La Nuova Era cinese

Il sottoscritto per La Città Futura

La Nuova Era cinese – Parte I : il potere di Xi Jinping

L’idea che la Cina stia tornando al potere assoluto assomiglia più all’incubo di alcuni occidentali che alla realtà dei fatti.

Si è concluso il 19esimo congresso del Partito Comunista Cinese. Come è stato riportato da tutti i media, il Segretario Generale Xi Jinping ha rafforzato la sua posizione, inserendo il suo nome nella Costituzione del Partito e – apparentemente – riempiendo gli organi dirigenti di alleati. La questione del potere personale non è però l’unica questione, anzi! La “nuova era” sancita dal congresso porta con sé importanti novità sul piano economico e sociale, di cui comincerò a trattare settimana prossima.

Il nuovo Mao? Neanche per sogno

L’idea che la Cina stia tornando al potere assoluto di una sola persona, assomiglia più all’incubo di alcuni occidentali che alla realtà dei fatti. Chiaramente Xi Jinping ha centralizzato nelle sue mani molti più poteri rispetto al predecessore Hu Jintao – che era invece conforme alla “direzione collettiva”.

La Costituzione del PCC recita ora che il Partito assume come ideologia guida: “il Marxismo-Leninismo, il Pensiero di Mao Zedong, la Teoria di Deng Xiaoping, l’importante pensiero delle Tre Rappresentanze, la Visione Scientifica dello Sviluppo e il Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era”. L’aggiunta del nome di Xi nella Costituzione del PCC ha prodotto un coro globale per cui Xi sarebbe il leader più potente dai tempi di Mao, se non addirittura come Mao. L’idea del “nuovo Mao” non è però da prendere sul serio. Mao e Deng sono stati leader in grado di rivoltare il Paese a loro piacimento, al di fuori delle strutture del Partito, contro le strutture del Partito. Basta ricordare che Mao lanciò la Rivoluzione Culturale quando non aveva nessuna carica. Basta pensare che durante il famoso “viaggio a sud” di Deng che rilanciato le riforme di mercato all’inizio degli anni ’90, egli ricopriva l’unica carica di Presidente dell’Associazione degli Scacchisti. Il tipo di potere esercitato dai grandi leader della generazione dei rivoluzionari non può essere paragonato in alcuna maniera a quella dei successori.

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Come già detto, ha invece più senso paragonare Xi agli ultimi segretari. Entrambi i precedenti segretari hanno messo la loro elaborazione teorica nella Costituzione del PCC: Jiang Zemin con le Tre Rappresentanze che aprivano le porte del Partito anche alla borghesia, Hu Jintao con lo Sviluppo Scientifico. Se Hu non ha messo il proprio nome per convinzione nelle direzione collettiva, pare che Jiang non l’abbia messo per mancanza di un adeguato supporto nel Partito. Può essere quindi legittimo considerare Xi più potente di Jiang e Hu. Di sicuro non onnipotente come vorrebbero far passare molti media.

Dopo Xi? Ancora Xi?

A questo punto bisogna avvertire il lettore: tutte le letture degli equilibri di potere interni al PCC sono interpretazioni di segnali dati all’esterno, le reali dinamiche vengono ricostruite ex post.

La composizione del nuovo Comitato Permanente all’interno del Politburo – di fatto i sette uomini che assumono la responsabilità ultima delle decisioni politiche – sembra ora riportare una salda maggioranza di alleati del Segretario Xi Jinping, soprattutto non appaiono nomi di possibili successori, tutti i nuovi membri sono troppo vicini all’età del pensionamento. Non appaiono i due nomi considerati “papabili”: Chen Min’er, alleato di Xi e segretario del PCC nella turbolenta megalopoli di Chongqing, e Hu Chunhua, segretario della ricca Provincia del Guangdong e apparentemente alleato dell’ex Segretario Hu Jintao.

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Tutto questo è stato interpretato come un segnale che Xi sia pronto a rompere il limite di due mandati, limite obbligatorio per le cariche statali e consuetudinario per il Partito. Xi potrebbe mantenere la carica di Segretario del Partito e passare solo la carica di Presidente della Repubblica. Bisogna però dire tre cose:

  1. rimane del tutto possibile che un successore venga integrato successivamente nel Comitato Ristretto, non fa parte della consuetudine ma sarebbe una rottura della consuetudine minore rispetto a un terzo mandato;
  2. Xi non ha voluto – al contrario di quanto dicevano molte previsioni – infrangere la consuetudine dell’età pensionabile nemmeno per tenere all’interno del massimo organo del Partito Wang Qishan, responsabile dell’anticorruzione e apparentemente strettissimo alleato di Xi;
  3. al contrario di quanto riportano molti media, non è una consuetudine che il Segretario uscente si scelga il successore. Jiang Zemin dovette accettare il rivale Hu Jintao come successore, Hu Jintao dovette accettare Xi Jinping (allora considerato un uomo di mediazione) al posto del suo candidato preferito, Li Keqiang che ora ricopre la carica di Primo Ministro.

In questo articolo ho prestato attenzione nel segnalare le alleanze tra i vari leader cinesi come apparenti. Si tratta di una prudenza che sarebbe d’obbligo, ma spesso viene ignorata dagli osservatori in nome del sensazionalismo. Otto anni fa, durante il diciassettesimo Congresso che sanciva il secondo mandato di Hu Jintao, giravano analisi molto simili sul potere accumulato sulla persona del Segretario-Presidente e sulla fedeltà assoluta della dirigenza al leader. L’impegno reale di Hu sulla direzione collettiva – anche al prezzo di ritardare riforme necessarie, dicono i critici – e i conflitti col Primo Ministro Wen Jiabao sono cose che gli analisti hanno scoperto solo dopo la fine dell’amministrazione Hu-Wen.

Al di là dei giochi di potere in stile “House of Cards”, solo i fatti potranno dirci quale saranno le reali conseguenza del potere di Xi Jinping. Anche perché, per quanto potente, Xi non governa un paese immaginario, governa un Paese percorso da contraddizioni enormi, abitato da un miliardo e mezzo di persone a cui ha promesso una Nuova Era. Di questo, si parlerà la prossima settimana.

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La Nuova Era cinese – Parte II: la nuova contraddizione

Il PCC aggiorna la contraddizione principale su cui lavorare nei prossimi decenni.

La conclusione del diciannovesimo congresso del Partito Comunista Cinese ha lasciato una marea di commenti sul livello di potere personale raggiunto dal Segretario del PCC, “nucleo” della dirigenza e Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping.

