La Nuova Era cinese

Il sottoscritto per La Città Futura

La Nuova Era cinese – Parte I : il potere di Xi Jinping

L’idea che la Cina stia tornando al potere assoluto assomiglia più all’incubo di alcuni occidentali che alla realtà dei fatti.

Si è concluso il 19esimo congresso del Partito Comunista Cinese. Come è stato riportato da tutti i media, il Segretario Generale Xi Jinping ha rafforzato la sua posizione, inserendo il suo nome nella Costituzione del Partito e – apparentemente – riempiendo gli organi dirigenti di alleati. La questione del potere personale non è però l’unica questione, anzi! La “nuova era” sancita dal congresso porta con sé importanti novità sul piano economico e sociale, di cui comincerò a trattare settimana prossima.

Il nuovo Mao? Neanche per sogno

L’idea che la Cina stia tornando al potere assoluto di una sola persona, assomiglia più all’incubo di alcuni occidentali che alla realtà dei fatti. Chiaramente Xi Jinping ha centralizzato nelle sue mani molti più poteri rispetto al predecessore Hu Jintao – che era invece conforme alla “direzione collettiva”.

La Costituzione del PCC recita ora che il Partito assume come ideologia guida: “il Marxismo-Leninismo, il Pensiero di Mao Zedong, la Teoria di Deng Xiaoping, l’importante pensiero delle Tre Rappresentanze, la Visione Scientifica dello Sviluppo e il Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era”. L’aggiunta del nome di Xi nella Costituzione del PCC ha prodotto un coro globale per cui Xi sarebbe il leader più potente dai tempi di Mao, se non addirittura come Mao. L’idea del “nuovo Mao” non è però da prendere sul serio. Mao e Deng sono stati leader in grado di rivoltare il Paese a loro piacimento, al di fuori delle strutture del Partito, contro le strutture del Partito. Basta ricordare che Mao lanciò la Rivoluzione Culturale quando non aveva nessuna carica. Basta pensare che durante il famoso “viaggio a sud” di Deng che rilanciato le riforme di mercato all’inizio degli anni ’90, egli ricopriva l’unica carica di Presidente dell’Associazione degli Scacchisti. Il tipo di potere esercitato dai grandi leader della generazione dei rivoluzionari non può essere paragonato in alcuna maniera a quella dei successori.

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Come già detto, ha invece più senso paragonare Xi agli ultimi segretari. Entrambi i precedenti segretari hanno messo la loro elaborazione teorica nella Costituzione del PCC: Jiang Zemin con le Tre Rappresentanze che aprivano le porte del Partito anche alla borghesia, Hu Jintao con lo Sviluppo Scientifico. Se Hu non ha messo il proprio nome per convinzione nelle direzione collettiva, pare che Jiang non l’abbia messo per mancanza di un adeguato supporto nel Partito. Può essere quindi legittimo considerare Xi più potente di Jiang e Hu. Di sicuro non onnipotente come vorrebbero far passare molti media.

Dopo Xi? Ancora Xi?

A questo punto bisogna avvertire il lettore: tutte le letture degli equilibri di potere interni al PCC sono interpretazioni di segnali dati all’esterno, le reali dinamiche vengono ricostruite ex post.

La composizione del nuovo Comitato Permanente all’interno del Politburo – di fatto i sette uomini che assumono la responsabilità ultima delle decisioni politiche – sembra ora riportare una salda maggioranza di alleati del Segretario Xi Jinping, soprattutto non appaiono nomi di possibili successori, tutti i nuovi membri sono troppo vicini all’età del pensionamento. Non appaiono i due nomi considerati “papabili”: Chen Min’er, alleato di Xi e segretario del PCC nella turbolenta megalopoli di Chongqing, e Hu Chunhua, segretario della ricca Provincia del Guangdong e apparentemente alleato dell’ex Segretario Hu Jintao.

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Tutto questo è stato interpretato come un segnale che Xi sia pronto a rompere il limite di due mandati, limite obbligatorio per le cariche statali e consuetudinario per il Partito. Xi potrebbe mantenere la carica di Segretario del Partito e passare solo la carica di Presidente della Repubblica. Bisogna però dire tre cose:

  1. rimane del tutto possibile che un successore venga integrato successivamente nel Comitato Ristretto, non fa parte della consuetudine ma sarebbe una rottura della consuetudine minore rispetto a un terzo mandato;
  2. Xi non ha voluto – al contrario di quanto dicevano molte previsioni – infrangere la consuetudine dell’età pensionabile nemmeno per tenere all’interno del massimo organo del Partito Wang Qishan, responsabile dell’anticorruzione e apparentemente strettissimo alleato di Xi;
  3. al contrario di quanto riportano molti media, non è una consuetudine che il Segretario uscente si scelga il successore. Jiang Zemin dovette accettare il rivale Hu Jintao come successore, Hu Jintao dovette accettare Xi Jinping (allora considerato un uomo di mediazione) al posto del suo candidato preferito, Li Keqiang che ora ricopre la carica di Primo Ministro.

