Lega Nord e Israele

Mio editoriale per La Città Futura sull’accordo di amicizia tra la Provincia di Sondrio e la colonia israeliana di Shomron.

Gli affari della Lega con Israele

L’accordo di amicizia stretto dalla Provincia di Sondrio con la colonia israeliana di Shomron è divantato un caso nazionale. Dopo anni di contatti più o meno formali, l’accordo è stato chiuso negli stessi giorni in cui l’Unione Europea impone un’etichetta diversificata ai prodotti degli insediamenti illegali nei territori palestinesi. La Lega conferma il suo schieramento filo israeliano.

 

[…]

D’altronde la Lega Nord si è sempre opposta al riconoscimento dello stato palestinese, si è schierata contro la Freedom Flottilla, ha dato ai palestinesi la colpa dei bombardamenti su Gaza, collabora strettamente con l’Associazione Italia – Israele. E la lista potrebbe continuare a lungo.

La politica filo israeliana della Lega è una delle poche costanti tra i balletti ideologici del Carroccio: secessione, federalismo o nazionalismo, euro o lira, Russia o Europa, l’amicizia con Tel Aviv non è in discussione.

Novità entusiasmanti per la sinistra

Questa volta è diverso.

Questa volta l’unità della sinistra non si fa con gli errori del passato. Non sarà una cosa elettoralista, non sarà ambigua, non sarà un accordo tra gruppi dirigenti. Sarà democratica, una testa un voto, dal basso, vivrà nella società e nel conflitto, sarà chiaramente ancorata alle sinistre radicali in Europa, sarà autonoma dal Partito Democratico

Infatti, “Sinistra Italiana” nasce in maniera partecipata e dal basso, con un percorso particolarmente innovativo: 7 capi di sigle varie fanno delle riunioni a Roma, poi Il Manifesto ci informa che ci sarà un’assemblea nazionale a Roma in cui si arriverà con nome, simbolo e manifesto politico già scritto dai 7 capi suddetti. Poi l’assemblea si fa o non si fa, si fa a settembre, a ottobre, a novembre. No, a novembre si fa l’assemblea di unificazione dei gruppi parlamentari. L’assemblea di “Sinistra Italiana” (il nome ci è stato ovviamente comunicato tramite articolo di Daniela Preziosi sul Manifesto) si farà a gennaio.

Ma come? Gennaio non è tardi? Si discute dopo le mobilitazioni autunnali e invernali?

Ah, ma ci sono le elezioni amministrative. E a Milano SEL vuole fare le primarie e Civati no. E allora meglio chiudere prima la faccenda milanese e poi parlare tutti insieme.

Ma chi ci va all’assemblea di Roma? Ci sono assemblee territoriali?

Eh, no. Pare di no. A Roma ci va chi ci va.

Mica succede che così si riempie il solito teatro con i solito 2-300 frequentatori di assemblee romane?

Eh si, ma adesso è partito, mica vorrai sabotare l’ultima occasione.

Ma non era l’ultima occasione anche la Sinistra Arcobaleno, Cambiare Si Può, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa? Mica abbiamo detto ogni volta che eravamo a un bivio?

Disfattista! Questo è il posto in cui stare nonostante tutte le critiche che si possono fare. Lo diceva anche Ingrao che bisogna stare nel gorgo.

Ma Ingrao diceva che bisognava stare nel gorgo per giustificare l’adesione al PDS invece che a Rifondazione!

Appunto, mica vogliamo fare Rifondazione 2.0, non l’hai letto il dibattito sul Manifesto? Ormai è possibile solo un certo tipo di riformismo.

Ma come? Ma chi l’ha stabilito? Mica abbiamo fatto un dibattito largo. Ci sono stati solo degli articoli dei soliti capi. E non erano neanche tutti d’accordo?

Se non ti sta bene così sei un sabotatore, la sinistra unita dal basso, senza ambiguità si fa così o non si fa.

