Chi vince e chi perde, veramente, a Gaza.

No, non mi convince quello che si va diffondendo negli ambienti filo-palestinesi, che l’operazione Margine Sicuro sia una vittoria militare per lo stato d’Israele ma che sul piano politico sia una sconfitta.

No, perchè dobbiamo ammettere che non è vero che la  solidarietà internazionale con la Palestina è più forte che mai. Ci sono situazioni differenziate. Manifestazioni così imponenti in Inghilterra su questioni internazionali non se ne vedevano dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Ma in altri paesi la situazione è rovesciata.

Londra, non Roma

Qua da noi, in un paese dove la solidarietà con la causa palestinese è sempre stata forte, non si è riusciti a organizzare uno straccio di mobilitazione nazionale. In compenso l’eterna coazione a ripetere di cui si lamentano alcuni fini intellettuali si riproduce nei rapporti interni al movimento. Sembra di ripetere le stesse discussioni fatte dopo l’avvenuta invasione dell’Iraq nel 2003. Bisogna sostenere la resistenza armata o continuare a propagandare una generica idea di pace? Si possono accettare gli islamisti all’interno del movimento? Bisogna portare le bandiere dei partiti e delle associazioni o solo quelle della pace? O solo quelle del popolo con cui si solidarizza?
Con la differenza che dieci anni fa si era reduci da una mobilitazione che riusciva a raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani, oggi si manifesta in gruppi più o meno piccoli nell’indifferenza generale. Intendiamoci, mobilitarsi è un dovere anche quando si è pochi, soprattutto quando si è pochi e bisogna evitare che si spenga ogni scintilla. Ma no, non c’è nulla che possa far dire che oggi siamo più forti di un mese fa…

Alcuni governi latino americani hanno manifestato posizioni forti. Cile, Perù, Brasile ed Ecuador hanno ritirato l’ambasciatore da Israele, il Venezuela e l’Argentina hanno sospeso i negoziati economici. Ma, con tutta l’ammirazione, non sono i paesi chiave nella questione palestinese. Gli Stati Uniti sono rimasti completamente allineati, dai paesi europei non è giunto il minimo segno di vita (e che un nulla sotto vuoto spinto come la Mogherini, che in un mese non ha detto una parola su Gaza, possa candidarsi ad Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione, la dice lunga). Chi vagheggiava di un possibile “cesarismo progressivo” di Al-Sisi in Egitto oggi deve raccogliere i cocci delle sciocchezze dette: il valico di Rafah chiuso era e chiuso rimane, i colloqui di pace al Cairo continuano a essere una buffonata, il governo del generale rimane il garante dello status quo nello scacchiere mediorientale.

Non possiamo dire che Israele sta perdendo politicamente questa guerra perché la sua dissidenza interna sta aumentando. Anzi.

L’unica mobilitazione contro la guerra interna ad Israele pare essere stata quella, eroica, del Partito Comunista e delle varie sinistre laiche. Secondo gli organizzatori, 7000 persone hanno manifestato a Tel Aviv.

Per fare un paragone storico, dopo i massacri di Sabra e Chatila le manifestazioni di massa continuarono fino a ottenere le dimissioni dell’allora generale Ariel Sharon. Oggi la polizia israeliana riesce tranquillamente a vietare le manifestazioni.
Anzi, la capacità politica israeliana di influenzare il dibattito internazionale è, se possibile, aumentata. Ho già scritto della capacità di creare l’equazione “ebreo=israeliano”, con le comunità ebraiche in giro per il mondo impegnate in una caccia all’ebreo che odia se stesso contro qualunque ebreo che osi schierarsi contro la politica ufficiale del governo, anche con posizioni molto moderate come quelle di Amos Oz. Ma l’influenza non si ferma al mondo ebraico, basta pensare a come nell’ultimo mese la parola “unilaterale” (“one-sided”, nei documenti in inglese) sia entrata prepotentemente in tutte le discussioni su questioni internazionali dopo che la propaganda israeliana ha cominciato a bollare come one-sided qualunque fonte di informazione che riportasse anche notizie dal punto di vista della Palestina. In questa maniera si costruisce un universo parallelo in cui la BBC è one-sided perchè riporta il dato reale e incontestabile della sproporzione di capacità militare tra israeliani e palestinesi.

