria. I più ottimisti, segnalano che l’eliminazione di obiettivi di crescita precisi porterà a dare più attenzione alla qualità piuttosto che alla quantità. Nel rapporto, in effetti, la “nuova era” moderatamente prospera viene descritta come avente “un’economia più forte, una democrazia più estesa, scienza ed educazione più avanzate”.

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Per il 2035, il rapporto fissa l’obiettivo di “aver costruito un paese socialista moderno che sia forte, prosperoso, democratico, culturalmente avanzato e armonioso”. Per i 15 anni che separano la “fase 1” dalla “fase 2”, Xi ha esposto cinque priorità, che erano già delineate in parte del Tredicesimo Piano Quinquennale:

  1. Ristrutturare la produzione industriale, sgonfiare i settori infrastrutturali che sono attualmente in sovracapacità, riduzione della leva finanziaria del debito privato;
  2. Costruire settori ad alta tecnologia in cui l’innovazione sia di livello mondiale;
  3. Ridurre l’inquinamento, migliorare la protezione ambientale;
  4. Costruire un sistema protezione sociale più forte, inclusa la copertura medica e previdenziale;
  5. Ridurre le disuguaglianze tra le province e tra le aree urbane e rurali.

Infine, l’obiettivo per il 2050, a un secolo dalla Rivoluzione di Mao: far diventare la Cina una nazione con influenza globale pionieristica, con un esercito di caratura mondiale, sempre sottomesso alla guida politica del Partito, che “non dovrà mai cercare l’egemonia”. Va notato che, nell’uso cinese, egemonia significa esattamente il contrario della lezione gramsciana: significa cercare il dominio. Quando il governo cinese contesta la politica statunitense, muove l’accusa di egemonismo.

Il PCC e la legittimità

Quello che colpisce nel rapporto politico di Xi è che l’obiettivo politico del PCC, e quindi dello stato cinese, rimane il progetto di miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari. Questo, sia ben chiaro, non toglie in nessuna maniera il potere acquisito dalle forze capitaliste, non toglie la sacrosanta critica al paternalismo, e non è questo il luogo in cui si può risolvere l’eterna domanda se in Cina vi sia una forma di socialismo o meno.

Da anni molti critici del governo cinese sostengono che si stia spostando la fonte della legittimità dal miglioramento delle condizioni di vita al nazionalismo, alla fine il progetto presentato in questo congresso si basa ancora sull’estrarre dalla povertà chi ancora vive sotto la soglia e sul migliorare la qualità della vita di chi è uscito dalla povertà pagando però il prezzo di una modernizzazione a ritmi forzati, a tratti ritmi folli. Colpisce, ma in realtà non deve stupire.

Non deve stupire perché solo un pesante pregiudizio può far pensare che le contraddizioni che percorrono la società cinese possano essere tenute insieme dalla contesa per alcuni isolotti di dubbia importanza strategica nel Mar Cinese Meridionale. Questo è un pregiudizio che è spesso esplicitato nei confronti dell’élite cinese, considerata semplicemente ipocrita e dedita agli interessi delle classi dominanti e/o di una ristretta cricca autoreferenziale. Lo stesso pregiudizio – in maniera implicita – è spesso rivolto verso lo stesso popolo cinese che non si rivolta secondo i desideri dei critici occidentali. Poco importa se i lavoratori cinesi portano anno dopo anno un livello di conflitto crescente, se passano da protestare per il rispetto delle regole minime dei contratti di lavoro a protestare per più salario e più democrazia nella gestione delle relazioni industriali. Se non protestano chiedendo la fine del governo del PCC, vengono eliminati dal discorso.