Compagno Ingrao

Ora è solo come la pioggia
Come pioggia nelle strade
Con le radici, con le sua ali
Come un Re di Spade

Solo come un sospiro
Un orizzonte perso di vista
È solo come un gigante
È solo un vecchio comunista

Gang – Le radici e le ali

Come si fa a partecipare al cordoglio per Pietro Ingrao? È morto un compagno della cui statura morale nessuno può dire niente, però anche un compagno che penso abbia sbagliato tutte le scelte degli ultimi 35 anni.

Come si fa a partecipare al cordoglio tra gli elogi e i pianti di coloro che una volta furono i suoi feroci nemici? Come si fa senza assumere la spocchia del professorino che pensa “ah, se ci fossi stato il al suo posto certi errori non li avrei fatti”? Senza scadere nella cele

Non lo so come si fa.

Dopo le elezioni in Grecia

Alexis Tsipras ha vinto le elezioni. Ha ottenuto quello che voleva, ora ha un gruppo parlamentare completamente fedele e disposto a seguire la strada del terzo memorandum e conferma la possibilità di formare un governo con la destra dei Greci Indipendenti senza dover nominare ministri del centrosinistra e del centrodestra.

“Con il 50% di astensione non vince nessuno”

La “vittoria” di Tsipras è arrivata al prezzo di un calo della partecipazione alle elezioni, dal 63,62% di affluenza di gennaio al 56,57% di settembre.

Prima ancora di parlare dell’austerità, se si vuole essere minimamente coerenti, non si può fare finta di niente e parlare di “grande vittoria della democrazia e della partecipazione”. Abbiamo passato anni a spiegare la truffa del maggioritario che trasforma una minoranza in una maggioranza, a spiegare che il 40% di Renzi è in realtà il 21,7% degli aventi diritto al voto. Abbiamo contestato l’idea per cui in una democrazia matura vota sempre una minoranza e che “le decisioni sono prese da chi vuole e ha la competenza per partecipare alle elezioni”. Abbiamo sempre detto che nessun cambiamento reale può avvenire senza la partecipazione e soprattutto senza recuperare le masse popolari che si rifugiano nell’astensione perché non trovano rappresentanza nel sistema politico.

Se in Grecia vota poco più che un elettore su due, non possiamo dire cose diverse di quando succede lo stesso in Italia. Il 36,34% di SYRIZA è in realtà il 22,57% degli aventi diritto al voto. Aggiungendo i Greci Indipendenti, il governo rappresenterà il 25,52% degli aventi diritto. Un quarto degli aventi diritto.

Unità Popolare

L’operazione di Unità Popolare s’è fermata sotto la soglia di sbarramento per lo 0,13%, ovvero settemila voti. Anche qui, se si contesta in Italia la soglia di sbarramento come antidemocratica, se si dice che la soglia non solo priva una fetta di cittadini della rappresentanza cui avrebbero diritto, ma spinge anche a votare obtorto collo per i partiti maggiori sotto la spinta del meccanismo antidemocratico del “voto utile”, allora non si può non dire le stesse cose per quanto riguardo la Grecia.

Detto questo, è evidente che Unità Popolare non è riuscita ad accreditarsi come legittimi rappresentante del NO vittorioso al referendum. Chiamando le elezioni anticipate con così poco preavviso Tsipras puntava a impedire alla sinistra di SYRIZA di organizzarsi in maniera efficacie. Era sotto gli occhi di tutti che la sinistra di SYRIZA non fosse un “partito nel partito” pronto a staccarsi e agire autonomamente.

L’attenzione riguardo a Unità Popolare si è concentrata sui “grandi nomi” aderenti. Certamente, il balletto di Zoe Konstantopolou che prima aderisce, poi non aderisce e poi aderisce, non ha fatto bene a Unità Popolare. Certamente, Glezos e Varoufakis che prima dicono che non possono sostenere una lista a favore dell’uscita dall’euro e poi la sostengono, rende l’idea della confusione in cui è stata costruita Unità Popolare.

