“Marxilismo”: un piccolo parere antipatico

[Piccolo parere antipatico]
Ho letto la polemica sul “marxilismo” fatta da InGenere, e varie reazioni.
Rimane assolutamente vero che nel nostro piccolo mondo (anzi, nei nostri piccoli mondi dell’accademia e della militanza) c’è tanto maschilismo. Rimane altrettanto vero che l’articolo presenta qualche “leggero” problema nel momento in cui prova a paragonare una conferenza accademica (Marx2day, svolta a Milano pochi giorni fa) e un dibattito sull’aborto in Polonia a cui partecipano solo uomini conservatori. Si potrebbe poi discutere a lungo sul fatto che i partecipanti a Marx2day, basta conoscerne il lavoro anche solo di striscio, sono tutt’altro che impermeabili al lavorare con le donne, sia in termini di influenza intellettuale che, più direttamente, di firmare pubblicazioni insieme.
Nella polemica, però, mi sembra che non sia stato colto qualcosa che (in maniera inconscia?) è stato espresso da InGenere: il testo rivendica a gran voce che nelle conferenze marxiste in Italia dovrebbero irrompere “i punti di vista sessuati” e “situati nel pensiero post coloniale”, portando a esempio positivo la conferenze “sullo stesso tema” (Re)Borth of Marx(ism), che si è tenuta in Irlanda. Ora, le due conferenze non sono esattamente sullo stesso tema, quella milanese è sulla lettura di Marx economista, quella irlandese è su Marx e sui marxismi a 360 gradi.  Nella conferenza irlandese sono presenti, una moltitudine (pun intended) di approcci e temi: dall’interpretazione marxista dei film e dei libri ai Khmer rossi, dai cultural studies al keynote del prezzemolino Toni Negri, dall’economista femminista all’analisi dell’indipendentismo catalano.
La conferenza di Milano aveva un ambito molto più ristretto, e se l’ambito è ristretto, diventa molto più difficile costruire dei panel con equilibrio di genere. Si dica quel che si vuol dire, ma se invece di parlare di Marx sotto ogni possibile aspetto si parla di Marx economista, si riduce fortemente il numero di possibili relatori, e si escludono anche alcuni campi (come i cultural studies) a forte presenza femminile. Non vuol dire che non sia un problema che nel campo più ristretto dell’economia marxista ci siano meno donne. Però vuol dire anche che aumenta la probabilità che molte valenti economiste marxiste non possano essere presenti nei tre giorni della conferenza, dato che, la partecipazione alle conferenze non è solo un problema di volontà degli organizzatori e dei relatori ma anche (soprattutto?) di disponibilità tecniche. 
Torno quindi al pensiero (forse innconsciamente) da InGenere: mi sembra che più che accusare seriamente l’economia marxista italiana di essere maschilista, si stia accusando l’economia marxista italiana di non essere pervasa dai cultural studies. E lo si fa col tipico piglio di chi dice “nel mio giro tutti parlano di questo, quindi se voi non ne parlate siete gretti e limitati”. Non è molto ironico, tutto questo?
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Niger, l’imperialismo di Natale

Niger, l’imperialismo di Natale

Scritto insieme ad Alessandro Pascale, pubblicato su La Città Futura

Gentiloni annuncia l’intervento nel Sahel a fianco della Francia di Macron.

 

Spostare 470 militari e 150 mezzi italiani dall’Iraq alle zone interne del Niger, annunciarlo alla vigilia di Natale, far contento Macron e ridurre al minimo l’impatto sull’opinione pubblica.

Cosa andranno a fare i militari italiani in Niger?

Ufficialmente addestreranno le forze armate locali contro i jihadisti e contro i trafficanti di esseri umani. Sembrerebbe che non ci sia nulla di più nobile, aiutare Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger contro i referenti locali di Al Qaeda e combattere chi lucra sulla pelle dei migranti. Ovviamente il quadretto di Natale assume tinte molto più fosche quando si comincia a considerare che questa operazione si mette in continuità con la presenza di migliaia di militari francesi che da sempre praticano giochi imperialisti nell’area.

La grandeur di Parigi non è mai venuta meno nelle ex colonie africane, in particolare col conflitto di prossimità contro la Libia, fino all’esplosione del 2011 che ha condotto al disastro che conosciamo con lo smembramento dello stato libico in bande rivali. Anche allora, l’Italia di Berlusconi partecipò all’intervento militare. Dopo il clown di Arcore, anche Monti, Letta, Renzi e Gentiloni non hanno mai messo in dubbio per un momento la presenza del nostro paese nelle manovre africane. Su questo, come su altri temi sostanziali, le destre e il centrosinistra si sono trovati pienamente concordi, mostrandosi come due facce della stessa medaglia.

