Da Zerocalcare ad Aleppo (guerra e retorica umanitaria)

Mio editoriale su La Città Futura

Dal Rwanda alla Siria

Nelle prime tavole di Kobane Calling, il reportage a fumetti del 2015, scritto da Zerocalcare dal fronte tra Kurdistan e Turchia, il protagonista parla con un anziano curdo che gli spiega i bombardamenti, come riconoscere quelli turchi, quelli americani, quelli dell’ISIS. E poi, “i nostri”, i colpi delle forze armate curde.

Mentre i mezzi di comunicazione sono pieni di notizie terrificanti provenienti da Aleppo, vengono in mente quelle tavole: di sicuro, da qualche parte nel mondo, esistono dei media che parlando dei bombardamenti delle forze armate curde come “atrocità contro la popolazione civile”. Ed effettivamente, basta una rapida ricerca su internet per scoprire che le YPG – le Unità di Protezione Popolare operative nel Rojava – sono accusate dalla Turchia di “pulizia etnica”, di uso di bambini soldato dalle Nazioni Unite e di deportazioni da parte di Amnesty International.

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Chi ha paura del califfo

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Limes 3/2015 – 246 pp – 14 euro (10 elettronico)

 

Particolarmente utile la prima parte dedicata alla Libia, in generale gli interventi seguono la linea dettata già dettata da Caracciolo contro l’invasione di terra e per interventi mirati a livello di intelligence. La sezione libica mantiene comunque un discreto pluralismo (da autori legati a Foreign Policy a quelli di Democracy Now, passando per accademici e giornalisti) e può aprire molte letture critiche.

La seconda parte, dedicata all’ISIS nelle varie aree, è più problematica. C’è tanto mondo cattolico e, soprattutto, ci sono alcune ricostruzioni che appaiono opinabili (es: quella sul Kurdistan) e in ogni caso spesso unilaterali.

Chiude una sezione di approfondimento sul Mali e sull’aftermath dell’intervento francese, quasi un memento mori rispetto alle velleità interventiste di Parigi e sul possibile replay in Libia.

La tendenza alla guerra dell’occidente e il radicalismo islamico

La tendenza alla guerra dell’occidente e il radicalismo islamico

di Domenico Moro su Rifondazione.it

La seconda divisione è quella tra due modelli che coincidono con i due più importanti Stati islamici dell’area Medio-Orientale, l’Arabia Saudita e l’Iran. L’Arabia Saudita, che assume un ruolo più egemone con la vittoria araba nella guerra contro Israele del 1973, rappresenta nell’islamismo il polo conservatore. La concezione saudita dell’Islam è fondato sull’autorità degli ulema di osservanza wahabita, ovvero sul ritorno all’Islam primitivo e sull’applicazione rigorosa delle norme della legge islamica, la sharia. Obiettivo dell’Arabia Saudita è “wahabizzare” il mondo islamico, fondandosi sulla sua enorme ricchezza. La reazionaria Arabia Saudita, che è il principale produttore e possessore mondiale di riserve di petrolio, è legata sul piano economico e politico agli Usa e all’Europa Occidentale. L’enorme liquidità in dollari dell’Arabia Saudita e delle altre monarchie arabe, generata dall’enorme surplus commerciale ottenuto grazie alla rendita petrolifera, fluisce sulle principali piazze finanziarie occidentali, come Londra, dove ha contribuito a determinare la creazione del mercato finanziario mondiale a partire dagli anni ‘70. I debiti pubblici Usa e occidentali sono finanziati e numerose imprese transnazionali occidentali sono partecipati dalle petromonarchie arabe, spesso attraverso i rispettivi fondi sovrani. La classe dominante delle petromonarchie è una classe di rentier parassitari di tipo feudale, che si sono integrati con la classe capitalistica transnazionale del centro del sistema capitalistico. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita, è sempre stata legata sul piano ideologico e pratico con l’estremismo fondamentalista sunnita e in particolare con il jihadismo, anche se non senza frizioni e contraddizioni. Come quelle che si determinarono quando, in occasione della Prima guerra del Golfo nel 1990, molti jihadisti si allontanarono dai loro sponsor sauditi, perché questi avevano permesso la presenza di un esercito infedele, le truppe Usa, sul territorio che ospita i luoghi santi della Mecca e di Medina.