L’attenzione sui grandi nomi però è sbagliata, tanto più quando si parla di un soggetto politico come Unità Popolare che punta alla lotta e al radicamento popolare. Il vero punto di attenzione dovrebbe essere su quanto Unità Popolare sia in grado di ricomporre tutto quello che è in uscita libera dal processo di disgregazione di SYRIZA. Purtroppo, fino ad ora, non abbastanza. Segnali evidenti sono arrivati durante la costruzione della lista: la coalizione di ultra-sinistra ANTARSYA ha perso alcune frange che hanno partecipato a UP ma si è presentata comunque alle elezioni ottenendo lo 0,85% dei voti, l’organizzazione giovanile di SYRIZA è uscita in blocco ma non ha aderito a UP limitandosi invece a dare indicazione di voto per “tutte le liste anti austerità”, tanti membri del Comitato Centrale di SYRIZA e/o parlamentari hanno rifiutato di candidarsi e sostenere le liste di SYRIZA senza però schierarsi con UP.

Non ho la sfera di cristallo per sapere se il generoso tentativo di Unità Popolare ha le gambe per camminare anche fuori dal parlamento.

Ciò che è sicuro è che ora nel panorama della politica greca l’unica forza politica di sinistra di opposizione all’austerità è il Partito Comunista di Grecia KKE che ha confermato la sua compattezza, prendendo esattamente lo stesso 5,5% delle elezioni di gennaio. Nelle nostre analisi tendiamo sempre a liquidarlo come “settario e ininfluente”. Se la definizione di “settario” si adatta perfettamente alla linea politica del KKE, rimane che avrà pur qualcosa da dire se resta saldo in mezzo agli scossoni che hanno invece tenuto Unità Popolare sotto il 3%.

Il governo del terzo memorandum

Alexis Tsipras ora ha il compito di guidare il governo sotto il terzo memorandum. Dopo la notte del “waterboarding mentale” ci si è dimenticati troppo presto di cosa voglia dire il terzo memorandum.

Sotto il terzo memorandum il governo greco è costretto a ripudiare le leggi fatte negli ultimi mesi che non siano compatibili con il memorandum, da questa falciata si salvano solo alcuni dei provvedimenti “umanitari”, ma neanche tutti. Sotto il terzo memorandum il commissariamento della Grecia è ancora più stretto. Uno dei punti faticosamente strappati dal governo Tsipras a febbraio era che gli ufficiali della troika non dovevano stare ad Atene a controllare ogni singolo atto, era che le trattative dovevano avvenire a Bruxelles dove il governo greco avrebbe discusso i provvedimenti dopo averli presi. Con il terzo memorandum si torna alla troika ad Atene che, per di più, controlla ogni singolo atto parlamentare prima che sia discusso. Con il terzo memorandum il governo greco deve affidare a un fondo modello-Treuhand (l’istituzione che privatizzò i beni della Germania Est in un’orgia di corruzione e inefficienza) beni pubblici per 50 miliardi di euro, una cifra esorbitante per il valore dei beni pubblici greci, raggiungibile solo mettendo sul mercato, letteralmente, le isole greche.

Tsipras si è ricandidato dicendo che lotterà per far pesare questi provvedimenti agli oligarchi, a chi non ha mai pagato le tasse. Dice che lotterà aspettando che nuovi governi di sinistra prendano il potere negli altri paesi periferici e che questo permetta di riaprire la partita a livello europeo.

È lecito dubitare che questo sia fattibile. Innanzitutto, nonostante il governo SYRIZA-ANEL sia formalmente autonomo, di fatto Tsipras ha resuscitato centrodestra e centrosinistra per coinvolgerli nella costruzione del terzo memorandum dopo il referendum. E il centrodestra e il centrosinistra greci (in parte, anche ANEL) sono esattamente i rappresentanti politici di chi non ha mai pagato le tasse e ha campato per tutta la vita facendo il parassita di uno stato inefficiente.

Ma soprattutto, è lecito dubitare che l’opzione dell’ondata di governi di sinistra sia realistica. In Irlanda, Spagna e Portogallo i numeri brutali dicono che a ora non c’è nessuna possibilità seria per nessun governo di sinistra. Forse con l’unica eccezione della Spagna in cui le vicende dell’indipendentismo catalano potrebbero dare un nuovo scossone allo scenario politico, i numeri indicano dappertutto l’affermarsi di grandi coalizioni in totale accordo con le istituzioni europee.