Meno attenzione è stata dedicata al lungo rapporto politico con cui Xi ha aperto i lavori congressuali. Secondo la consuetudine degli ultimi decenni, il rapporto introduttivo è frutto di un lavoro di consenso all’interno del Partito che può durare più di un anno e che riflette la posizione collettiva della dirigenza.

Nel rapporti di Xi, è stato introdotto il concetto di “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, che poi stato fissato anche all’interno della Costituzione del Partito. Ma cos’è, esattaente, la nuova era?

La nuova contraddizione

Il rapporto politico letto da Zhao Ziyang all’inizio del tredicesimo congresso del Partito, nel 1987, riportava che “la contraddizione principale che affrontiamo nella fase attuale sono i bisogni materiali e culturali sempre in crescita del popolo e l’arretratezza della produzione sociale”. La missione storica del PCC diventava quindi quella di modernizzare la produzione, anche aprendo alle forze del mercato, anche aprendo il Partito stesso agli imprenditori che accettavano il ruolo guida del Partito.

Il rapporti di Xi al diciannovesimo congresso ha recitato che “il socialismo con caratteristiche cinesi è entrato in una nuova era, la principale contraddizione della società nel nostro paese si è trasformata in una contraddizione tra l’avanzamento continuo degli stili di vita e lo sviluppo ineguale e inadeguato”.

Se, dalla fine degli anni ’80 , la missione del PCC si traduceva nel mantenere alti livelli di crescita del PIL, ora Xi ha posto dei paletti qualitativi. L’inegualità della crescita riguarda largamente la disuguaglianza tra le province cinesi, tra le aree sviluppate e le aree rurali arretrate, l’inadeguatezza riguarda lo sbilanciamento delle fonti di crescita economica. In particolare, le difficoltà economiche dell’ultimo decennio sono state risolte tramite forti investimenti infrastrutturali – prima il piano di viabilità che ha permesso di mantenere alto tasso di crescita a fronte della crisi economica globale nel 2008-2009, ora il piano “One Belt One Road”. Una soluzione che permette di far crescere il PIL ma non di far crescere in maniera sostenuta i consumi delle famiglie, o meglio “gli stili di vita”.

Il rapporto di Xi ha confermato l’obiettivo di fare della Cina entro il 2020 una “società moderatamente prospera”. In termini pratici, si conferma l’obiettivo posto già nel diciottesimo congresso del 2012 di elevare tutta la popolazione cinese al di sopra della soglia di povertà assoluta. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2012 più di 87 milioni di persone vivevano sotto la soglia di 1,9 dollari al giorno. Secondo quanto riportato a inizio dall’agenzia Xinhua, sono ancora 30 milioni le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, calcolata però come un reddito di 2300 renminbi all’anno, circa un dollaro al giorno.

Scompaiono invece altri indicatori numerici – proclamati nel 2012 – di cosa sia la società moderatamente prospera: non si pone come obiettivo il raddoppiamento dell’economia entro il 2021, non si pone l’obiettivo di raddoppiare il PIL pro capite entro il 2020. Questo può significare molte cose. I più pessimisti pensano che la dirigenza del PCC veda all’orizzonte una crisi finanziaria. I più ottimisti, segnalano che l’eliminazione di obiettivi di crescita precisi porterà a dare più attenzione alla qualità piuttosto che alla quantità. Nel rapporto, in effetti, la “nuova era” moderatamente prospera viene descritta come avente “un’economia più forte, una democrazia più estesa, scienza ed educazione più avanzate”.

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Per il 2035, il rapporto fissa l’obiettivo di “aver costruito un paese socialista moderno che sia forte, prosperoso, democratico, culturalmente avanzato e armonioso”. Per i 15 anni che separano la “fase 1” dalla “fase 2”, Xi ha esposto cinque priorità, che erano già delineate in parte del Tredicesimo Piano Quinquennale:

  1. Ristrutturare la produzione industriale, sgonfiare i settori infrastrutturali che sono attualmente in sovracapacità, riduzione della leva finanziaria del debito privato;
  2. Costruire settori ad alta tecnologia in cui l’innovazione sia di livello mondiale;
  3. Ridurre l’inquinamento, migliorare la protezione ambientale;
  4. Costruire un sistema protezione sociale più forte, inclusa la copertura medica e previdenziale;
  5. Ridurre le disuguaglianze tra le province e tra le aree urbane e rurali.

Infine, l’obiettivo per il 2050, a un secolo dalla Rivoluzione di Mao: far diventare la Cina una nazione con influenza globale pionieristica, con un esercito di caratura mondiale, sempre sottomesso alla guida politica del Partito, che “non dovrà mai cercare l’egemonia”. Va notato che, nell’uso cinese, egemonia significa esattamente il contrario della lezione gramsciana: significa cercare il dominio. Quando il governo cinese contesta la politica statunitense, muove l’accusa di egemonismo.

Il PCC e la legittimità

Quello che colpisce nel rapporto politico di Xi è che l’obiettivo politico del PCC, e quindi dello stato cinese, rimane il progetto di miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari. Questo, sia ben chiaro, non toglie in nessuna maniera il potere acquisito dalle forze capitaliste, non toglie la sacrosanta critica al paternalismo, e non è questo il luogo in cui si può risolvere l’eterna domanda se in Cina vi sia una forma di socialismo o meno.

Da anni molti critici del governo cinese sostengono che si stia spostando la fonte della legittimità dal miglioramento delle condizioni di vita al nazionalismo, alla fine il progetto presentato in questo congresso si basa ancora sull’estrarre dalla povertà chi ancora vive sotto la soglia e sul migliorare la qualità della vita di chi è uscito dalla povertà pagando però il prezzo di una modernizzazione a ritmi forzati, a tratti ritmi folli. Colpisce, ma in realtà non deve stupire.

Non deve stupire perché solo un pesante pregiudizio può far pensare che le contraddizioni che percorrono la società cinese possano essere tenute insieme dalla contesa per alcuni isolotti di dubbia importanza strategica nel Mar Cinese Meridionale. Questo è un pregiudizio che è spesso esplicitato nei confronti dell’élite cinese, considerata semplicemente ipocrita e dedita agli interessi delle classi dominanti e/o di una ristretta cricca autoreferenziale. Lo stesso pregiudizio – in maniera implicita – è spesso rivolto verso lo stesso popolo cinese che non si rivolta secondo i desideri dei critici occidentali. Poco importa se i lavoratori cinesi portano anno dopo anno un livello di conflitto crescente, se passano da protestare per il rispetto delle regole minime dei contratti di lavoro a protestare per più salario e più democrazia nella gestione delle relazioni industriali. Se non protestano chiedendo la fine del governo del PCC, vengono eliminati dal discorso.