Un lunghissimo articolo di Sandro Moiso su Carmilla prova a spiegare perchè Israele starebbe perdendo sul lungo periodo. La tesi è brevemente riassumibile così: certo Israele vince ora sul piano militare, ma lo fa dando sempre più potere alle petromonarchie sue nemiche naturali, l’esplodere delle contraddizione interne al capitalismo fa il resto. Al netto di molti rilievi che si potrebbero fare all’analisi (a partire dal fatto che ormai considerare i paesi arabi come ostili a Israele è più un atto di fede che un’analisi) i punti problematici mi sembrano due:

1) Vivere in pace con i propri vicini non è l’obiettivo che si pone Israele e soprattutto non è l’obiettivo che si pone l’esercito. In maniera esplicita, l’esercito considera inevitabile sul lungo periodo un nuovo scontro militare coi paesi arabi. Per questo a Israele serve “profondità strategica”, uno spazio da cui potersi ritirare in caso di attacco ripiegando su posizioni che permettano la difesa di Tel Aviv, Gerusalemme e Beersheba

La maniera di assicurarsi questo spazio strategico, è controllare completamente i confini i con il Libano, la Siria, la Giordania e l’Egitto. Un’occhiata alla mappa rende evidente come le operazioni militari e gli insediamenti rispondano perfettamente a questa logica.

2) L’incrollabile fiducia di Moiso in una futura esplosione delle contraddizioni di classe  e quindi imperialistiche tradisce una concezione fatalista dell’andamento della storia per cui, dato che il mondo è ingiusto, prima o poi ci sarà la rivolta generale contro l’ingiustizia. Anche se ora come ora chi lotta contro l’ingiustizia è ben lontano da una qualsiasi vittoria. Nella storia del movimento operaio questa tendenza di pensiero assume il nome di “crollismo” e ha sempre fatto un sacco di danni.

E un poco di crollismo mi sembra presente, in nuce, in tutti i discorsi di chi dice che Israele sta vincendo la guerra ma perdendo la politica. Ed è anche facile capire perchè, la nostra capacità di lavorare nella società è crollata drasticamente, si riesce a mettere insieme qualche iniziativa dignitosa sulla Palestina solo quando Israele decide di mostrare il suo volto più truce, quando invece si “limita” a occupare, assediare e colonizzare siamo totalmente impotenti. Ed è l’atteggiamento esattamente contrario a quello del Gramsci che scriveva della necessità di accettare la sconfitta per negarla con la prassi più intransigente.

Il PD punta alla crisi commerciale

[…]il dna politico-economico dei cosiddetti democratici appare ormai definitivamente strutturato su una linea di indirizzo votata alla deflazione, alla più violenta ristrutturazione e soprattutto al malcelato auspicio di una crisi commerciale e finanziaria quale fattore di “disciplina dei lavoratori”.

[…]

Dunque io sostengo che i democratici puntano dritti alla crisi commerciale. Per afferrare questo passaggio occorre in primo luogo riprendere dimestichezza con il concetto. Questa è infatti un’epoca in cui un eminente editorialista come Valentino Parlato sembra a tal punto generalizzare l’ipotesi del “crollo economico” da arrivare erroneamente ad escluderla del tutto. Ed è un’epoca in cui economisti stanchi e distratti si spingono a dichiarare che, se ci si trova nell’area euro, in fondo della bilancia commerciale ci si può disinteressare. Queste sono posizioni sbagliate e pericolose, soprattutto per noi italiani. Dovrebbe esser noto, infatti, che il nostro paese, assieme a tutti quelli del Sud Europa, rappresenta l’anello debole della catena dell’euro. I dati segnalano in proposito che la politica di deflazione dei costi per unità di prodotto e del deficit pubblico perseguita in questi anni non è stata affatto in grado di compensare la scarsa dinamica della produttività nazionale e di arrestare quindi la lunga fase di deterioramento della bilancia commerciale italiana.