Infine, è lecito dubitare che “ora che ha una nuova legittimazione democratica” SYRIZA sia nelle condizioni per trattare meglio con l’Europa. Il governo Tsipras è già stato punito per aver cercato di condurre una trattativa vera nel momento di massimo consenso elettorale, abbiamo già visto come il tentativo di aprire le contraddizioni tra Germania e Francia si sia concluso con il governo socialdemocratico francese che ha insaponato la corda con cui il governo cristianodemocratico-socialdemocratico tedesco ha impiccato il governo di sinistra radicale greco. L’idea che ci siano ora le condizioni per riaprire la trattativa su punti reali (certo, magari ora invece di 50 miliardi di privatizzazione l’Europa si limiterà a 49 miliardi) assomiglia più a un pio desidero che a una possibilità data dai rapporti di forza reali.

La sinistra italiana e la Grecia

SYRIZA ha chiesto sostegno agli altri partiti del Partito della Sinistra Europea e a tutte le sinistre con una lettera significativamente firmata dal solo responsabile esteri del partito, dato che nel frattempo il segretario di era dimesso. Lettera in cui tutte le colpe sono state accollate alla minoranza interna, in pieno stile da realismo socialista.

La risposta della sinistra italiana è stata il presentat-arm!

Certamente sarebbe stato da vigliacchi voltare le spalle dopo essere andati a farsi belli ad Atene quando le prospettive sembravano rosee. Ma la reazione della sinistra italiana (dalla segreteria di Rifondazione Comunista all’ARCI passando per SEL e Civati) è stata una cosa diversa dalla solidarietà a una forza politica affine che si trova in grande difficoltà, è stata la strumentalizzazione della vicenda greca per legittimare il processo di ricomposizione di gruppi dirigenti all’interno della Costituente della Sinistra, la famosa “SYRIZA italiana” che viene lanciata ormai a scadenze stagionali da un paio d’anni.

Lo schieramento a sostegno di Tsipras è vissuto alla giornata, cercando di sfoderare trucchetti retorici nuovi (e contraddittori) per star dietro alle notizie del giorno. L’atteggiamento ondivago di alcuni personaggi come Manolis Glezos e Yanis Varoufakis ha messo a dura prova i sostenitori senza se e senza ma di Tsipras. Prima hanno esaltato i responsabili Glezos e Varoufakis che pur in disaccordo con Tsipras non partecipavano a Unità Popolare, salvo poi riesumare le accuse di minoritarismo e scissionismo quando ci si è accorti che Glezos e Varoufakis sostenevano Unità Popolare

Accuse di minoritarismo e scissionismo che curiosamente sono esattamente quelle prodotte dal PDS-DS-PD contro la sinistra radicale che ora le volge contro un pezzo di sinistra radicale greca. Accuse che, va detto, suonano a tratti imbarazzanti quando provengono da dirigenti che per anni hanno prodotto disastri elettorali e organizzativi, dirigenti che hanno prodotto lotte di corrente all’ultimo sangue mentre non si accorgevano che le liste non prendevano voti e le organizzazioni perdevano militanti.

Aldilà del pulpito da cui viene la predica, la verità è che la retorica assunta nel sostegno alla “nuova SYRIZA” è pericolosa, su almeno due punti.

Il primo punto è che se un anno fa sembrava data per assunta l’impossibilità di governare da sinistra l’austerità, ora questa possibilità “rientra dalla finestra” dopo essere stata buttata fuori dalla porta. Quando si dice che anche dentro al pesantissimo programma di austerità imposto alla Grecia si possono trovare spazi per politiche redistributive di sinistra cosa si sta facendo se non riaprire alla possibilità di una nuova alleanza col centrosinistra (possibilità che di fatto viene proclamata come unico orizzonte da Vendola e Civati…)?
Certo, per una parte dei partecipanti al progetto di “Costituente della Sinistra” si tratta di una contorsione retorica e tattica. In altre parole, un giro di parole per giustificare il prolungato sostegno a Tsipras. Ma così facendo si fa mostra di avere una retorica vuota. Retorica vuota che si manifesta anche nelle chiacchere sull’Europa. Sia L’Altra Europa sia la segreteria di Rifondazione Comunista hanno detto che, pur nella sconfitta, il terzo memorandum ha il pregio di dimostrare l’irriformabilità dell’Europa. Anche questo appare però come retorica vuota nel momento in cui non si trae nessuna conseguenza. Se l’Europa non è riformabile, vuole dire che bisogna come minimo cambiare completamente l’approccio alle questioni europee. E invece sia L’Altra Europa sia la segreteria di Rifondazione Comunista persistono a riproporre esattamente le stesse proposte politiche di quando si considerava in qualche maniera la riformabilità dell’Europa. La proposta continua a essere la costruzione della “sinistra di governo” fino a quando non ci sarà una coalizione di governi anti-austerità in grado di riformare l’Europa.

