Flassbeck e Lapavitsas: Against the Troika

Il libro di Flassbeck e Lapavitsas esplora le possibilità di un governo di sinistra alla guida di un paese dell’Eurozona e le possibilità di un governo di sinistra nell’uscita dall’Eurozona. Scritto prima della vittoria elettorale di Tsipras, è interessante leggerlo alla luce dei primi mesi del governo di sinistra ad Atene, mentre il “piano B” comincia a essere discusso.

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Heiner Flassbeck e Costas Lapavitsas – Against the Troika: crisi and austerity in the Eurozone – Versobooks – 144 pp – 14 euro/3 euro digitale

 

Flassbeck e Lapavitsas, insieme, non fanno esattamente l’immagine del no-euro come ce lo si immagina in Italia. Il libro Against the Troika: crisi and austerity in the Eurozone è difficilmente accusabile di populismo grillino o leghista, presenta un’argomentazione economica solida, ovviamente altri economisti pro-euro avranno argomenti per ribattere, ma si viaggia lontani dai terreni tipo “fuori dall’euro c’è il Paradiso Terreste, perché si”. È anche un libro europeista, l’argomento più emozionale è che l’attuale assetto sta disgregando l’Unione Europea ed è meglio fare ora un passo indietro per poter tornare in futuro a costruire un’Unione vera, d’altronde Flassbeck era consigliere di Lafontaine quando quest’ultimo era ministro delle finanze della Germania e costruiva materialmente l’Unione Monetaria Europea. Infine, è un libro internazionalista, sfidando così il luogo comune che vuole ogni messa in discussione dell’euro un cedimento alla nostalgia reazionaria delle piccole patrie; è scritto da un greco e da un tedesco e presenta testi aggiuntivi del giornalista inglese Paul Mason, del leader della Linke Oskar Lafontaine e del leader di Izquierda Unida Alberto Garzon.

L’Unione fallita

L’argomentazione principale di Against the Troika era già stata esposta dagli autori in un’analisi pubblicata sul sito della Fondazione Rosa Luxemburg, e viene esposta nel libro in maniera appena appena più discorsiva. Senza pretendere di farle giustizia, si può riassumere così: per Flassbeck e Lapavitsas l’idea della cooperazione monetaria non è sbagliata in sé, anzi, è necessaria e al di fuori di qualsiasi forma di cooperazione monetaria sarebbe impossibile per un governo progressista garantire che i propositi progressisti non vengano spazzati via dalla prima turbolenza internazionale (Capitolo 2.1). Il problema dell’Unione Monetaria Europea è però che è stata basata sui pregiudizi ideologici monetaristi della Banca Centrale Europea per cui l’unico metodo per governare l’inflazione sarebbe solo e soltanto la leva monetaria (Cap 2.2) escludendo così il governo di salari e profitti e quindi la possibilità di attuare una convergenza tra i vari paesi europei in una crescita coordinata dei salari e della produttività del lavoro (Cap 2.3-5). A questo si aggiunge che la BCE è venuta meno ai propri compiti di sorveglianza sulla Germania, essendo quest’ultima colpevole di aver tenuto la propria inflazione (e quindi i salari) più bassa dell’obiettivo comune europeo, un’infrazione che per gli autori è ben più grave della mancanza di rigore dei paesi periferici, che sono invece stati vigilati duramente dalla BCE (Cap 3)

Fuori dall’euro?

Per gli autori un qualunque governo di sinistra nei paesi della periferia (discorso diverso per i paesi semi-periferici, cioè Italia e Francia) si troverebbe di fronte a una “triade impossibile”, tre cose impossibili da sostenere contemporaneamente: la ristrutturazione del debito, l’uscita dall’austerità e la permanenza nell’Unione Monetaria Europea; le regole di quest’ultima sono fatte in modo che lo stato non possa effettuare gli interventi economici (per esempio, intervenire sul sistema bancario per affrontare le perdite dei privati in merito alla ristrutturazione del debito) necessari ai primi due punti (Cap 7.2).