Una missione costosa

Come già detto, nell’area del Sahel sono già di stanza 5000 militari francesi e un numero non meglio precisato di poco pubblicizzati militari statunitensi. In totale il costo di un anno di missione dovrebbe aggirarsi attorno ai 500 milioni di euro, facile capire perché Parigi voglia suddividere i costi tra gli alleati, sia quelli che invieranno truppe sul campo sia quelli che si limiteranno a finanziare.

Tra i paesi finanziatori troviamo anche il gruppo di Visegard, ovvero Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. I quattro paesi guidati da forze destrorse euroscettiche riscoprono infatti la gioia di collaborare con Macron e Merkel quando si tratta di intervenire in Africa.

Una missione di dubbia utilità

L’utilità “anti terrorismo” e “anti schiavisti” di questa missione è talmente dubbia che anche AnalisiDifesa segnala dubbi e pericoli. Secondo il sito, che tutto è tranne che anti imperialista, i flussi dei migranti potranno aggirare facilmente i punti di presidio in cui si insedieranno i militari italiani. Ovviamente la ricetta di AnalisiDifesa è “più imperialismo”: prendere direttamente il controllo delle coste libiche da cui partono le navi. Da parte nostra non possiamo che alzare la bandiera del “nessun imperialismo!”, visto che sappiamo bene che sono proprio questi interventi, uniti alle speculazioni finanziarie e al controllo economico-politico più o meno diretto dei governi africani praticato dalle potenze occidentali, ad alimentare e riprodurre all’infinito le cause delle migrazioni.

Gli interessi imperialisti

Quali sono dunque gli interessi in gioco? Per il nostro paese, pochi, almeno per ora. Per la Francia, come già detto, si tratta di un’area in cui ha sempre manovrato i governi locali e fomentato guerre di prossimità. Proprio il Niger fornisce un esempio lampante: è del 2010 l’ultimo golpe militare che ha posto un termine temporaneo a decenni di dittature e governi neoliberisti che hanno svenduto il Paese, che è produttore del 7,5% di uranio al mondo, in gran parte estratto da Areva, colosso francese nel campo dell’energia, di proprietà statale. Areva è stata coinvolta in un grosso scandalo con l’accusa di aver inferto alle casse dello stato del Niger un ingente danno a causa di un contratto da centinaia di milioni di dollari. La commissione d’inchiesta del parlamento del Niger ha riconosciuto la responsabilità di Areva ma ha assolto tutti i politici locali, tra le proteste dell’opposizione e dei giornali. Un’inchiesta parallela è ancora in corso in Francia. Non si può dimenticare che dagli anni ’90 del secolo scorso è rimasta latente una guerriglia con le popolazioni ribelli Tuareg dislocate nelle regioni settentrionali del Paese, che mettono a rischio la sicurezza di alcuni impianti estrattivi.

Non sono mancati inoltre tentativi di golpe anche recenti (2011) verso il Presidente Mahamadou Issoufou, leader del Partito Nigerino per la Democrazia e il Socialismo e a lungo principale oppositore dei vari burattini filo-francesi. Probabilmente proprio il rischio di essere assassinato solo pochi mesi dopo l’elezione ha convinto Issoufou a continuare la collaborazione con le potenze occidentali, evitando una sfida aperta, ma proseguendo nella diversificazione degli interessi commerciali, che vedono sempre più importante la presenza della Cina sia nel settore petrolifero che in quello dell’uranio. Il sempre maggiore peso della Cina nella regione è un dato strutturale, dovuto ad una cooperazione economica effettiva che consente lo sviluppo di infrastrutture e di servizi sociali finora mai concessi dal monopolio imperialista francese. Il rischio è per il Niger che il Paese possa essere presto o tardi attaccato e destabilizzato dall’Occidente. In tal senso accogliere nella regione truppe militari occidentali per combattere miliziani islamici provenienti dalla Libia rischia di essere un enorme cavallo di Troia per il governo socialdemocratico interessato evidentemente a favorire invece la concorrenza commerciale.

L’italia e le reazioni politiche

Come abbiamo visto, la parte del leone in questa missione è della Francia, ma non possiamo adagiarci sull’immagine dell’Italia povera vittima dell’attivismo di Parigi. La stessa presenza sul campo può essere un preludio per la presenza di capitali italiani nel campo estrattivo del Niger, che ha grosse potenzialità di sviluppo con l’oro, il petrolio e il carbone.

