Ancora sulla Grecia

Una mia nota sull’accordo-ponte pubblicata dal Collettivo Stella Rossa:

http://www.collettivostellarossa.it/20150222/dopo-laccordo-ponte-sulla-grecia

Aggiungo, ora sui social network Varoufakis dice che la formula che, secondo lui, mette fine ai vincoli di bilancio è “appropriate primary surplus”. E che lui interpreterà qual “appropriate” in maniera creativa. Ma appunto, bisogna vedere che succede lunedì.

Mi pare, uno stallo

La Grecia ottiene un’estensione di 4 mesi (ne chiedeva 6).

Entro lunedì il governo greco dovrà presentare le riforme per poter stare nei parametri. Syriza presenterà le riforme fiscali e la lotta all’evasione fiscale.

Non si fa menzione di riforme del mercato del lavoro, che vuol dire che Syriza potrà andare avanti col ripristino del contratto nazionale di lavoro.

Mi pare che non ci sia da festeggiare, l’austerità non è finita e per i prossimi 4 mesi gli avvoltoi continueranno a volare su Atene. Mi pare non ci sia da urlare alla capitolazione, lo spazio di manovra ottenuto è minuscolo ma si è ottenuto che le riforme non riguardino ulteriore austerità e il mercato del lavoro.

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Per completezza, dopo l’articolo pre-accordo, traduco l’articolo di Paul Mason che contiene delle informazioni interessanti. Ovviamente, non condivido tutto di Mason.

La Grecia ottiene l’accordo. Ma se i dettagli vanno male “siamo finiti”.

 L’eurozona e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto un accordo con la Grecia estendendo il prestito di salvataggio di quattro mesi in cambio di misure politiche di significativo impatto economico agli occhi degli investitori. La seconda parte dell’accordo verrà Lunedì, con la Grecia che presenterà una lista di misure proposte.

In termini calcistici il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha strappato una “sconfitta di misura fuori casa” da quello che poteva essere una sconfitta totale, sia in coppa che nel campionato.

L’accordo non da nulla alla Germania di ciò che voleva. Lascia che la Grecia modifichi gli obiettivi fiscali di quest anno, cioè raggiungere un surplus più ristretto, per quanto non specificato. In più, secondo Varoufakis, c’è una “ambiguità creativa” sui surplus necessaria alla Grecia per andare oltre quest anno.

Secondo, mantiene le parole proposte da Varoufakis giovedì: la Grecia non ritirerà le vecchie misure o proporrà azioni unilaterali “che potrebbero influenzare negativamente gli obiettivi fiscali, la ripresa economia o la stabilità fiscale”, ma con l’aggiunta delle parole “come giudicato dalle istituzioni”. Questo chiarisce chi dovrà  decidere se il programma rivisto dalla Grecia minaccia queste cose [gli obiettivi, la ripresa, la stabilità].

Per lunedì la Grecia deve proporre una lista di misure per poter avere i soldi, ricapitalizzare le sue banche e rinnovare i prestiti. Varoufakis ha parlato di questo alla conferenza stampa come di qualcosa che dovrà essere stabilito insieme, quindi il gioco di forza tra Germania e Grecia, e tutti gli altri nel mezzo, continua. Ma con l’FMI di mezzo, i cui metodi sono considerabilmente meno dottrinari di quelli della BCE rispetto alle proposte di Syriza.

In più la parola “ponte” appare nell’accordo. Dijsselbloem ha detto che questo dovrebbe essere il ponte per ogni accordo futuro e che, in questo senso, è stata superata l’opposizione della Germania ad ogni segnale della possibilità di una fase di transizione.

Parti positive per la Grecia

Penso che Varoufakis abbia ottenuto qualcosa di significativo. Nelle ore prima l’accordo i media greci riportavano che la fuga dai depositi stava crescendo significativamente. Quindi non era la BCE a minacciare la Grecia col controllo dei capitali, erano la banca centrale greca e il ministero delle finanze a sapere che avrebbe dovuto limitare i prelievi entro martedì.