Non è difficile leggere in questo una facile previsione di quello che è successo in questi mesi di governo Tsipras, non a caso Costas Lapavitsas (ora anche parlamentare) è l’economista di riferimento della Piattaforma di Sinistra, l’area di SYRIZA che giudicava irrealistica l’ipotesi dell’accordo onorevole già da prima delle elezioni . Quali sono quindi le alternative? Il libro affronta due possibili scenari di uscita, uno consensuale (cap 7.3) in cui l’Europa per evitare ulteriori conflitti negozia l’uscita e fornisce anche della liquidità per il tempo necessario ad Atene a sistemare la nuova emissione di moneta, uno conflittuale (cap 8) in cui ci sarebbe molto meno tempo. Il libro non nasconde certo i problemi dell’uscita, ma apre anche alla possibilità che un’uscita dall’Eurozona di un paese periferico potrebbe essere usata per tornare a sfruttare la manodopera ora disoccupata a fini di consumo interno e usare il disavanzo verso l’estero, ironicamente causato dall’austerità, per rifornirsi sul mercato internazionale dei beni difficili da produrre all’interno come medicinali e carburante. Un ritorno a un impiego così massiccio della manodopera potrebbe portare, soprattutto, a un mutamento dei rapporti sociali e alla possibilità di riaprire l’idea di un cambiamento reale della società a lungo termine. Per fare tutto questo, sia “consensualmente” sia “conflittualmente”, sono però necessarie delle premesse, desumibili dalla crisi cipriota: a) recupero delle capacità tecniche di battere moneta; b) doppia circolazione monetaria già in atto; c) controllo dei movimenti dei capitali. Per fare questo sono necessarie competenze tecniche che i tecnici cresciuti nell’era dell’euro non hanno, quindi è necessario richiamare in servizio tecnici dell’epoca della dracma e importarne da paesi esteri che detengono il know-how (leggasi, dalla Russia).

Ma, e qui sta per la mia lettura l’importanza del libro, un’eventuale Grexit non è solo questione di possibilità economiche e tecniche, non è una medaglietta da appuntarsi al petto durante una disquisizione accademica. Non è, per dirla con Mao, un pranzo di gala. È un fatto politico. Per gli autori i tre punti “tecnici-preliminari” servono anche e soprattutto a mobilitare l’opinione pubblica, alla battaglia politica, a preparare all’idea che l’uscita, specie quella conflittuale, deve essere affrontata in maniera determinata, sapendo per quanto possibile a cosa si va incontro.

E qui sorge un problema grosso: la linea elettorale di SYRIZA non è stata quella di preparare l’opinione pubblica all’uscita dall’euro, anzi, è stata quella di insistere, insistere, insistere sul compromesso onorevole coi creditori, tanto da negare la stessa esistenza di un “piano B”. E SYRIZA aveva le sue ragioni per farlo. Per Stathis Kouvelakis:” credo che l’egemonia ideologica della classe dominante in Grecia sia stata basata sul progetto europeo, sull’idea che aderendo al processo d’integrazione la Grecia sarebbe diventata un paese moderno, un “paese europeo sviluppato”, e sarebbe definitivamente e irreversibilmente entrata nel club delle società europee occidentali più sviluppate e avanzate. Io credo che sia una specie di fantasia di longue durée della Grecia come nazione indipendente: diventare una parte accettata dell’Europa occidentale. Nel primo decennio dopo l’entrata dell’euro è sembrato che questa fantasia fosse diventata realtà.” L’Unione Monetaria Europea (termine col quale sarebbe bene cominciare a riferirsi all’euro, per evitare di cadere nella trappola per cui si identifica la moneta unica con l’idea di Europa a qualunque livello) è stata e rimane per molti greci (specie della “classe media” che si è rivolta a SYRIZA dopo il fallimento delle grandi coalizioni) una forza simbolica-politica enorme, uscirne prima che una questione di fattibilità economica è questione di rinunciare al sogno di diventare tutti come la Germania. Ma è un sogno che forse sta cominciando a declinare. Per quanto possano valere i sondaggi, la maggioranza dei greci è ancora favorevole a rimanere nell’Eurozona, ma quando si chiede se è a tutti i costi, l’opinione pubblica si divide a metà. Sapendo che questo non verrà comunque deciso dal popolo greco, la questione diventa: SYRIZA sarebbe capace di organizzare il sostegno popolare nel caso dovesse trarre il dado e uscire dall’euro? O verrebbe piuttosto travolta, trovandosi il doppio danno di avere la Grexit gestita dalle destre?