Per quanto Xi Jinping possa rafforzare la sua posizione come nucleo del Partito Comunista Cinese, è nella società, nel rapporto tra la società e il Partito, che si gioca la riuscita del suo progetto. Potrebbe sembrare una banalità, eppure troppi critici (ma anche adulatori) tendono a dimenticarsi che – come diceva Marx – è “nel laboratorio segreto della produzione” che prende forma la società.

https://www.lacittafutura.it/esteri/la-nuova-era-cinese-parte-ii-la-nuova-contraddizione.html

La linea comica: Abravanel e la meritocrazia cinese

Abravanel riciccia le tesi di Daniel Bell sulla Cina.

La meritocrazia cinese
tra Confucio e il comunismo

Dopo Mao si è tornati a selezionare con criterio i «mandarini», per contrastare corruzione e nepotismo, che permangono. Ma i risultati sono buoni

Tra le altre cose divertenti:
“Ma, se la nostra democrazia non può copiare la meritocrazia politica cinese nella selezione dei politici, può farlo nella selezione dei dirigenti della pubblica amministrazione (Pa). Mentre in Cina i politici sono de facto i dirigenti della Pa perché non esiste un parlamento, da noi si è fatto il contrario, «politicizzando» i dirigenti della Pa.”
Qualcuno dovrebbe spiegare ad Abravanel che esiste un parlamento cinese, l’Assemblea Nazionale del Popolo, che ha compiti diversi rispetto a un parlamento di un paese liberaldemocratico ma esiste.
Oppure potremmo continuare a goderci lo spettacolo di un sostenitore del “merito” che parla a casaccio di un paese di cui evidentemente non sa nulla.

When China rules the world

Il libro di Jacques è ambizioso, cerca di costruire un discorso complessivo sul declino del mondo occidentale e l’ascesa della Cina come futura potenza mondiale dominante, non concentrandosi solo sul lato economico ma discutendo anche quello “culturale”.

In particolare Jacques esegue una discussione molto efficacie sul concetto di modernità per strapparlo dall’eurocentrismo e discutere la possibilità (e la realtà) di una modernità con caratteristiche cinesi. Tradotto: per Jacques il grido di trionfo (o il lamento) sulla totale occidentalizzazione della Cina è del tutto fuori luogo. Certamente la Cina apprende dall’Occidente degli elementi di modernità ma lo fa alle sue condizioni e dimostra come l’assunto per cui con la modernità ci si prende tutte le caratteristiche dell’Occidente sia una pia illusione dell’Occidente stesso.

L’esempio cardine è la “democrazia”, intesa come sistema di elezioni multipartitiche. La Cina non adotta il sistema di elezioni multipartitiche e non lo adotterà. Eppure trova altre forme per gestire la complessità di una società moderna. Ma Jacques porta altri esempi, dal cibo alle relazioni familiari, smontando la percezione di occidentalizzazione che viene portata in Europa e negli USA principalmente da una classe di businessman che della Cina vedono solo i quartieri internazionali di Beijing e Shanghai .

Dove Jacques si fa per me meno convincente è su due punti:

  1. Buona parte della discussione sulla percezione che i cinesi e non cinesi hanno della Cina è condotta attraverso sondaggi. Un metodo sicuramente utile ma che su molti aspetti diventa troppo semplicistico. Chi come Jacques ha vissuto davvero in Cina sa che, per fare un esempio, è una pia illusione che la società sia pronta a sollevarsi contro il governo. Ma sicuramente non si può chiudere l’analisi dicendo che un sondaggio riporta un tasso di consenso verso il governo di un tot%, fosse anche iò 100%. Questo perché si finisce per banalizzare la maniera complessa in cui i cinesi si rapportano con il governo, appiattendosi invece sul  la percezione binaria basata sull’accettazione totale oppure sulla rivolta;
  2. In maniera simile, i temi economici vengono svolti attraverso una pletora di dati statistici che spesso, senza una spiegazione forte, lasciano l’impressione di poter essere spiegati in maniere diverse.

Martin Jacques è un giornalista e accademico inglese proveniente dal Partito Comunista , dal 1990 ha partecipato al centro studi DEMOS, di impostazione eurocomunista. Pur non avendo una formazione specifica da sinologo, ha una lunga esperienza accademica in Cina e in centri studi sull’Asia in giro per il mondo. When China Rules The World, probabilmente anche per il suo sguardo ottimista sull’ascesa cinese, è uno dei pochi saggi occidentali ad aver ottenuto fortuna in Cina. È notevole che l’abbia ottenuta pur considerando momento cruciali come la repressione del movimento di Tienanmen e rivalutando figure come Hu Yaobang che, nella retorica ufficiale, sono state affidate all’oblio.