[…]

Come pensano “i democratici” di gestire una dinamica così pericolosa? Ebbene, mi pare chiaro che essi non intendono assolutamente abbandonare l’attuale, radicato indirizzo di politica deflazionista. L’orientamento resta cioè quello di Ciampi e dei suoi boys , e potrà al limite soltanto rafforzarsi con l’esplicito riconoscimento che le ristrutturazioni conseguenti alla deflazione faranno tabula rasa di gran parte della struttura produttiva italiana, e che i superstiti diverranno ancor più di oggi mere appendici del grande capitale europeo. Mario Draghi non fa mistero di considerare questa come una prospettiva addirittura auspicabile per il nostro paese. Ma c’è chi va persino oltre. La stessa ipotesi di crisi di bilancia dei pagamenti potrebbe infatti rivelarsi funzionale alla piena, definitiva attuazione della politica deflattiva. In fondo, per rimettere i conti esteri in ordine “basterebbe” un crollo secco dei salari per unità di prodotto nell’ordine del 15%. E non sono in pochi ad augurarsi che una débacle sindacale di tali proporzioni possa essere ottenuta proprio a seguito di una crisi di fiducia sulla capacità dell’Italia di mantenere l’equilibrio commerciale, con conseguente vendita in massa di titoli nazionali sul mercato europeo (Mario Monti è tra coloro che si esprimono in termini più netti, in proposito). Ricordiamo del resto cosa accadde nel ’92. Ai sindacati venne imputata la responsabilità dell’attacco valutario alla lira e la conseguenza fu il secondo più grande arretramento del movimento dei lavoratori dal dopoguerra, dopo il tracollo del 1980. Ebbene, a distanza di un quindicennio pare che la Storia stia facendo di tutto per ripetersi.

Dunque, è inutile nasconderlo: la deflazione e la crisi quale fattore disciplinante risultano ormai impresse nel dna dei democratici. […] è evidente che una svolta a colpi di slogan buonisti nell’indirizzo economico del partito che egli si appresta a dirigere è una ipotesi ridicola, fuori dal mondo. Spetterebbe dunque alla sinistra organizzarsi per tentare di imporre una svolta, per fissare cioè una precisa linea di demarcazione al di là della quale ci si dovrebbe subito chiamar fuori da qualsiasi ipotesi di governo, lasciando agli altri – destri, democratici o miscelati che siano – la responsabilità di proseguire lungo il nefasto sentiero della deflazione. Questa linea andrebbe tracciata intorno alla seguente evidenza tecnica: soltanto una crisi economico-politica può condurci ad un tasso di deflazione dei costi unitari e del deficit pubblico talmente accelerato da compensare la nostra bassa produttività e da bloccare quindi l’espansione del nostro deficit commerciale. Il che, detto in parole povere, si traduce così: i cosiddetti democratici puntano nuovamente alla gestione di una crisi per auto-legittimarsi, disciplinare i sindacati e dare il colpo di grazia definitivo al movimento dei lavoratori.

Abbiamo dunque tutte le evidenze che ci servono per assegnare ai democratici un pesantissimo capo d’accusa. Solo in questo modo, a mio avviso, potrebbero crearsi i presupposti per una reale battaglia egemonica su una diversa modalità di gestione del debito pubblico, sull’esigenza di un pavimento alla deflazione dei salari unitari, e su un intervento statale negli assetti proprietari teso a recuperare un capitale nazionale polverizzato e in via di estinzione. Solo in questo modo potremmo cioè spingere la barra del dibattito politico su una nostra linea di demarcazione. Ma possiamo mai parlare di “linea di demarcazione” della sinistra fino a quando non facciamo chiarezza al nostro interno? […] Confesso di nutrire qualche dubbio.

 Emiliano Brancaccio – Il PD punta alla crisi commerciale. La sinistra ha una “exit-strategy”?
Luglio 2007

Cos’è successo alle amministrative?

Il mio professore di economia, sant’uomo che inneggiava al Ministero della Pianificazione mentre spiegava il Modello di Solow , diceva sempre che i dati da soli non significano nulla se non sono sostenuti da una teoria esplicativa.

Ah, il Gosplan, ah, la nostalgia.

Ah, il Gosplan, ah, la nostalgia.

La teoria esplicativa messa insieme dai giornali borghesi è semplice: l’elettorato premia l’operazione di responsabilità del PD e punisce gli oppositori del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord. Una lettura tutta politicista e che per di più si basa in buona parte sulla comparazione diretta tra elezioni politiche ed elezioni amministrative. Ovviamente se non si trattasse del M5S nessuno sarebbe talmente pirla da comparare due tipi di elezione completamente diversi, per sistema elettorale e per approccio degli elettori al voto. Un discorso completamente diverso sarebbe capire quanto le vicende nazionali influiscono sul voto locale.

Proviamo quindi a usare un’ipotesi interpretative del voto che tenga conto a) del fatto che si tratta di un voto locale b) della crisi e dell’austerità.