Molto più a sud, sul delta del fiume Niger, in Nigeria, l’ENI è uno degli attori principali, tanto che insieme alla Shell è al centro di un processo al tribunale di Milano. Le due compagnie sono accusate di una maxi tangente da un miliardo e trecento milioni di dollari. In generale però continua l’avanzata trionfale dell’ENI in Africa, operando già anche in Algeria, Libia, Tunisia, Egitto, Kenya, Liberia, Costa d’Avorio, Ghana, Repubblica del Congo, Angola, Mozambico, Sudafrica. Basti ricordare come nel 2016 l’Italia è stata il maggiore investitore europeo in Africa con circa 12 miliardi di euro, terzo partner complessivo sul continente africano dopo Cina ed Emirati Arabi. Si può constatare come l’Italia stia cercando di guadagnarsi un peso politico-militare che proceda di pari passo con il peso economico acquisito, oppure che stia cercando di entrare nelle grazie del Governo nigerino per acquisire accordi sul petrolio locale.

Quali sono state le reazioni politiche in Italia all’annuncio di Gentiloni? Il PC ha parlato esplicitamente di “intervento imperialista” teso a “difendere i veri interessi delle grandi compagnie energetiche e minerarie”. Il portavoce di Eurostop Giorgio Cremaschi, tra i leader di “Potere al Popolo”, denuncia il “natale di guerra coloniale al servizio di Macron”. Marcon e Civati, parlando a nome di Sinistra Italiana-Possibile polemizzano per le modalità procedurali e manifestano contrarietà a quella che si prefigura come una “missione di guerra” che “rischia di prestarsi alla violazione dei diritti umani di tante persone perseguitate, che cercando di fuggire dalle zone di conflitto”. Non risultano prese di posizioni da parte di Grasso e da parte dei Democratici e Progressisti di D’Alema.

Ancora tra gli aderenti a Potere al Popolo, la responsabile esteri del PCI Giusi Greta Di Cristina esprime la contrarietà del suo partito “verso un intervento imperialista che viola i nostri principi costituzionali e dedica ad improbabili imprese militari denaro pubblico che potrebbe essere impiegato per bisogni interni del Paese”. Il segretario del PRC Acerbo considera l’intervento in Libia “una guerra neocoloniale” e sfida Grasso e 5 Stelle a prendere posizione.

Il 2018 elettorale in Europa

Il 2018 elettorale in Europa

Pubblicato su La Città Futura

Attraverso l’Europa un unico elemento comune: avanza la destra estrema.

CIPRO – Il primo importante giorno elettorale sarà il 28 Gennaio, con le elezioni presidenziali a Cipro. Il tema principale delle elezioni sarà il processo di pace con la Turchia che occupa il nord dell’isola, interrotto a Luglio 2017. Il presidente uscente conservatore Anastasiades è dato favorito dai sondaggi tra il 27 e il 33%. Anstasiades intende riprendere i colloqui all’interno della proposta avanzata dall’ONU per la costruzione di una repubblica federale tra il nord e il sud, senza truppe straniere e senza prerogative d’intervento da parte di altri stati.

Probabilmente Anastasiades andrà al ballottagio contro uno dei principali partiti d’opposizione: o Papadopoulos del partito nazionalista DIKO – che accusa il presidente uscente di aver fatto troppo concessioni ai turchi – o l’indipendente Malas sostenuto dai comunisti di AKEL – che hanno in maniera sofferta deciso di appoggiare il piano ONU come unica soluzione praticabile per una pace gestita dai ciprioti senza ingerenze esterne. Se Malas non dovesse andare al ballottaggio, sarebbe la prima volta dagli anni ’70 in cui il candidato dei comunisti non arriverebbe almeno al secondo turno.

Tra i candidati minori anche Lillikas, ex membro di AKEL che si presenta ora su posizioni populiste e Christou, candidato per il partito neonazista ELAM – legato ai greci di Alba Dorata. Dopo essere riusciti a vincere dei seggi in parlamento alle elezioni del 2016, i neonazisti si approcciano alle presidenziali segnalati nei sondaggi al 3%.

Il vincitore delle elezioni sarà Presidente della Repubblica e Capo del Governo.

