7 tesi su Donald Trump

Traduzione di “Seven thesis on Donal Trump“, di Adaner Usmani, pubblicato su Jacobin Magazine.

Sette tesi su cosa significa e non significa l’elezione di Donald Trump.

1.

Un venditore di paure, portatore di discorsi razzisti, molestatore e islamofobo ha vinto la corsa per la Casa Bianca. Mi sono formato le mie prime idee su Donald Trump ascoltando un discorso di Yusef Salam, uno dei “cinque di Central Park”. Trump usò la loro discendenza per chiederne il linciaggio. [Si riferisce a un famoso caso di cronaca nera degli anni ’80 per cui Trump chiese il ripristino della pena di morte a New York.] Ora diventerà l’uomo più potente del mondo. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

2.

In ogni caso la sinistra continua a cercare di cambiare il mondo, in varie maniere. Le mie notizie sono piene di appelli ad organizzarsi. Assolutamente giusto. Ma per organizzarci dobbiamo apprendere le giuste lezioni da questa sconfitta. Per farlo, abbiamo bisogno delle giuste spiegazioni.

3.

Il suprematismo bianco non spiega la vittoria di Trump, a meno che non si intenda che Trump, come tutti i presidenti prima di lui, è stato portato alla Casa Bianca dai bianchi. Tutti i membri del Ku Klux Klan sostengono Trump, non tutti i sostenitori di Trump sono membri del Ku Klux Klan. Il fatto principale di questa elezione è la rivolta dei bianchi non laureati della Rust Belt [stati delle NordEst-MidWest in declino economico]. Cinquant’anni fa votavano per Lyndon Johnson, lasciati indietro dalla globalizzazione, dalla fuga dei capitali e dal cambiamento tecnologico, si sono rivoltati contro l’establishment difendendo il loro passato (e il loro welfare state) attaccandosi a ogni capro espiatorio: la Cina, gli immigrati, i neri. I loro padri avevano dei buoni lavori, loro ri vogliono quel mondo. La proboscide dell’elefante si è vendicata.

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4.

La misoginia non spiega la vittoria di Trump. Il 42% delle donne lo ha votato. Forse alcune erano motivate proprio dal suo sessismo, ma di sicuro molte hanno deciso di ignorarlo. I contro di votare per un molestatore, anti abortista e disonesto sono stati compensati dai benefici di compiere un atto trasgressivo. Se non potete comprendere questa scelta (come confesso di non poter fare), probabilmente non avete vissuto quello che hanno vissuto loro.

 5.

La stupidità e l’ignoranza non spiegano la vittoria di Trump. Queste persone non si fidano più dei timidi liberali, e perché dovrebbero? Il nativismo è meno legato all’establishment, più radicale, più promettente. Ovviamente Trump non riporterà indietro i posti di lavoro da oltre mare o dagli immigrati. Ma per sconfiggerlo avremmo avuto bisogno di un programma che riguardasse coloro che negli ultimi 30 anni hanno visto il loro mondo disfarsi. Non sono gli ultimi della terra, certo, ma hanno vissuto decenni di impoverimento e sono arrabbiati.  I liberali invece hanno contrastato Trump con il dolce nulla tipico di chi vive all’interno del sistema.

6.

I liberali dell’establishment non hanno risposte perché i Democratici vivono in un universo parallelo. Loro stanno sulla punta della proboscide dell’elefante, dove non ci sono stati 30 anni di fabbriche chiuse e dipendenza da oppiacei, hanno avuto Uber e azioni operazioni in borsa.

7.

Eppure anche noi della sinistra restiamo senza risposte se semplicemente abbandoniamo coloro che hanno votato Trump. Tutte le organizzazioni socialiste del paese non riempirebbero uno stadio di football, figuriamoci rimettere al suo posto Trump. Principalmente, viviamo nelle università e/o negli stato solidamente democratici. Se organizzarci significa solo raddoppiare l’impegno in quello che facciamo già, siamo nei guai.