SYRIZA, dopo aver mantenuto la barra sulla linea ufficiale per mesi, si sta muovendo su questo fronte. Il giornalista Paul Mason sostiene, da febbraio, che ci sia un’ondata di radicalizzazione dentro SYRIZA, anche tra chi non appartiene alle correnti radicali organizzate nella Piattaforma di Sinistra. Ora è anche la presidente del parlamento Zoe Konstantopoulou a prendere posizioni radicali sul debito che potrebbero portare alla rottura, mentre le posizioni di Lapavitsas vengono discusse apertamente su AVGI, l’organo ufficiale di SYRIZA.

La questione dell’uscita dall’euro viene, in Italia, usata come un derby tra tifoserie opposte che commentano le varie opzioni proposte dagli economisti, spesso senza capirle fino in fondo (piccola nota a margine: quanti hanno capito che Bagnai sostanzialmente propone lo “spirito del 1992-1993”?). Ma il punto non è solo studiare ciò che dicono i modelli economici, il punto è capire che  euro o exit sono opzioni che devono vivere dentro società particolari. Se non si capisce che la Grexit (o la proposta di uscita dell’Italia, o di qualunque paese) è un fatto politico e non tecnico, si può continuare a illudersi di essere quelli più di sinistra, quelli più anti imperialisti, quelli più rivoluzionari, ma ci si sta solo baloccando con delle ricette per l’osteria dell’avvenire.

Tsipras tra Europa e BRICS (e altre cose successe)

Articolo mio per il Collettivo Stella Rossa:

I rapporti con le nuove potenze “emergenti” sono comunque una risorsa importante per Atene, non è privo di significato che proprio mentre si svolgeva l’eurogruppo sia stata resa pubblica la notizia che la Grecia sta valutando l’offerta venuta dalla Russia di entrare tra i soci della New Development Bank, l’istituto finanziario creato dai BRICS. Quello che bisogna tenere in mente, però, è che questi sviluppi richiedono comunque tempo e che la crisi greca rischia di precipitare in ogni momento.

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Dal momento della stesura dell’articolo (11-16 Maggio), sono successe cose:

1) Il 18 maggio la segreteria di Syriza ha lanciato l’appello “L’Europa al momento della verità“, chiedendo la solidarietà di tutte le forze anti-austerità in cui spiega che il governo greco ha fatto di tutto per arrivare a un accordo. E in cui si sottintende che i cazzi amari sono in arrivo.

2) Sempre il 18 maggio c’è stato l’ennesimo documento fatto trapelare, stavolta è della Commissione Europea e si dice che l’Europa è disposta a dare 5 miliardi di euro in cambio di a) avano primario del 0,75% b) aumento dell’IVA dal 15 al 18%, abbassamento delle pensioni dei dipendenti pubblici, mentre si “concederebbe” di non toccare il mercato del lavoro. E’ lecito sospettare che un accordo del genere non passerebbe al parlamento greco e porterebbe a una scissione in SYRIZA.

3) il 20 maggio il governo greco ha annunciato che il 5 giugno, se non si troverà un accordo prima, potrebbe decidere di fare i pagamenti dell’amministrazione pubblica e non del debito nei confronti del Fondo Monetario Internazionale. Si noti che non ha annunciato, come riportano i giornali italiani, che lo farà di sicuro. Si noti anche anche che, comunque, questo conferma i calcoli fatti trapelare dall’FMI il 16 maggio, secondo i quali tra giugno, luglio e agosto la Grecia si troverà a fare default.

La carta di Milano è una boiata pazzesca

EXPO: La Carta di Milano. Sotto le parole nulla.

di Vittorio Agnoletto e altri

La Carta c’è, è ufficiale. E’ stata presentata coi toni dei grandi eventi istituzionali che cambiano la Storia. Ma non sarà così.