Pensieri confusi

  • Siamo stati sconfitti
  • Fin’ora abbiamo sempre usato la figura retorica di “privatizzare il Partenone”. Ora è realtà. La Grecia non ha imprese di stato per 50 miliardi da privatizzare, soprattutto non dopo cinque anni di cura deflazionistica. Ovviamente, non il Partenone in sé, ovviamente non i grandi siti archeologici. Ma le isole con reperti archeologici non “sviluppati”, si. È un’idea brutalmente primitiva: “Avete voluto giocare con l’idea dei civilizzati greci contro i barbari teutonici? Bravi, adesso vi beccate il saccheggio”.
  • 11709715_10153470629249042_1662071930598955898_nLa Grexit non è messa al di fuori dell’orizzonte degli eventi. I motivi di potenziale uscita dall’area euro rimangono tutti: l’Unione Monetaria Europea va in direzioni diverse e tutti noi sappiamo che non saranno le riforme anti corruzione a far convergere l’economia greca e quella tedesca. Anzi. Tutti noi sappiamo che il modello tedesco delle privatizzazioni che viene imposto alla Grecia è un’orgia di corruzione e inefficienza (vedi Anschluss di Vladimiro Giacché). Ora la BCE dovrebbe in teoria tornare a fare quello che ha fatto negli scorsi cinque anni: tenere il paziente in coma farmacologico. Ma alla prossima turbolenza…
  • Tutti i ragionamenti fatti sulla possibile uscita dall’Unione Monetaria Europea includevano una qualche inclusione dei paesi BRICS. In varie forme, da chi pensava a linee di credito alternative a chi diceva che se proprio bisognava privatizzare porti e areoporti era meglio venderli a russi e cinesi. In ogni caso, pare che russi e cinesi siano stati piuttosto freddini. Forse (dico “forse” per intendere “forse”, non ho la risposta) a Putin fa più comodo una Grecia dissidente dentro l’UE che non un paese mezzo distrutto fuori. L’unica materializzazione dell’aiuto russo è stato il contratto per il gasdotto Russia-Turchia-Grecia. I cinesi sono stati latitanti. Forse il governo cinese trova più urgente far sgonfiare la bolla delle proprie borse che contribuire a creare una potenziale crisi economica mondiale con la Grexit. La Cina peraltro in questo momento è impegnata a fare il debt-swap ad alcune delle sue amministrazioni locali.
  • Ci siamo (noi, la sinistra italiana) legati mani e piedi alla vicenda greca, anzi, al destino individuale di Alexis Tsipras, con punte di parossismo come vedere italiani che chiedono l’espulsione dei membri dissidenti di SYRIZA. E in tutto questo non siamo riusciti a costruire uno straccio di movimento di solidarietà alla Grecia. 200 persone in piazza a Milano che ballano il sirtaki non sono un movimento. Abbiamo costruito una lista che si chiama “L’Altra Europa con Tsipras” e non siamo riusci neanche a farci notare come qualcuno che vale la pena di chiamare quando si parla di Grecia. In compenso siamo riusciti a far passare che i referenti italiani del NO al referendum sono Grillo e Salvini.
  • Non è vero che il referendum è come se non ci fosse stato. Abbiamo voluto dargli un significato che Tsipeas diceva chiaramente che non aveva. Abbiamo voluto pensare che quando Tsipras diceva che il NO serviva a trattare e a scongiurare la Grexit stesse bluffando. E invece faceva sul serio.
  • Sempre sul referendum, la società è talmente abituata all’idea che la politica in Europa funzioni col pilota automatico che non riconosce più un conflitto vero. Il fatto che Tsipras abbia perso quel conflitto viene letto come prova che era una buffonata per far finta verso la propria opinione pubblica di lottare mentre in realtà aveva già in mente l’accordo. Oppure, da un punto di vista politicistico, per disarmare la sinistra interna di SYRIZA.
  • C’è un pezzo di sinistra che dice che “aveva ragione il KKE” a dire che non bisognava neanche provarci perché tanto era tutto già scritto. Una bella consolazione, ma anche questo è “pilota automatico”. Se tutto è già scritto ci rimane da fare solo retorica aspettando che prima o poi arrivi dall’esterno un conflitto che smembri l’Unione Europea.
  • Nel frattempo l’Unione Europea si smembra sotto i nostri piedi. Non solo per i motivi strutturali economici ma anche per motivi sovrastrutturali ideologici. Anni di propaganda sulla colpa dei popoli della periferia europea hanno convinto i popoli del centro europeo. E adesso bisogna pagare pegno all’opinione pubblica che pensa che non si debba dare più un euro ai fannulloni greci. Vagli a spiegare che quei soldi servono a salvare le banche dei virtuosi tedeschi.
  • En passant, questo tipo di propaganda fa breccia a sinistra come a destra. Gente che si proclama di cultura antagonista e non capisce questa cose. Problemi dell’analfabetismo economico.
  • Poi, ci sono gli analfabeti economici che nascondono il loro analfabetismo economico dietro l’accusa agli altri di economicismo.
  • Dov’è la CGIL? È a fare un convegno sull’Europa con la fondazione di ricerca dell’SPD.
  • Non mi piace la categoria politica di tradimento, è una categoria che spesso viene usata per tagliare corto sull’analisi dei rapporti di forza e sulle opzioni realmente possibili, è una categoria che spesso non tiene conto del fatto che quando si apre un conflitto lo si può perdere anche facendo tutto bene, o sbagliando in perfetta buonafede. Però è una categoria che calza a pennello alla socialdemocrazia, in particolare quella tedesca: wer hat uns verraten? Sozialdemokraten!
  • Quello che è successo è la dimostrazione pratica che l’Europa non è riformabile, dentro l’Unione Europea, o quantomeno dentro l’Unione Monetaria Europea (e per chi è dentro l’eurozona, sono la stessa cosa) c’è solo austerità e politiche pro-capitale (stavo per scrivere “politiche liberiste”, ma il capitale è capacissimo di diventare statalista quando gli conviene).
  • Se fossi un cittadino inglese, cosa mi dovrebbe trattenere dal votare contro l’UE al referendum?
  • Però se l’Unione Europea è irriformabile vuol dire che ci dobbiamo fare un ragionamento serio su come se ne esce.
  • Tsipras non ha accettato questo accordo devastante perchè è un cagasotto, ha accettato perché è stato messo di fronte all’opzione “o firmi o ti buttiamo fuori a calci in culo e nel giro di due giorni finite le medicine negli ospedali e la gente comincia a crepare”.
  • Come se ne esce?

Profezie sul crollo della Cina. Un tanto al chilo.

Le profezie sul crollo della Cina vengono via un tanto al chilo, sono appena poco più costose della morte di Fidel Castro. Per una volta, però, a profetizzare non è un’idiota qualunque su Repubblica ma David Shambaugh con l’articolo The Coming Chinese Crack-up. Shambaugh è un rispettatissimo accademico che ha studiato a lungo l’organizzazione del Partito Comunista Cinese, ha al suo attivo monografie che sono usate come testi d’esame in tutto il mondo ed è un consigliere politico che conta a Washington. Insomma, uno che di solito non spara cazzate.

Stupisce quindi che da un mese il mondo stia parlando di un articolo che, per dare il tono, argomento uno dei punti fondamentali, la scollatura tra i membri del Partito e la linea ufficiale, così:
A dicembre sono stato a Pechino per una conferenza alla Scuola Centrale del Partito, il più alto istituto di istruzione dottrinaria del Partito e, ancora una volta, i maggiori ufficiali del paese e gli esperti di politica estera hanno ripetuto gli slogan a memoria. Durante una delle cene sono andato alla libreria del campus, una tappa importante per aggiornarmi su cosa viene insegnato ai quadri. I tomi sugli scaffali spaziavano dalle Opere Scelte di Lenin alle memorie di Condoleeza Rice, il tavolo all’ingresso era pieno di copie del pamphlet di Xi Jinping per la promozione della “linea di massa”, ovvero la connessione del Partito alle masse. Ho chiesto al commesso se stesse vendendo. Ha risposto che non vendeva, li regalano. La dimensione della pila di libri suggerisce che non è esattamente un best seller.

L’argomentazione è, per dirla in altre parole, che ha fatto una domanda a un commesso…

Ma tant’è, Shambaugh non è un pirla e merita una risposta più articolata della mia facile ironia. Riporto un pezzo dell’intervista fatta da Cinaforum a Guido Samarani.

Dall’adattamento al crollo, l’ultima profezia sulla morte del PCC

intervista di Michelangelo Cocco a Guido Samarani su Cinaforum

Professor Samarani, come valuta l’articolo del suo collega Shambaugh?