Per quanto Xi Jinping possa rafforzare la sua posizione come nucleo del Partito Comunista Cinese, è nella società, nel rapporto tra la società e il Partito, che si gioca la riuscita del suo progetto. Potrebbe sembrare una banalità, eppure troppi critici (ma anche adulatori) tendono a dimenticarsi che – come diceva Marx – è “nel laboratorio segreto della produzione” che prende forma la società.

https://www.lacittafutura.it/esteri/la-nuova-era-cinese-parte-ii-la-nuova-contraddizione.html

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Giappone: vince Abe, il guerrafondaio

Il sottoscritto su La Città Futura

Giappone: vince Abe, il guerrafondaio

Arretra il Partito Comunista Giapponese, i giovani votano a destra.

Il capo del governo “liberaldemocratico” Shinzo Abe ha vinto la sua scommessa: la sua coalizione ha confermato la maggioranza alle elezioni anticipate del 22 Ottobre. La coalizione di governo conferma la supermaggioranza dei due terzi tra camera bassa e camera alta, necessaria per modificare la Costituzione. Le elezioni sono state convocate con un anno di anticipo come mossa per sfruttare la divisione dell’opposizione e i risultati economici positivi, prima della riforma delle tasse che si annuncia in senso anti popolare.

La coalizione vincente

Per Shinzo Abe è quindi una vittoria. Il Partito Liberal Democratico (LDP) ha ottenuto il 33,28% (+0,17%) dei voti e 284 seggi sul totale di 465, gli alleati del Komeito il 12,51% (-1,2%) e 29 seggi. Il sistema elettorale misto (un terzo proporzionale, due terzi maggioritario a collegi uninominali) permette di trasformare il 46% dei voti nel 67% dei seggi. Il confronto in termini di seggi con le elezioni precedenti non è significativo, visto che è diminuito il numero totale di parlamentari.

L’LDP è lo storico partito di governo, garante della fedeltà agli Stati Uniti, al governo dagli anni ‘50 a oggi con soli pochi anni di interruzione. Negli ultimi anni si è spostato decisamente verso destra, spingendo per più mercato e per un ritorno ufficiale del Giappone a potenza militare.

Il Komeito è un partito religioso, legato all’organizzazione buddista Soka Gakkai. Ufficialmente il Komeito è un partito pacifista, il giorno dopo le elezioni ha firmato un patto pubblico con l’LDP in cui si impegna ad approfondire il dibattito per riformare la costituzione, in particolare l’Articolo 9 che proibisce la ricostituzione dell’esercito giapponese.

L’opposizione frammentata, arretrano i comunisti

Dopo di anni di sforzi guidati dal Partito Comunista Giapponese (CPJ) per formare un fronte pacifista unito, l’opposizione si è presentata con due coalizioni divise. Il Partito Democratico si è frammentato in due tronconi che sono confluiti nelle due diverse coalizioni.

Uno dei due tronconi ha formato il Partito Democratico Costituzionale (PDC) che è confluito nella Coalizione Pacifista, insieme ai comunisti e al piccolo Partito Social Democratico (SDP). Il PDC ha ottenuto il 19,88% dei voti e 55 seggi. Il CPJ ha ottenuto un notevole 7,9% con 12 seggi, che però rappresenta un arretramento del 3,5% rispetto alle ultime elezioni, quando era riuscito a essere riferimento di tutti i movimenti pacifisti. L’SDP infine ha ottenuto l’1,7% (-0,7%) e due seggi.

L’altro troncone dei democratici ha formato il Partito della Speranza insieme a Yuriko Koike – ex governatrice di Tokyo. Attorno a Koike si è presentata una coalizione di destra. Il Partito della Speranza ha ottenuto il 17,36% e 50 seggi, gli alleati del partito nazionalista Ishin il 6,07% (-9,6%) e 11 seggi. La coalizione di destra ufficialmente è per la revisione della Costituzione, l’avanzamento del Partito della Speranza offre un buon gioco al governo di Abe nel promuovere i suoi progetti guerrafondai. La differenza tra Koike e Abe è il nucleare. Koike si presenta come anti nuclearista anche per l’energia civile, mentre gli ambienti più radicali del governo parlano esplicitamente di armamenti nucleari.