La Carta di Milano scivolerà nella storia senza incidere alcunché, legittimando ancora il modello agroalimentare che ha prodotto insostenibilità, disastri ambientali e le terribili iniquità che vive il nostro mondo e che la stessa Carta denuncia ma ignorando lo strapotere politico delle multinazionali, che stanno dentro ad Expo e che sottoscrivono la Carta. […]

La “Carta di Milano”, presentata come l’eredità che EXPO lascia al mondo, è una grande operazione mediatica, che si limita a dichiarazioni generiche senza andare alle cause e alle responsabilità della situazione attuale. […]

Nella “Carta” si parla di  diritto al cibo equo, sano e sostenibile, si accenna persino alla sovranità alimentare, si ricorda che il cibo oggi disponibile sarebbe sufficiente a sfamare in modo corretto tutta la popolazione mondiale, si  sprecano parole nate e vissute nella carne dei movimenti, ma poi?

La responsabilità di tutto questo sarebbe solo dei singoli cittadini: dello spreco familiare ( che è invece surplus di produzione) che andrebbe  orientato verso i poveri e verso le opere caritatevoli, sta nella loro mancanza di educazione ad una corretta alimentazione, al risparmio di cibo e di acqua, ad una  vita sana e sportiva.

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Non che ci volesse la scienza di Cavour per capirlo, ma adesso siamo alla certificazione. Le brave associazioni che si sono messe a lavorare dentro EXPO (expo dei popoli, expo diffuso e chi più ne ha…) sono state l’utile idiota del progetto di greenwashing attuato dalle multinazionali. Ovviamente sono state concesse tutte le circonvoluzioni di parole che volevano le associazioni, fino al limite in cui si dovesse andare a toccare le ragioni strutturali della “fame nel mondo”. La Carta di Milano rimane tutta all’interno del filone neo liberale per cui il problema è riconducibile a una serie di scelte personali, con un accenno di senso di colpa cattolico (“non avanzare i broccoli che al mondo c’è la gente che muore di fame!”) così è contento anche Sua Santità.

Dovrebbero, le associazioni che hanno voluto partecipare a EXPO, provare a trarre delle conclusioni da tutto questo. Dovrebbero provare forse anche un po’ di imbarazzo rispetto alla retorica usata (ricordo un dirigente nazionale ARCI sostenere che stare dentro EXPO fosse in piena continuità con lo spirito di Genova2001). Dovrebbero riconsiderare l’atteggiamento tenuto da un paio d’anni a questa parte verso coloro che consideravano EXPO “non emendabile”.

D’altra parte, sono sicuro che non lo faranno.

 

 

La Giornata della Vittoria

Il ghigno d’ignoranza con cui i giornali occidentali si esaltano per la mancata partecipazione del cosiddetto “occidente” alle celebrazioni del settantesimo anniversario della sconfitta del nazismo è preoccupante.

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1) Storicamente è penoso vedere i paesi che sono stati liberati dal nazismo dimenticarsi con leggerezza che questo è successo grazie a più di venti milioni di vittime sovietiche. Tutta la retorica della memoria viene buttata nella spazzatura per sovrapporre alla Storia la polemica odierna con Putin.

2) A Mosca c’erano gli africani, i sudamericani, gli asiatici. In pratica c’era il mondo, tranne gli Stati Uniti e il loro sistema di alleanze. La pervicacia con cui i giornali occidentali, e quelli italiani in particolari, vogliono continuare a vivere in un mondo in cui l’occidente è ancora la potenza incontrastata e il resto può solo aspettare di ricevere la benevolenza dei padroni bianchi è, oltre che eticamente rivoltante, il sintomo di quanto si viva fuori dalla realtà.