In questo articolo ho prestato attenzione nel segnalare le alleanze tra i vari leader cinesi come apparenti. Si tratta di una prudenza che sarebbe d’obbligo, ma spesso viene ignorata dagli osservatori in nome del sensazionalismo. Otto anni fa, durante il diciassettesimo Congresso che sanciva il secondo mandato di Hu Jintao, giravano analisi molto simili sul potere accumulato sulla persona del Segretario-Presidente e sulla fedeltà assoluta della dirigenza al leader. L’impegno reale di Hu sulla direzione collettiva – anche al prezzo di ritardare riforme necessarie, dicono i critici – e i conflitti col Primo Ministro Wen Jiabao sono cose che gli analisti hanno scoperto solo dopo la fine dell’amministrazione Hu-Wen.

Al di là dei giochi di potere in stile “House of Cards”, solo i fatti potranno dirci quale saranno le reali conseguenza del potere di Xi Jinping. Anche perché, per quanto potente, Xi non governa un paese immaginario, governa un Paese percorso da contraddizioni enormi, abitato da un miliardo e mezzo di persone a cui ha promesso una Nuova Era. Di questo, si parlerà la prossima settimana.

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La Nuova Era cinese – Parte II: la nuova contraddizione

Il PCC aggiorna la contraddizione principale su cui lavorare nei prossimi decenni.

La conclusione del diciannovesimo congresso del Partito Comunista Cinese ha lasciato una marea di commenti sul livello di potere personale raggiunto dal Segretario del PCC, “nucleo” della dirigenza e Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping.

Meno attenzione è stata dedicata al lungo rapporto politico con cui Xi ha aperto i lavori congressuali. Secondo la consuetudine degli ultimi decenni, il rapporto introduttivo è frutto di un lavoro di consenso all’interno del Partito che può durare più di un anno e che riflette la posizione collettiva della dirigenza.

Nel rapporti di Xi, è stato introdotto il concetto di “socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, che poi stato fissato anche all’interno della Costituzione del Partito. Ma cos’è, esattaente, la nuova era?

La nuova contraddizione

Il rapporto politico letto da Zhao Ziyang all’inizio del tredicesimo congresso del Partito, nel 1987, riportava che “la contraddizione principale che affrontiamo nella fase attuale sono i bisogni materiali e culturali sempre in crescita del popolo e l’arretratezza della produzione sociale”. La missione storica del PCC diventava quindi quella di modernizzare la produzione, anche aprendo alle forze del mercato, anche aprendo il Partito stesso agli imprenditori che accettavano il ruolo guida del Partito.

Il rapporti di Xi al diciannovesimo congresso ha recitato che “il socialismo con caratteristiche cinesi è entrato in una nuova era, la principale contraddizione della società nel nostro paese si è trasformata in una contraddizione tra l’avanzamento continuo degli stili di vita e lo sviluppo ineguale e inadeguato”.

Se, dalla fine degli anni ’80 , la missione del PCC si traduceva nel mantenere alti livelli di crescita del PIL, ora Xi ha posto dei paletti qualitativi. L’inegualità della crescita riguarda largamente la disuguaglianza tra le province cinesi, tra le aree sviluppate e le aree rurali arretrate, l’inadeguatezza riguarda lo sbilanciamento delle fonti di crescita economica. In particolare, le difficoltà economiche dell’ultimo decennio sono state risolte tramite forti investimenti infrastrutturali – prima il piano di viabilità che ha permesso di mantenere alto tasso di crescita a fronte della crisi economica globale nel 2008-2009, ora il piano “One Belt One Road”. Una soluzione che permette di far crescere il PIL ma non di far crescere in maniera sostenuta i consumi delle famiglie, o meglio “gli stili di vita”.

Il rapporto di Xi ha confermato l’obiettivo di fare della Cina entro il 2020 una “società moderatamente prospera”. In termini pratici, si conferma l’obiettivo posto già nel diciottesimo congresso del 2012 di elevare tutta la popolazione cinese al di sopra della soglia di povertà assoluta. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2012 più di 87 milioni di persone vivevano sotto la soglia di 1,9 dollari al giorno. Secondo quanto riportato a inizio dall’agenzia Xinhua, sono ancora 30 milioni le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, calcolata però come un reddito di 2300 renminbi all’anno, circa un dollaro al giorno.

Scompaiono invece altri indicatori numerici – proclamati nel 2012 – di cosa sia la società moderatamente prospera: non si pone come obiettivo il raddoppiamento dell’economia entro il 2021, non si pone l’obiettivo di raddoppiare il PIL pro capite entro il 2020. Questo può significare molte cose. I più pessimisti pensano che la dirigenza del PCC veda all’orizzonte una crisi finanziaria. I più ottimisti, segnalano che l’eliminazione di obiettivi di crescita precisi porterà a dare più attenzione alla qualità piuttosto che alla quantità. Nel rapporto, in effetti, la “nuova era” moderatamente prospera viene descritta come avente “un’economia più forte, una democrazia più estesa, scienza ed educazione più avanzate”.