Si tratta di un’ipotesi che arriva da uno studioso serio, di valore internazionalmente riconosciuto, dunque va considerata con attenzione. Quella sul crollo del PCC è una questione che ricorre, periodicamente, fin dal periodo delle riforme (alla fine degli anni Settanta, ndr) e che soltanto ultimamente si era un po’ spenta. Il tema, a mio avviso, è un altro: se cioè il PCC sia in grado di governare bene questa società in una fase di profonda trasformazione. Al momento infatti non vedo sintomi evidenti, premesse per quello che Shambaugh chiama crackup. Fino a non molto tempo fa, Shambaugh parlava di “atrofia e adattamento”, ma mi pare che in questo suo ultimo contributo abbia cancellato le capacità di adattamento. Io, al contrario, ritengo che il PCC abbia seri problemi, ma anche, ancora, spazi non indifferenti di capacità di adattamento.

 

Cosa può aver spinto Shambaugh a cambiare così nettamente visione?

Non riesco a cogliere – facendo un paragone tra quanto scritto prima e quanto sostenuto nell’articolo apparso sul quotidiano finanziario statunitense – le motivazioni scientifiche di questo cambiamento radicale. L’articolo prende le mosse dalla recente sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo (il Parlamento cinese): Shambaugh sembra mettere “sotto accusa” la modalità di gestire le contraddizioni da parte del presidente Xi Jinping e della nuova generazione. Con la sua campagna anticorruzione – sostiene l’autorevole sinologo – Xi sta esercitando una pressione intollerabile sull’economia e la società. Può anche darsi, ma non mi pare vi siano segnali evidenti di questo “stress intollerabile”. Noi sinologi, Shambaugh compreso, abbiamo sempre sottolineato come la corruzione abbia tradizionalmente rappresentato uno dei mali più pericolosi per il Partito. Quindi ora valutare questo “stress” come un eccesso mi sembra un po’ contraddittorio.

 

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La Grecia e le sanzioni alla Russia. E noi.

Ora, veramente, fate un respiro profondo e calmatevi.

Mi riferisco a voi, commentatori compulsivi dei fatti politici, preferibilmente internazionali, dell’internet.

E ancora più nello specifico, quelli che commentano qualunque cosa sia vagamente correlata con l’antimperialismo.

Ecco, me lo ricordo abbastanza bene, una settimana fa eravate impegnati a non capire un’ostia dei voti al Parlamento Europeo pensando che Syriza e metà GUE/NGL avessero votato a favore della sanzioni alla Russia e, conseguentemente, sbraitavate contro un tradimento imperialista che non c’è stato.

Poi, dopo le elezioni, all’improvviso avete scoperto che Syriza invece intendeva tessere rapporti amichevoli coi BRICS. E allora per 24 meravigliose ore Tsipras e il suo alleato di destra Kammenos sono diventati le nuove guide mondiali. E tanto per, avete anche cominciato a dire che la Grecia era pronta a imporre il veto contro la sanzioni alla Russia.
Intendiamoci, eravate in buona compagnia, quello che voi annunciavate come la salvezza, i giornali borghesi lo annunciavano come la iattura.

La posizione Greca invece, era un’altra. Cioè, la Grecia non ha posto il veto, ha detto di non volere ulteriori sanzioni. E qua facciamo un salto indietro. Nel famoso voto in cui al Parlamento Europeo Syriza ha votato contro ulteriori sanzioni, le ulteriori sanzioni erano particolarmente gravi, di fatto una dichiarazione di guerra commerciale con minaccia di guerra militare.
Possiamo tornare avanti, è la contrarietà a questi nuovi provvedimenti che la Grecia ha portato alla riunione dei ministri degli esteri europei. E questi nuovi provvedimenti non sono stati presi.

Ma, e qui vi capisco, è difficile fare un’altra giravolta del genere in pochi giorni, la Grecia non ha posto il veto sul proseguimento delle vecchie sanzioni. Per la verità la Grecia ha ottenuto che il proseguimento delle vecchie sanzioni sia più corto. Ma va beh, non è questioni di sottigliezze, non ha posto il veto.

E quindi è partito già il coro di “dimentichiamoci pure Tsipras”.

Ora, secondo voi, i russi e i cinesi si possono permettere di porre il veto su tutto quello che passa al Consiglio di Sicurezza che non li vede d’accordo? No, non se lo possono permettere, perchè nessuno vive in un sistema autosufficiente. Figuriamoci quindi i greci!

Ora, si, in un mondo ideale il governo di Syriza avrebbe dovuto porre il veto. Nel mondo reale, quello in cui la Grecia è un paese sull’orlo del fallimento con un governo di coalizione in equilibrio spericolato, il governo di Syriza ha ottenuto che non si discutessero le nuove sanzioni e quindi che non si facessero ulteriori passi verso la guerra, e ha anche ottenuto che il prolungamento delle vecchie sanzioni fosse mitigato.

E stanno governando da tre giorni.

Quindi, d’ora in avanti, se vogliamo commentare, commentiamo il mondo reale. Per il resto giochiamo a Civilization V che è meglio.

La questione ambientale in Cina

Le strategie ambientali della Cina

di Vincenzo Comito su Sbilanciamoci.info

 

Già verso la fine degli anni settanta il Giappone, allora in forte crescita industriale, cominciò ad interrogarsi sui forti danni che tale sviluppo provocava all’ambiente circostante e agli esseri umani. Fu elaborata, per risolvere il problema, una strategia di grandi proporzioni, peraltro molto discutibile. Tale disegno era sostanzialmente volto a riallocare le produzioni più inquinanti nei vicini paesi asiatici, meno sviluppati; evidentemente, almeno allora, questi ultimi erano meno sensibili del Giappone ai problemi ambientali e più attenti invece ai vantaggi della delocalizzazione produttiva in termini di sviluppo economico potenziale. Va comunque ricordato che le strategie di delocalizzazione prendevano anche in conto il minore costo del lavoro presente in altri paesi.

Qualcosa per certi versi di analogo, ma per altri con alcune rilevanti differenze, si sta ora apparentemente cercando di mettere in opera da parte dei governanti cinesi.

In questo caso, rispetto al Giappone, siamo comunque di fronte ad un problema ambientale di più grandi proporzioni, sia per le molto maggiori dimensioni dell’economia cinese attuale rispetto a quella del paese del sol levante diversi decenni fa, sia per i più alti livelli di inquinamento registrabili oggi nel paese rispetto al Giappone degli anni settanta ed ottanta, sia infine per l’esistenza di altre specificità, a qualcuna delle quali faremo cenno più avanti.