Rispetto al voto politico che è sempre più trainato dai capi nazionali dei vari schieramenti, il voto locale è ancora legato alla presenza di strutture territoriali in grado di fare campagna elettorale sul territorio. In questo senso s’è sempre spiegata la maggiore forza del centrosinistra rispetto al centrodestra.

Per di più, in queste elezioni spesso il centrodestra ha presentato candidati sindaco diversi per Popolo della Libertà, Lega e destrorsi vari mentre Berlusconi ha avuto fin da subito chiaro che non era il caso di mettere la faccia su una sconfitta annunciata.

Un ragionamento simile può essere fatto anche per il Movimento 5 Stelle, ancora più dipendente del PdL dalla presenza del capo e completamente disarticolato sul territorio. Le stesse comparsate di Grillo sono state in tono minore (a Roma, dove pure ha preso un dignitoso 12,4%, ha concluso la campagna elettorale in Piazza del Popolo e non a Piazza San Giovanni) mentre quelle degli altri maggiorenti del partito sono state deludenti, basti pensare che a Sondrio Vito Crimi ha parlato davanti a una trentina di persone.

Trenta persone LETTERALMENTE. Contando anche la gigantografia del Beato Rusca sulla facciata della Banca Popolare

Trenta persone LETTERALMENTE. Contando anche la gigantografia del Beato Rusca sulla facciata della Banca Popolare

La stessa Lega, che si vantava di essere l’ultimo partito con una struttura leninista, ha avuto una botta non indifferente, probabilmente dovuta anche al fatto che la campagna faraonica che ha portato Maroni alla Presidenza della Lombardia ha svuotato le casse e ha obbligato i candidati sindaci alle nozze coi fichi secchi. (Incidentalmente, sarebbe interessante capire in che maniera la sconfitta leghista in giro per il nord est modifichi gli equilibri nelle varie fondazioni bancarie a partecipazione pubblica).

Il centrosinistra invece sembra guadagnare (o meglio, perdere meno degli altri) grazie al lavoro di strutturazione fatto da Bersani sul PD.

Ma, appunto, più che vincere, il centrosinistra perde meno degli altri, ma come il centrodestra perde quasi ovunque sia in termini di voti assoluti che in termini percentuali. Su 20 città capoluogo che hanno votato, il centrodestra non s’è riconfermato in nessun comune, il resto è stato vinto dal centrosinistra che si presenta in vantaggio ai ballottaggi di Messina, Ragusa e Siracusa. Dei comuni dove il centrosinistra era già al governo, solo a Vicenza e a Isernia il consenso aumenta sia in termini percentuali che di voti assoluti. A Sondrio e Pisa aumenta in percentuale ma diminuisce in voti assoluti, mentre negli altri comuni perde ovunque. Caso a parte quello di Massa, l’unico in cui ad un sindaco di Rifondazione succede un sindaco di tutto il centrosinistra.

Possiamo quindi fare l’ipotesi che, in questa fase, si sia inceppata la capacità/possibilità dell’amministrazione di usare i propri poteri per creare consenso (sia in maniera legale, attraverso la buona amministrazione, sia attraverso il clientelismo). La crisi svuota le casse dei comuni, tutto il ballo del governo nazionale sulle tasse riversa il peso sulle tasche degli enti locali e, dulcis in fundo, il patto di stabilità impedisce di spendere anche a chi in teoria avrebbe i soldi.

Con questi criteri d’interpretazione (a cui andrebbe aggiunta come minimo uno studio sull’astensione, in quali sezioni aumenta, in quali fasce d’età, in quali fasce di reddito etc etc), si può arrivare alla conclusione che, più che una vittoria del PD perché ha fatto il governo Letta-Alfano, si tratta di una “meno sconfitta” in cui le dinamiche nazionali hanno pesato più sul centrodestra che sul centrosinistra. Il tanto strombazzato tracollo del 5 Stelle invece rimane un pio desiderio di chi spera di tornare rapidamente al bipolarismo, pur non ottenendo risultati esaltanti (a meno di sorprese al ballottagio di Ragusa) è praticamente l’unico a poter vantare di crescere ovunque. Certo rimane la domanda di quanto possa reggere un partito costituito da due capi solitari e da una piccola base di militanti iper attivi che però fanno cose a caso.

Due parole sulle politiche di austerità di Monti.