I giovani votano a destra

A queste elezioni l’età del voto è stata abbassata da 20 a 18 anni. Secondo un exit poll del giornale Asahi Shimbun, sono state proprie le coorti più giovani a votare per Shinzo Abe. Gli elettori tra 18 e 19 anni avrebbero votato l’LDP per il 46%, quelli tra 20 e 29 anni, al 47%.

Nello stesso exit poll, le coorti fino ai 40 anni si sono dimostrate in maggioranza favorevoli alla revisione dell’Articolo 9 e alla politica economica di Abe, con maggioranze attorno al 55%. Le coorti più vecchie, invece, si attestano sul 50-50%.

I compiti dei comunisti

Dopo le elezioni e l’arretramento elettorale, il Comitato Esecutivo del CPJ ha indicato due obiettivi di lavoro:

  1. Mettere in pratica la risoluzione del 27esimo Congresso del Partito per organizzare “incontri di discussione del programma del CPJ e il futuro del paese” in ogni angolo del paese;
  2. Lavorare al tesseramento e alla diffusione del giornale del partito (Akahata), per non dover ripetere la situazione di queste elezioni affrontate con meno iscritti e meno diffusione del giornale rispetto alle precedenti elezioni del 2014

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La linea comica: Abravanel e la meritocrazia cinese

Abravanel riciccia le tesi di Daniel Bell sulla Cina.

La meritocrazia cinese
tra Confucio e il comunismo

Dopo Mao si è tornati a selezionare con criterio i «mandarini», per contrastare corruzione e nepotismo, che permangono. Ma i risultati sono buoni

Tra le altre cose divertenti:
“Ma, se la nostra democrazia non può copiare la meritocrazia politica cinese nella selezione dei politici, può farlo nella selezione dei dirigenti della pubblica amministrazione (Pa). Mentre in Cina i politici sono de facto i dirigenti della Pa perché non esiste un parlamento, da noi si è fatto il contrario, «politicizzando» i dirigenti della Pa.”
Qualcuno dovrebbe spiegare ad Abravanel che esiste un parlamento cinese, l’Assemblea Nazionale del Popolo, che ha compiti diversi rispetto a un parlamento di un paese liberaldemocratico ma esiste.
Oppure potremmo continuare a goderci lo spettacolo di un sostenitore del “merito” che parla a casaccio di un paese di cui evidentemente non sa nulla.

L’Ultimo Portatore dell’Anello

The Last Ringbearer – scritto dallo scienziato naturale russo Kiril Yeskov – è noto per essere “Il Signore Degli Anelli” visto dal punto di vista dei cattivi”. (Con qualche SPOILER)

Nella postfazione, Yeskov indica che il motivo che lo ha spinto a scrivere questa versione – in cui Gandalf è un retrogrado genocida e Sua Maestà Sauron VIII un monarca illuminato che sta portando Mordor sull’orlo della rivoluzione industriale – non è dare voce ai cattivi ma coprire alcuni buchi nel world building tolkieniano. In particolare: se Mordor è un deserto, come fa a mantenere i suoi eserciti?  O da Gondor – in particolare, dalle vie commerciali dell’Ithilien – o dai reami del sud e edell’Est, mai descritti nel dettaglio da Tolkien. La guerra dell’Anello, quindi, non è più una guerra di conquista mossa da Mordor contro i “popoli liberi”, è una crisi generata ad arte da Gandalf per preservare il mondo della magia elfica contro la razionalità di Mordor, chiudendo l’accesso alle risorse agricole dell’Ithilien.

Forse la realizzazione meglio operata da Yeskov sono i capitoli in cui Gandalf propone la soluzione finale al problema di Mordor incontrando la resistenza di Saruman, che a sua volta diventa l’ala moderata del Bianco Consiglio, non disposto a provocare lo sterminio per fame del nemico.