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reality

Immagine via Reality.com – Mass Production of China in Pictures

 

Inquinamento industriale e salute ambientale nella cina rurale: rischi, incertezza e individualizzazione

Bryan Tilt – The China Quarterly

Dopo più di tre decenni di crescita industriale estremamente rapida, la Cina sta affrontando una crisi sanitaria ambientale. In questo articolo esamino l’inquinamento del settore industriale rurale e le le sue implicazioni per la salute delle comunità. Appoggiandomi sulla recente ricerca etnografica in una municipalità industriale del Sichuan, con interviste a ufficiali del governo, esploro come i membri della comunità comprendono i legami tra l’inquinamento di aria e acqua determinato dalle fabbriche circostanti e la loro salute e il loro benessere. L’articolo ha due obiettivi principali. Il primo è esaminare le varie maniere in cui l’incertezza a proposito delle fonti dell’inquinamento, della gravità dei livelli di inquinamento e sui legami tra inquinamento e salute umana forma l’esperienza dell’inquinamento degli abitanti dei villaggi su base quotidiana. Il secondo obiettivo è esaminare il trend crescente di “individualizzazione” in atto in Cina ora ed esplorare come questo processo sia in relazione all’esperienza della gente sull’esposizione ai veleni. Le implicazioni di questa tendenza le considero per come gli scienziati sociali dovrebbero approcciarsi allo studio dei problemi ambientali nella Cina contemporanea.

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Woodrow Wilson a Sinferopoli

Il Parlamento di Sinferopoli ha votato a larghissima maggioranza la secessione della Crimea dall’Ucraina. Il referendum popolare confermerà (scrivo mentre arrivano i primi exit poll) a maggioranza altrettanto larga la decisione di cambiare stato.

Era scontato, era inevitabile. Dopo che l’abbattimento di Yanukovich (inetto e corrotto, ma pur sempre il presidente legittimo secondo le leggi ucraine) ha portato al potere a Kiev una coalizione di liberisti e fascisti con l’ossessione della purezza etnica, non era pensabile che una regione come la Crimea  rimanesse a guardare mentre venivano messi fuori legge i partiti di sinistra e/o russofoni, mentre si “invitano” i russi d’ucraina a lasciare il paese. Lasciando i soldi all’Ucraina, ovviamente.

Tyahnybok, leader di Svoboda, il partito nazista che controlla il Ministero della Difesa a Kiev

La Crimea è storicamente russa, si narra che Kruscev prese la decisione di farla passare dalla Repubblica Russa a quella Ucraina (allora ancora repubbliche dell’URSS) dopo una ciuca colossale. Ma lo si narra di tutte le decisioni di Kruscev, il punto è che fu una decisione nell’ottica di uno spostamento interno a uno stato unitario. Dopo la fine dell’URSS la Crimea è rimasta formalmente al nuovo stato ucraino, ma con grandi autonomie e, soprattutto, con decine di migliaia di soldati dell’esercito russo e la flotta strategica russa in loco secondo i trattati bilaterali. Neanche l’altro notorio presidente ubriacone, Eltsin, allentò mai la presa sulla Crimea.

Una situazione lose-lose

I media internazionali stanno dipingendo come grande cattivo della situazione Putin. Il presidente russo sta in realtà subendo una situazione in cui qualsiasi mossa faccia è a perdere.

Durante la crisi dell’Ossezia nel 2008 la Russia (formalmente intitolata a respingere l’aggressione georgiana) era riuscita a usare la forza militare per un tempo brevissimo e a creare poi due territori formalmente autonomi, senza entrare nelle acque turbolente dell’annessione territoriale. La dimostrazione di forza militare di Putin, conclusa dopo il ripristino del bilinguismo russo/ucraino da parte del governo di Kiev, poteva forse avere questo scopo. Ma la Crimea non è un micro territorio del Caucaso dove le frontiere hanno (o quantomeno avevano nel 2008) un significato relativo. La Crimea è un territorio troppo importante come unico sbocco marittimo della Russia, le altre provincie russofone come passaggio di gasdotti e oleodotti, per rimanere nell’indeterminatezza dell’Ossezia.

Se Putin procede con l’annessione territoriale, via plebisciti o manu militari, si infila in un ginepraio diplomatico in cui il suo più grande possibile alleato sulla vicenda, la Cina, non può seguirlo per gli ovvi motivi legati al principio di non ingerenza e ai tanti territori in cui minoranze etniche più o meno riottose puntano all’indipendenza.

Se Putin dovesse cedere, si ritroverebbe con un paese alleato alla NATO ai confini, con milioni di cittadini russi sotto uno stato ostile, con l’apparato industriale dell’est ucraino, fondamentale sub fornitore dell’industria russa, verosimilmente smantellato o reindirizzato a ben altri mercati.

Un principio pericoloso

La maniera in cui il principio di autodeterminazione dei popoli viene evocato a proposito di questa vicenda, è quantomeno curiosa. Il principio elaborato dal Presidente americano Wilson dopo la Prima Guerra Mondiale è abbastanza fumoso per essere piegati ai più vari scopi. Come di definisce un “popolo”? Per etnia, religione, lingua o cos’altro? Quali sono le modalità per autodeterminarsi? Lotta armata, proteste pacifiche, referendum?

Viene invocata l’autodeterminazione del popolo ucraino che non vuole vivere oppresso da Putin ma chi lo fa non considera il popolo crimeo in diritto di autodeterminare l’adesione alla Russia.

Dall’altra parte si proclama appunto la legittimità delle decisioni del Parlamento di Sinferopoli e del referendum popolare, ma non è difficile ricordare che molti di quelli che sostengono questa posizione si sono opposti al riconoscimento del Kosovo indipendente e difficilmente applicherebbero lo stesso principio al Tibet o alla Padania.

Sicuramente la Crimea può vantare argomento storici ben più solidi di molti altri movimenti indipendentisti, ma la verità è che il principio di autodeterminazione dei popoli oltre a essere fumoso è anche un principio pericoloso. Molto bello da pronunciare ma molto pericoloso da applicare.

In nome dell’autodeterminazione dei popoli sono state combattute le guerre che hanno smembrato la Federazione Jugoslava. La Slovenia fu il primo pezzo a staccarsi, sembrò un’operazione indolore, ma legittimò il gioco al massacro che seguì nel resto del paese. E non è detto che l’Ucraina non rischi la stessa fine.

Se i russi di Crimea porteranno la propria regione sotto Mosca, perchè gli ungheresi di Transcarpazia non potrebbero fare altrettanto? Ed effettivamente, il governo di estrema destra di Orban sta passando da vaghe retoriche sulla riconquista della sovranità dei territori persi dal vecchio Regno d’Ungheria alla concreta consegna di passaporti ungheresi a molti cittadini di lingua ungherese della Transcarpazia. E ancora, la Polonia, da cui molto estremisti di destra sono andati a sostenere i camerati ucraini, potrebbe essere tentata di prendersi qualche territorio.