FINLANDIA – Sempre il 28 gennaio si terranno le elezioni presidenziali – molto meno drammatiche – in Finlandia. Con ogni probabilità saranno vinte con ampissimo margine dal presidente uscente Niinistö, liberale e conservatore che correrà da indipendente nonostante una carriera intera all’interno della Coalizione Nazionale. L’Alleanza di Sinistra, membro del Partito della Sinistra Europea, presenta come candidata l’eurodeputata Merja Kyllönen. Il più piccolo Partito Comunista di Finlandia – anch’esso membro della Sinistra Europea ma su posizioni euroscettiche – non presenterà un proprio candidato.

Il Presidente finlandese agisce da capo dello stato e ha funzioni per lo più burocratiche.

UNGHERIA – Il grande appuntamento successivo sono le elezioni parlamentari in Ungheria, che si terranno a maggio. Il nazionalista Orban per ora può dormire sonni tranquilli, il suo partito FIDESZ (che nonostante le posizioni estremiste continua a collaborare col Partito Popolare Europeo di Angela Merkel) dovrebbe riconfermarsi ben oltre il 40% dei voti mentre il secondo posto dovrebbe essere ancora dei fascisti dello JOBBIK, con oltre il 20%.

Nonostante la sconfitta nel referendum sull’immigrazione, Orban e i suoi camerati non sono per nulla insidiati dalle opposizioni “di sinistra”: la coalizione tra socialdemocratici e liberali si è frantumata. Dato il sistema elettorale, la differenza tra il primo partito e le opposizioni garantirà un’ampia maggioranza autonoma ad Orban. L’unico dubbio è se Orban avrà bisogno dei voti di JOBBIK per avere i due terzi dei seggi necessari per riformare ulteriormente la costituzione.

SVEZIA – A settembre si terranno le elezioni generali in Svezia. Il paese è attualmente guidato da un governo di centrosinistra, formato da socialdemocratici (S) ed ecologisti (MP), con l’appoggio esterno dei liberali conservatori del Partito Moderato (M). Il Partito della Sinistra (V, membro dell’Alleanza della Sinistra Verde Nordica) è invece all’opposizione. Per le sue posizioni euroscettiche il Partito della Sinistra è escluso dai possibili interlocutori di governo dal centrosinistra.

Rispetto alle ultime elezioni, i sondaggi segnalano la flessione dei socialdemocratici di governo e di Iniziativa Femminista, gruppo che si è separato dal Partito della Sinistra per andare verso l’area socialdemocratica. Risultano invece in ascesa il Partito della Sinistra (che potrebbe tornare attorno all’8%) e gli Svedesi Democratici, il partito di estrema destra che su posizioni social-nazionaliste (welfare solo per gli svedesi) viene segnalato tra il 15 e il 23%

Zeman, il trasformitsta della Repubblica Ceca

Zeman, il trasformitsta della Repubblica Ceca

pubblicato su http://www.lacittafutura.it

Il presidente uscente della Repubblica Ceca, Milos Zeman, andrà al ballottaggio contro lo sfidante Jiri Drahos. Il primo turno, svolto il 12-13 gennaio, ha visto Zeman in ampio vantaggio col 38,57% dei voti, Drahos insegue al 26,6%. Il vantaggio del primo turno potrebbe non bastare a Zeman, su Drahos potrebbero convergere i voti di tutti gli altri candidati. O almeno, questa è la speranza di molti media che vorrebbero trasformare il ballottaggio in un referendum contro le posizione filo russe di Zeman.

Zeman, carriera da trasformista

La carriera politica di Milos Zeman è iniziata in piena epoca socialista. Sostenitore delle riforme di Dubcek, il giovane Zeman viene espulso dal Partito Comunista in seguito all’intervento militare sovietico. Durante gli anni ‘80 Zeman comincia ad acquisire visibilità come critico del governo comunista, notorietà che sfrutterà per diventare un membro di primo piano del ricreato partito socialdemocratico CSSD, di cui sarà dirigente di primo piano e con cui sarà capo del governo tra il 1998 e il 2001. La sconfitte nelle lotte interne al CSSD lo porta a fondare il Partito dei Diritti Civili (SPO), mantenendo le posizioni economiche ma abbandonando il filo atlantismo e il sostegno all’Unione Europea tipici degli altri partiti della socialdemocrazia europea. L’SPO non otterrà mai grandi risultati elettorali, se non proprio alle elezioni presidenziali.

L’elezione diretta del capo dello stato è stata introdotta nella Repubblica Ceca nel 2013, anno in cui Zeman riesce ad andare al secondo turno, e vincerlo, capitalizzando la crisi dei “partiti tradizionali”. In teoria il ruolo del Presidente è poco più che cerimoniale, Zeman però lo interpreta subito in maniera interventista, cerca di convincere i comunisti del KSCM a sostenere un governo guidato dai socialdemocratici e altre formazioni liberali. Il tentativo di formare un centrosinistra praghese fallì e da lì in poi Zeman ha giocato di sponda con altre formazioni tra cui ANO 2011, un partito molto simile al Movimento 5 Stelle nello stile populista che copre un programma liberista.