3) In realtà degli occidentali alle celebrazioni di Mosca c’erano: il presidente cipriota Anastasiadis e il presidente greco Tsipras. Non è cosa di poco conto che non li si consideri “occidentali”, è solo uno dei tanti mezzi in cui si delegittimano due governi in conflitto forte con l’Unione Europea (Cipro sta sollevando la questione di come è stato gestito il “salvataggio” delle banche). Sostenere sottilmente (neanche tanto…) che la Grecia non sia occidente è una maniera per recidere i legami sentimentali degli europei verso la Grecia (da “culla della civiltà europea” a “amica del pittoresco tiranno orientale”) e quindi legittimare tutti i pesantissimi ricatti a cui sottoposta. Chiaramente, questa è una linea sottile che non implica che ci sia una regia unificata che da una qualche segreta stanza ordisce un complotto. Un po’ peggio, implica che tutta la stampa italiana sia predisposta a ricevere i segnali che vengono mandati dai governi che contano, ed eseguire.

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Perchè scrivere quando c’è chi dice molto meglio le cose?

Una testa, un voto: perché il proporzionale è la lezione fondamentale della rivoluzione francese. E perché, in Italia, è la democrazia

di Gianpasquale Santomassimo, Il Manifesto 29 gennaio 2014   Tutti hanno potuto con­sta­tare il crollo ver­ti­cale di cre­di­bi­lità e di rap­pre­sen­tanza che la poli­tica ha vis­suto negli ultimi vent’anni. Eppure per­si­stono leg­gende radi­ca­tis­sime che demo­niz­zano la “prima Repub­blica”. C’erano troppi par­titi, si dice. Erano media­mente sette: nulla a che fare con gli oltre qua­ranta rag­grup­pa­menti cen­siti all’epoca dei governi di Sil­vio Ber­lu­sconi. C’erano pic­coli par­titi, si dice. C’era qual­che pic­colo par­tito, digni­toso e pieno di sto­ria, come il par­tito repub­bli­cano di La Malfa: nulla a che fare con gli “amici di Mastella”, i “respon­sa­bili” di Sci­li­poti e via dicendo. Cam­bia­vano troppi governi, si dice, vero, ma si dimen­tica la sostan­ziale con­ti­nuità di un sistema poli­tico che ha avuto pochis­sime svolte nell’arco della sua esi­stenza. Se si fosse voluto vera­mente ovviare a que­sto pro­blema si poteva inse­rire in Costi­tu­zione il prin­ci­pio della sfi­du­cia costrut­tiva, che garan­ti­sce la sta­bi­lità della più solida demo­cra­zia euro­pea, quella tede­sca, che era – con molte dif­fe­renze — anche la più vicina al nostro ordinamento. E a pro­po­sito di sistema tede­sco, va ricor­dato come, nel suo totale anal­fa­be­ti­smo isti­tu­zio­nale, Mat­teo Renzi abbia dichia­rato più volte che è incon­ce­pi­bile che la Mer­kel pur avendo vinto le ele­zioni sia stata costretta a fare “inciuci” con le oppo­si­zioni. Ma si chiama demo­cra­zia par­la­men­tare, non è la “Ruota della For­tuna”, per gover­nare devi avere una mag­gio­ranza in par­la­mento, e anche prima delle ultime ele­zioni la Mer­kel non aveva la mag­gio­ranza asso­luta ma gover­nava assieme ai libe­rali, ora scom­parsi dal par­la­mento. E non è vero che “in tutto il mondo” la mino­ranza che prende un voto in più delle altre si prende tutto il cucuz­zaro, come ritiene il poli­tico di Rignano sull’Arno: que­sta assur­dità esi­steva solo nel nostro sistema elet­to­rale che la Corte ha dichia­rato inco­sti­tu­zio­nale. […] Si usa dire, anche a sini­stra, che il pro­por­zio­nale ren­de­rebbe obbli­ga­to­rie le lar­ghe intese. Non è affatto vero: per­ché un sistema elet­to­rale com­porta scelte diverse da parte degli elet­tori, come si vide nell’Italia del 1919 (e come, in nega­tivo, abbiamo visto nell’Italia del 1994), e un voto libero da assilli e ricatti di voto “utile” o coar­tato può final­mente rispec­chiare il paese reale e dar­gli rap­pre­sen­tanza. Certo que­sto sistema richie­de­rebbe comun­que intese come è nella nor­ma­lità della demo­cra­zia par­la­men­tare, e richie­de­rebbe capa­cità di far poli­tica, di tro­vare media­zioni, di dare rap­pre­sen­tanza alla com­ples­sità della società. Temo che qui si apri­rebbe una bat­ta­glia molto dif­fi­cile, soprat­tutto a sini­stra, dove la droga mag­gio­ri­ta­ria ha fatto per­dere com­ple­ta­mente la cogni­zione della realtà e dei rap­porti di forza. Non riguarda solo il Pd, nato con una “voca­zione mag­gio­ri­ta­ria” (che in genere è ser­vita a creare mag­gio­ranze altrui), ma anche i cespu­glietti subal­terni che non sareb­bero in grado di supe­rare il quo­rum ma con­du­cono vita paras­si­ta­ria in sim­biosi con l’organismo del par­tito maggiore. Per leggere tutto clicca qui. renzi_riformaelettoraleR439_thumb400x275 Ma alcune cose da aggiungere ci sono. Innanzitutto, l’Italicum è una brutta legge elettorale, ce ne avevamo una brutta (la famosa “porcata”), la Corte Costituzionale aveva fatto un lavoro di taglia e cuci che consegnava una legge decente, ovviamente non era realistico che potesse durare. Tra i tanti problemi dell’Italicum il fatto che possa consegnare la maggioranza assoluta a Renzi non è neanche il più grosso. Con l’Italicum qualunque avventuriero populista potrebbe avere la maggioranza assoluta (Grillo se dice bene, Salvini se dice male, qualcosa di peggio di tutti e tre che ancora non vediamo se ci dice malissimo), senza che ci sia una qualche possibilità di dare battaglia dall’opposizione. L’impressione è che gli apprendisti stregoni stiano evocando il modello francese mentre sono gli stesso apprendisti stregoni francesi a essere impanicati dall’idea che la Le Pen possa vincere il ballottaggio. Nell’Italia 2015 ci si può aspettare di fare la mobilitazione per la salvezza della Repubblica come in Francia nel 2002 al ballottaggio Chirac-Le Pen (padre)? In secundis, Mattarella. Quando viene eletto a un’alta carica dello stato che non sia un mafioso, un ladro o un buffone con tanto di naso rosso, parte sempre la retorica su quanto cambiamento ci si possa aspettare (vedi Boldrini e Grasso). All’elezione di Mattarella uno degli argomenti forti era:”Stava nella Corte Costituzionale che ha bocciato all’unanimità il Porcellum, vedrete che non farà sconti neanche a Renzi”.