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Per il 2035, il rapporto fissa l’obiettivo di “aver costruito un paese socialista moderno che sia forte, prosperoso, democratico, culturalmente avanzato e armonioso”. Per i 15 anni che separano la “fase 1” dalla “fase 2”, Xi ha esposto cinque priorità, che erano già delineate in parte del Tredicesimo Piano Quinquennale:

  1. Ristrutturare la produzione industriale, sgonfiare i settori infrastrutturali che sono attualmente in sovracapacità, riduzione della leva finanziaria del debito privato;
  2. Costruire settori ad alta tecnologia in cui l’innovazione sia di livello mondiale;
  3. Ridurre l’inquinamento, migliorare la protezione ambientale;
  4. Costruire un sistema protezione sociale più forte, inclusa la copertura medica e previdenziale;
  5. Ridurre le disuguaglianze tra le province e tra le aree urbane e rurali.

Infine, l’obiettivo per il 2050, a un secolo dalla Rivoluzione di Mao: far diventare la Cina una nazione con influenza globale pionieristica, con un esercito di caratura mondiale, sempre sottomesso alla guida politica del Partito, che “non dovrà mai cercare l’egemonia”. Va notato che, nell’uso cinese, egemonia significa esattamente il contrario della lezione gramsciana: significa cercare il dominio. Quando il governo cinese contesta la politica statunitense, muove l’accusa di egemonismo.

Il PCC e la legittimità

Quello che colpisce nel rapporto politico di Xi è che l’obiettivo politico del PCC, e quindi dello stato cinese, rimane il progetto di miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari. Questo, sia ben chiaro, non toglie in nessuna maniera il potere acquisito dalle forze capitaliste, non toglie la sacrosanta critica al paternalismo, e non è questo il luogo in cui si può risolvere l’eterna domanda se in Cina vi sia una forma di socialismo o meno.

Da anni molti critici del governo cinese sostengono che si stia spostando la fonte della legittimità dal miglioramento delle condizioni di vita al nazionalismo, alla fine il progetto presentato in questo congresso si basa ancora sull’estrarre dalla povertà chi ancora vive sotto la soglia e sul migliorare la qualità della vita di chi è uscito dalla povertà pagando però il prezzo di una modernizzazione a ritmi forzati, a tratti ritmi folli. Colpisce, ma in realtà non deve stupire.

Non deve stupire perché solo un pesante pregiudizio può far pensare che le contraddizioni che percorrono la società cinese possano essere tenute insieme dalla contesa per alcuni isolotti di dubbia importanza strategica nel Mar Cinese Meridionale. Questo è un pregiudizio che è spesso esplicitato nei confronti dell’élite cinese, considerata semplicemente ipocrita e dedita agli interessi delle classi dominanti e/o di una ristretta cricca autoreferenziale. Lo stesso pregiudizio – in maniera implicita – è spesso rivolto verso lo stesso popolo cinese che non si rivolta secondo i desideri dei critici occidentali. Poco importa se i lavoratori cinesi portano anno dopo anno un livello di conflitto crescente, se passano da protestare per il rispetto delle regole minime dei contratti di lavoro a protestare per più salario e più democrazia nella gestione delle relazioni industriali. Se non protestano chiedendo la fine del governo del PCC, vengono eliminati dal discorso.

Per quanto Xi Jinping possa rafforzare la sua posizione come nucleo del Partito Comunista Cinese, è nella società, nel rapporto tra la società e il Partito, che si gioca la riuscita del suo progetto. Potrebbe sembrare una banalità, eppure troppi critici (ma anche adulatori) tendono a dimenticarsi che – come diceva Marx – è “nel laboratorio segreto della produzione” che prende forma la società.

https://www.lacittafutura.it/esteri/la-nuova-era-cinese-parte-ii-la-nuova-contraddizione.html

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Profezie sul crollo della Cina. Un tanto al chilo.

Le profezie sul crollo della Cina vengono via un tanto al chilo, sono appena poco più costose della morte di Fidel Castro. Per una volta, però, a profetizzare non è un’idiota qualunque su Repubblica ma David Shambaugh con l’articolo The Coming Chinese Crack-up. Shambaugh è un rispettatissimo accademico che ha studiato a lungo l’organizzazione del Partito Comunista Cinese, ha al suo attivo monografie che sono usate come testi d’esame in tutto il mondo ed è un consigliere politico che conta a Washington. Insomma, uno che di solito non spara cazzate.

Stupisce quindi che da un mese il mondo stia parlando di un articolo che, per dare il tono, argomento uno dei punti fondamentali, la scollatura tra i membri del Partito e la linea ufficiale, così:
A dicembre sono stato a Pechino per una conferenza alla Scuola Centrale del Partito, il più alto istituto di istruzione dottrinaria del Partito e, ancora una volta, i maggiori ufficiali del paese e gli esperti di politica estera hanno ripetuto gli slogan a memoria. Durante una delle cene sono andato alla libreria del campus, una tappa importante per aggiornarmi su cosa viene insegnato ai quadri. I tomi sugli scaffali spaziavano dalle Opere Scelte di Lenin alle memorie di Condoleeza Rice, il tavolo all’ingresso era pieno di copie del pamphlet di Xi Jinping per la promozione della “linea di massa”, ovvero la connessione del Partito alle masse. Ho chiesto al commesso se stesse vendendo. Ha risposto che non vendeva, li regalano. La dimensione della pila di libri suggerisce che non è esattamente un best seller.