 

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Il bloqueo e gli innamorati del martirio

Ci sono quelli che sono innamorati del martirio. Quello degli altri, sia chiaro.

Nella storia ci sono molti martiri di cui innamorarsi, parlo di quelli delle lotte per l’emancipazione. Risulta poi normale che sia più facile innamorarsi delle sconfitte onorevoli piuttosto che farsi carico delle vittorie con tutti i problemi che si portano dietro. Per questo è naturale che Fidel Castro sia meno popolare di Che Guevara. Non è più facile fantasticare su quello che avrebbe potuto fare il Che se non fosse stato ucciso piuttosto che ragionare su quello che fatto Castro nel bene e nel male?

Ovviamente non parlo di Cuba a caso. Da quando è stato dato l’annuncio della possibile fine dell’embargo aspettavo pazientemente qualcuno che sbracasse e cominciasse ad accusare Cuba e, possibilmente Raul Castro, di aver ceduto all’imperialismo. Qualcuno che sostanzialmente dicesse che il bloqueo ci doveva piacere perchè era il simbolo tangibile della contrapposizione all’America.

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Vale appena la pena di notare che curiosamente questo atteggiamento finisce con coincidere con quello dei peggiori giornalisti italiani secondo i quali l’embargo era voluto dal governo cubano. Un’atteggiamento talmente falso che anche i giornali americani come il Washington Post sono stati costretti a titolare “Gli Stati Uniti abbandonano il confronto da guerra fredda con Cuba” (vedi immagine sopra).

E infatti chi poteva arrivare a sanzionare i cubani per non aver accontentato il nostro desiderio di avere nuovi martiri? Nientepopodimeno che Diego Fusaro, la nuova stellina pop dell’anticapitalismo con cattedra all’università di Don Verzè.

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Perchè, sia chiaro, chi combatte nel terzo mondo deve sacrificarsi fino a dare la vita o condannare il proprio popolo alla penuria eterna, altrimenti è un ipocrita e un traditore. Chi filosofeggia nel primo mondo, invece, può tranquillamente sparare stronzate.

Il prossimo passo è la difesa del muro di Israele, non osino i palestinesi toglierci la nostra causa preferita.

La fine del bloqueo a Cuba?

In realtà, mi pare di capire che Obama ha fatto due annunci.

Uno sono le cose che può fare direttamente lui e che sono già operative: apertura dell’ambasciata e relazioni diplomatiche ufficiali, viaggi dagli USA a Cuba e trasferimenti di denaro più facili, rimozione della definizione di “terrorista” per Cuba.

L’altro è quello che porterà davanti al Parlamento: la fine o almeno l’allentamento dell’embargo. Con un piccolo particolare: la Camera è a maggioranza repubblicana. Durante la conferenza stampa dei repubblicani seguita immediatamente agli annunci di Obama, la cosa più carina che è stata detta nei confronti del Presidente è che “è il peggior negoziatore mai visto alla Casa Bianca” e che ha “regalato tutto quello che voleva al governo cubano”.

Il PKK salva decine di migliaia di persone, non i bombardamenti di Obama

Traduzione al volo da KurdishInfo. Grazie alla segnalazione di WuMingFoundation.

Ulla Jelpke, parlamentare tedesca del Partito della Sinistra (Die Linke), attualmente nella regione [del Kurdistan Siriano] Rojava, ha definito il PKK [Partito dei Lavoratori del Kurdistan] una “garanzia per la vita” di yezidi e cristiani nel Kurdistan del Sud e in Iraq. Jelpke ha ricordato che mentre il PKK fa parte delle “liste del terrore” di USA e Unione Europea, i terroristi dell’ISIS hanno portato i loro attacchi in Siria usando come retroterra il territorio della Turchia, stato membro della NATO.