Propaganda sul referendum di Crimea

Un’esplosione del genere rischierebbe di portare la guerra dalla Russia all’interno dell’Unione Europea. Prima di inneggiare all’autodeterminazione dei popoli, prima di entusiasmarsi per l’espansione del campo atlantico o per il ritorno all’assertività del campo eurasiatico (per non parlare di illusioni di ritorno a un “campo sovietico”), sarebbe bene pensarci su. Molto seriamente. La guerra non è uno slogan sparato su facebook.

Utopie Letali/La Società Armoniosa

Alcuni tra i miei amici veg/vegan si sono molto stupiti che il Corriere della Sera abbia aperto un blog di cultura vegetariana. Ma come, si chiedono, noi facciamo una scelta di rottura radicale col sistema borghese, andando a contestare non solo l’economia ma anche l’antropocentrismo, e il giornale della borghesia propaganda la nostra scelta?

La sussunzione delle subculture da parte del capitalismo non è un pranzo di gala.

In Utopie Letali Carlo Formenti porta a compimento un percorso di distacco e critica dalle ideologie post moderne della rete. Provenendo da un’Università come quella di Bergamo dove i paradigmi “post” la fanno da padrone, non posso che essere empatico col percorso che porta l’autore a prendere di petto le costruzioni post-moderne che hanno egemonizzato, specie in Italia, le sinistre, sia quella “riformiste” che quelle “radicali”.

Carlo Formenti - Utopie Letali - Jaca Book - pp. 255 - 18 euro.

Carlo Formenti – Utopie Letali – Jaca Book – pp. 255 – 18 euro.

Uno dei punti attorno a cui ruota Utopie Letali è che le nuove ideologie che promettevano una più radicale contestazione del capitalismo hanno finito in realtà per essere sussunte, assorbite e metabolizzate dal sistema borghese molto più facilmente di quanto non abbia fatto il “vecchio” movimento operaio. Seppure sconfitto, quest’ultimo ha impiegato più di un secolo per essere ridotto, quantomeno in Occidente, alla parodia di se stesso o alla stampella del sistema. Le ideologie nate negli anni ’70 e seguenti hanno avuto (o, prevede Formenti, avranno) vita molto più breve. Ovviamente non si tratta di una delegittimazione totale del “nuovo”, il femminismo e l’ambientalismo, sostiene Formenti, hanno colto punti che il movimento operaio tradizionale aveva difficoltà a gestire. Aggiungo io, alcune argomentazioni del “nuovo animalismo” sulla sostenibilità del consumo di carne e sulla necessità di ridurne drasticamente il consumo (se non annullarlo) non possono che essere condivisibili.

Perché queste nuove ideologie sono state così facilmente sussunte? Per Formenti il peccato originale sta nella pretesa degli operaisti per cui la condizione particolare degli anni ’70, in cui le lotte operaie condizionavano lo sviluppo capitalista, fosse estendibile a una legge universale del capitalismo. Da qui, il paradigma della biopolitica avrebbe poi sviluppato l’idea che nell’attuale fase del capitalismo la cooperazione sociale dell’intelletto generale contenga già in embrione i rapporti sociali del comunismo che attendono solo di rompere il guscio di un capitalismo che non organizza e dirige più il lavoro ma si limita a sfruttare. Frantumata così l’analisi di classe, gli individui appartengono a una moltitudine indistinta. Per Formenti il peccato originale quindi non è solo un errore di analisi della fase, è l’assunzione di un paradigma fondamentalmente individualista e quindi permeabile alle sirene del liberalismo borghese.

Quello che accomuna i post-operaisti seguaci di Hardt e Negri, i benecomunisti che predicano una nuova proprietà comune che non sia ne privata ne pubblica, i fan dell’ideologia della rete (tra cui l’epigono italiano, Beppe Grillo) e, aggiungo io, molti dei nuovi animalisti ed ecologisti che si pretendono radicali, è l’idea che il processo di liberazione sia individuale, frutto di una presa di coscienza individuale che si può estendere a chiunque a prescindere dalla sua produzione nella produzione perché le differenze all’interno della produzione sono polverizzate.

Non c’è quindi da stupirsi se gli organi della borghesia accolgono a braccia aperte una filosofia di vita radicale che permette di vivere tranquillamente all’interno del sistema, solo cambiando scaffale del supermercato. O se vecchi liberali moderati come Rodotà (a cui giustamente il libro riconosce comunque un profilo molto più alto di molti altri imbonitori) dialogano con i movimenti radicali dei beni comuni salvo poi ritrovarseli schierati col centrosinistra privatizzatore.

Queste ideologie dilagano in occidente, sostiene Formenti, perché la ristrutturazione capitalista, lungi dall’essere stata guidata dalle lotte delle moltitudini o dai desideri della classe dei lavoratori della conoscenza, ha disgregato sul piano fisico il lavoro, sparpagliato in una miriade di luoghi di produzione diversi. L’unico punto di concentrazione della masse popolari rimane allora la scuola, dalla quale infatti partono periodicamente movimenti di massa, seppure regolarmente perdenti. Ma se il capitalismo frantuma il lavoro disperdendone la coscienza di classe in occidente, l’integrazione del Terzo Mondo nel sistema-mondo capitalista crea le condizione per l’emerge di una nuova classa operaia su dimensioni ancora più grandi di quelle conosciute in Occidente.

Pun Ngai a Shenzhen

Pun Ngai - Cina. La Società Armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli operai migranti. - Jaca Book - pp. 192 - 20 euro

Pun Ngai – Cina. La Società Armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli operai migranti. – Jaca Book – pp. 192 – 20 euro

Il lavoro su cui si basa di più Formenti è la raccolta di saggi di Pun Ngai, La Società Armoniosa – Sfruttamento e Resistenza degli Operai Migranti. Il lavoro della ricercatrice di Hong Kong è una miniera di informazioni sulle condizioni di lavoro della manodopera migrante interna nella regione del Guangdong, la regione dove indubbiamente i rapporti di produzione capitalistici sono penetrati più a fondo. In Cina con lavoratori migranti s’intendono quei lavoratori che hanno la residenza nelle campagne ma lavorano in città, specie nelle Zone Economiche Speciali, ovvero aree dove le leggi sul lavoro sono molto più blande del normale e, soprattutto, molto poco applicate da autorità spesso complici. Pun Ngai documenta come questi lavoratori siano sottoposti a ritmi di lavoro pesantissimi, con paghe basse e poco o zero rispetto per i diritti. Ma documenta anche come la seconda generazione di lavoratori migranti non sia rassegnata a subire queste condizioni e organizzi lotte e scioperi durissimi approfittando della concentrazione di un grande numero di lavoratori nei dormitori. Partendo dalla condizione materiale del lavoro, queste possono favorire l’emersione di una nuova coscienza di classe tra le masse cinesi.