L’argomentazione è, per dirla in altre parole, che ha fatto una domanda a un commesso…

Ma tant’è, Shambaugh non è un pirla e merita una risposta più articolata della mia facile ironia. Riporto un pezzo dell’intervista fatta da Cinaforum a Guido Samarani.

Dall’adattamento al crollo, l’ultima profezia sulla morte del PCC

intervista di Michelangelo Cocco a Guido Samarani su Cinaforum

Professor Samarani, come valuta l’articolo del suo collega Shambaugh?

Si tratta di un’ipotesi che arriva da uno studioso serio, di valore internazionalmente riconosciuto, dunque va considerata con attenzione. Quella sul crollo del PCC è una questione che ricorre, periodicamente, fin dal periodo delle riforme (alla fine degli anni Settanta, ndr) e che soltanto ultimamente si era un po’ spenta. Il tema, a mio avviso, è un altro: se cioè il PCC sia in grado di governare bene questa società in una fase di profonda trasformazione. Al momento infatti non vedo sintomi evidenti, premesse per quello che Shambaugh chiama crackup. Fino a non molto tempo fa, Shambaugh parlava di “atrofia e adattamento”, ma mi pare che in questo suo ultimo contributo abbia cancellato le capacità di adattamento. Io, al contrario, ritengo che il PCC abbia seri problemi, ma anche, ancora, spazi non indifferenti di capacità di adattamento.

 

Cosa può aver spinto Shambaugh a cambiare così nettamente visione?

Non riesco a cogliere – facendo un paragone tra quanto scritto prima e quanto sostenuto nell’articolo apparso sul quotidiano finanziario statunitense – le motivazioni scientifiche di questo cambiamento radicale. L’articolo prende le mosse dalla recente sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo (il Parlamento cinese): Shambaugh sembra mettere “sotto accusa” la modalità di gestire le contraddizioni da parte del presidente Xi Jinping e della nuova generazione. Con la sua campagna anticorruzione – sostiene l’autorevole sinologo – Xi sta esercitando una pressione intollerabile sull’economia e la società. Può anche darsi, ma non mi pare vi siano segnali evidenti di questo “stress intollerabile”. Noi sinologi, Shambaugh compreso, abbiamo sempre sottolineato come la corruzione abbia tradizionalmente rappresentato uno dei mali più pericolosi per il Partito. Quindi ora valutare questo “stress” come un eccesso mi sembra un po’ contraddittorio.

 

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Terzo Plenum: adelante, con juicio.

Il Segretario del Partito Xi Jinping e il Premier Li Keqiang hanno assunto il potere in Cina da ormai un anno. Un anno in cui gli osservatori hanno provato a indovinare la direzione della nuova leadership dai segnali, spesso contraddittori, lanciati attraverso dichiarazioni e atti di governo. La riunione del Terzo Plenum del Comitato Centrale del Partito svolta dal 9 al 12 novembre ha licenziato un documento programmatico che per la prima volta contiene le linee guida per le riforme tanto annunciate.

Il mio articolo completo lo trovate su Youtrend.

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Dal South China Morning Posto: lo State esclude i privati dai monopoli pubblici.

Aggiungo un paio di precisazioni.

Nel documento originale si parla del ruolo del mercato come 决定性 , io ho usato la traduzione “funzione decisiva”. Come fanno giustamente notare sul Business Insider si potrebbe tradurre anche con “fondamentale” oppure “essenziale” o “determinante”.

Da come ho scritto nell’articolo, sembra che entrambi gli attentati recenti siano a sfondo “etnico”. In realtà, per quello compiuto nello Shanxi è stato trovato un colpevole che pare provenire dalla criminalità comune.

EDIT: in giornata Xinhua ha diffuso più dettagli.

1) Allentamento della legge sul figlio unico, i figli unici saranno autorizzati ad avere due figli. Era un cambiamento nell’aria da anni, già le province attuavano la legge secondo i criteri più larghi possibili.

2) Mi coglie onestamente di sorpresa l’abolizione dei lavori forzati, un po’ meno la riduzione dei reati punibili con l’esecuzione. In entrambi i casi una notizia che non può che essere accolta con soddisfazione.

3) Si apre a banche di piccola-media dimensione di capitale privato, ma sotto “stretta regolamentazione”. Staremo a vedere cosa significherà nel pratico. Un’apertura nel settore finanziario era tra le misure più pronosticate,

4) Entro il 2020 le imprese pubbliche dovranno arrivare a dare un terzo dei guadagni direttamente allo stato. Era uno dei mezzi “rossi e populisti” con cui si finanziava il Modello Chongqing. Con qualche probabilità, vuol dire anche che lo stato non sarà particolarmente incoraggiato a privatizzare proprio quelle imprese che grazie al ruolo monopolistico fanno grandi guadagni.

Il Terzo Plenum secondo Repubblica.it

S’è svolto in Cina il Terzo Plenum dell’Undicesimo Comitato Centrale del Partito Comunista.

