Sinn Fein: finisce l’era di Gerry Adams

Il sottoscritto su La Città Futura

Sinn Fein: finisce l’era di Gerry Adams

In mezzo alle turbolenze politiche, il Sinn Fein cambia leader e punta al governo.

 

Nominalmente l’Irlanda ha superato la crisi economica, le proiezioni assegnano tassi di crescita del PIL superiori al 2%, disoccupazione in diminuzione, aumento delle ore lavorate. La crisi politica non sembra di andare di pari passo, con un governo di minoranza continuamente sottoposto a violenti scossoni e alla minaccia di elezioni anticipate.

Sinn Fein

Dietro i dati generalmente positivi dell’economia, però, si nascondono alcuni dati più preoccupanti. I tassi di disoccupazione, di disoccupazione giovanile e di disoccupazione di lungo corso sono scesi rispetto agli anni peggiori della crisi, rimanendo però molto più alti rispetto ai livelli pre-crisi.

La crisi politica

Le elezioni del 2016 hanno visto il tracollo della grande coalizione dell’austerità, tra i conservatori del Fine Gael e il Labour irlandese. Nonostante la sconfitta, il Fine Gael è riuscito a mantenere il controllo di un governo di minoranza grazie all’alleanza con alcuni parlamentari indipendenti e all’appoggio esterno dei “liberaldemocratici” (spostati sempre più a destra) del Fianna Fail. Il governo di minoranza di Enda Kenny è durato da Maggio 2016 a Giugno 2017, per poi essere sostituito dal governo di Leo Varadkar.

In questi giorni il governo Varadkar è in fibrillazione in seguito allo scandalo che ha coinvolto la vice-Presidente Fitzgerald a proposito della corruzione all’interno della polizia irlandese. Il Fianna Fail ha ottenuto le dimissioni di Fitzgerald, richieste anche dall’opposizione di sinistra, ma ormai tutti gli osservatori sono convinti che la legislatura sia vicina alla fine e che si andrà a nuove elezioni all’inizio del 2018.

La svolta del Sinn Fein

In questo contesto arriva la svolta del Sinn Fein, il partito nazionalista di sinistra. Lo storico leader Gerry Adams si è dimesso dalla presidenza del partito, lasciando la guida a Mary Lou McDonald. Un cambiamento di tattica politica e generazionale.

Adams ha vissuto in pieno la stagione della lotta armata, è stato in prigione, ha avuto un ruolo fondamentale nel processo di pace e nella lunga marcia dei repubblicani dall’astensionismo fino al protagonismo nella vita politica. Quando, alla fine degli anni ’60, il Sinn Fein si è diviso tra l’ala marxista e l’ala nazionalista, Adams ha scelto convintamente i nazionalisti. In seguito, senza mai diventare marxista, Adams ha introdotto la questione di classe e le questioni sociali nella politica dei nazionalisti,si è alleato in Europa con la sinistra radicale, fino a guidare l’ascesa elettorale dell’ultimo decennio in cui il partito si è imposto come primo partito di opposizione all’austerità e ha accarezzato l’idea di diventare primo partito.

Sinn Fein

Le elezioni del 2016 hanno segnato un punto di svolta, nel “nuovo normale” europeo di bassa crescita economica e alta disoccupazione il Sinn Fein non ha le dimensioni per guidare un governo di sinistra. In più, la Brexit riapre le speranze di una riunificazione dell’Isola, con l’Irlanda del Nord che ha votato in maggioranza schiacciante per rimanere nell’Unione Europea. In più, le successive elezioni nordirlandesi hanno tolto per la prima volta la maggioranza ai partiti fedeli a Londra, risultando in uno stallo nella formazione del governo del Nord, tanto che la finanziaria non verrà discussa dall’Assemblea di Belfast ma dalla Camera di Londra.

Il congresso del Sinn Fein ha quindi deliberato la svolta: il Sinn Fein accetterà di governare come partito minore di una coalizione la Repubblica d’Irlanda, cercando di approfittare dello scontro tra Fianna Fail e Fine Gael. I sondaggi per ora segnalano un Sinn Fein in ascesa, che dal 13,8% delle ultime elezioni politiche potrebbe salire fino al 20%.