Gli Zeman d’Europa

I media europei catalogano oggi Zeman come un “populista di sinistra, filo russo e anti immigrati”. Data la carriera del personaggio, è lecito pensare che anche questa combinazione durerà poco. Il personaggio ha espresso posizioni roboanti (dal sostegno alle ronde armate di privati cittadini al sostegno alla destra polacca), ma non può essere solo una questione di quanto il personaggio in sé sia particolare.

La realtà è che nell’est dell’Europa queste dinamiche di trasformismo e scivolamento a destra sembrano essere endemiche. Mentre la politica dell’allargamento a est dell’Unione Europea prometteva stabilità, crescita economica e lo sviluppo di sistemi politici di stampo occidentale, la realtà era che i paesi post-socialisti hanno visto impennare le disuguaglianze e le promesse di benessere per tutti non sono state mantenute. Per di più, l’assorbimento all’orbita UE/NATO ha creato enormi tensioni nei paesi con rapporti forti e difficili con la Russia. Questo ha assunto la forma tragica della guerra in Ucraina, la forma del liberal-fascismo nella Ungheria di Orban. E, in molti paesi, assume la forma di una politica in perenne crisi, alla continua ricerca di personaggi e partiti a cui affidare il ruolo di uomini della provvidenza (russa o europeista, a seconda del caso) nella speranza che possano risolvere i disastri combinati da classi dirigenti profondamente inadeguate, spesso passate dalla sera alla mattina dall’obbedienza sovietica alla nuova fede nell’Unione Europea.

Il 26 e il 27 gennaio Zeman sarà sfidato nel ballottaggio dall’indipendente Drahos, un fisico con onoratissima carriera accademica entrato in politica a 60 anni per rappresentare l’europeismo. I media occidentali ne parleranno come uno scontro campale tra progresso europeo e medioevo russo. Più prosaicamente, sarà probabilmente un nuovo giro a vuoto dell’ingranaggio elettorale dei paesi dell’est.

Gros Koalition anche per l’Islanda: però è euroscettica

Gros Koalition anche per l’Islanda: però è euroscettica

Pubblicato su La Città Futura

La sinistra rosso-verde assume la guida del governo, e rompe coi suoi giovani.

A Berlino Angela Merkel contratta l’ennesima Gros Koalition tra cristiano-democratici e social democratici per continuare a gestire l’Unione Europea dell’austerità. Fuori dai confini dell’Unione, in Islanda, sembra il mondo al contrario: la sinistra euroscettica assume la guida di una grande coalizione di partiti anti europeisti.

Le elezioni

Dalla crisi finanziaria di dieci anni fa, l’Islanda non ha mai recuperato stabilità politica. Le elezioni del 2016 erano a loro volta elezioni anticipate innescate dallo scandalo dei Panama Papers. Questa volta la miccia è stato il tentativo di coprire uno scandalo sessuale che ha coinvolto amici della famiglia del primo ministro Benediktsson.

I tre partiti del governo uscente – tutti di area liberale – sono stati puniti dagli elettori. Il Partito dell’Indipendenza è sceso dal 29% al 25,2%, Rinascita dal 10,5% al 6,7%, Futuro Luminoso dal 7,2% all’1,2%.

Tra i partiti dell’opposizione, calano gli agrari del Partito del Progresso (dall’11,5% al 10,7%) e perde molte posizioni il Partito Pirata (dal 14,5% al 9,2%). Il nuovo Partito di Centro – formazione populista e conservatrice – ottiene un notevole 10,9%. L’Alleanza Socialdemocratica si risolleva un poco dopo il crollo verticale dell’anno scorso, passando dal 5,7% al 12,1%. Infine, la Sinistra – Movimento Verde sale dal 15,9% al 16,9%, un risultato comunque molto al di sotto delle aspettative suscitate dai sondaggi che davano la formazione rosso-verde ben oltre il 20%. È in effetti probabile che la mancata crescita dei rosso-verdi corrisponda alla ripresa dei socialdemocratici.