Ma questa non è la sede per un’analisi assennata del documento licenziato dal Plenum (arriverà), è la sede per prendere un po’ per i fondelli La Repubblica che ha riferito della riunione con il titolo Cina, il PC promette:”Più mercato, meno stato e si abolirà legge sul figlio unico”.

Breve riassunto per chi ha poco tempo

Breve riassunto per chi ha poco tempo

In realtà, della legge sul figlio unico, nel lungo comunicato pubblicato da Xinhua, non c’è traccia. Se ne parla invece in un’indiscrezione pubblicata da Caixin e ripreso da altri giornali che hanno però avuto la decenza di citare la fonte. Peraltro se ne parla come di una riforma che verrà dopo la riunione del Plenum e che non abolirà del tutto la norma, ma permetterà ai figli unici di fare più di un figlio. E non è una semplificazione del titolista, nel corpo dell’articolo si legge che “il Comitato ha poi prospettato un’altra apertura storica che potrebbe portare in futuro all’abolizione della legge sul figlio unico”.

EDIT: alla fine la fonte di Caixin aveva ragione, è stata annunciato l’allentamento della legge sul figlio unico proprio nella direzione predetta.

Tornando a procedere con ordine, nel primo paragrafo l’articolo attribuisce ai due attentati dei giorni scorsi una “matrice islamica”. Ora, per quanto riguarda l’attentato a Taiyuan è stato arrestato un criminale comune di cui non è noto nessun legame con l’islamismo. L’attacco a Piazza Tiananmen è stato commesso invece da tre uiguri, minoranza etnica che si caratterizza anche per la religione islamica, ma non c’è nessuna prova che l’atto sia connesso a questioni religiose.

Nel terzo paragrafo si fa riferimento al nuovo Partito della Costituzione fondato, secondo Repubblica, dai sostenitori di Bo Xilai “per rompere il monopolio comunista”. Le informazioni sul nuovo partito sono finora frammentarie, ma
1) che il Plenum del PCC debba essere particolarmente preoccupato da un partito che per ora esiste solo nelle dichiarazioni di un professore universitario è un’assunzione dell’anonimo articolista.
2) la fondazione di un partito che si richiama alla Costituzione cinese difficilmente rappresenta una sfida al PCC, dato che nella Costituzione è fissato il ruolo guida del PCC. Che poi questo “partito” venga tollerato, è un’altra questione.

Un gif che non centra un cazzo ma che piace ai giovani

Nel quarto paragrafo si raggiunge il surreale. Si da per rinviata la nuova legge sul fisco mentre è uno dei punti su cui il documento è abbastanza preciso. Oltretutto, il compito del Plenum non era promulgare leggi ma dare le indicazioni politiche affinchè vengano promulgate leggi. Ma l’assurdo totale si raggiunge nel momento in cui si legge: Ci potranno essere novità sul piano dell’amministrazione e della proprietà (oggi interamente pubblica e gestita di fatto dagli organi dirigenti del Partito, a tutti i livelli della società)”. Dato il passaggio successivo sul superamento delle divisioni città/campagne, forse Repubblica si riferisce alla proprietà della terra nelle aree rurali. Ma scritta così, sembra che in Cina ci sia stato un surreale ritorno al collettivismo maoista.

L’ultimo paragrafo regala una perla: “Quello che si è concluso oggi è stato il terzo incontro del Comitato eletto dal 18esimo congresso del Partito. Un incontro definito “terzo plenum” da quando, nel 1978, l’allora numero uno cinese Deng Xiaoping lanciò la politica di “apertura e riforma” che è alla base del boom cinese. E fu nel “terzo plenum” del 1993 che il suo successore Jiang Zemin confermò che il paese sarebbe andato avanti su quella strada.”
Purtroppo per l’autore, l’incontro si chiama “Terzo Plenum” semplicemente perchè è il Terzo Plenum, non perchè si chiama Terzo Plenum qualunque incontro che annunci riforme.

Questo, è il livello con cui giornale più influente rispetto alla visione della Cina in Italia, tratta la riunione politica più importante dell’anno…

Ancora sul debito dei governi locali in Cina

La rivista Caixin ha pubblicato delle indiscrezioni sulla revisione del debito avviata in fretta e furia a Luglio. In particolare, viene riportato che il debito dei governi locali ammonterebbe a 14 trilioni di yuan, di cui 800 miliardi verrebbe da villaggi e municipalità (le divisioni amministrative più basse della macchina amministrativa cinese). Caixin aggiunge anche che ci sarebbe dell’ulteriore “debito nascosto” causato dall’uso delle imprese pubbliche come veicolo finanziario dello stato locale. Questo ulteriore debito porterebbe (secondo Caixin) il calcolo a 18 trilioni di yuan.

La vignetta centra poco. Però fa ridere.

A Luglio Chen Long aveva provato a mettere a confronto due stime, una ottimista che seguiva i dati ufficiali del National Audit Office e una pessimista elaborata dall’economista Xiang Huaicheng. 

