Armstrong, Ferrari e Crosetti


La rinuncia di Lance Armstrong a difendersi dalle accuse dell’agenzia americana anti-doping assomiglia ai chiagni e fotti dei democristiani beccati durante tangentopoli: prima patteggiavano, poi si lamentavano che nei processi era impossibile difendersi.

Ancora più imbarazzante è la performance di certi giornalisti che hanno fatto della crociata contro il doping nel ciclismo il loro marchio di fabbrica. Il cronista di Repubblica Maurizio Crosetti, per esempio, si è spesso sentito in dovere di alzare i toni parlando di ciclismo. Commentando la vittoria del kazako Vinokourov alle olimpiadi di Londra si sente libero di apostrofare continuamente il corridore come l’ex dopato e di chiedersi, a proposito dei ritorni alle corse nonostante squalifiche e ossa rotte, quale farmacista gli abbia fornito l’ elisir dell’ eterna giovinezza (non lo passa la mutua). Il tutto all’interno di un articolo troppo impegnato a spiegare quanto sia negativa la vittoria di Vinokourov per perdere anche tempo a fare a cronaca della gara. Insomma un atteggiamento chiaramente provocatorio nei confronti di un corridore già squalificato per doping, che però dovrebbe essere accompagnato da una coerenza di fondo nel trattare questo tema.

Quando invece si tratta di commentare l’ingloriosa fine della carriera di Lance Armstrong, la penna di Crosetti si fa molto più morbida. Il corridore americano, a differenza di quello kazako, non deve essere considerato un mostro dato che, secondo il cronista di Repubblica, non ci sono che deboli prove contro di lui e soprattutto non ci sono test antidoping positivi a suo carico.

Un ragionamento che, però non regge. Secondo Crosetti contro il texano ci sarebbe solo il meccanismo dei pentiti, riferendosi alle confessioni dell’ex compagno di squadra Landys e dell’italiano Simeoni a proposito della comune frequentazione del dottor Ferrari. Il secondo punto sta proprio qua: le accuse ad Armstrong non poggiano solo sulle dichiarazioni dei pentiti, ma anche sulle prove raccolte dalle autorità italiane sui rapporti tra il corridore americano e il noto medico dopatore italiano. Infine, Crosetti dovrebbe ricordarsi che i test antidoping non sono l’unica fonte di prova, Michael Rasmussen venne squalificato dal Tour 2007 e licenziato dalla squadra per essersi allenato in luoghi differenti da quelli comunicati ufficialmente. Un episodio che dovrebbe essere conosciuto da chiunque scriva di ciclismo ad appena 5 anni di distanza.

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