La privacy secondo il Corriere

Ovvero: dobbiamo avere telecamere e militari ovunque, le grandi imprese private sono in grado di profilarci fino a sapere se oggi ho il raffreddore, ma il problema della privacy secondo il Corriere sono i questionari dell’ISTAT.

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La linea comica: Abravanel e la meritocrazia cinese

Abravanel riciccia le tesi di Daniel Bell sulla Cina.

La meritocrazia cinese
tra Confucio e il comunismo

Dopo Mao si è tornati a selezionare con criterio i «mandarini», per contrastare corruzione e nepotismo, che permangono. Ma i risultati sono buoni

Tra le altre cose divertenti:
“Ma, se la nostra democrazia non può copiare la meritocrazia politica cinese nella selezione dei politici, può farlo nella selezione dei dirigenti della pubblica amministrazione (Pa). Mentre in Cina i politici sono de facto i dirigenti della Pa perché non esiste un parlamento, da noi si è fatto il contrario, «politicizzando» i dirigenti della Pa.”
Qualcuno dovrebbe spiegare ad Abravanel che esiste un parlamento cinese, l’Assemblea Nazionale del Popolo, che ha compiti diversi rispetto a un parlamento di un paese liberaldemocratico ma esiste.
Oppure potremmo continuare a goderci lo spettacolo di un sostenitore del “merito” che parla a casaccio di un paese di cui evidentemente non sa nulla.

E il Corriere si schiera per la Grexit

O meglio, per la Grext-col-calcio-in-culo. Panebianco (in un editoriale che già fa schifo per la retorica guerrafondaia) scrive:
Anche la negoziazione sul debito greco, contrariamente alle apparenze, ha molto a che fare con la sicurezza. Chi dice che bisogna usare criteri «politici» nel trattare con i greci dice il vero anche se intende qualcosa di diverso da ciò che qui si intende. In realtà, bisognerebbe mettere in gioco criteri geopolitici: la Grecia è politicamente un sodale della Russia e questa circostanza dovrebbe entrare a pieno titolo nelle valutazioni di chi tratta con i suoi governanti. Come gli uomini di Syriza hanno precisato subito, essi sono pronti a porre il veto se altre sanzioni contro la Russia venissero decise dall’Unione nel caso di un ulteriore aggravamento della crisi ucraina. Per non dire che hanno anche chiarito che voterebbero contro, facendo andare a picco l’accordo, se mai dovesse fare progressi il trattato Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), per il libero commercio fra Stati Uniti ed Europa.

Ci sono ottime ragioni – a sentire le autorità di Bruxelles e anche diversi economisti – per trovare un compromesso e «tenere dentro» i greci. E se esistessero anche ottime ragioni per buttarli fuori (non solo dall’Euroclub ma anche dall’Unione)? Forse è meglio che la Grecia diventi apertamente un alleato della Russia (che, peraltro, al momento, avrebbe qualche difficoltà a soccorrerla, essendo essa stessa economicamente stremata) piuttosto che permetterle di giocare impunemente il ruolo di quinta colonna in seno all’Unione. Se fossero capaci di pensare politicamente, gli europei dovrebbero porsi questi interrogativi nelle sedi appropriate. Non c’è solo il fatto che se ad Atene viene concesso ciò che non è stato concesso a nessun altro, si prepara la fine certa dell’euro (nessuno si farà mai più imporre niente). Ci sono anche alcune robuste ragioni geopolitiche.

Nubi nerissime su Atene.

Parigi e complottismo

Scrive Marco Santopadre su Contropiano.org

Certo complottismo dominante nasconde un certo eurocentrismo di retaggio colonialista e razzista […] comune sia ad alcuni ambienti della sinistra più o meno radicale che dell’estrema destra. Secondo questa visione se accade qualcosa nel mondo, e qualsiasi cosa succeda, non può che essere il frutto delle manovre di qualche potere occidentale, che è l’unico che conta davvero, perché gli altri in questo mondo sono in fondo soltanto delle comparse, dei barbari, dei buzzurri, e quindi possono essere solo delle pedine inconsapevoli di ciò che i colti e avanzati occidentali ordiscono. 
[…]
Ma un conto è fare controinchiesta e smontare le falsità e le bugie – con un processo logico razionale, strutturato, socialmente condiviso e dai tempi necessariamente lunghi, frutto di un atteggiamento attivo e partecipativo – ed un conto è dar credito a ogni più assurda e incredibile ipotesi non supportata da elementi concreti, diffondendo false informazioni con il risultato di aumentare la nebbia e la cortina fumogena attorno alle responsabilità di chi tira realmente i fili. 