La stima ottimista portava a un calcolo di 12,1 trilioni di yuan mentre quella pessimista a 20 trilioni.

Rimane da capire quanto la nuova dirigenza del Partito Comunista sia intenzionata a considerare i debiti delle imprese pubbliche come debiti dei governi locali, rimane da capire a quanto ammonti realmente il “debito nascosto”. Quello che è probabile è che se venissero confermate le stime più alte (cosa su cui evidentemente Caixin spinge) si aprirebbero le porte per un nuovo round di fallimenti e privatizzazioni di imprese pubbliche.

La revisione del debito in Cina

Traduzione di servizio dell’articolo di Chen Long su China Seminar dell‘Institute for New Economic Thinking del 29 luglio 2013.
Ovviamente, se la nuova revisione del debito dovesse trovare numeri esageratamente alti, ne seguirebbe una fortissima pressione per limitare l’interventismo die govenri locali in economia e per un nuovo round  di privatizzazioni. Comunque, è sempre utile ricordare che la Cina ha anche i mezzi finanziari per alleviare il suo debito e l’ha già fatto in passato, ed è sempre utile ricordare agli europei che fuori dall’UE nessuno s’è mai imposto dei limiti come quelli di Maastricht.

 Perché la Cina sta rifacendo la revisione dei debiti dei governi locali?

 Il Financial Times scrive:

La Cina si aspetta a condurre un’urgente revisione di tutto il debito governativo, sottolineando le preoccupazione sui crescenti rischi finanziari nella seconda economia mondiale.

L’Ufficio di Revisione Nazionale ha detto con una dichiarazione di una sola linea di aver ricevuto l’incarico dal Consiglio di Stato, il governo cinese, di indicare quanto siano indebitati tutti i livelli di governo, dai villaggi alle autorità centrali.

 

Quindi, perché poniamo la domanda del titolo?

Perché questa sarebbe la terza revisione del debito dei governi locali, ad appena un mese dall’ultimo report pubblicato, ed arriva molto prima di quanto tutti, incluso l’Ufficio di Revisione Nazionale (NAO, National Audit Office), si aspettassero.

Due revisioni sono già state fatte su questa materia. La prima copriva più 3000 governi locali, è stata condotta da Marzo a Maggio 2011 ed è stata pubblicata nel Giugno 2011. La seconda è stata fatta su una scala molto più piccola, includendo solo 36 governi locali. È stata effettuata da Novembre 2012 a Febbrario 2013 e il rapporto è stato pubblico il 10 Giugno, un mese fa. Secondo le informazioni fornite dal Quotidiano del Popolo, il giornale ufficiale del Partito (in cinese, per l’inglese si faccia riferimento al Rapporto del Financial Times), la terza revisione è stata richiesta dal Consiglio di Stato e inizierà il primo di Agosto. Il NAO ha disdetto altri progetti per concentrarsi su questo e a molti revisori è stato chiesto di cancellare le vacanze.

Queste notizie hanno sollevato molte discussioni in Cina pare che molti siano molto preoccupati dal debito del governo locale visto che lo Shanghai Composite Index è sceso dell’1,72% oggi (29 Luglio). Il Quotidiano del Popolo ha provato a calmare tutti dicendo è solo routine ma chiaramente non lo è dato che l’ultimo rapporto era del mese prima e i revisori avrebbero svolto altri lavoro (o sarebbero andati in vacanza) se non fossero stati richiamati dal Consiglio di Stato. Quindi, perché il Consiglio di Stato vuole un’altra revisione ad appena un mese dopo la pubblicazione dell’ultimo rapporto? La mia ipotesi è che qualcuno al vertice non fosse soddisfatto da quello l’ultimo rapporto e che quindi questa persona molto importante ne voglia un altro per capire meglio il livello del debito.

Quindi la vera domanda è: perché questa persona molto importante non era molto soddisfatto dall’ultima revisione? La tabella mostra che la seconda revisione è stata molto meno integrale della prima e ci sono molti dubbi sul fatto che 36 governi locali siano rappresentativi di tutta la situazione. Di fatto, l’ultimo rapporto potrebbe essere ingannevole in molte maniere.

 

  Prima revisione Seconda revisione
Tempo Fome 2010 Fine 2012
Scala Più di 3000 governi localie 36 governi locali
Totale 10.7 trilioni di yuan 3.85 trilioni di yuan
Tasso di crescita Media del 30% annuale 2000-2010 12% dal 2010 al 2012

Perché dico questo? Il tasso di crescita del debito nei 36 governi locali è stato del 12% negli ultimi 2 anni, mentre era del 30% medio annuo nella prima decade del secolo. Se dobbiamo fare affidamento al campione di 36 governi locali la crescita del debito è rallentata significativamente negli ultimi 2 anni mentre il PIL è continuato a crescere. Il primo rapporto NAO diceva che il debito totale dei governi locali era di 10,7 trilioni di yuan, applicando il tasso di crescita del 12%, dovrebbe ammontare a 12 trilioni di yuan a fine 2012, il 23% del PIL, meno del 25% del 2010.