In un comunicato stampa sulla situazione delle decine di migliaia di profughi in fuga da Sinjar, Ulla Jelpke ha sottolineato che non sono stati i raid aerei statunitensi a proteggere la popolazione dai massacri dell’ISIS. Jelpke ha portato l’attenzione sul ruolo giocato dal PKK e dall’YPG nel prevenire i massacri aggiungendo:”I bombardamenti americani dei “jihadisti” che hanno conquistato città e villaggi nell’Iraq del Nord mettono solo in pericolo la popolazione civile. Le milizie kurde, in particolare i guerriglieri del PKK, stanno costruendo la difesa più attiva contro questi gruppi terroristi.”

“Allah e il PKK ci hanno salvato”, dicono.

Jelpke ha notato come molte persone soccorse dalla minaccia del massacro le abbiano detto:”Allah e il PKK ci hanno salvato”. E ha aggiunto:”L’alleanza tra i guerriglieri del PKK e la milizia del Rojava (YPG-YPJ) è riuscita ad aprire un corridoio tra le montagne del Sinjar e il confine siriano per i profughi. Su questa via negli ultimi giorni decine di migliaia di persone, in particolare yezidi, sono riusciti a fuggire dai macellai dell’ISIS”.

Ulla Jelpke ha portato l’attenzione sul bisogno di aiuto umanitario dei rifugiati, dicendo che c’è scarsità di cibo e medicinali a causa dell’embargo della Turchia verso il Rojava.

“Il sostegno della Turchia e del Golfo all’ISIS deve finire”.

La parlamentare di Die Linke ha aggiunto che il PKK è stato una garanzia di salvezza per gli yezidi e i cristiani nelle regioni settentrionali dell’Iraq, mettendo in guardia USA e governi europei dalle loro linee politiche nei confronti della Turchia. Jelpke ha concluso che:”Mentre il PKK è ancora sulla lista di organizzazioni terroristiche del governo statunitense, gli assassini dell’ISIS che combattono in nome di Allah portano i loro attacchi alla Siria dal territorio turco. Se il governo degli USA e i suoi alleati vogliono lottare seriamente contro l’ISIS, devono come prima cosa fermare il sostegno ai “jihadisti” che arriva dalla Turchia e dai paesi del Golfo”.

Chi vince e chi perde, veramente, a Gaza.

No, non mi convince quello che si va diffondendo negli ambienti filo-palestinesi, che l’operazione Margine Sicuro sia una vittoria militare per lo stato d’Israele ma che sul piano politico sia una sconfitta.

No, perchè dobbiamo ammettere che non è vero che la  solidarietà internazionale con la Palestina è più forte che mai. Ci sono situazioni differenziate. Manifestazioni così imponenti in Inghilterra su questioni internazionali non se ne vedevano dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Ma in altri paesi la situazione è rovesciata.

Londra, non Roma

Qua da noi, in un paese dove la solidarietà con la causa palestinese è sempre stata forte, non si è riusciti a organizzare uno straccio di mobilitazione nazionale. In compenso l’eterna coazione a ripetere di cui si lamentano alcuni fini intellettuali si riproduce nei rapporti interni al movimento. Sembra di ripetere le stesse discussioni fatte dopo l’avvenuta invasione dell’Iraq nel 2003. Bisogna sostenere la resistenza armata o continuare a propagandare una generica idea di pace? Si possono accettare gli islamisti all’interno del movimento? Bisogna portare le bandiere dei partiti e delle associazioni o solo quelle della pace? O solo quelle del popolo con cui si solidarizza?
Con la differenza che dieci anni fa si era reduci da una mobilitazione che riusciva a raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani, oggi si manifesta in gruppi più o meno piccoli nell’indifferenza generale. Intendiamoci, mobilitarsi è un dovere anche quando si è pochi, soprattutto quando si è pochi e bisogna evitare che si spenga ogni scintilla. Ma no, non c’è nulla che possa far dire che oggi siamo più forti di un mese fa…