Il secondo punto è quello della democrazia interna. Tsipras ha deciso di sgretolare SYRIZA pur di portare avanti la linea che crede giusta. Non si tratta solo dello scontro con la minoranza di sinistra organizzata, Tsipras è andato alla rottura con il segretario del partito, con la maggioranza del Comitato Centrale, con l’organizzazione giovanile del partito, con la corrente sindacale del partito, con le federazioni e le sezioni territoriali.

Personalmente cerco di restare nel quadro di una cultura politica per cui all’interno di un’organizzazione che vuole rimanere unita si deve perseguire la sintesi tra le posizioni: massima democrazia nella discussione, massima unità nell’azione. Poi nella realtà spesso si arretra sul “principio di maggioranza”, tutti fanno quello che decide la maggioranza fatta salva la possibilità per la minoranza di rendere nota la propria posizione. Questo “principio di maggioranza” è quello che è stato rispettato dalla minoranza di SYRIZA durante gli ultimi due anni, inclusa l’azione di governo. Tsipras con la mossa delle elezioni non ha solo rifiutato il principio della sintesi, ha rifiutato il principio di maggioranza andando a elezioni in cui si sarebbe comunque tolta qualunque agibilità alla minoranza.

È questo il tipo di democrazia interna cui allude la Costituente della Sinistra? Una democrazia interna in cui chi non è d’accordo è fuori? Una democrazia interna in cui il gruppo dirigente dell’organizzazione è totalmente autonomo dal resto dell’organizzazione? Una democrazia interna in cui determinate posizioni “euro scettiche” sono messe al bando?

Non si tratta di una questione marginale. Io la vivo dall’interno del PRC, dove sono e dove resto. Come può il PRC partecipare a una costituente che proclama il principio democratico di “una testa un voto”, ma poi, di fatto, legittima il principio leaderista per cui decide tutto la singola persona o un ristrettissimo gruppo dirigente? L’ipotesi che la “SYRIZA italiana” assuma questa modalità è molto più che un’ipotesi, l’abbiamo vista in azione quando sono state formate le liste de L’Altra Europa, liste formate dai sei “garanti” senza nessun tipo di controllo democratico ma con l’approvazione personale di Alexis Tsipras. All’epoca abbiamo dovuto ingoiare il boccone amaro per l’impellenza delle elezioni. Oggi?

Ma si tratta di qualcosa che investe tutta la sinistra che potrebbe essere interessata a una ricomposizione. La questione europea, la questione dell’Unione Monetaria Europea investe trasversalmente tutti i settori della sinistra politica, sindacale e di movimento. In tutti i settori si possono trovare compagni che sono fedeli all’idea degli Stati Uniti d’Europa in maniera religiosa, compagni traghettati ormai a posizioni anti europeiste e un grande spettro di posizioni confuse, dinamiche, in movimento. A questo si risponde dicendo che la linea è “dentro l’euro, a costo di gestire noi l’austerità”?

Ovviamente, questo apre a una domanda ancora più grande: perché facciamo la ricomposizione della sinistra? Si tratta di un obiettivo strategico in sé cui bisogna sacrificare tutte le possibili dissidenze? O si tratta di un mezzo per raggiungere degli scopi?

Per un manifesto dei comunisti e delle comuniste di Rifondazione

L’adesione può essere segnalata inviando una mail a alternativaprc@gmail.com e specificando nome, cognome ed eventuale incarico.