 

Questa riscrittura “revisionista” degli avvenimenti del Signore degli Anelli copre solo l’avvio di The Last Ringbearer. La vicenda principale comincia in realtà dopo la sconfitta di Sauron: l’ultimo dei Nazgul – qua un ordine di maghi creato per difendere il regno razionale di Mordor fin quando non fosse in grado di difendersi da solo – incarica un medico di campo e un soldato dell’esercito mordoriano di cercare di distruggere lo specchio di Galadriel e porre per sempre fine al dominio degli elfi. Nella causa imbarcheranno anche un nobile di Gondor e Faramire, in una specie di anti-Compagnia dell’Anello.

 

L’avvio del romanzo vede un chiaro intento allegorico su come la propaganda ha descritto l’Unione Sovietica/Mordor – un regno del male che in realtà cercava di portare il mondo nel regno della razionalità. Nel proseguire, l’autore stacca decisamente da questa allegoria e intenzionalmente mischia i riferimenti al mondo reale – come quando descrive Lothlorien come paese guida di un’Internazionale Elfista con sezioni clandestine nei vari regni umani in cui si arruolano giovani idealisti – ma togliendo mordente al romanzo. Lo stesso tentativo di rendere Umbar una trasposizione uno a uno della Repubblica di Venezia finisce per essere lezioso.

 

Dopo un primo atto giocato sul rovesciamento della narrativa tolkieniana, il secondo e il terzo diventano fondamentalmente un romanzo di spionaggio, in cui la complessità degli apparati di intelligence stona un po’ con la natura pre industriale del mondo che Yeskov vorrebbe descrivere. E che può legittimamente annoiare chi non ama il genere.

 

La scrittura è altalenante, in alcuni tratti potrebbe ricordare l’umorismo di Pratchett – citato anche nella postfazione – mentre in altri si fa seriosa e pesante, con una grande attenzione alla descrizione aulica dei dettagli naturalistici. È però difficile capire se sia un problema di Yeskov o della traduzione in inglese, rigorosamente non professionale per non incorrere nelle azioni legali degli eredi di Tolkien.

 

The Last Ringbearer può in definitiva essere una lettura gustosa per chi ama Il Signore Degli Anelli e magari ha interesse e passione per tutti i rimandi storici e politici. Non si può però dire che Yeskov abbia raggiunto il suo obiettivo di fare una contro storia della Terra di Mezzo che ne correggesse gli errori nel world building e che avesse al suo centro personaggi più a tutto tondo. In fin dei conti, le parti migliori risultano quelle in cui i personaggi di Tolkien agiscono nei paesaggi di Tolkien, mentre i personaggi di Yeskov e la Umbar di Yeskov rimangono personaggi e luoghi di un fantasy interessante ma non molto diverso da molti altri prodotti sul mercato.

 

The Last Ringbearer è disponibile gratuitamente a questo sito: http://www.tenseg.net/press/lastringbearer

Real Mars (i mostri siamo noi)

Futuro prossimo. L’Unione Europea realizza finalmente la prima missione umana per Marte. Per finanziare l’impresa è necessario creare un reality show – Real Mars, appunto, che segua i quattro astronauti nel loro viaggio.

Il romanzo di Alessandro Vietti segue il reality show che segue il viaggio, segue la vita dei quattro astronauti, tra cui un italiano, e intercetta le vite di spettatori mentre il mondo lentamente scivola in una credibilissima psicosi collettiva per Real Mars. Potrebbe sembra un episodio di Black Mirror, se non fosse che dai ringraziamenti la lavorazione appare iniziata molto prima della prima stagione del capolavoro di Charlie Brooker.