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Infatti…

La Corte Costituzionale ha segato premi di maggioranza spropositati e l’impossibilità di “scegliere i parlamentari”. La risposta dell’Italicum è di dare il premio di maggioranza al primo turno al 40%, oppure al secondo turno. Per quanto riguarda la “scelta”, invece, c’è il sistema dei capilista bloccati che, con collegi più piccoli, vuol dire che comunque saranno molto pochi gli eletti tramite preferenza e moltissimi quelli tramite capilista bloccati. Ora, è evidente a tutti che si tratta di aggiustamenti cosmetici, rimane la sostanza che c’è un premio di maggioranza spropositato che trasforma la “maggior minoranza” in una maggioranza assoluta e che la “scelta dei parlamentari” rimane in larghissima parte fatta a prescindere da chi decide la composizione delle liste. Quindi, perchè Mattarella ha firmato? Quattro opzioni: 1) Mattarella è convinto che gli aggiustamenti siano di sostanza e non cosmetici. Di fatto è la tesi sostenuta dai costituzionalisti di regime, quelli che con sprezzo del ridicolo vanno in tv a dire che è stata istituita una “soglia minima del 50%”. Verrebbe da chiedersi che sostanza assumono per confondere ballottaggio e soglia minima, ma tant’è, è una tesi che ha cittadinanza nel giro che conta. 2) Mattarella ha dubbi sugli aggiustamenti ma ritiene che una questione cosi “di fino” debba essere affrontata, un’altra volta, dalla Corte e non dal Presidente della Repubblica. Anche questa tesi, cioè che il controllo costituzionale del Presidente sia da intendersi come controllo su cose macroscopiche mentre per le questioni di interpretazione c’è la Corte, è una tesi che gira negli ambienti che contano. 3) Versione cospirazionista: la Corte non era unita, ma per evitare polemiche pubbliche decise di fare uscire il verdetto come unanime. Tesi affascinante perchè implicherebbe che Mattarella sarebbe in realtà asceso al Colle proprio perchè in quella decisione lui stava dalla parte del “maggioritario”. Ma assolutamente indimostrabile quindi inutile da discutere ulteriormente. 4) La versione che personalmente preferisco: qualunque fosse l’opinione di Mattarella, ora è in un ruolo diverso. Napolitano non è passato invano, la presidenza della Repubblica da ruolo di garanzia della Costituzione, rivolto agli italiani, è diventato un ruolo di garanzia della “stabilità”, rivolto ai cosiddetti “poteri forti”: finanza internazionale, Unione Europea, NATO. Nel momento in cui Mattarella accetta di diventare il Presidente della Repubblica, accetta che non può aprire un conflitto su una legge che da “stabilità”. E’ la Terza Repubblica, bellezza.