Certo, rimane da vedere se le urne daranno lo stesso risultato dei sondaggi, e rimane da vedere se il SF riuscirà a tenere insieme l’abbraccio all’Unione Europea in nome dell’Irlanda unita e la questione sociale.

https://www.lacittafutura.it/esteri/sinn-fein-finisce-l-era-di-gerry-adams.html

Spagna e Irlanda: istruzioni per l’uso

Non ci sono ancora risultati definitivi, però, subito alcuni punti:

1) Le candidatura di unità popolare non sono né di Podemos né di Izquierda Unida, tanto che dove i due partiti hanno fatto le loro liste cambiandogli solo il nome hanno ottenuto risultati in linea con quelli che hanno come singolo partito.

Comizio di Barcelona en Comù

Comizio di Barcelona en Comù

2) Grandi risultati, per carità. Ma cominciamo ad abbassare le aspettative. Alle elezioni politiche sarà diverso, le liste di unità popolare stanno ottenendo i sindaci grazie a una legge elettorale per cui, nel caso non si sia in grado di formare una maggioranza, viene comunque eletto sindaco il candidato della lista con più voti. Questo vuol dire che col 20-25% puoi avere il sindaco di minoranza. Al Parlamento invece bisogna ottenere la fiducia della maggioranza assoluta. Questo lo si vede anche dai risultati delle regionali, dove la formazione dei governi rimane in mano ai popolari e ai socialdemocratici.

3) Fare paragoni tra quello che succede in Spagna e quello che succede in Italia è semplicemente ridicolo. Chi lo fa non ha nessuna scusante, o è scemo o prende gli altri per scemi.

4) Già che ci siamo, diciamolo anche per l’Irlanda: NO, il Sinn Fein non è primo nei sondaggi. Il SF è secondo nei sondaggi dietro al partito conservatore di governo Fine Gael che sta sfruttando la ripresa economica per guadagnare consensi, ed è seguito a breve distanza dai centristi del Fianna Fail. Basta andare su Wikipedia e guardare il grafico dei sondaggi:

Blu Fine Gael, verde scuro Sinn Fein, verde chiaro Fianna Fail, rosso Labour, nero altri e indipendenti

Blu Fine Gael, verde scuro Sinn Fein, verde chiaro Fianna Fail, rosso Labour, nero altri e indipendenti

Nominalmente il sistema elettorale irlandese è proporzionale, in realtà è un po’ più complesso. La distribuzione dei seggi con numeri simili potrebbe essere:
Fine Gael 54-55
Sinn Fein 31-33
Fianna Fail 32-36
Labour 1-2
Altri/Indipendenti 32-40

Ora, come spiega la fonte, sono stime che possono variare. Però permettono di ragionare su come si fa a formare una maggioranza. Servono 79 seggi. L’attuale coalizione Fine Gael/Labour non avrebbe i numeri, la soluzione più naturale sarebbe una coalizione Fine Gael/Fianna Fail (magari puntellata dagli indipendenti conservatori).
A parte il fatto che l’alleanza con i verdi, i trotzkisti e con gli indipendenti veri e propri sarebbe difficilissima da gestire, ad ora non ci sono i numeri per un governo di sinistra guidato dal Sinn Fein.
All’interno degli altri/indipendenti sono conteggiati anche i Verdi, le formazioni trotzkiste Alleanza Contro l’Austerità e l’Alleanza Popoli Prima dei Profitti e la formazione conservatrice Renua Ireland. Tutti questi gruppi potrebbero stare attorno ai 5 deputati, anche se si tratta di stime che potrebbero calare sotto elezioni per il richiamo del voto utile. Rimangono quindi gli indipendenti veri e propri, che coprono tutto l’arco politico.

L’unica opzione di governo possibile per il Sinn Fein sarebbe un’alleanza con il Fianna Fail e con 10-15 parlamentari raccolti tra gli indipendenti. Possibilità tecnica ma politicamente quasi impossibile da gestire.

La sinistra in Europa\3

Continua il lavoro di mappatura delle “sinistre radicali” europee per La Città Futura. Questo capitolo è sull’Irlanda, comprendendo sia la Repubblica d’Irlanda sia l’Irlanda del Nord.

Nello specifico, si parla del Sinn Fein e della “sinistra classista”, ovvero dei vari gruppi trotzkisti che girano attorno al Socialist Party.