Dalla fine degli anni ’70 l’Arabia Saudita ha ingaggiato una lotta feroce per il predominio sul mondo islamico con l’Iran, la cui rivoluzione islamica del 1979 assunse un ruolo dirompente nell’area medio-orientale. Infatti, la rivoluzione iraniana, che ebbe la sua base di classe tra le masse povere iraniane, è stata forse l’ultima rivoluzione antimperialista di successo del ciclo storico della decolonizzazione. Nello stesso tempo, è stata precorritrice dei tempi, sostituendo l’islamismo al nazionalismo laico o socialista come strumento ideologico-politico della lotta contro l’imperialismo occidentale. Per la verità, inizialmente la rivoluzione ebbe anche una forte componente laica e di sinistra. Però, nel corso della guerra contro l’Iraq, l’ala più giovane e politicizzata del clero sciita, guidata dall’Imam Khomeyni, e i pasdaran, una forza militare d’élite di ispirazione religiosa ma di composizione laica, conquistarono la completa egemonia. Ad ogni modo, l’islamismo di matrice khomeynista si oppose da subito non solo alle classi dirigenti laiche compromesse con l’imperialismo ma anche a quelle musulmane conservatrici (a partire dai sauditi) dei Paesi arabi, accusandole di nascondere dietro il rigorismo religioso il loro appoggio all’Occidente. Di conseguenza, la rivoluzione iraniana fu immediatamente contrastata dall’Arabia Saudita e dall’imperialismo occidentale che spinsero l’Iraq di Saddam Hussein contro di esso. L’Arabia Saudita, che appartiene all’islamismo sunnita, ha avuto buon gioco a contrastare le mire degli iraniani sciiti a esportare la loro rivoluzione, perché lo sciismo nel mondo musulmano è minoritario e considerato una aberrazione da molti sunniti. Tuttavia, gli iraniani sono riusciti a penetrare dove la presenza sciita è più consistente e in particolare ad islamizzare due importanti conflitti mediorientali, che fino ad allora avevano incarnato la causa nazionalistica araba, quello palestinese e quello libanese, come dimostrato dal legame esistente tra Hamas, Hizbollah e l’Iran.

L’Iran islamico è stato ed è tutt’altro che uno Stato progressista, caratterizzandosi per la violenta e sanguinosa eliminazione delle formazioni laiche e di sinistra e in particolare del partito comunista, tutt’ora illegale. Inoltre, mentre la spinta rivoluzionaria nel tempo si è venuta affievolendo, si è formata una borghesia nazionale, che coincide in parte con la complessa rete industriale e infrastrutturale creata dai pasdaran, e che mantiene la pace sociale con erogazioni di welfare alle classi subalterne grazie alla rendita petrolifera. Al di là degli orientamenti religiosi, gli interessi statuali ed economici dell’Iran, anch’esso potenza petrolifera, configgono con quelli dell’Arabia Saudita, determinando una lotta per l’egemonia regionale, che si riflette, alimentandoli, nei conflitti settari tra sciiti e sunniti in Medio-Oriente. Il caso più recente è quello dello Yemen dove milizie sciite stanno mettendo in seria difficoltà il presidente sostenuto da Usa e Arabia Saudita, che più volte è intervenuta militarmente in quel Paese.

 

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Parigi e complottismo

Scrive Marco Santopadre su Contropiano.org

Certo complottismo dominante nasconde un certo eurocentrismo di retaggio colonialista e razzista […] comune sia ad alcuni ambienti della sinistra più o meno radicale che dell’estrema destra. Secondo questa visione se accade qualcosa nel mondo, e qualsiasi cosa succeda, non può che essere il frutto delle manovre di qualche potere occidentale, che è l’unico che conta davvero, perché gli altri in questo mondo sono in fondo soltanto delle comparse, dei barbari, dei buzzurri, e quindi possono essere solo delle pedine inconsapevoli di ciò che i colti e avanzati occidentali ordiscono. 
[…]
Ma un conto è fare controinchiesta e smontare le falsità e le bugie – con un processo logico razionale, strutturato, socialmente condiviso e dai tempi necessariamente lunghi, frutto di un atteggiamento attivo e partecipativo – ed un conto è dar credito a ogni più assurda e incredibile ipotesi non supportata da elementi concreti, diffondendo false informazioni con il risultato di aumentare la nebbia e la cortina fumogena attorno alle responsabilità di chi tira realmente i fili. 

Non è un caso che alcune delle trasmissioni di punta delle nostre tv, dirette soprattutto alle giovani generazioni, propagandino ormai da anni e a ruota libera una visione complottistica infarcita di alieni, massoni, poteri occulti, messaggi subliminali e chi più ne ha più ne metta (parliamo di Adam Kadmon su Mediaset o di Roberto Giacobbo sulla Rai, per chi se li fosse persi).
Di fronte all’estrema e crescente complessità del mondo e nel contesto che la diffusione del web e dei social network mettono a disposizione, è comprensibile che ognuno possa sentirsi rassicurato dalla sensazione consolatoria fornita dalla possibilità (tutta teorica) che l’uso del web consenta a tutti, in due minuti, semplicemente con due click, di smontare una bugia o addirittura un complotto, senza che questo richieda un particolare sforzo analitico, organizzazione e mobilitazione.
Ma, disgraziatamente, non è così, e dovremmo farcene una ragione, che ci piaccia o meno.