Tre opzioni per Syriza

GRECIA: IL CAPPIO SI STRINGE

Di Stathis Kouvelakis su http://www.jacobinmag.com

Senza amici

L’isolamente del governo greco è diventato ancora più percettibile dopo le recenti dichiarazione del Presidente Obama […] per cui il governo dovrebbe muoversi rapidamente sulla strada delle “riforme” e accontentate tutte le richieste dei creditori.

[…] Allo stesso tempo la prospettiva di un aiuto immediato da Mosca come risultato della visita del Primo Ministro greco Alexis Tsipras a Mosca sembra svanita. L’accordo sul gasdotto […] con un anticipo sui profitti futuri di 5 miliardi di euro è stato rimandato a dopo l’incontro di Tsipras con il presidente di Gazprom […]. Può non essere una coincidenza che i russi si siano ritirati dopo che l’UE ha lanciato un’azione legale contro Gazprom con dubbie accuse di “abuso di mercato” e “infrazione delle regole europee sui monopoli”.

Opzioni

A questo punto sembrano essere rimaste solo queste tre opzioni al governo di Syriza

1) Lo “scenario buono”, che ancora quello favorito dal governo, è che l’Europa faccia concessioni e si possa raggiungere presto un compromesso […]

2) Il governo greco si arrende. Questo è ovviamente l’obiettivo dell’Europa. In una recente intervista alla Reuters Tsipras ha chiarito che ci sono “disaccordi politici, non tecnici” su quattro questioni-chiave: leggi sul lavoro, riforma delle pensioni, aumento dell’IVA e privatizzazioni […] fare concessioni su questo equivarrebbe alla resa e al suicidio politico di Syriza.

3) Il governo greco fa default sul debito. In una recente intervista all’Huffington Post, Varouffakis ha detto che se il governo dovesse scegliere tra pagare i creditori e pagare salari e pensioni, darebbe priorità alla seconda opzione. Ma ovviamente questo significa una rottura decisiva e l’uscita dall’eurozona (nell’ipotesi migliore lo scenario della doppia valuta può durare alcuni mesi).
La complicazione qua è che fare default a Maggio significa farlo sui pagamenti al FMI, con enormi complicazioni a livello commerciale (il FMI può imporre sanzioni che renderebbero l’accesso al credito privato quasi impossibile). La Grecia dovrebbe preferibilmente fare default sui prestiti europei, ma questi scadono in estate e sembra quasi impossibile resistere fino ad allora.

Prepararsi allo scontro

Adesso è impossibile prevedere quale tra gli ultimi due scenari, gli unici realistici, prevarrà. I segnali in queste ultime settimane sono sempre più contraddittori: da una parte il tono dominante è quello di fiducia e ottimismo sulla possibilità di raggiungere un “onesto compromesso” che è l’obiettivo di Alexis.