Con questa scadenza ben chiara i negoziatori greci hanno temuto che la posizione che hanno firmato stasera sarebbe ridotta dai suoi oppositori al nulla, cioè alla posizione tedesca. Firmandola subito, loro credono, hanno rimosso il conto alla rovescia e se, come si aspetta Varoufakis, la BCE facesse annunci positivi sul ripristino delle normali linee di credito alle banche greche, le avrebbero messe in sicurezza. Alla conferenza stampa Varoufakis ha detto che le banche sarebbero rimaste aperte “martedì, mercoledì e tutti i giorni successivi”.

Lo scenario peggiore per la Grecia era che, imponendo limiti ai prelievi martedì, FMI e UE li avrebbero presi per i piedi, come Cipro, forzandoli alla capitolazione totale.

La reale sostanza di ciò che è stato concordato sarà decisa quando l’UE/FMI e la BCE diranno si o no alle proposte greche. Il ministro delle finanze tedesco non era presente all’annuncio finale dell’accordo. Quindi bisogna ancora vedere cosa diranno i politici tedeschi.

La Sinistra di Syriza

Varoufakis era visibilmente sollevato. Penso che abbia evitato la fuga dalle banche e la resa totale, ma solo ritirandosi dalle posizioni promesse da Syriza dopo le elezioni.

La sinistra di Syriza criticherà questo e criticherà la condotta di Varoufakis e della sua squadra che sembra essere rimasta stasera con poche frecce al proprio arco. Ma proprio perchè Varoufakis potrà dire “è meglio di come avrebbe potuto essere” mi aspetto che ci sia anche del sollievo e che la rabbia, nelle strade greche durante i prossimi giorni, venga incanalata verso la Germania.

Alla domanda su cosa succede l’UE e il FMI non accolgono le proposte di Syriza lunedì, Varoufakis ha risposto in maniera disarmante:”siamo finiti”. Ma se si trovasse l’accordo, c’è molto che Syriza potrebbe fare su capitoli non legati ai limiti fiscali. I quattro mesi ci porterebbero soltanto alla fine di giugno, che è sempre stato il “periodo delle rivolte” dall’inizio della crisi greca.

La crisi strategica non è finita. Ma il danno alla fiducia e alla solidarietà è reale, con una nazione, la Germania, percepita come impegnata a forzare l’elettorato di un’altra nazione ad arrendersi.

Alla conferenza stampa ho chiesto a Dijsselbloem:”Cosa avete da dire al popolo greco, di cui avete appena distrutto la democrazia?” Ha risposto che non pensava che la domanda fosse obiettiva. Dovremo trovarci d’accordo sull’essere in disaccordo.

 

Mason sull’eurogruppo di stasera

Ok, premessa: credo che a sapere realmente cosa stia succedendo ora siano Tsipras, Varoufakis, Draghi, Schauble, Merkel, Juncker, Dijsselbloem e pochi altri (ammesso che tutti conoscano realmente le reali internzioni degli altri).

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Ma una vaga idea dobbiamo pur tentare di farcela, senza farci trascinare dai retroscenismi. Il giornalista inglese Paul Mason ha ammesso abbastanza candidamente di essere coinvolto nel gioco della rivelazione dei documenti “riservati” dall’eurogruppo. Quantomeno, a differenza di altri retroscenisti che assumono sempre la posa della fonte indipendente, ammette di essere una pedina di Varoufakis e si può abbastanza ragionevolmente assumere che quello che scrive è ciò che il governo greco vuol far passare (in questo senso dichiarazioni sull’alleanza con italiani e francesi, per esempio, vanno prese cum grano salis).

Sul suo blog oggi ha scritto:

Eurogruppo: la Grecia potrebbe trovarsi di fronte a una decisione fatale sull’euro.