La trama si sviluppa tra (forse) complotti e (forse) premonizioni di santoni televisivi. C’è qualcosa che minaccia la missione? Forse. Ma la cosa più importante è, per me, il terribile affresco che esce della società italiana ed europea. Penso che uno dei punti di forza di Vietti sia fare nomi e cognomi del mostro televisivo, l’eterno Conduttore Intelligente Fabio Fazio è lì, al servizio dell’ennesima becera operazione commerciale. Altri personaggi, astrologi, opinionisti, vallette e faccendieri rimangono più come “idealtipi”. Per molti versi Vietti su questo ricorda il migliore Stefano Benni, quando era in grado di trasfigurare la società contemporanea nelle distopie come Terra, Baol o Spiriti.

Il secondo punto di forza è la capacità di dipingere in poche pagine le figure tragiche degli spettatori. Qualcosa di simile a quello che faceva spesso Tiziano Sclavi nei primi anni di Dylan Dog. Qualcosa che espone facilmente qualunque autore al rischio di scadere nel patetico (nel senso di suscitare emozioni un tanto al chilo) o nel commento sociale banale, rischi su cui a volte sono caduti anche due grandi autori come Benni e Sclavi. Vietti invece ne esce (quasi) sempre bene. E uno dei motivi è che l’umanità di Vietti è vittima della psicosi di Real Mars e allo stesso tempo è complice. E da lettore, quando chiudo il libro, non posso che pensare con un brivido che Real Mars lo guarderei anch’io.

Real Mars, pubblicato dalla benemerita Zona42, dimostra che c’è vita nella fantascienza italiana, se si vuole scavare in qualcosa di diverso dal poliziesco su sfondo futuribile e dai tentativi derivativi della fantascienza anglosassone. Un romanzo profondamente italiano sia per le influenze (certo, potrei perfettamente sbagliarmi e magari Vietti non ha mai letto una riga di Benni e Sclavi) sia per il rapporto “particolare” che il nostro paese ha con la televisione. Proprio perché italiano, un romanzo che non sa di plastica e che potrebbe, quindi, uscire oltre i patri confini.

Da Zerocalcare ad Aleppo (guerra e retorica umanitaria)

Mio editoriale su La Città Futura

Dal Rwanda alla Siria

Nelle prime tavole di Kobane Calling, il reportage a fumetti del 2015, scritto da Zerocalcare dal fronte tra Kurdistan e Turchia, il protagonista parla con un anziano curdo che gli spiega i bombardamenti, come riconoscere quelli turchi, quelli americani, quelli dell’ISIS. E poi, “i nostri”, i colpi delle forze armate curde.

Mentre i mezzi di comunicazione sono pieni di notizie terrificanti provenienti da Aleppo, vengono in mente quelle tavole: di sicuro, da qualche parte nel mondo, esistono dei media che parlando dei bombardamenti delle forze armate curde come “atrocità contro la popolazione civile”. Ed effettivamente, basta una rapida ricerca su internet per scoprire che le YPG – le Unità di Protezione Popolare operative nel Rojava – sono accusate dalla Turchia di “pulizia etnica”, di uso di bambini soldato dalle Nazioni Unite e di deportazioni da parte di Amnesty International.

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Ma perchè? Perchè NO.

Mancano due settimane al referendum costituzionale.

È ora della predica su come voto.

1 – Voto NO perché sono ideologicamente contrario

Questa è davvero la riforma di JP Morgan, è una riforma anti lavoro, pro capitale.

Ne ho parlato su La Città Futura:

Non è difficile vedere come la riforma di Boschi e Renzi risponda – quasi – punto per punto alle critiche di JP Morgan. Considerando solo i cambiamenti tecnici, la riforma rafforza il ruolo del governo sul parlamento e rafforza lo stato centrale sulle regioni. Oltre ai provvedimenti tecnici, quello che non può passare inosservato è che le ragioni avanzate dalla riforma sono esattamente quelle di JP Morgan: quante volte ci hanno detto negli ultimi anni che “si deve cambiare”, detto come un obbligo assoluto? Esattamente questo obbligo di cambiare è l’ultimo punto sollevato dalla banca d’affari: non ci deve più essere il diritto di resistenza contro i cambiamenti, che si tratti della riforma costituzionale, dell’ennesima riforma del lavoro o dell’ennesima riforma dell’istruzione

2 – Voto NO perché la vittoria di questa riforma significa nessuna riforma per i prossimi 20 anni

La Costituzione va riformata, non è perfetta.