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Non sono un esperto di cose mediorientali, diciamo che ho le conoscenze sul conflitto Palestina-Israele che servono alla militanza. Non conosco bene i paesi del medioriente, ho quelle conoscenze base per capire che non è una grande idea fomentare la guerra civile in Siria e in Libia.
Non conosco neanche la banlieu parigina, evito di pontificare su realtà di periferie urbane a cui sono estraneo e su cui non ho mai messo la testa.
Certo un sacco di cose appaiono strane nelle ricostruzioni ufficiali e ufficiose. Ma non mi sembra che si possa per questo saltare alle conclusioni che sia stato tutto quanto orchestrato dal vertice della cospirazione del Mossad e della CIA. E’ da qualche tempo che trovo lacunose le ricostruzioni per cui tutto quello che succede in Medioriente sia ricostruibile come l’effetto delle manovre americane. Dalle “primavere arabe”, più o meno.
Chiariamoci: è ovvio che gli USA sono una super potenza mondiale, hanno interessi ovunque e hanno reti di intelligence ed alleanze ovunque. Ma mi sembra che proprio una lettura un po’ più complessa dei fatti di Parigi possa dire qualcosa di più utile a capire quello che sta succedendo di “l’hanno deciso a Washington”.
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Obama alla Marcia Repubblicana non s’è fatto vedere, ha mandato la responsabile per gli affari europei, quella che disse “fanculo l’UE”, per intenderci. E non è certo la prima volta che gli USA fanno gentilmente notare che considerano il Medioriente materia che gli europei devono imparare a sbrigarsi da soli. Vale la pena di notare come Obama non sia mai stato tra i più esagitati nel voler intervenire in Siria. Anzi, durante l’estate di due anni fa, quando il Corriere della Sera dedicava le prime dieci pagine a spiegare perchè si doveva assolutamente abbattere Assad, addirittura l’esercito si esponeva direttamente per dire che non era assolutamente il caso di mettersi a giocare con un nuovo Iraq.
La politica di Obama è il pivot to Asia, il perno sull’Asia, riportare gli USA ad essere una potenza dell’Oceano Pacifico perchè è lì che si giocano le rotte commerciali del ventunesimo secolo. E perchè il Medioriente non è più l’indispensabile centro energetico ora che lo shale oil garantisce l’autonomia energetica virtuale agli Stati Uniti. Tanto che Hillary Clinton critica Obama per non essere abbastanza intervenista a Damasco.
Il disegno complottista è inadatto a leggere una realtà che non è più unipolare. Certo, non era il massimo neanche per leggere il momento unipolare, ma attorno al 2002-2003 puntare il dito contro gli USA e dare loro la colpa di tutto era, tagliando con l’accetta, giusto. Oggi questo tipo di ragionamento, questa continua reductio ad Americanum è strutturalmente fuorviante nell’interpretazione di una realtà che è estremamente più complessa e che non aspetta che i nostri blog e le nostre pagine facebook stiano al passo con lei.
Non è un caso se il risultato politico di questi ultimi giorni è che la retorica dello scontro di civiltà, con tanto di riesumazione di Oriana Fallaci e Giuliano Ferrara, ha sfondato in Italia.

Sulle “cooperanti” rapite in Siria

Penso che la gara a chi si dimostra più cattivo sulla vicende delle due rapite in Siria sia un po’ patetica.
Penso che sia evidente che le due non fossero delle cooperanti allo sviluppo, delle pacifiste in missione. Penso sia evidente che fossero parte in causa nella guerra civile, che abbiano fatto propaganda in Italia per l’opposizione armata ad Assad. Penso che se Emergency da decenni assume la neutralità nei territori in cui opera e ha subito un rapimento in vent’anni, ci sarà un perchè. Penso che se in Siria in pochi anni sono state rapite Vanessa e Greta, è stato rapito Padre dall’Oglio che stava con l’opposizione armata ad Assad, è stato rapito il giornalista Quirico che stava con l’opposizione armata ad Assad… beh penso che ci sia un perchè se ogni tanto quelli dell’opposizione armata ad Assad rapiscono gli stessi occidentali che li sostengono. Perchè sono dei ladri e dei tagliagole, per dirla brevemente. Non so quanto fossero consapevoli di tutto questo Greta e Vanessa. Ho il terribile dubbio che chi le ha spedite in Siria potesse essere molto più consapevole dei rischi a cui andavano incontro.