C’è un momento nel film Gettysburg in cui la fanteria dei nordisti sta per essere travolta dai sudisti. Il comando nordista getta nella mischia un reggimento trasandato composto da contadini del Maine guidati dal professore di retorica Joshua Lawrence Chamberlain. Il generale dice:”Vediamo come combattono i professori”.

La risposta è: senza paura. Gli uomini di Chamberlain esauriscono le munizioni, lui ordina una carica alla baionetta suicida che però risolve la situazione.

La mia impressione è che dietro ogni professore di qualunque cosa, ma specialmente quelli di economia, ci sia un Joshua Lewis Chamberlain pronto ad uscire. E oggi potrebbe essere il giorno giusto.

Oggi è la Gettysburg della Grecia. Dopo che la BCE ha esteso i prestiti d’emergenza alle banche greche per solo pochi giorni, i greci hanno solo fino a stasera per raggiungere un accordo di compromesso.

Il governo di estrema sinistra in grecia non sta cercando oggi una soluzione strategica alla sua crisi del debito, solo un’estensione di 4-6 mesi del vecchio accordo di salvataggio e il diritto di emendarlo per potere attuare il 30% del programma anti austerità su cui è stato eletto. Per ottenere questo si è ostinatamente ritirato negli ultimi cinque giorni

Ieri il ministro delle finanze Yanis Varoufakis (ex professore dell’Università del Texas) ha ritrattato il suo precedente rifiuto di chiedere un’estensione del vecchio accordo, ma continua a volere margini per impostare i suoi obiettivi di bilancio e applicare nuove leggi per ridare ai lavoratori i diritti contrattuali.

Ha degli alleati (Italia, Francia e il ministro della finanze olandese Jeroen Dijsselbloem che guida l’eurogruppo), ma sono alleati che vogliono portare le condizioni “ai margini dell’accettabilità. Mentre la Germania insiste che il governo greco, sostanzialmente, si arrenda.

Dentro Syriza c’è una forte ala sinistra che ha il 30% degli organi interni e vuole lasciare l’euro [la Piattaforma di Sinistra]. Ma la dirigenza del partito non vuol, si è convinta ed ha convinto l’opinione pubblica greca che agendo risolutamente si possano trovare alleati in Europa, guadagnare spazi di manovra e poter portare avanti l’esperimento di un governo non liberista dentro l’area euro.

Oggi vedremo chi ha ragione. Anche se la classe politica europea è simpatetica con la Grecia (come è evidenziato da Dijsselbloem e Juncker che sostengono il compromesso greco), c’è una fazione di fondamentalisti che hanno sempre voluto una sola scelta: resa totale della Grecia o uscita.

Se dovessero prevalere, Varoufakis e i suoi collaboratori dovranno prendere decisioni fatali.
Tra di loro c’è Euclid Tsakalotos, economista dell’università di Atene con studi a Oxford, ministro supplente per le relazioni economiche internazionale, e il suo collega George Stathakis, che guida il ministero dello sviluppo. Alistair Campbell pensa che avrà un ruolo chiave l’ex portavoce di Tsipras, attuale ministro dello stato, Nikos Pappas.

Ieri notte mi è stato detto che, nel gruppo di lavoro che prapara gli incontro dell’eurogruppo, il compromesso greco è stato preso come bozza del possibile accordo. Questo vuol dire che la Grecia continua a stare al tavolo. Ma pare che durante la notte la Germania abbia aggiunto alla bozza dei termini che la Grecia non può accettare e la pre riunione è finita senza risutlati.

Nelle prossime ore succederà qualcosa di decisivo. O i greci si ritirano del tutto o portano la crisi in una nuova fase.