Uno degli effetti della crescita esponenziale di Beppe Grillo, e dello stuolo di peronaggi che gli vanno dietro, è che quando si critica Monti si corre il rischi di essere accomunati ai complottisti che passano la vita a cercare i segni dell’adorazione del dio Moloch da parte degli aderenti al gruppo Bilderberg sul panfilo Britannia controllati dai rettiliani.

Monti deve essere criticato da ben altre basi, sulla base degli effetti che le sue manovre hanno prodotto e produrranno nei prossimi anni, sulle base degli interessi che ha portato avanti e di quelli che invece ha danneggiato.

Quello che scrivo adesso ovviamente non è definitivo, ci sarebbero mille altre cose di cui parlare e tutto dovrebbe essere approfondito molto di più. L’obiettivo è smontare l’assunzione per cui Monti ha fatto quello che andava oggettivamente fatto.

Monti non è il capo della Spectre. Ma è stronzo lo stesso.

Bisogna specificare anche che criticare la politica economica di Monti non significa in nessun modo assolvere Berlusconi. Berluscono era e rimane un cialtrone puttaniere, troppo impegnato a salvarsi il culo dai processi e delle malattie sessualmente trasmissibili per fare qualsiasi altra cosa. Il punto, semmai, è che Monti è entrato in politica per fare quello che Berlusconi ha sempre promesso ma non è mai riuscito a portare fino in fondo.

Monti ha restituito credibilità all’Italia?

Nell’ultimo anno abbiamo imparato a guardare il grafico dello spread e a intuire che più alto è lo spread, più alta è la credibilità dello stato. In realtà è più complesso di così, ma assumiamo questa versione semplificata. Nel discorso di Monti, le sue manovre sono state necessarie perchè così lo spread è sceso. In realtà, se andiamo a guardare l’andamento dello spread, vediamo che durante i primi mesi del governo Monti lo spread ha continuato a mantenersi su livelli molto alti, fino a toccare i 536 punti basi a luglio 2012, poco sotto i 550 del picco toccato con Berlusconi nel novembre 2011. Sono state quindi le manovre di Monti a far scendere lo spread verso gli attuali 280 punti? No, in realtà è stato l’intervento di Mario Draghi come governatore della Banca Centrale Europea che a fine luglio ha dichiarato che avrebbe fatto “tutto il necessario” per salvare l’Euro, e che ha messo ingenti quantità di liquidità nel circuito monetario. Da quel momento la tensione su tutti gli spread europei s’è allentata. Vale comunque la pena di ricordare che uno spread che si aggira da mesi attorno a quota 300 è uno spread alto, per quanto non eccezzionalmente alto.

L’andamento del differenziale tra i tassi d’interessi dei titoli di stato italiani e tedeschi a 10 anni. Conosciuto anche come LO SPREAD (sul maiuscolo immaginatevi la musica di Profondo Rosso)

Monti ha messo in ordine i conto pubblici?

Anche tralasciando il “dettaglio dello spread”, Monti sostiene di avere messo in sicurezza i conti pubblici.

In realtà il rapporto tra debito e PIL è passato dal 120% del novembre 2011 al 126% del novembre 2012, mentre il rapporto tra deficit e PIL è passato dal 2,5% al 2,8% (dati Sole24ore). Com’è potuto succedere che, nonostante le previsioni del governo, questi indicatori peggiorassero? Fondamentalmente è successo che mentre il governo vedeva la luce in fondo al tunnel, nello scorso anno la recessione è continuata imperterrita facendo diminuire il PIL. E con la diminuzione

Monti ha fatto quella che chiedeva l’Europa e le istituzioni economiche internazionali ponendo le basi per la ripresa?

Si, ha indubbiamente eseguito le direttive stabilite a livello europeo e del Fondo Monetario Internazionale. Il problema è prorio la giustezza di queste direttive.

Che le manovre di taglio della spesa pubblica abbiano effetti recessivi è una cosa nota. Vengono però imposte lo stesso perchè, secondo i loro sostenitori, gli effetti negativi sono compensati dalle energie liberate per lo sviluppo del mercato privato. Già all’epoca molti economisti (in Italia i firmatari della Lettera degli Economisti, in Francia gli Economisti Sgomenti, solo per fare esempi) dicevano che quei calcoli erano sbagliati. Ora, anche l’economista capo del Fondo Monetario Internazionale ammette gli errori in quei calcoli.