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Europeismo e sinistra radicale

Rispondendo all’articolo di Etienne Balibar e Sandro Mezzedra, pubblicato sul Manifesto e su Liberation, Stathis Kouevelakis scrive:

Facciamo ugualmente notare, nonostante il disgusto che ispira ogni riferimento nazionale a innamorati cotti dell’europeismo come Balibar e Mezzadra, che i successi politici cui loro stessi si riferiscono, quelli di Syriza o di Podemos, sono non solo vittorie nel quadro nazionale, che non mutano i rapporti di forza se non perché consentono a forze politiche di sinistra radicale di accedere alle leve di uno Stato nazionale, ma si sono anche costruiti (questi successi) per una parte determinante sulla rivendicazione della sovranità nazionale, in un senso democratico, popolare, non-nazionalista, e aperto ad altri. Il discorso «nazional-popolare» e i richiami al patriottismo abbondano, in maniera assunta perfettamente nei discorsi di Tsipras e di Iglesias, come abbondano le bandiere nazionali (greca o repubblicana nel caso della Spagna, per non dire di quelle delle nazionalità dello Stato spagnolo nel suo complesso) tra le folle e i movimenti «autonomi» (per riprendere il termine di Mezzadra e Balibar) che riempiono strade e piazze di questi paesi.
Più di ogni altro elemento, questo dimostra come il riferimento nazionale costituisca, soprattutto nei paesi dominati della periferia europea, un terreno di lotte che, in paesi come la Spagna o la Grecia, forze progressiste sono riuscite a egemonizzare, per farne uno dei più potenti motori del loro successo. È su questa base che può costruirsi un vero internazionalismo, non sulle vuote enunciazioni, completamente sganciate dalle realtà concrete della lotta politica, di un livello che si crede sia, di colpo e senza mediazioni, «europeo» o «transnazionale».
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Oggettivamente, bisogna riconoscere che nei paesi periferici dell’Unione Europea l’avanzata delle sinistre poggia su basi nazionali. E’ fin troppo facile notare che addirittura in Irlanda la “sinistra radicale” è il Sinn Fein, un partito repubblicano il cui primo obiettivo è l’unificazione dell’Irlanda e l’indipendenza dal Regno Unito e il cui leader ci tiene a precisare che non ci sono marxisti nel partito. Anche in Portogallo il Partito Comunista è avanzato sulle basi di una politica “popolare e patriottica”.

Ma non si tratta solo della sinistra politica. E’ abbastanza curioso che siano proprio i movimentisti a non accorgersi che sono prima di tutto i movimenti a essere su base nazionale. La cosa che ha assomigliato di più a un movimento su scala europea sono stati gli indignados. Col piccolo dettaglio che la filiazione italiana è morta lo stesso giorno della prima manifestazione mentre la filiazione portoghese, il movimento que se lixe a troika, è arenato da più di un anno e ha trascinato a fondo il suo referente politico, il Bloco de Esquerda.

La truffa del debito pubblico.

“La truffa del debito pubblico” è il titolo del nuovo libro di Paolo Ferrero che fa furbescamente il verso a un certo tipo di letteratura scandalistico-complottista molto diffusa nel campo dell’economia. Perché questo tipo di letteratura attecchisca in questo campo specifico, non è difficile da capire: la differenza tra le esperienze di vita reale e il verbo neoliberista professato dagli economisti di regime porta molte persone a cercare risposte diverse da quelle di Friedman, Zingales e Mario Monti. In questa differenza Ferrero cerca di infilarsi piantandoci dentro un cuneo.

truffa

Paolo Ferrero – La truffa del debito pubblico – DeriveApprodi – 155 pagine – 12 euro

Ferrero con questo libro prosegue il lavoro iniziato col precedente libro “PIGS, la crisi spiegata a tutti”, un lavoro di rielaborazione e divulgazione delle posizioni degli “economisti critici” come Brancaccio, Bellofiore, Gallino o Giacchè, per nominare i più noti. Il libro di Ferrero è utile da leggere per chiunque graviti attorno alla cosiddetta “sinistra radicale”, qualunque sia il giudizio che si da del segretario di Rifondazione Comunista. In parte perché gli economisti “nostri” spesso “si spezzano ma non si spiegano”, dibattono a un livello oggettivamente troppo alto perché sia compreso dai militanti che, a loro volta, spesso non sono neanche troppo interessati a innalzare il dibattito oltre il livello delle beghe di fazione. In parte anche perché quello di Ferrero è uno sforzo di sistematizzare le posizioni assunte insieme alla segreteria del PRC e può essere l’occasione giusta per provare a stabilire “affinità e divergenze” in maniera più precisa di quanto si possa fare con gli scambi di battute estemporanei che si susseguono sui social network.