Varoufakis e i suoi vogliono stare nell’euro: credono, e hanno venduto l’idea ai loro sostenitori, che un “euro buono” sia possibile, in cui Francia, Germania e il capo della BCE Mario Draghi e la sinistra europea possano persuadere la Germania ad abbandonare bassa crescita e austerità. Ma non c’è innamoramento dell’euro: Varoufais mi ha detto il mese scorso, prima delle elezioni, che secondo lui l’euro potrebbe collassare nel giro di due anni senza una riforma.

Se si sbagliano, non avranno altra scelta se non l’equivalente della carica alla baionetta di Chamberlain. La BCE minaccerà il collasso delle banche greche. Varoufakis e compagnia dovranno, come minimo, mettere limiti ai prelievi dalle banche, controlli ai movimenti di capitale e cominiciare a trattare prestiti-ponte coi cinesi e i russi.

C’è ancora la possibilità che la squadra di Syriza insceni una ritirata combattendo, ma dopo tre settimane di colloqui tattici esasperanti, e con un consenso interno attorno all’80%, potrebbero essere pronti a montar le baionette.

 

Renzi al politecnico

Renzi ha ragione, ridimensioniamo gli atenei dei serie b… come Firenze, Politecnico di Torino e Bocconi.

di Giuseppe de Nicolao su ROARS.it

Nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico presso il Politecnico di Torino Il premier Matteo Renzi ha parlato chiaro:

Noi dobbiamo avere il coraggio di dire con forza che questa storia […]  per cui non si può in Italia non affermare che non vi siano diverse qualità nelle università è ridicola. Non è che si tratta di dividere le università di serie A e di serie B perché lo fa il governo […] ci sono già università di serie A  e di serie B nei fatti, in Italia

[…]
Quali siano queste 20 università italiane di serie A, ce lo dicono le classifiche stilate dall’ANVUR in base ai risultati della valutazione  VQR 2004-2010, che costituisce

una fotografia dettagliatissima e, soprattutto, certificata della qualità della ricerca italiana

come dichiarato da Stefano Fantoni, il presidente dell’ANVUR
[…]

Cosa scopriamo? Bolzano (sesta: complimenti!) e la LUISS (20-esima) ce la fanno, mentre l’elenco non comprende la Bocconi, il Politecnico di Torino, l’Università di Milano e quella di Pisa, la Sapienza di Roma e molte altre, tra cui Firenze. Può dispiacere, ma – come dice il premier – «rifiutare la valutazione dentro l’università e pensare che tutte le università  possono essere brave allo stesso modo è quanto di più non antimeritocratico, ma antidemocratico possa esistere».
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Caracciolo sulla Libia

Nettamente la cosa più lucida che ho letto negli ultimi giorni. Fa specie sapere che a sinistra si ricade sempre ed eternamente nel giochino del “se ci fosse l’autorizzazione dell’ONU”.

La guerra in Libia è un regalo al Califfo

di Lucio Caracciolo su Limes

Il “califfo” al-Baghdadi non potrebbe sperare di meglio: l’invasione armata di ciò che resta della Libia, condotta da ”crociati” (italiani, francesi e altri europei) e “apostati corrotti” (egiziani più arabi e africani vari).
[…]
Perché, contrariamente a quanto affermano i suoi portavoce, lo Stato Islamico non sta conquistando la Libia. Semmai, alcune fazioni che continuano a massacrarsi senza pace usano il marchio “califfale” in franchising, per ottenere visibilità e attirare reclute. 

[…]
Quattro anni dopo aver partecipato controvoglia, su uno strapuntino dell’ultimo minuto, alla liquidazione franco-britannica di Gheddafi (e della Libia), adesso rischiamo dunque di tornarci in pompa magna, per ritessere la tela che abbiamo strappato. A supportare le ambizioni egiziane sulla Cirenaica e gli interessi francesi nel Fezzan. 
[…]
Ma qualcosa si può e si deve fare. Prima di tutto, non accendere nuovi focolai di guerra senza speranza di vincerla. Poi, usare le leve finanziarie di cui ancora disponiamo per bloccare i flussi di denaro che arrivano ai gruppi armati – operazione tutt’altro che impossibile. In terzo luogo, colpire i traffici che alimentano i miliziani, compresi i jihadisti che fanno riferimento allo Stato Islamico.
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E il Corriere si schiera per la Grexit