Figure 1 Debito totale dei governi locali (in miliardi di yuan), se ci affidiamo all’ultimo rapporto NAO

 

Che il debito del governo locale abbia toccato i 12 trilioni nel 2012 è semplicemente troppo bello per essere vero. Non ci credono neanche gli ufficiali del governo. Xiang Huaicheng, ex ministro delle finanze, ha detto in Aprile che i governi locali potrebbero già essersi indebitati per più di 20 trilioni di Yuan. Ovviamente anche gli istituti i ricerca compiono varie stime. Tra anni dopo la prima revisione del governo, il debito totale dei governi locali è ancora un mistero. E la variazione da 12 trilioni a 20 implicherebbe politiche molto diverse.

 

Stima ottimista

Stima pessimista

Debito del governo centrale

7.76

7.76

Debito dei governi locali

12.10

20.00

Bond delle policy bank

7.86

7.86

Ex Ministero delle Ferrovie

2.79

2.79

Compagnie di gestione finanziarie.

1.39

1.39

Altro

1.10

1.10

Totale

32.9

40.9

% del PIL 2012

63.4

78.8

Facciamo un rapido calcolo sul debito governativo totale della Cina, che copre non solo i debiti diretti del governo centrale e di quelli locale, ma anche altre passsività inclusi i debiti delle policy bank, i debito dell’ex Ministero delle Ferrovie e i debiti della quattro Compagnia di gestione finaziaria legate alle quattro grandi banche cinesi. Il debito totale va da 32,9 a 40,9 trilioni di yuan, cioè dal 63,4% al 78,8% del PIL, a seconda di quale stima si scelga sui governi locali. Ovviamente, i nostri calcoli possono aver lasciato fuori qualcosa, come le passività dei fondi pensione, quindi il debito potrebbe essere ancora più alto.

Figura 2 A che velocità cresce il rapporto Debito/PIL cinese?

 Per di più, se Xiang Huancheng ha ragione sul debito totale ammontante a 20 trilioni di yuan, significa che il rapporto debito/PIL è cresciuto e che la Cina sta sprecando più risorse per mantere il PIL in crescita. Comunque, se il debito dei governi locale fosse solo di 12 trilioni, allora il rapporto debito/PIL sarebbe calato a significherebbe una Cina più efficiente. Se crediamo al primo scenario, allora la Cina ha bisogno di riforme più velocemente possibile per aggiustare la situazione, se crediamo al secono, la Cina è già sulle giusta via e il governo deve solo proseguire-

Di fatto, anche se crediamo al secondo scenario, la situazione non è comunque ottima. Secondo l’ultimo rapport NAO, il 37,6% dei Veicoli di Finanziamento dei Governi Locali (LGFV), per un valore di 900 miliardi di yuan, sono illiquidi o difficile da liquidare. Non è chiaro cosa questo significhi esattamente, sembra suggerire che i governo locali sarebbero incapaci di recuperare il valore di questo assett se fossero costretti a liquidarli. Sia la percentuale che il valore assoluto sono grandi.

Figure 3 Debito governativo totale (in milairdi di yuan) secondo Xiang Huaicheng

 

Legenda, dall’alto al basso: Governo centrale, Governo locali, le grandi banche pubbliche, ex Ministero delle Ferrovie, Compagnie di gestione finanziaria, Altro, Tasso debito/PIL

A quale versione dovremmo chiedere? Non siamo nella posizione di giudicare, dato che Xiang Huaicheng non offre alcuna solida analisi e i dati NAO sembrano troppo contenuti per essre veri. Non dobbiamo neanche sentirci frustrati, perché la persone molto importante nel Consiglio di Stato non sembra saperne molto più di noi (o forse dovremmo sentirci frustrati perché i top leader ne sanno quanto noi…). La persona molto importante è preoccupata quanto noi, se non di di più, ed è per questo che ha richiesto un’altra ricerca su basi più estese. È difficile prevedere quali dati verrano riportati dal terzo rapporto, ma penso anche anche che sia probabile che vengano sfondati i limiti delle precedenti stime, e questo sarebbe una vera sfida per il nuovo governo.

Ps: Ci sono alcuni aggiornamenti sulla revisione. Secondo il sito Caixin, la revisione includerà non solo i governo provinciali, cittadini e di contea, anche il governo centrale e le piccole municipalità. Sarò quindi la revisione del debito più estensiva mai fatta. Quindi, aspettiamo di trovarci di fronte a dei dati giganteschi.

Central Banking Seminar

Chen Long

Congresso del PCC: Xi prende tutto.

Mio piccolo intervento sul congresso del Partito Comunista Cinese scritto per Youtrend.

L’account twitter satirico @relevantorgans ieri scriveva: “Potete smettere di lamentarvi, amici giornalisti occidentali. La scorsa settimana non vi lamentavate per la mancanza di suspense? #PerchèXiJinpingèinritardo?”