Penso anche che compito del ministero degli esteri sia trattare per salvarle, e peraltro mi pare di capire che lo stia facendo.
Penso che la Lega quando sbraca dicendo che non bisogna pagare nulla, dimostra per l’ennesima volta di non sapere nulla di cosa siano gli interessi nazionali, oltre che cosa sia l’umanità, ma di quest’ultima già sapevamo. Ma la svolta stile Front National è lontana per Salvini, prima dovrebbe far piazza pulita all’interno della Lega di quelli che non vedono oltre l’orizzonte della propria valle, e questa vicenda dimostra che ne ha di lavoro da fare.

Penso che i paragoni coi due marò siano insensati. Greta e Vanessa sono state rapite da una banda di criminali, forse da Al Qaeda, i due fucilieri sono stati arrestati da uno stato legittimo che peraltro li sta trattando con i guanti di velluto.

Penso, infine, che anche chi in nome dell’antimperialismo esprime la stessa posizione della Lega dovrebbe farsi due domande sul proprio senso degli interessi nazionali. Se non ricordo male una decina di anni fa si sosteneva che in casi del genere si dovesse trattare a prescindere da chi fosse il rapito. A sostenere che “non si tratta con i terroristi”, invece, era la destra totalmente allineata alla NATO e alla linea di intransigenza sui rapimenti attuata dagli USA.

Il PKK salva decine di migliaia di persone, non i bombardamenti di Obama

Traduzione al volo da KurdishInfo. Grazie alla segnalazione di WuMingFoundation.

Ulla Jelpke, parlamentare tedesca del Partito della Sinistra (Die Linke), attualmente nella regione [del Kurdistan Siriano] Rojava, ha definito il PKK [Partito dei Lavoratori del Kurdistan] una “garanzia per la vita” di yezidi e cristiani nel Kurdistan del Sud e in Iraq. Jelpke ha ricordato che mentre il PKK fa parte delle “liste del terrore” di USA e Unione Europea, i terroristi dell’ISIS hanno portato i loro attacchi in Siria usando come retroterra il territorio della Turchia, stato membro della NATO.

In un comunicato stampa sulla situazione delle decine di migliaia di profughi in fuga da Sinjar, Ulla Jelpke ha sottolineato che non sono stati i raid aerei statunitensi a proteggere la popolazione dai massacri dell’ISIS. Jelpke ha portato l’attenzione sul ruolo giocato dal PKK e dall’YPG nel prevenire i massacri aggiungendo:”I bombardamenti americani dei “jihadisti” che hanno conquistato città e villaggi nell’Iraq del Nord mettono solo in pericolo la popolazione civile. Le milizie kurde, in particolare i guerriglieri del PKK, stanno costruendo la difesa più attiva contro questi gruppi terroristi.”

“Allah e il PKK ci hanno salvato”, dicono.

Jelpke ha notato come molte persone soccorse dalla minaccia del massacro le abbiano detto:”Allah e il PKK ci hanno salvato”. E ha aggiunto:”L’alleanza tra i guerriglieri del PKK e la milizia del Rojava (YPG-YPJ) è riuscita ad aprire un corridoio tra le montagne del Sinjar e il confine siriano per i profughi. Su questa via negli ultimi giorni decine di migliaia di persone, in particolare yezidi, sono riusciti a fuggire dai macellai dell’ISIS”.

Ulla Jelpke ha portato l’attenzione sul bisogno di aiuto umanitario dei rifugiati, dicendo che c’è scarsità di cibo e medicinali a causa dell’embargo della Turchia verso il Rojava.

“Il sostegno della Turchia e del Golfo all’ISIS deve finire”.

La parlamentare di Die Linke ha aggiunto che il PKK è stato una garanzia di salvezza per gli yezidi e i cristiani nelle regioni settentrionali dell’Iraq, mettendo in guardia USA e governi europei dalle loro linee politiche nei confronti della Turchia. Jelpke ha concluso che:”Mentre il PKK è ancora sulla lista di organizzazioni terroristiche del governo statunitense, gli assassini dell’ISIS che combattono in nome di Allah portano i loro attacchi alla Siria dal territorio turco. Se il governo degli USA e i suoi alleati vogliono lottare seriamente contro l’ISIS, devono come prima cosa fermare il sostegno ai “jihadisti” che arriva dalla Turchia e dai paesi del Golfo”.