Europa. La vicenda greca è destinata ad avere profonde ripercussioni innanzitutto sul popolo greco, ma anche sulle sinistre comuniste ed anticapitaliste europee. L’umiliante diktat imposto alla Grecia, conferma e rende ancor più evidente agli occhi di milioni di persone la natura irriformabile di questa Europa a trazione tedesca. Al tempo stesso evidenzia una pesante sconfitta, più esattamente la capitolazione, del governo Tsipras, eletto proprio su un programma contro l’austerità e i trattati europei, e l’assenza di una iniziativa adeguata della sinistra anticapitalista a livello europeo in grado di sostenere l’esperienza greca. Le stesse forze del GUE/SE hanno mostrato in merito forti limiti di ruolo e di iniziativa.

Mentre dobbiamo rilanciare con forza la mobilitazione in solidarietà con il popolo greco, occorre fare chiarezza sulla perdente illusione di modificare questa Europa, occorre aprire una riflessione profonda sulla nostra strategia e su cosa significa lottare adesso contro questa Europa ed i suoi trattati, senza escludere, ma ponendo all’ordine del giorno il tema della rottura ed uscendo da formule generiche ed illusorie, come la “disubbidienza ai trattati”.

La linea della segreteria Ferrero viene duramente smentita dalla vicenda greca: altro che “contingente necessità”, questa impone un concreto cambiamento di linea e di gruppo dirigente per impedire la scomparsa di un ruolo utile del PRC, nonostante il generoso lavoro di tanti circoli e federazioni del partito.

Il progetto de “l’Altra europa con Tsipras” non ha rappresentato un reale processo di costruzione di una coalizione di sinistra in grado di opporsi efficacemente al Governo Renzi e alle politiche di austerità, e adesso viene utilizzato solo come strumento per dar vita ad un nuovo contenitore con Civati e Vendola, senza tener conto delle posizioni espresse più volte da queste forze che hanno l’obiettivo strategico di rifondare il centrosinistra, ovvero una “grande SEL” finalizzata ad un nuovo Ulivo, una “terra di mezzo” che ci riporterebbe allo stesso punto da cui è iniziata la crisi di Rifondazione..   Dopo varie esperienze fallimentari, occorre assumere la consapevolezza che i temi dell’alternativa di sistema, della sovranità popolare, della ricomposizione di un blocco sociale alternativo e la necessità di un ampio schieramento di sinistra a livello nazionale ed europeo non sono affrontabili con scorciatoie politiciste e con progetti deboli come la “costituente di sinistra”, che rischiano di naufragare al primo reale problema posto dal conflitto di classe, essendo privi di un programma di rottura con la gestione capitalistica della crisi e di un effettivo radicamento sociale.

Anche il tema del governo, posto con una certa insistenza a immagine di Syriza, non può essere risolto, bypassando la questione complessa della ricostruzione di un adeguato consenso di massa, dell’internità ai conflitti e dunque di un lavoro sociale e politico effettivo che faccia la necessaria chiarezza sulle prospettive senza seminare pericolose illusioni di tipo elettorale e produrre nuove sconfitte.

La proposta della “costituente di sinistra”, che dovrebbe decollare dal prossimo ottobre/novembre, rappresenta una preoccupante involuzione della linea del partito, rispetto alle stesse conclusioni del Congresso di Perugia, linea divenuta ormai incerta ed in balia di ipotesi politiche prive di un adeguato respiro strategico e ambigue rispetto al centrosinistra, una linea che nei fatti mette a serio rischio l’esistenza stessa del PRC come partito comunista autonomo, radicato socialmente e capace di proposta politica.

Gli stessi risultati elettorali delle ultime regionali, con il forte aumento dell’astensionismo, la consistente perdita in voti e percentuali del PD, la crescita del voto populista e reazionario alla Lega, la tenuta del M5S, evidenziano ancora una volta la mancanza di un chiaro riferimento a sinistra, in grado di intercettare il disagio sociale di ampi settori popolari colpiti dalla crisi e togliere spazio al populismo fascio-leghista.