La truffa del debito

Ferrero individua, giustamente, il divorzio del 1981 tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro come momento critico nella storia del debito italiano. È un momento che viene presentato come “naturale” dalla cultura dominante, i suoi protagonisti Ciampi e Andreatta sono considerati poco meno di padri della patria. Anche tra le culture d’opposizione, però, non è percepito come un passaggio importante almeno quanto la sconfitta dell’occupazione alla FIAT o la sconfitta al referendum sulla scala mobile. Anche a sinistra si tende a viverla come fosse una cosa “naturale” o, anche peggio, ci s’impicca alle fantasie sul signoraggio.

La tesi di Ferrero è semplice. Prima del divorzio Banca d’Italia e Ministero del Tesoro concordavano il tasso d’interesse dei titoli di stato e poi la Banca d’Italia comprava quello che era rimasto invenduto sul mercato privato. In questa maniera lo stato poteva finanziare la sua spesa a tassi d’interesse moderati e il debito pubblico nel suo complesso cresceva in maniera controllata. Con l’autonomia della Banca d’Italia, invece, lo stato deve finanziarsi ai tassi stabiliti dal mercato e l’Italia vede crescere il proprio debito pubblico in maniera esponenziale, pur essendo in avanzo primario. E lo stesso problema affrontano i paesi periferici dell’Unione.

La tesi di Ferrero è giusta, ma corre il rischio del semplicismo. Infatti, non risponde a una domanda: come mai i tassi d’interesse del debito in Italia esplodono già negli anni ’80 mentre questo non succede negli altri paesi periferici dell’Unione, pur avendo la stessa situazione d’indipendenza della Banca Centrale? Senza spiegare questo si rischia di lasciare aperta la porta a spiegazioni banalizzanti come la spesa pubblica senza controlli e le ruberie (è la tesi che Civati esponeva un paio d’anni fa in giro per l’Italia).

Ah, l’ala sinistra del PD

La risposta in parte è implicita nei ragionamenti svolti da Ferrero sul risparmio privato: l’Italia è un paese in cui c’è un alto debito pubblico, ma i privati sono relativamente poco indebitati, molti paesi europei pre crisi erano nella situazione inversa, con debiti pubblici bassi ma alti debiti privati. C’è però un secondo punto che rimane sullo sfondo. Brancaccio e Passerella nel loro pamphlet “L’austerità è di destra” smentiscono la vulgata per cui i tassi d’interesse crescerebbero esclusivamente al crescere del debito pubblico, indicando invece tutta una serie di concause tra cui le più rilevanti sarebbero il deficit e il debito verso l’estero, in altre parole l’eccesso d’importazioni rispetto alle esportazioni. Una situazione, questa, in cui l’Italia s’è spesso trovata a causa della de industrializzazione prima e poi dei sempre crescenti squilibri commerciali dell’area euro.

Ferrero, insomma, spiega molto bene perché l’Italia è esposta alla speculazione internazionale, ma lascia sullo sfondo la discussione su perché la speculazione attacchi proprio noi.

Contro il complottismo

Chiunque abbia fatto parte delle mobilitazioni anti-austerità degli ultimi anni ha provato la sgradevole sensazione di essere accomunato con pazzi complottisti vari. È una caratteristica dei nostri tempi in cui Kalecki viene confuso con Adam Kadmon e l’economia politica con le scie chimiche.

Tipo

La seconda parte del libro è fondamentalmente una lunga risposta alla domanda: ”Se l’indipendenza della Banca Centrale non funziona, perché la fanno? Sono scemi o c’è un complotto?”

Ovviamente nessuna delle due, la risposta è che lo fanno perché ci sono degli interessi di classe. Che Andreatta e Ciampi fossero pienamente consapevoli degli effetti sui tassi d’interesse dell’autonomia della Banca Centrale in quest’ottica non importa più di tanto, probabilmente erano sinceramente convinti che così facendo avrebbero creato un nuovo ciclo di crescita economica basato sul libero mercato. Quello che importa è che così non è stato e che oggettivamente le classi dominanti hanno usato quel passaggio per riguadagnare nei rapporti di forza. Certo ci sarà stato qualcuno, nelle università o al ministero o nei cd’a delle banche, consapevole degli effetti. Dovremmo però essere proprio noi, in qualità di eredi del fu movimento comunista italiano plasmato da Gramsci, a sapere che una svolta egemonica ha bisogno che i suoi agenti ne siano pienamente convinti. Altrimenti è solo dominio. È la differenza tra fare il liberismo coi carri armati come Pinochet e farlo col 41% dei voti come Renzi (si, lo so perfettamente che il 41% non è veramente il 41%, ma ci siamo capiti).