O meglio, per la Grext-col-calcio-in-culo. Panebianco (in un editoriale che già fa schifo per la retorica guerrafondaia) scrive:
Anche la negoziazione sul debito greco, contrariamente alle apparenze, ha molto a che fare con la sicurezza. Chi dice che bisogna usare criteri «politici» nel trattare con i greci dice il vero anche se intende qualcosa di diverso da ciò che qui si intende. In realtà, bisognerebbe mettere in gioco criteri geopolitici: la Grecia è politicamente un sodale della Russia e questa circostanza dovrebbe entrare a pieno titolo nelle valutazioni di chi tratta con i suoi governanti. Come gli uomini di Syriza hanno precisato subito, essi sono pronti a porre il veto se altre sanzioni contro la Russia venissero decise dall’Unione nel caso di un ulteriore aggravamento della crisi ucraina. Per non dire che hanno anche chiarito che voterebbero contro, facendo andare a picco l’accordo, se mai dovesse fare progressi il trattato Ttip (Transatlantic trade and investment partnership), per il libero commercio fra Stati Uniti ed Europa.

Ci sono ottime ragioni – a sentire le autorità di Bruxelles e anche diversi economisti – per trovare un compromesso e «tenere dentro» i greci. E se esistessero anche ottime ragioni per buttarli fuori (non solo dall’Euroclub ma anche dall’Unione)? Forse è meglio che la Grecia diventi apertamente un alleato della Russia (che, peraltro, al momento, avrebbe qualche difficoltà a soccorrerla, essendo essa stessa economicamente stremata) piuttosto che permetterle di giocare impunemente il ruolo di quinta colonna in seno all’Unione. Se fossero capaci di pensare politicamente, gli europei dovrebbero porsi questi interrogativi nelle sedi appropriate. Non c’è solo il fatto che se ad Atene viene concesso ciò che non è stato concesso a nessun altro, si prepara la fine certa dell’euro (nessuno si farà mai più imporre niente). Ci sono anche alcune robuste ragioni geopolitiche.

Nubi nerissime su Atene.

La tendenza alla guerra dell’occidente e il radicalismo islamico

La tendenza alla guerra dell’occidente e il radicalismo islamico

di Domenico Moro su Rifondazione.it

La seconda divisione è quella tra due modelli che coincidono con i due più importanti Stati islamici dell’area Medio-Orientale, l’Arabia Saudita e l’Iran. L’Arabia Saudita, che assume un ruolo più egemone con la vittoria araba nella guerra contro Israele del 1973, rappresenta nell’islamismo il polo conservatore. La concezione saudita dell’Islam è fondato sull’autorità degli ulema di osservanza wahabita, ovvero sul ritorno all’Islam primitivo e sull’applicazione rigorosa delle norme della legge islamica, la sharia. Obiettivo dell’Arabia Saudita è “wahabizzare” il mondo islamico, fondandosi sulla sua enorme ricchezza. La reazionaria Arabia Saudita, che è il principale produttore e possessore mondiale di riserve di petrolio, è legata sul piano economico e politico agli Usa e all’Europa Occidentale. L’enorme liquidità in dollari dell’Arabia Saudita e delle altre monarchie arabe, generata dall’enorme surplus commerciale ottenuto grazie alla rendita petrolifera, fluisce sulle principali piazze finanziarie occidentali, come Londra, dove ha contribuito a determinare la creazione del mercato finanziario mondiale a partire dagli anni ‘70. I debiti pubblici Usa e occidentali sono finanziati e numerose imprese transnazionali occidentali sono partecipati dalle petromonarchie arabe, spesso attraverso i rispettivi fondi sovrani. La classe dominante delle petromonarchie è una classe di rentier parassitari di tipo feudale, che si sono integrati con la classe capitalistica transnazionale del centro del sistema capitalistico. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita, è sempre stata legata sul piano ideologico e pratico con l’estremismo fondamentalista sunnita e in particolare con il jihadismo, anche se non senza frizioni e contraddizioni. Come quelle che si determinarono quando, in occasione della Prima guerra del Golfo nel 1990, molti jihadisti si allontanarono dai loro sponsor sauditi, perché questi avevano permesso la presenza di un esercito infedele, le truppe Usa, sul territorio che ospita i luoghi santi della Mecca e di Medina.