La “costituente di sinistra” si rivela un’ipotesi priva di concretezza e di un reale spazio riformatore nell’attuale contesto segnato dalla crisi: infatti Renzi non rappresenta un incidente di percorso, ma lo sviluppo/accelerazione delle precedenti politiche del PD, con l’abbandono definitivo di ogni legame con una cultura democratica e costituzionale. Egli rappresenta lo strumento più utile al capitalismo ed ai poteri forti per gestire la crisi a loro favore con l’attacco ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, ai beni comuni, alla democrazia e alla Costituzione, con il taglio della spesa sociale, con l’aumento delle spese militari per nuove guerre. Inoltre, il drammatico flusso migratorio di uomini e donne verso l’Europa, diretta conseguenza dello sfruttamento e delle guerre portate avanti dall’occidente capitalistico, si scontra con il colpevole disinteresse e la palese incapacità dell’Europa di rispondere in modo dignitoso a tale fenomeno, un vero e proprio respingimento, mentre la destra fascista e xenofoba alimenta e diffonde pericolosi focolai di guerra tra poveri all’interno dei ceti popolari colpiti dalla crisi.

L’uscita dal PD di esponenti della sinistra è un fatto importante che dobbiamo valorizzare con l’azione comune su battaglie concrete, ma per un’uscita da sinistra dalla crisi non c’è spazio per progetti fragili o solo per fini elettorali, né per illusioni riformiste. Occorre ricostruire una proposta dal chiaro profilo anticapitalista in grado di riconquistare credibilità ed egemonia sulla base di un programma e di un effettivo radicamento nei conflitti, modificare gli attuali rapporti di potere, ricomporre un blocco sociale e delineare un’alternativa di sistema. Occorre anche una profonda discussione sul carattere del nuovo capitalismo che non si basa solo sul dominio economico, ma affonda le radici sulle vite di donne e uomini, colonizzandone i corpi, il senso comune e la coscienza di sé.

Su questo terreno si colloca oggi il ruolo autonomo, utile e non settario, il progetto e l’identità di una forza comunista, come il PRC, se è vero che il comunismo rappresenta il movimento reale che abbatte e trasforma lo stato di cose presente. Fuori da questa prospettiva di classe, c’è solo ondeggiamento opportunistico, subalternità, perdita di autonomia, cessione di sovranità e dunque liquidazione del partito.

Costruire subito un vasto fronte di opposizione al Governo Renzi ed alle politiche di austeritàdella Troika rappresenta il terreno concreto per costruire una coalizione sociale e politica della sinistra di alternativa, capace di promuovere ed essere interna ai conflitti sociali. In questo ambito, occorre restituire al PRC una reale capacità di interlocuzione, di iniziativa e di protagonismo politico.. Solo sulla base di concrete convergenze su contenuti e pratiche comuni, saranno possibili forme di coordinamento che riconoscano la pluralità e l’autonomia dei diversi soggetti ed anche credibili esperienze di unità d’azione sul terreno elettorale.

Quale forma e percorso debba avere questo processo è proprio il tema su cui tutto il partito deve discutere e produrre concrete esperienze nei territori. Infatti la complessità del variegato fronte di resistenza alla crisi non può essere rappresentata da un soggetto politico unico a cui cedere sovranità, ma da un’ampia e plurale convergenza di soggetti sociali e politici unita da:

  1. un programma di fase che abbia al centro i bisogni sociali nella crisi, da costruire in stretta connessione con i movimenti ed i conflitti di classe, definendo concrete campagne a partire dalla questione centrale del lavoro e della riduzione di orario (stop precarietà e lavoro volontario, no Jobs Act, tutela del salario, pluralismo e democrazia sindacale), ai basilari diritti sociali e contro qualsiasi guerra tra poveri (diritto alla casa e alla salute, difesa dei redditi e del sistema pensionistico, reddito di cittadinanza, ruolo democratico della scuola pubblica, pubblicizzazione dei beni comuni), alla difesa della Costituzione e contro le logiche maggioritarie della legge elettorale, fino alla mobilitazione contro la Nato e la BCE;
  2. una comune pratica e presenza nelle lotte per sviluppare il radicamento e il ruolo politico;
  3. una chiara collocazione al di fuori e contro l’orizzonte del centrosinistra con o senza Renzi, a livello nazionale e locale.