Il governo

A guidare il nuovo governo è la leader della Sinistra rosso-verde Katrín Jakobsdóttir, che ha ottenuto la guida della coalizione dopo il fallimento delle trattative guidate da Benediktsson, il quale a sua volta conserva la posizione chiave di Ministro delle Finanze. La “Gros Koalition” anti europeista è quindi formata dalla Sinistra, dal Partito del Progresso e dal Partito dell’Indipendenza. Oltre il Primo Ministro e la presidenza del Parlamento, la Sinistra ottiene anche il ministero dell’ambiente e la delega alla salute all’interno del ministero dello stato sociale.

Il Presidente della Confederazione del Lavoro Islandese Gylfi Arnbjörnsson si è espresso contro

Gli obiettivi dichiarati del nuovo governo sono la stabilità dell’economia, la riforma del sistema penale e un impegno sui temi ambientali che vada più a fondo di quanto previsto dagli Accordi di Parigi. Con tre formazioni euroscettiche al governo, e con l’indebolimento delle posizioni europeiste anche tra i partiti di opposizione, è molto improbabile che questo governo riapra le trattative per l’ingresso nell’Unione Europea.

La nascita del governo Jakobsdóttir non è stata indolore. Due deputati della Sinistra – Movimento Verde hanno votato contro la fiducia e la giovanile del partito si è schierata contro l’accordo di governo. Non è ancora chiaro se questo porterà a una scissione. Di fatto, il governo dispone di una maggioranza di 33 seggi su 63 ed è quindi molto probabile che la politica islandese rimanga instabile e che la legislatura si concluda con ulteriori elezioni anticipate.

https://www.lacittafutura.it/esteri/gros-koalition-anche-per-l-islanda-pero-e-euroscettica

Sinn Fein: finisce l’era di Gerry Adams

Il sottoscritto su La Città Futura

Sinn Fein: finisce l’era di Gerry Adams

In mezzo alle turbolenze politiche, il Sinn Fein cambia leader e punta al governo.

 

Nominalmente l’Irlanda ha superato la crisi economica, le proiezioni assegnano tassi di crescita del PIL superiori al 2%, disoccupazione in diminuzione, aumento delle ore lavorate. La crisi politica non sembra di andare di pari passo, con un governo di minoranza continuamente sottoposto a violenti scossoni e alla minaccia di elezioni anticipate.

Sinn Fein

Dietro i dati generalmente positivi dell’economia, però, si nascondono alcuni dati più preoccupanti. I tassi di disoccupazione, di disoccupazione giovanile e di disoccupazione di lungo corso sono scesi rispetto agli anni peggiori della crisi, rimanendo però molto più alti rispetto ai livelli pre-crisi.

La crisi politica

Le elezioni del 2016 hanno visto il tracollo della grande coalizione dell’austerità, tra i conservatori del Fine Gael e il Labour irlandese. Nonostante la sconfitta, il Fine Gael è riuscito a mantenere il controllo di un governo di minoranza grazie all’alleanza con alcuni parlamentari indipendenti e all’appoggio esterno dei “liberaldemocratici” (spostati sempre più a destra) del Fianna Fail. Il governo di minoranza di Enda Kenny è durato da Maggio 2016 a Giugno 2017, per poi essere sostituito dal governo di Leo Varadkar.

In questi giorni il governo Varadkar è in fibrillazione in seguito allo scandalo che ha coinvolto la vice-Presidente Fitzgerald a proposito della corruzione all’interno della polizia irlandese. Il Fianna Fail ha ottenuto le dimissioni di Fitzgerald, richieste anche dall’opposizione di sinistra, ma ormai tutti gli osservatori sono convinti che la legislatura sia vicina alla fine e che si andrà a nuove elezioni all’inizio del 2018.

La svolta del Sinn Fein

In questo contesto arriva la svolta del Sinn Fein, il partito nazionalista di sinistra. Lo storico leader Gerry Adams si è dimesso dalla presidenza del partito, lasciando la guida a Mary Lou McDonald. Un cambiamento di tattica politica e generazionale.

Adams ha vissuto in pieno la stagione della lotta armata, è stato in prigione, ha avuto un ruolo fondamentale nel processo di pace e nella lunga marcia dei repubblicani dall’astensionismo fino al protagonismo nella vita politica. Quando, alla fine degli anni ’60, il Sinn Fein si è diviso tra l’ala marxista e l’ala nazionalista, Adams ha scelto convintamente i nazionalisti. In seguito, senza mai diventare marxista, Adams ha introdotto la questione di classe e le questioni sociali nella politica dei nazionalisti,si è alleato in Europa con la sinistra radicale, fino a guidare l’ascesa elettorale dell’ultimo decennio in cui il partito si è imposto come primo partito di opposizione all’austerità e ha accarezzato l’idea di diventare primo partito.