Dalla fine degli anni ’70 l’Arabia Saudita ha ingaggiato una lotta feroce per il predominio sul mondo islamico con l’Iran, la cui rivoluzione islamica del 1979 assunse un ruolo dirompente nell’area medio-orientale. Infatti, la rivoluzione iraniana, che ebbe la sua base di classe tra le masse povere iraniane, è stata forse l’ultima rivoluzione antimperialista di successo del ciclo storico della decolonizzazione. Nello stesso tempo, è stata precorritrice dei tempi, sostituendo l’islamismo al nazionalismo laico o socialista come strumento ideologico-politico della lotta contro l’imperialismo occidentale. Per la verità, inizialmente la rivoluzione ebbe anche una forte componente laica e di sinistra. Però, nel corso della guerra contro l’Iraq, l’ala più giovane e politicizzata del clero sciita, guidata dall’Imam Khomeyni, e i pasdaran, una forza militare d’élite di ispirazione religiosa ma di composizione laica, conquistarono la completa egemonia. Ad ogni modo, l’islamismo di matrice khomeynista si oppose da subito non solo alle classi dirigenti laiche compromesse con l’imperialismo ma anche a quelle musulmane conservatrici (a partire dai sauditi) dei Paesi arabi, accusandole di nascondere dietro il rigorismo religioso il loro appoggio all’Occidente. Di conseguenza, la rivoluzione iraniana fu immediatamente contrastata dall’Arabia Saudita e dall’imperialismo occidentale che spinsero l’Iraq di Saddam Hussein contro di esso. L’Arabia Saudita, che appartiene all’islamismo sunnita, ha avuto buon gioco a contrastare le mire degli iraniani sciiti a esportare la loro rivoluzione, perché lo sciismo nel mondo musulmano è minoritario e considerato una aberrazione da molti sunniti. Tuttavia, gli iraniani sono riusciti a penetrare dove la presenza sciita è più consistente e in particolare ad islamizzare due importanti conflitti mediorientali, che fino ad allora avevano incarnato la causa nazionalistica araba, quello palestinese e quello libanese, come dimostrato dal legame esistente tra Hamas, Hizbollah e l’Iran.

L’Iran islamico è stato ed è tutt’altro che uno Stato progressista, caratterizzandosi per la violenta e sanguinosa eliminazione delle formazioni laiche e di sinistra e in particolare del partito comunista, tutt’ora illegale. Inoltre, mentre la spinta rivoluzionaria nel tempo si è venuta affievolendo, si è formata una borghesia nazionale, che coincide in parte con la complessa rete industriale e infrastrutturale creata dai pasdaran, e che mantiene la pace sociale con erogazioni di welfare alle classi subalterne grazie alla rendita petrolifera. Al di là degli orientamenti religiosi, gli interessi statuali ed economici dell’Iran, anch’esso potenza petrolifera, configgono con quelli dell’Arabia Saudita, determinando una lotta per l’egemonia regionale, che si riflette, alimentandoli, nei conflitti settari tra sciiti e sunniti in Medio-Oriente. Il caso più recente è quello dello Yemen dove milizie sciite stanno mettendo in seria difficoltà il presidente sostenuto da Usa e Arabia Saudita, che più volte è intervenuta militarmente in quel Paese.

 

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