Come dimostra la rottura in corso all’interno di Syriza, non è la formula del soggetto politico “una testa, un voto” che garantisce l’unità, ma solo la condivisione di un chiaro programma politico.

La crisi strutturale del capitalismo ripropone l’attualità della questione comunista e rilancia la necessità della rifondazione di un partito comunista capace di svolgere un ruolo propulsivo e di riaggregare le tante soggettività comuniste oggi disperse, su un profilo, una proposta politico-programmatica ed una forma partito all’altezza della crisi attuale, in grado di interpretare e raggiungere i nuovi soggetti sociali…

Rifondazione del partito e costruzione di un ampio movimento anticapitalista e antimperialista sono le due priorità, tra loro dialetticamente connesse, su cui deve lavorare il PRC in questa fase per uscire dalla marginalità e dalla crisi politico-organizzativa di questi anni, per rimettersi in movimento con la società e delineare una prospettiva socialista all’altezza dei nostri tempi.

A tal fine, insieme all’approfondimento di comuni storie e basi ideologiche, occorre unire una profonda riflessione sui limiti dell’esperienza comunista di questi anni, un aggiornamento dell’analisi di fase e l’avvio di una nuova presenza dei comunisti nella società, così da evitare scorciatoie autoreferenziali o concepite sulla base di un’identità astratta.

Con questa prospettiva sarà possibile ricostruire il senso di appartenenza e la militanza di tanti compagni/e oggi demotivati da scelte e modalità di lotta politica interna inaccettabili.

La ripresa del conflitto e un concreto piano di reinsediamento sociale del partito, l’entrata in campo di nuove esperienze e generazioni saranno determinanti per invertire la tendenza e riaggregare i comunisti e le comuniste, ma questa nuova fase deve essere avviata da subito con l’attivazione di un ampio processo di democratizzazione e con un reale cambiamento nello stile di lavoro che sappia unire dialettica e pluralismo interno, condizioni essenziali per una gestione collegiale del partito.

È fondamentale in questo senso che si tenga al più presto la Conferenza Nazionale dei Giovani Comunisti/e in modo democratico, plurale e trasparente.

In questa fase diventa essenziale riprendere un percorso di formazione politica volto a costruire in modo diffuso analisi, critica e pratica politica, a ristabilire un nesso profondo tra teoria e prassi, tra condizione sociale e coscienza politica. A tal fine è necessaria la ripresa del conflitto di genere, strettamente connesso al conflitto di classe, contro il maschilismo e la concezione patriarcale, presente anche nel partito a tutti i livelli. Non si tratta di assegnare quote alle donne, ma di cambiare i tempi e le modalità della politica, di riconoscere l’autodeterminazione, la differenza e la passione politica delle compagne.

Il profondo rinnovamento politico, culturale, di genere e generazionale, di cui il PRC ha urgente bisogno, rende necessario – prima che sia troppo tardi – anticipare il congresso del partito per la ridefinizione della linea e dei gruppi dirigenti a tutti i livelli.

(Testo approvato nel corso della Scuola di formazione politica di Poggibonsi, su cui raccogliere ulteriori firme tra i compagni/e di Rifondazione Comunista a tutti i livelli, a partire dai circoli, diffondendo il documento e promuovendo la discussione e l’iniziativa politica.

Poggibonsi (SI), 29 agosto 2015

Primi firmatari (in ordine alfabetico):

Imma Barbarossa – CPN del PRC

Luca Cangemi – CPN del PRC

Stefano Grondona – CPN del PRC

Daniele Maffione – CPN del PRC

Marco Nebuloni – CPN del PRC

Gianluigi Pegolo – CPN del PRC

Bruno Steri – CPN del PRC

Sandro Targetti – CPN del PRC

Arianna Ussi – CPN del PRC

 

 

Appello per Unità Popolare

La fine dell’esperienza di SYRIZA non può evidentemente essere liquidata in poche parole. Ci saranno modi e momenti nei prossimi tempi per ritornarci. Comunque, bisogna anche prendere parte. Ho firmato insieme ad altri compagni questo appello di solidarietà con Unità Popolare.

 

Appello: Solidarietà al popolo greco e alle forze sociali e politiche che si oppongono al nuovo memorandum