Sinn Fein

Le elezioni del 2016 hanno segnato un punto di svolta, nel “nuovo normale” europeo di bassa crescita economica e alta disoccupazione il Sinn Fein non ha le dimensioni per guidare un governo di sinistra. In più, la Brexit riapre le speranze di una riunificazione dell’Isola, con l’Irlanda del Nord che ha votato in maggioranza schiacciante per rimanere nell’Unione Europea. In più, le successive elezioni nordirlandesi hanno tolto per la prima volta la maggioranza ai partiti fedeli a Londra, risultando in uno stallo nella formazione del governo del Nord, tanto che la finanziaria non verrà discussa dall’Assemblea di Belfast ma dalla Camera di Londra.

Il congresso del Sinn Fein ha quindi deliberato la svolta: il Sinn Fein accetterà di governare come partito minore di una coalizione la Repubblica d’Irlanda, cercando di approfittare dello scontro tra Fianna Fail e Fine Gael. I sondaggi per ora segnalano un Sinn Fein in ascesa, che dal 13,8% delle ultime elezioni politiche potrebbe salire fino al 20%.

Certo, rimane da vedere se le urne daranno lo stesso risultato dei sondaggi, e rimane da vedere se il SF riuscirà a tenere insieme l’abbraccio all’Unione Europea in nome dell’Irlanda unita e la questione sociale.

https://www.lacittafutura.it/esteri/sinn-fein-finisce-l-era-di-gerry-adams.html

Dopo il 18 novembre: linee di politica estera a sinistra

Il sottoscritto sull’ultimo numero de La Città Futura

Dopo il 18 novembre: linee di politica estera a sinistra

Su Ue, Nato,america latina qual è la posizione delle sinistre (oltre a Eurostop, che si esprime da tempo) su questi temi nel post-Brancaccio?

Il fallimento del Brancaccio e l’assemblea lanciata dall’Ex Opg – Je So Pazzo hanno reso chiari quali sono i progetti che si presenteranno, o proveranno a presentarsi, alle prossime elezioni politiche. A “sinistra del PD” lavorano tre possibili liste: la riedizione bonsai del centrosinistra tra MdP, Possibile e Sinistra Italiana, la “lista popolare” che si prova a lanciare dopo l’assemblea al Teatro Italia e infine la bicicletta trotzkista annunciata da un articolo comune di Sinistra Classe Rivoluzione e del PCL.

Per quanto si tratti di processi in corso, è già possibile provare a capire quali saranno le linee di politica estera di queste formazioni. In particolare, per quanto riguarda il rapporto col “vincolo esterno” dell’Unione Europea, con la NATO e la visione sul Sud America, che negli anni è diventato una cartina tornasole dell’avvicinamento o allontanamento dalle “compatibilità del sistema”.

Il centrosinistra bonsai

L’alleanza D’Alema-Civati-Fratoianni non ha ancora una forma organizzativa e per ora la sua proposta politica consiste in un poco convincente tentativo di riproporsi come rappresentanti del lavoro e soprattutto di polemica con l’ex alleato Matteo Renzi. Poco o nulla è detto a proposito di ciò che accade oltre i confini italiani. Come abbiamo segnalato su La Città Futura, alcuni membri di MdP hanno provato a dispiegare qualche posizione vagamente più coraggiosa rispetto a quelle del PD, salvo annegarle nella fedeltà all’impianto pro Unione Europea e pro NATO.

Retoricamente, potrebbe bastare ricordare ciò che Edward Lutwak disse del leader Maximo: “qui a Washington ricordiamo D’Alema come l’unico premier italiano che ha combattuto da alleato al fianco degli Stati Uniti. Fin dall’inizio, senza cambiare idea e senza distinguo. Ci ricordiamo che è stato leale, fedele, serio e che non ha ceduto di un millimetro nonostante nel suo partito ci fosse una componente pacifista”.

Nella retorica dei nuovi DSc’è però almeno un riferimento programmatico elaborato: il programma di Italia Bene Comune, quando il centrosinistra era ancora guidato da Bersani. Nella Carta d’Intenti del centrosinistra – composto allora da PD e SEL – si leggeva che l’unico progetto possibile per l’Italia sarebbe stato quello europeo, da rilanciare, rafforzando la piattaforma dei “progressisti europei” (di fatto, il Partito del Socialismo Europeo). Secondo Italia Bene Comune, i due assunti europeisti dell’austerità e dell’equilibrio dei conti pubblici sono necessari benché non debbano diventare dei dogmi fini a se stessi. Infine, la soluzione era, ovviamente, “più Europa”.