Alcune questioni veloci:

L’Articolo 81, dopo la riforma del 2012 c’è il principio di pareggio di bilancio in Costituzione. Come riporta Giacché, questo sta avendo conseguenze grosse perché il principio del pareggio viene fatto prevalere sugli altri principi costituzionali. In questa maniera qualunque ragionamento su applicare la prima parte della Costituzione è sterile.

L’articolo 11: lo invochiamo continuamente ma – ora come ora – non è l’articolo che ci impedisce di fare la guerra ma l’articolo – attraverso il secondo comma – diventa il ricettore automatico del “diritto internazionale”, cioè NATO, trattati europei, austerità e altre spiacevolezze.

Questioni di genere: ovviamente erano questioni che in Costituente erano – in gran parte – di là da venire.

Ora, se passa ora una riforma impostata in una direzione completamente diversa, chiunque desideri altri tipi di riforme resta fermo al palo. Quindi, è assolutamente falso che l’importante è cambiare.

Andrebbe poi discussa a parte la questione di una possibile abolizione del Senato.

3 – Voto NO perché è una riforma demagogica

Non hanno avuto il coraggio (o meglio, non hanno avuto la volontà politica) di abolire il Senato. Ne risulta l’ormai noto casino di senatori di secondo livello eletti dalle regioni, con i sindaci delle grandi città che diventano senatori. Ora, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché un cittadino di Milano ha più diritto di essere rappresentato di un cittadino di Sesto San Giovanni o di Albaredo San Marco. Inoltre, nel nuovo Senato ci saranno sette senatori del trentino contro dodici senatori della Lombardia. Pur avendo il Trentino meno abitanti di Milano.

Questo pastrocchio è stato creato solo per poter dire “abbiamo tagliato qualche poltrona”.

Personalmente non sono un sostenitore dell’esistenza del Senato, penso che la riforma proposta a suo tempo da Ingrao (abolizione del Senato, Camera unica da 500 deputati, legge proporzionale in Costituzione) sia una cosa molto diversa da questo casino.

Inoltre, dato che non hanno avuto la minima volontà di toccare un centro di potete e interessi veri come il Senato, hanno voluto abolire il CNEL per poter dire demagogicamente “abbiamo cominciato ad abolire gli enti inutili”. Ne avevo già scritto qui.

4 – Voto NO perché è una riforma fatta male

L’ex presidente Napolitano ha fatto dichiarazione di voto favorevole alla riforma affermando che si sarebbe dovuto poi tornare a correggere gli errori tecnici. Errori tecnici che sono stati fatti soltanto per poter farsi il vanto ideologico della riforma fatta in pochi mesi.

Ma soprattutto, è una riforma che riapre la storia infinita dei conflitti di competenze tra stato centrale e regioni. Come già successo con la riforma del 2001, ci vorranno anni di sentenze della Corte Costizuionale per risolvere. Che a livello pratico vuol dire che i cittadini e le istituzioni perderanno montagne di tempo.

5 – Voto NO perché di Salvini e Berlusconi non mi importa nulla

Che ci sia un NO di destra non mi importa nulla. Mi importa del mio NO. Non mi importa nulla neanche del NO di D’Alema e della sinistra PD.

Ho una mia autonomia politica.

D’altra parte, non è che tra Verdini, Alfano e Alessandra Mussolini si possa stare col SÌ in compagnia solo di galantuomini.

6 – Voto NO perché non è la mia unica battaglia

Oltre al referendum ci sono mille fronti aperti. Le energie non sono infinite, su alcuni fronti sono in prima linea, su altri non posso arrivare. Il referendum non esaurisce quello che si fa. Se vince il SÌ sarà un po’ peggio per tutti i fronti.