La banalità del complottismo non sta nel pensare da qualche parte ci sono stanze segrete in cui uomini potenti decidono i destini del mondo. Gli uomini potenti e le stanze segrete esistono. La banalità è pensare che queste operazioni possano funzionare realmente senza che ci sia la “conquista delle casematte della società”, una conquista che non può essere fatta banalmente pagando sottobanco giornalisti, professori universitari e altre categorie di influencer.

La doppia circolazione

 La terza parte del libro è dedicata alle proposte operative. Costruzione del movimento anti liberista, costruzione della sinistra politica, azione coordinata tra i paesi europei, disobbedire ai trattati per obbligare gli altri paesi europei a ricontrattare alla base i trattati europei che rendono “costituzionalmente” l’Unione Europea e l’Unione Monetaria Europea delle gabbie liberiste.

Fin qui, nulla di nuovo. Ma Ferrero prova a fare un passo in più. La domanda cui Ferrero vuole rispondere: mentre aspettiamo di aver ricontrattato alla base i trattati europei, come si fa a non farsi massacrare dalla speculazione?

L’Economist, nel 2012

La risposta data è la creazione di un doppio circuito monetario. Ovvero, mantenere l’euro ma parallelamente lo stato italiano potrebbe fare emissioni di titoli di Stato dedicati esclusivamente al mercato interno […] garantendo un rendimento basso – diciamo all’1%. In questo modo lo stato italiano potrebbe andare ad attingere al risparmio privato, che in Italia rimane molto alto, senza pagare interessi stratosferici. Inoltre lo Stato italiano potrebbe decidere di pagare, con i titoli di Stato emessi per il mercato interno, una parte dei debiti che ha, partendo dai pagamenti verso le imprese e le prestazioni sociali. Così facendo lo stato non solo non pagherebbe interessi stratosferici alla finanza internazionale ma metterebbe gli interessi più bassi pagati sul mercato nazionale. I buoni del tesoro dovrebbero essere convertibili in carta moneta in modo di permettere di usarli come pagamento nel mercato interno oppure convertirli per andare sul mercato internazionale.

Sembrerebbe la quadratura del cerchio: neutralizza gli effetti perversi dell’euro senza uscirne. In quanto alla sua realizzabilità, il dibattito è aperto. Da una parte Mazzetti sostiene che sia impossibile, dall’altra Gallino, Sylos Labini e altri avanzano una proposta simile di “moneta fiscale” (la differenza è che si tratterebbe di una “quasi-moneta” utilizzabile a fini di sconto fiscale).

Non è compito mio risolvere questo dibattito sul piano della realizzabilità economica. Dal punto di vista della realizzabilità politica individuo però alcuni problemi. Nel libro è lasciato sottointeso, la doppia circolazione monetaria è una misura provvisoria in attesa che un’alleanza di governi di sinistra radicale dei paesi periferici dell’Unione imponga la riscrittura alla base dei trattati, da Maastricht in giù.

Ma perché mai l’Unione Europea, e in particolare i governi austeritari della Germania e degli altri paesi “virtuosi”, dovrebbe accettare questa manovra? Perché, dice Ferrero, l’Italia è troppo grande per fallire, troppo integrata nel sistema industriale tedesco, troppi collegamenti tra le banche italiane e quelle di Berlino e Parigi, troppa popolazione, troppo peso nell’Unione Europea. Vero. Siamo però sicuri che altrettanto si possa dire degli altri paesi periferici? Ai vertici della Banca Centrale assistiamo a uno scontro tra Draghi, impegnato a fare tutto il necessario per salvare l’euro, e i rappresentanti della Germania che tengono fermo il punto: si sta nell’euro solo finché si rispetta l’austerità. Ovviamente questo scontro non riguarda immediatamente l’Italia ma i paesi periferici più piccoli: Grecia, Irlanda e Portogallo. L’esistenza stessa dello scontro Draghi-Germania testimonia che per qualcuno i paesi più piccoli sono sacrificabili al dio dell’ortodossia economica.