Dove il lavoro di Pun Ngai convince di meno, è l’analisi di queste lotte all’interno delle riforme cinesi. Secondo l’autrice, per far passare le riforme dal 1978, lo Stato/Partito cinese avrebbe completamente espulso dal discorso pubblico ogni terminologia e logica marxiana sulla classe, anche il revival di retorica rossa avvenuta negli anni di Hu Jintao non sarebbe altro che una farsa storica. Mi permetto di dissentire da questa visione, se è vero che i rapporti di produzione capitalisti, e con essi l’ideologia liberal-liberista, sono penetrati a fondo nella Cina delle riforme, è anche vero che il discorso di classe in realtà non è mai venuto meno né negli organi ufficiali né nella produzione accademica, semmai è stato affiancato da altri discorsi come quello liberale. La nuova macchina dello Stato/Partito cinese è, in maniera paradossale, pluralistica. Mentre sotto Mao si verificano periodiche purghe di chi non fosse allineato alla linea scelte di volta in volta dal Grande Timoniere, da Deng in poi si sono aperti spazi di libertà di pensiero, una libertà, beninteso, subordinata all’accettazione del sistema a partito unico.

Certo, proprio il sistema dello Stato/Partito pluralista è insieme quello che accoglie le richieste, che interrompe il processo di privatizzazione che lancia la campagna per la sindacalizzazione di massa (per quanto burocratica, con effetti tangibili sulla condizione dei lavoratori) ed è contemporaneamente quello che è complice della violazione delle stesse leggi cinesi, che permette abusi e che mette le sue forze dell’ordine a disposizione della repressione delle lotte. Nel lavoro di Pun Ngai questa contraddizione è assente, viene mostrata una sola faccia della medaglia. La stessa analisi della condizione dei lavoratori migranti evita di rilevare che lo stato non ha spinto tutti i contadini a lasciare la terra per andare in città, tuttaltro! Il controllo delle migrazioni interne è servito anche a far si che più di cento milioni di cinesi trovassero lavoro restando nelle cosiddette industrie rurali, senza andare a ingrossare le fila dei lavoratori urbani. L’effetto più odioso, a tratti criminale, del sistema di registrazione, in altre parole la mancanza di accesso allo stato sociale in città, è stato parzialmente ridotto dall’evoluzione negli anni ’00 e sarà definitivamente archiviato con le riforme annunciate recentemente. Queste ultime, per converso, apriranno un nuovo fronte di lotta sulla questione della proprietà della terra rurale.

Il revival socialista di Hu Jintao, continuato anche da Xi Jinping che con orrore dei commentatori liberali avvia campagne di studio del marxismo e di autocritica, non proviene certo dalla benevolenza del Partito, ma dalla pressione delle lotte sociali che hanno fatto patrimonio dell’ideologia socialista inculcata nel trentennio maoista e l’hanno usata per spingere a migliorare la propria condizione. In questo senso, la formazione di una nuova coscienza di classe in Cina è forse più avanzata di quanto pensi la stessa Pun Ngai.

La Società Armoniosa è un volume prezioso per la mole di lavoro sul campo, ma è opportuno prendere con le molle le conclusioni politiche. All’interno del discorso sulla rinascenza della classe operaia, il lavoro Pun Ngai testimonia comunque un fatto incontestabile: quello che le nuove ideologie vedono come la sparizione del lavoro in massa è stata semplicemente uno spostamento di questi processi (ovviamente in forme nuove) oltre il palmo del naso di Negri e Hardt. E lo stesso fenomeno sorge negli altri paesi in via di sviluppo: invece di sparire la classe operaia ha cambiato colore della pelle.

Che fare?

La risposta di Formenti sembrerebbe ortodossa: riscoprire Marx, Lenin e Gramsci, ritornare a pensare che il capitalismo non si esaurirà da se, ritornare a immaginare una società di transizione per il lento passaggio dal capitalismo al socialismo al comunismo.

Una parte ortodossa nella proposta di Formenti, che è più una proposta per una ricerca che una proposta d’azione immediata, effettivamente esiste: un pensiero realmente alternativo non può che venire da un’alleanza di classe che, oltre alla classe operaia tradizionale, includa i lavoratori immigrati (specialmente quelli che lavorano nella logistica) e la parte di lavoratori della conoscenza che la crisi ha ripiombato al rango di dipendenti sacrificabili tanto quanto gli operai. Su questi ultimi andrà però fatta un’operazione di egemoni date le incrostazioni ideologiche che si sono accumulate nelle loro teste negli ultimi trent’anni.

Le immagini del PSUV ci stanno sempre bene.

Ma chi dovrebbe fare questo lavoro? La risposta di Formenti qua si fa eterodossa. Sul modello delle esperienze sudamericane propone un modello federativo in cui organizzazioni politiche, sindacati, movimenti e associazioni si uniscano per un progetto di transizione oltre al capitalismo. Il progetto rievoca quello del partito sociale formulato da Mimmo Porcaro in Metamorfosi del Partito Politico e adottato dal Partito della Rifondazione Comunista dopo la svolta di Chianciano, per la verità con l’esito paradossale di aver creato una realtà mutualistica che si autonomizza dal PRC invece di aggregare attorno a un centro di gravità.

Il partito del XXI secolo, evidentemente, ce lo dobbiamo ancora inventare, ne Formenti ne i capi della sinistra radicale hanno la soluzione a questo problema. In ogni caso, mi pare che Utopie Letali ponga delle riflessioni utili e che, alla maniera di Lenin, tracci un confine tra quali sono le riflessioni utili e quali sono invece dannose per la causa.

L’alternativa, quindi, è tra stare in queste riflessioni, o stare nel blog vegetariano del Corriere.

La fabbrica del panico.

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Stefano Valenti – La Fabbrica del Panico
Feltrinelli – pp. 119 – 11 euro

Tu devi alzarti in piedi
dici che la tua vita è destinata a essere quella di un vagabondo
e tu l’hai fatto, hai compiuto qeusto passaggio.
Non avrai mai rimpianti
anche se dovrai soffrire difficoltà terribili.
Prenditi cura di te, dei tuoi amici,
non puoi dire che non c’è modo di tornare indietro.
Ognuno conosce tempi avversi e sfortunati
E patisce tutte queste sofferenze.
Ma, non importa come,
Tu devi alzarti in piedi, tu devi alzarti in piedi.

(Poesia pubblicata in una rivista operaia cinese, 2003)