Dall’altra ministri molto vicini a Tsipras, come il ministro degli interni Voutsis e il Ministro del Lavoro Skourletis, hanno dichiarato che “ci piacerebbe restare sulla nave chiamata Europa ma il capitano ci sta spingendo fuoribordo, dobbiamo provare a nuotare”.

Sulla stessa linea il vice ministro delle finanze Tsakalotos che ha dichiarato il 26 marzo che “se non si tiene a mente la possibilità di una rottura, allora ovviamente i creditori imporranno le stesse misure che hanno imposti ai governi precedenti”.

[…]

Lo stato dell’opinione pubblica riflette questa incertezza. L’entusiasmo e lo spirito combattivo delle prime tre settimane ora hanno lasciato il posto a una situzione più complessa: il sostegno alla strategia del governo è ancora alto ma significativamente più basso che nei mesi precedenti. Le strade sono calme.

Le recenti mobilitazioni sembrano ristrette a pochi settori (anarchici e comunità locali contro le miniere d’oro a Skouries, nel nord della Grecia) con effetti contraddittori: l’agitazione degli anarchi ha accelerato il voto in parlamento di una legge che alleggerisce le condizioni delle prigioni e abolisce il regime carcerario “ad alta sicurezza”.

La situazione sembra più confusa a Skouries, con la polizia che contrasta i dimostranti e gli operai della miniera che marciano ad Atena in sostegno della continuazione dell’estrazione, sostenuti dai padroni canadesi e dall’opposizione di destra.

L’elemento principale che alimenta la preoccupazione è comunque il fatto che il terrorismo sulla “grexit” non viene contrastato a livello di opinione pubblica. L’opposizione di destra e i media, sempre più ostili al governo […], associano l’uscita dall’euro all’apocalisse […].

Ma la risposta del governo si limita a dire che questa prospettiva sarà evitata dal “compromesso onesto” […]. Un discorso che non mobilita la base di Syriza e non prepara l’opinione pubblica all’eventuale rottura con l’Europa.

Col Partito Comunista che rimane fermo sull’opposizione settaria, col suo segretario che dichiara che rifiuterà ogni sostegno anche in caso di uscita dall’eurozona […] è responsabilità della sinistra di Syriza proporre l’unico approccio sensato che possa evitare il fallimento: mantenere ferma la linea di scontro con l’UE e preparare il movimento popolare e la società greca in senso largo a una traiettoria radicalmente diversa, in Grecia e a livello internazionale.
La posta in gioco non potrebbe essere più alta

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Sulla fiducia

I motivi di questa affermazione hanno risuonato molte volte in questo Parlamento. Si è detto giustamente che su una legge elettorale il Governo bene avrebbe fatto se non avesse posto la questione di fiducia, poiché la legge elettorale, dopo la Costituzione della Repubblica, è la più importante e la più delicata ed in essa si esprime più che in ogni altra il regime democratico di una nazione.

Ma oltre a questo noi abbiamo sentito, nel modo e nel momento in cui è stata posta la fiducia, elevarsi dai banchi del Governo il disprezzo per le norme che regolano la vita del Parlamento italiano, il disprezzo per la tradizione di questa Assemblea, il disprezzo per tutte le cose che formano la sostanza della democrazia in un paese civile. Noi ci siamo trovati di fronte, in questo modo, alla distruzione della facoltà legislativa del Parlamento, di quella facoltà legislativa che consente ad ogni deputato di intervenire nella modificazione e nella discussione di una legge, che consente ad ogni deputato di partecipare alla formazione delle leggi.

Questo è senza dubbio il diritto fondamentale di un’assemblea legislativa come la nostra e, quando questo diritto viene violato, come qui è stato violato, noi abbiamo il diritto e il dovere di dubitare della sorte della democrazia nel nostro paese; abbiamo il diritto e il dovere di lottare perché al nostro paese non si apra un periodo troppo triste e duro.

Nilde Iotti sulla fiducia alla legge 148/1953, meglio conosciuta come “legge truffa”.