Anche ammettendo che Draghi vinca lo scontro (e, a margine, c’è da considerare che Draghi in cambio chiede l’abbattimento di ogni tutela sociale), c’è un altro problema. Il ragionamento di Ferrero impone che si crei un’alleanza tra governi di sinistra radicale nei paesi periferici. Guardando ai dati reali, però, questa prospettiva è lontana. A oggi l’unico paese che potrebbe avere un governo di sinistra radicale è la Grecia. Syriza alle ultime europee è stata il primo partito e il governo è sufficientemente debole perché si vada in tempi rapidi a nuove elezioni. Con i dati delle europee Syriza sarebbe partito di maggioranza relativa con 130 seggi su 300. Alcuni sondaggi successivi arrivano a pronosticare anche la maggioranza assoluta con 150 seggi. I governanti dell’attuale Grande Coalizione, invece, si troverebbero neanche a 100 seggi e non arriverebbero a pareggiare i 130 di Tsipras neanche imbarcando i Greci Indipendenti (destra critica dell’austerità) e Il Fiume (sinistra liberale). Quello che è sicuro è che, se si andasse in tempi brevi a elezioni, non si potrebbe fare un governo senza Syriza.

Syriza

E negli altri paesi periferici?

Il paese che ha in programma le elezioni politiche prima di tutti è la Spagna, che le terrà tra Ottobre e Novembre 2015 (salvo che i risultati delle amministrative di Maggio 2015 non facciano precipitare gli eventi). In Spagna l’astro nascente è Podemos, la neonata formazione di sinistra radicale che, dopo l’exploit inaspettato delle europee, è data da alcuni sondaggi come primo partito. Ma essere primo partito non garantirebbe a Iglesias e soci la guida del governo. Infatti, anche i sondaggi più rosei (ammesso che siano confermati nelle urne) danno Podemos attorno ai 110 seggi. Neanche sommando Izquierda Unida, Esquerra Republicana de Catalona e gli indipendentisti baschi sarebbe possibile raggiungere i 176 seggi necessari per avere la maggioranza. Si noti, a lato, che la strategia di Podemos a oggi sembra essere più efficacie nel cannibalizzare le altre sinistre piuttosto che nel raccogliere consenso nel campo avversario. Tanto che a oggi il risultato più probabile è una Grande Coalizione tra Popolari e Socialisti.

Izquierda Unida

Tra Settembre e Ottobre 2015 si dovrebbe votare anche in Portogallo. Alle europee le sinistre radicali nel complesso sono arretrate, per la verità con un crollo del Bloco de Esquerda e un avanzato della coalizione tra Comunisti e Verdi. Per le prossime elezioni generali sembra profilarsi invece una vittoria dei socialisti pro-austerità che, nel caso, troverebbero facili alleati nelle destre.

Partido Comunista Portogues

In Irlanda, infine, le elezioni si dovrebbero tenere nell’Aprile 2016. Il Sinn Fein, partito socialista repubblicano, ha ottenuto degli ottimi risultati alle europee e i sondaggi lo danno primo partito e in crescita. Ma anche prendendo per buoni i sondaggi non è detto che riesca ad ottenere la maggioranza assoluta di 84 seggi, anche se magari potrebbe avvicinarsi molto. La possibilità di trovare alleati di governo è un’incognita.

Sinn Fein

Certo, fidarsi dei sondaggi e delle tendenze in atto ora per vaticinare quello che succederà a elezioni che si terranno tra un anno e più è un bell’atto di fede. Questo significa proprio che l’ipotesi dell’alleanza dei governi di sinistra radicale (ammesso che quest’alleanza possa avere successo senza l’appoggio di almeno Italia o Francia, paesi in cui, non serve ricordarlo, le sinistre radicali sono ben lontane dal governo) è di la da venire e che il piano proposto da Ferrero è buono sulla carta ma nei parlamenti difficilmente avrà le gambe per camminare. Vuol dire che sia tutto da buttare? No, ma vuol dire che più probabilmente ci sarà un governo isolato di sinistra radicale, o forse un paio, ma l’ipotesi più favorevole è lontana dal realizzarsi e le sinistre dovrebbero continuare ad attrezzarsi per l’eventualità di un’uscita dall’euro. E questo sia che si tratti di Syriza quando afferma che tra la dignità della Grecia e l’euro sceglieremo la dignità della Grecia, sia che si tratti degli altri paesi periferici che rischiano di dover fronteggiare un’uscita da destra dall’Unione Monetaria.