Alcuni governi latino americani hanno manifestato posizioni forti. Cile, Perù, Brasile ed Ecuador hanno ritirato l’ambasciatore da Israele, il Venezuela e l’Argentina hanno sospeso i negoziati economici. Ma, con tutta l’ammirazione, non sono i paesi chiave nella questione palestinese. Gli Stati Uniti sono rimasti completamente allineati, dai paesi europei non è giunto il minimo segno di vita (e che un nulla sotto vuoto spinto come la Mogherini, che in un mese non ha detto una parola su Gaza, possa candidarsi ad Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione, la dice lunga). Chi vagheggiava di un possibile “cesarismo progressivo” di Al-Sisi in Egitto oggi deve raccogliere i cocci delle sciocchezze dette: il valico di Rafah chiuso era e chiuso rimane, i colloqui di pace al Cairo continuano a essere una buffonata, il governo del generale rimane il garante dello status quo nello scacchiere mediorientale.

Non possiamo dire che Israele sta perdendo politicamente questa guerra perché la sua dissidenza interna sta aumentando. Anzi.

L’unica mobilitazione contro la guerra interna ad Israele pare essere stata quella, eroica, del Partito Comunista e delle varie sinistre laiche. Secondo gli organizzatori, 7000 persone hanno manifestato a Tel Aviv.

Per fare un paragone storico, dopo i massacri di Sabra e Chatila le manifestazioni di massa continuarono fino a ottenere le dimissioni dell’allora generale Ariel Sharon. Oggi la polizia israeliana riesce tranquillamente a vietare le manifestazioni.
Anzi, la capacità politica israeliana di influenzare il dibattito internazionale è, se possibile, aumentata. Ho già scritto della capacità di creare l’equazione “ebreo=israeliano”, con le comunità ebraiche in giro per il mondo impegnate in una caccia all’ebreo che odia se stesso contro qualunque ebreo che osi schierarsi contro la politica ufficiale del governo, anche con posizioni molto moderate come quelle di Amos Oz. Ma l’influenza non si ferma al mondo ebraico, basta pensare a come nell’ultimo mese la parola “unilaterale” (“one-sided”, nei documenti in inglese) sia entrata prepotentemente in tutte le discussioni su questioni internazionali dopo che la propaganda israeliana ha cominciato a bollare come one-sided qualunque fonte di informazione che riportasse anche notizie dal punto di vista della Palestina. In questa maniera si costruisce un universo parallelo in cui la BBC è one-sided perchè riporta il dato reale e incontestabile della sproporzione di capacità militare tra israeliani e palestinesi.

Un lunghissimo articolo di Sandro Moiso su Carmilla prova a spiegare perchè Israele starebbe perdendo sul lungo periodo. La tesi è brevemente riassumibile così: certo Israele vince ora sul piano militare, ma lo fa dando sempre più potere alle petromonarchie sue nemiche naturali, l’esplodere delle contraddizione interne al capitalismo fa il resto. Al netto di molti rilievi che si potrebbero fare all’analisi (a partire dal fatto che ormai considerare i paesi arabi come ostili a Israele è più un atto di fede che un’analisi) i punti problematici mi sembrano due:

1) Vivere in pace con i propri vicini non è l’obiettivo che si pone Israele e soprattutto non è l’obiettivo che si pone l’esercito. In maniera esplicita, l’esercito considera inevitabile sul lungo periodo un nuovo scontro militare coi paesi arabi. Per questo a Israele serve “profondità strategica”, uno spazio da cui potersi ritirare in caso di attacco ripiegando su posizioni che permettano la difesa di Tel Aviv, Gerusalemme e Beersheba

La maniera di assicurarsi questo spazio strategico, è controllare completamente i confini i con il Libano, la Siria, la Giordania e l’Egitto. Un’occhiata alla mappa rende evidente come le operazioni militari e gli insediamenti rispondano perfettamente a questa logica.

2) L’incrollabile fiducia di Moiso in una futura esplosione delle contraddizioni di classe  e quindi imperialistiche tradisce una concezione fatalista dell’andamento della storia per cui, dato che il mondo è ingiusto, prima o poi ci sarà la rivolta generale contro l’ingiustizia. Anche se ora come ora chi lotta contro l’ingiustizia è ben lontano da una qualsiasi vittoria. Nella storia del movimento operaio questa tendenza di pensiero assume il nome di “crollismo” e ha sempre fatto un sacco di danni.