Sul Sud America, infine, risuonano ancora le parole di Bersani che temeva che, in Italia, dopo Berlusconi sarebbe arrivato un Chavez. L’integrazione dei nuovi DS nella famiglia della socialdemocrazia europea mantiene ferma questa posizione, come dimostra l’assegnazione del Premio Sakharov per la libertà di espressione alla “opposizione democratica venezuelana”. Il premio è assegnato, di fatto, come accordo politico tra il gruppo europeo dei socialdemocratici e quello dei cristiano-democratici. Sarebbe interessante sapere cosa pensa di questo Sinistra Italiana, che ha aderito come osservatore al Partito della Sinistra Europea. D’altra parte, gli eurodeputati di Sinistra Italiana in realtà restano divisi in Europa: Curzio Maltese resta nel GUE/NGL (che contesta il Premio Sakharov), mentre Cofferati continua a lavorare nel gruppo socialdemocratico.

Dopo il Teatro Italia

L’insieme di forze che ha lanciato l’idea di una “lista popolare” deve ancora elaborare il suo programma. Quello che è sicuro, è che si gioca in tutt’altro campo rispetto a quello del nuovo centrosinistra. La maggior parte degli interventi si è concentrata sul conflitto tra capitale e lavoro, sulle vertenze e sulle lotte realmente esistenti in Italia. E poi, la discussione sul vincolo esterno dell’Unione Europea. Al Teatro Italia non si sono sentiti richiami a “più Europa”, “Europa dei popoli”, “Europa sociale”. Anzi, chi ha battuto sulla dimensione europea l’ha fatto per chiedere ancora più nettezza nella rottura con la gabbia dell’UE.

Una delle novità dell’assemblea al Teatro Italia è stata proprio la discussione aperta sul tema, a differenza delle innumerevoli altre “esperienza democratiche e partecipate” in cui le posizioni euro-critiche, anche le più timide, venivano relegate a una piccola minoranza da zittire agitando l’accusa di essere cripto-lepenisti.

I tremendi trascorsi del centrosinistra come attuatore dell’atlantismo hanno lasciato il segno. Il D’Alema della guerra del Kosovo, il centrosinistra delle missioni in Afghanistan e Iraq sono – negli interventi al Teatro Italia e nelle discussioni successive – tra i più pesanti motivi per cui non è neanche lontanamente immaginabile l’ennesimo accordo di bassa lega con la sinistra istituzionale.

Sul Sud America, le organizzazioni che hanno partecipato all’assemblea hanno una lunga storia di solidarietà con i governi bolivariani e in generale con le esperienze di sinistra di quei Paesi. L’unica organizzazione a fare eccezione su questo punto sembra essere Sinistra Anticapitalista, che ha sostenuto nell’ultimo periodo gruppi venezuelani di opposizione a Maduro.

La bicicletta

L’idea di una “lista rivoluzionaria” lanciata dalle due organizzazioni trotzkiste è in aperta polemica con il processo lanciato al Teatro Italia, che viene accusato di limitarsi a una linea “antiliberista” e riformista che non mette in discussione il vincolo esterno dell’Unione Europea. Critica ingenerosa, come abbiamo visto la discussione sul vincolo esterno esiste. Si tratta anche di una critica nuova per SCR e PCL. Basta tornare indietro al referendum inglese sulla permanenza del Regno Unito nell’UE e vedere le posizioni di allora. Entrambe le organizzazioni hanno sostenuto che la permanenza nell’UE era un falso problema e lanciavano la parola d’ordine degli stati uniti socialisti d’Europa. Per la verità, mentre SCR articolava un discorso più complesso sulle forze che hanno sostenuto la Brexit e riconosceva la natura in parte classista del voto, il PCL addossava la lotta contro l’UE e contro l’Unione Monetaria alla destra di Farage, Le Pen e Salvini.

Dalla “lista rivoluzionaria” è stato criticato anche l’accento populista dell’assemblea del 18 novembre, sostenendo, letteralmente, che siano state “le concezioni di Laclau, che enormi disastri hanno prodotto in America Latina facendo salire la classe lavoratrice sul carro dei movimenti populisti borghesi”. Una liquidazione così brutale dell’esperienza sudamericana stupisce, soprattutto da parte di SCR, che fa parte della Tendenza Marxista Internazionale che, pur con molte distinzioni e criticità, continua a essere parte attiva nel governo bolivariano del Venezuela.