Ma non basta, l’Unione Europea non ha solo chiesto ai suoi membri di fare politiche d’austerità, ha anche fatto il Trattato conosciuto generalmente come Fiscal Compact che impone queste politiche per i prossimi vent’anni!

Perchè, allora, Monti vuole continuare queste politiche?

Nell’impossibilità di entrare nel cervello di Monti e di sapere quanto l’accanimento ideologico gioca nel fargli perseguire comunque e in ogni caso l’austerità, mi limito a una constatazione: la crisi produce impoverimento, diminuzione dei consumi, abbassamento dei livelli generali di vita. Ma non per tutti. Mentre la grande massa di lavoratori dipendenti, partite iva, pensionati e precari peggiora le proprie condizioni, ci sono ceti sociali che da questa crisi guadagnano. Basta vedere come all’interno della crisi aumentano i consumi dei beni di lusso, basta vedere un Marchionne qualsiasi aumenti le proprie entrate tramite le entrate di speculazione finanziaria nonostante la FIAT peggiori la sua situazione sul mercato dell’auto. E sono i ceti che sostengono Monti.

Dei partiti che l’hanno sostenuto, invece, sono abbastanza sicuro che si tratti di accecamento ideologico, soprattutto per quello che riguarda un PD che ha chiuso ogni dialogo con Rivoluzione Civile e Ingroia proprio per non mettere in discussione l’austerità europea.

La base sociale di Monti. Notare la sobrietà.

C’è un’alternativa?

Si, le alternative ci sono. Segnalo solo poche cose perchè evidentemente il discorso è ancora più lungo e complesso di quello sull’austerità.

L’economista Emiliano Brancaccio propone di unire l’europa non sull’austerità ma su uno Standard Salariale Europeo che faccia convergere tendenzialmente i paesi meno sviluppati dell’Europa verso le posizioni tedesche piuttosto che gli arretramenti in atto oggi in Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia.

L’alternativa

Per uscire dall’austerità europa non serve uscire dall’euro come propone in maniera delirante Grillo, ma applicare leggi europee che già esistono, come il Compromesso di Lussemburgo, per cominciare a ridiscutere l’impostazione delle politiche economiche.

Cambiare si può, senza i soliti vecchi tromboni.

La notizia principale è che finalmente si sta aggregando un polo elettorale anti liberista, attorno alla discriminante di aver fatto opposizione a Monti.
La seconda notizia è che questa aggregazione è in ritardo terribile e corre il rischio di perdersi in bizantinismi.

Vivendo in un territorio periferico in cui a stento vive il mio partito (Rifondazione) e alcune piccole associazioni (che, bisogna dire, vivono attorno ad ex militanti del PRC), non ho preso parte alle varie assemblee territoriali e nazionali che preparano il Quarto Polo.

Che questo processo sia difficile è scontato, d’altronde se tutti i pezzi della sinistra fossero già d’accordo sia sulle questioni programmatiche che su quelle organizzative non saremmo costretti a costruire qualcosa di nuovo.

In particolare, l’aggregazione arancione di De Magistris e Ingroia deve ancora fare molti passi avanti sul programma. E’ positivo che nei dieci punti di Ingroia sia stato tolto il riferimento alla meritocrazia (il grimaldello di tutte le controriforme) per l’università e che siano state accolte molte delle critiche al moderatismo arrivate dopo la prima stesura. La questione è che si deve arrivare, dalla discriminante dell’opposizione a Monti alla discriminante dell’opposizione al Fiscal Compact.

L’assemblea nazionale di Cambiare #SiPuò del 22 dicembre, invece, ha visto esplodere problemi sia politici che organizzativi. Molti dei componenti di C#SP sono sicuramente più vicini programmaticamente alle visioni del PRC, ma spesso con visioni diverse dell’organizzazione. Lo spettacolo delle decisioni finali è stato scoraggiante, con un tavolo di presidenza incapace di impostare una discussione sulle regole e di ascoltare le obiezioni. Questa difficoltà a gestire una sola assemblea dovrebbe suggerire meno spocchia nel giudicare chi fa politica in forma organizzata.

Il tavolo di presidenza: largo ai giovani!

Il tavolo di presidenza: largo ai giovani!