Non è un caso che alcune delle trasmissioni di punta delle nostre tv, dirette soprattutto alle giovani generazioni, propagandino ormai da anni e a ruota libera una visione complottistica infarcita di alieni, massoni, poteri occulti, messaggi subliminali e chi più ne ha più ne metta (parliamo di Adam Kadmon su Mediaset o di Roberto Giacobbo sulla Rai, per chi se li fosse persi).
Di fronte all’estrema e crescente complessità del mondo e nel contesto che la diffusione del web e dei social network mettono a disposizione, è comprensibile che ognuno possa sentirsi rassicurato dalla sensazione consolatoria fornita dalla possibilità (tutta teorica) che l’uso del web consenta a tutti, in due minuti, semplicemente con due click, di smontare una bugia o addirittura un complotto, senza che questo richieda un particolare sforzo analitico, organizzazione e mobilitazione.
Ma, disgraziatamente, non è così, e dovremmo farcene una ragione, che ci piaccia o meno.

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Non sono un esperto di cose mediorientali, diciamo che ho le conoscenze sul conflitto Palestina-Israele che servono alla militanza. Non conosco bene i paesi del medioriente, ho quelle conoscenze base per capire che non è una grande idea fomentare la guerra civile in Siria e in Libia.
Non conosco neanche la banlieu parigina, evito di pontificare su realtà di periferie urbane a cui sono estraneo e su cui non ho mai messo la testa.
Certo un sacco di cose appaiono strane nelle ricostruzioni ufficiali e ufficiose. Ma non mi sembra che si possa per questo saltare alle conclusioni che sia stato tutto quanto orchestrato dal vertice della cospirazione del Mossad e della CIA. E’ da qualche tempo che trovo lacunose le ricostruzioni per cui tutto quello che succede in Medioriente sia ricostruibile come l’effetto delle manovre americane. Dalle “primavere arabe”, più o meno.
Chiariamoci: è ovvio che gli USA sono una super potenza mondiale, hanno interessi ovunque e hanno reti di intelligence ed alleanze ovunque. Ma mi sembra che proprio una lettura un po’ più complessa dei fatti di Parigi possa dire qualcosa di più utile a capire quello che sta succedendo di “l’hanno deciso a Washington”.
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Obama alla Marcia Repubblicana non s’è fatto vedere, ha mandato la responsabile per gli affari europei, quella che disse “fanculo l’UE”, per intenderci. E non è certo la prima volta che gli USA fanno gentilmente notare che considerano il Medioriente materia che gli europei devono imparare a sbrigarsi da soli. Vale la pena di notare come Obama non sia mai stato tra i più esagitati nel voler intervenire in Siria. Anzi, durante l’estate di due anni fa, quando il Corriere della Sera dedicava le prime dieci pagine a spiegare perchè si doveva assolutamente abbattere Assad, addirittura l’esercito si esponeva direttamente per dire che non era assolutamente il caso di mettersi a giocare con un nuovo Iraq.
La politica di Obama è il pivot to Asia, il perno sull’Asia, riportare gli USA ad essere una potenza dell’Oceano Pacifico perchè è lì che si giocano le rotte commerciali del ventunesimo secolo. E perchè il Medioriente non è più l’indispensabile centro energetico ora che lo shale oil garantisce l’autonomia energetica virtuale agli Stati Uniti. Tanto che Hillary Clinton critica Obama per non essere abbastanza intervenista a Damasco.
Il disegno complottista è inadatto a leggere una realtà che non è più unipolare. Certo, non era il massimo neanche per leggere il momento unipolare, ma attorno al 2002-2003 puntare il dito contro gli USA e dare loro la colpa di tutto era, tagliando con l’accetta, giusto. Oggi questo tipo di ragionamento, questa continua reductio ad Americanum è strutturalmente fuorviante nell’interpretazione di una realtà che è estremamente più complessa e che non aspetta che i nostri blog e le nostre pagine facebook stiano al passo con lei.
Non è un caso se il risultato politico di questi ultimi giorni è che la retorica dello scontro di civiltà, con tanto di riesumazione di Oriana Fallaci e Giuliano Ferrara, ha sfondato in Italia.