La mappa elettorale della Cina. LOL

Il Congresso – E il ritardo di un’ora con cui il neo segretario Xi Jinping si è presentato ai giornalisti è stato l’unico momento di suspensedella settimana in cui si è svolto il 18esimo Congresso del Partito Comunista Cinese. Xi Jinping è stato eletto Segretario Generale e a marzo succederà a Hu Jintao anche come Presidente della Repubblica. L’unica mossa inaspettata è stata l’ascesa immediata di Xi anche alla presidenza della Commissione Militare Centrale. Il mandato di Hu sarebbe scaduto tra un anno e molti degli osservatori erano pronti a giurare che avrebbe usato quest’anno d’interregno per consolidare le sue posizioni all’interno del partito. In ogni caso, dopo aver opportunamente eseguito un turnover ai massimi gradi dell’Esercito Popolare di Liberazione, Hu ha ceduto il passo a Xi.

Le voci circolate nelle settimane precedenti al congresso, secondo cui il Partito avrebbeabbandonato Mao come riferimento teorico, sono state smentite. Nello statuto del PCC sono stati mantenuti i riferimenti alle teorie di Marx, Lenin, Mao Zedong, Deng Xiaoping e Jiang Zemin, ed è stato aggiunto il lascito teorico del decennio di Hu: la prospettiva scientifica sullo sviluppo, ovvero la necessità di pianificare uno sviluppo che metta insieme la pace sociale, la crescita sostenibile ed il welfare state.

Un Comitato Permanente anziano – Oltre a eleggere il nuovo Segretario, il Congresso ha eletto anche gli altri organi del Partito, tra cui il Comitato Permanente dell’Ufficio Politico che racchiude i 7 (non più 9) leader cinesi più importanti. Oltre a Xi Jinping entrano a far parte del Comitato Li Keqiang (futuro primo ministro), Liu Yunshan, Zhang Gaoli, Yu Zhengsheng, Wang Qishan eZhang Dejiang. La caratteristica principale di questo nuovo Comitato è la sua anzianità: solo Xi e Li sono nati dopo il 1952, gli altri verranno pensionati alla fine di questo mandato, nel 2017.

Il caso Bo Xilai, il potente capo della megalopoli di Chongqing, espulso dal partito e ora sotto processo per corruzione, ha sicuramente modificato il volto del nuovo Comitato Permanente, ma non come prevedevano molti osservatori stranieri. Rimane fuori Wang Yang, segretario del Partito nella ricchissima regione del Guangdong, considerato il contraltare a Bo. Mentre Bo riesumava le mobilitazioni maoiste e subordinava l’impresa private alla proprietà statale, Wang adottava stili comunicativi occidentali e promuoveva l’iniziativa privata. Ad approfittare scandalo è stato però Zhang Dejiang, nominato capo del Partito a Chongqing dopo la caduta di Bo e ora asceso ai massimi vertici.

Le fazioni – Il 18esimo Congresso sembra marcare una vittoria netta per l’ex presidente Jiang Zemin e per la sua cricca di Shanghai. Il segno distintivo di questa fazione è aver fatto carriera all’ombra di Jiang amministrando le regioni costiere sviluppate. Il presidente uscente Hu Jintao sembra invece in affanno, solo 3 dei 7 membri  (tra cui il più fedele sarebbe Li Keqiang) sono in qualche maniera riconducibili alla fazione dei tuanpai, i funzionari che hanno fatto carriera all’interno delle strutture del Partito a partire della Lega della Gioventù.

Quello su cui tuanpai e figliocci di Jiang sono d’accordo è la conservazione del potere del Partito, pur riconoscendo a parole la necessità di riforme politiche, esu questo punto non sembrano esserci grosse novità all’orizzonte. Solamente Wang Qishan è dato con un profiloriformista, resta da capire se questo profilo si possa declinare nella pratica o se resterà materia da retorica, come già accaduto col premier uscente Wen Jiabao.

Sulle politiche economiche invece la differenza appare più evidente. Il protagonismo mostrato da Jiang Zemin negli ultimi tempi promuove l’approfondimento delle riforme di mercato, mentre la gestione di Hu Jintao ha spinto sul mantenimento in mano statale delle leve decisive dell’economia e su quelle che la stampa internazionale (che non ha mai fatto mistero di preferire Jiang, sotto questo punto di vista) ha definito riforme populiste come la mutua sanitaria rurale o la legge sul lavoro entrata in vigore nel 2008.

Non bisogna però farsi prendere dalla fretta di incasellare la nuova dirigenza in correnti rigide, perché la situazione reale è molto più fluida. Alcuni degli esponenti di spicco del gruppo di Shanghai, come Zhang Dejiang, hanno sempre mostrato più di un occhio di favore per le imprese statali mentre alcuni tuanpai hanno gestito grandi liberalizzazioni. Per quanto di enorme importanza, il potere in Cina non passa solo per il Comitato Permanente: contano anche i legami familiari e quelli nati nelle università d’élite come la Qinghua. Conta, soprattutto, l’abilità nel fare filotto, accumulare cariche nel Partito, nell’esercito e nello stato, assicurandosi che i propri sottoposti non remino contro. Xi Jinping, sulle cui opzioni politiche ben pochi hanno le idee chiare, ora ha il compito di trovare un equilibrio e governarlo per cinque anni, fino a quando sarà costretto al ricambio generazionale nel 19esimo Congresso.