E un poco di crollismo mi sembra presente, in nuce, in tutti i discorsi di chi dice che Israele sta vincendo la guerra ma perdendo la politica. Ed è anche facile capire perchè, la nostra capacità di lavorare nella società è crollata drasticamente, si riesce a mettere insieme qualche iniziativa dignitosa sulla Palestina solo quando Israele decide di mostrare il suo volto più truce, quando invece si “limita” a occupare, assediare e colonizzare siamo totalmente impotenti. Ed è l’atteggiamento esattamente contrario a quello del Gramsci che scriveva della necessità di accettare la sconfitta per negarla con la prassi più intransigente.

Lo “spionaggio” al G8 in Russia.

Premessa: è ovvio che tutti spiano tutti, tutti usano la parola “spionaggio” per quello degli altri e usano simpatici giri di parole come “raccolta di informazioni in maniera riservata” per il proprio.

Detto Questo. Vorreste farmi credere che un capo di stato mette nel proprio computer una chiave USB che non sia la propria ma è quella regalata a un meeting?

Le balle che non ci si inventa pur di non ammettere che i nostri “amici e alleati” mmeregani ci spiano come dei nemici qualunque.

Il XXI Secolo appartiene alla Cina?

– Il XXI Secolo appartiene alla Cina? Conversazione sul futuro del mondo –
Mondadori 2012, 12 euro

Niall Ferguson (Storico dell’economia, thatcheriano, imperialista, omofobo)

David Daokui Li (Economista, consulente della Banca Centrale Cinese)

Henry Kissinger (Principe delle Tenebre)

Fareed Zakaria (Commentatore liberal, scemo)

Tutti quanti rispondo a una domanda mal posta:”Il XXI Secolo appartiene alla Cina?”

Zakaria (per chi non lo sapesse, sarebbe tipo l’opinionista di punta della CNN e una delle menti più brillanti della sinistra liberal americana)  dimostra di essere realmente poca cosa, ripete luoghi comuni, fondamentalmente non fa altro che rispondere “Loro vorrebbero dominare il mondo ma non possono perchè non fanno il libero e democratico progresso. Quindi meglio prepararsi a fargli la guerra. IU-ES-EI! IU-ES-EI!”

Fergusson e Li rispondo che la Cina dominerà il mondo per pure questioni di numeri, ovviamente con Li impegnato a fare la voce della Pacifica Ascesa:”Avremo i numero più grandi di tutti ma non vogliamo schiacciare gli altri”.

Kissinger, invece, dice che rispondere a una domanda così scema è inutile, è molto meglio chiedersi se Cina e Usa sapranno mettersi daccordo per andare avanti senza farsi la guerra nel futuro mondo multipolare. Ovviamente, Kissinger non è diventato all’improvviso un internazionalista, è più semplicemente un realista vero che vede come inevitabile la creazione di più potenze regionali con cui gli USA dovranno fare i conti rifuggendo da progetti potenzialmente devastanti di guerre di contenimento o altre farloccherie.

Fa specie condividere quello che dice Kissinger? Un poco. Cioè, tanto. Nel frattempo Obama è più daccordo con Zakaria e sposta sull’oceano Pacifico la gran parte della flotta statunitense, preparandosi a combattere la guerra per il Mar Cinese Meridionale. O quantomeno a minacciarla.

– Cristo – brontolò il Console. Con una lunga sorsata vuotò il bicchiere e andò al bar a riempirlo – L’antica maledizione cinese – borbottò.
Melio Arundez alzò gli occhi. – Ossia?
Il Console bevve un lungo sorso. – Un’antica maledizione cinese – disse. – “Possa tu vivere in tempi interessanti.”

Dan Simmons – La Caduta di Hyperion