Esiste però una componente irriducibilmente contraria alla presenza del PRC nella costruzione del Quarto Polo, nell’assemblea di ieri s’è espressa non solo nell’intervento di Ginsborg, ma anche negli interventi di altri esponenti più o meno conosciuti (su tutti, Giulietto Chiesa) del professionismo di movimento e di associazione. A livello organizzativo questi interventi hanno proposto (anzi, non proponevano, esigevano) una struttura in cui la società civile fa da comitato promotore e i partiti da comitato sostenitore. Uno schema che richiama quello dei referendum sull’acqua, ma in un contesto ben diverso. Non si tratta di sostenere una singola questione, su cui si può anche sfondare a destra a patto di tenere un po’ più nascosti i partiti con la bandiera rossa (ma di sfruttarne il lavoro, sia ben chiaro), si tratta di elezioni politiche, chiedere a qualcuno di fare tutta la bassa manovalanza senza avere nulla in termini di programma e di candidature, oltre a essere arrogante, non può funzionare. Ma queste richieste organizzative assurde discendono da un’analisi che è stata riassunta da Ginsborg dicendo che ormai i ceti medi sono maggioranza, non si può quindi continuare a ragionare con “schemi vecchi”, bisogna mettere al centro il ceto medio e in particolare il ceto medio riflessivo.

Questa analisi però pecca su due lati. Nella definizione di ceto medio Ginsborg include piccoli imprenditori, bottegai e soprattutto gli impiegati pubblici e privati. Non solo quindi include in maniera surrettizia tutte le finte partite IVA che in realtà sono lavoro dipendente, ma include anche tutto il lavoro dipendente non manuale (di tutta quella metà di popolazione attiva che non lavora, pare non esserci traccia). Più che un’analisi, un’assunzione ideologica. Certo, in fondo si potrebbe sostenere che molti di questi lavoratori sono arrivati ad una sicurezza economica, alla possibilità di far laureare i figli, alla cosa di proprietà etc etc etc. Si può sostenere, ma analiticamente non regge, anche le fasce più altre del lavoro operaio hanno conquistato, per un periodo, sicurezza, casa e scolarizzazione.

Scuole e università: da ceto medio riflessivo a proletariato senza che Ginsborg se ne accorga

C’è però il secondo lato dell’errore di Ginsborg e Chiesa, e cioè sostenere che non si deve essere di sinistra perchè le rivendicazioni della sinistra al ceto medio/maggioranza della popolazione non interessano. Questo è un errore imperdonabile perchè non tiene conto delle condizioni reali di quei ceti che vorrebbero rappresentare. La crisi ha fatto quello che Marx analizzava nelle crisi passate, ha polarizzato le ricchezze. Mentre le fasce alte del “ceto medio” si salvano e vengono incorporate nella borghesia propriamente detta (e sostengono Monti senza nessuna riflessione), le fasce basse perdono l’illusione di essere qualcosa di diverso dal proletariato, il mutuo da promessa di casa di proprietà diventa un cappio, il licenziamento colpisce gli impiegati come gli operai, la diminuzione dei consumi falcia la piccola distribuzione. C’è un fatto che Ginsborg dovrebbe conoscere, in quanto professore universitario: la scolarizzazione diminuisce, in particolare nell’ultimo decennio sono diminuite del 10% le immatricolazioni alle università. E ormai non fattibile immettersi nella carriera universitaria (dottorato, ricerca etc etc) senza avere una famiglia su cui poter contare per il mantenimento fino a 35-40 anni (se va bene). E un programma di sinistra (lavoro, protezione sociale, studio accessibile) non dovrebbe parlare a questi ceti?
Viene da chiedersi come faccia Ginsborg a non vedere quello che gli succede sotto il naso nel suo ambiente di lavoro. Forse, la questione è che fa parte di quella fascia che viene sussunta dalla borghesia.

Il percorso di convergenza nel Quarto Polo di quante più forze possibili è necessario, questo deve essere chiaro a tutti quanti. Si deve però, a un certo punto, capire chi è lì per aggregare e chi per disgregare. Se si pone il veto al contributo di Rifondazione, di gran lunga la forza meglio organizzata all’interno del Quarto Polo, si lavora per disgregare.

Il riequilibrio della Cina

Traduzione di servizio dell’articolo di Ylmaz Akyuz (capo economista del South Centre di Ginevra ed ex direttore e capo economista dell’UNCTAD) sul blog Triple Crisis.

Ora è generalmente condiviso che la Cina non può tornare alla crescita guidata dalle esportazioni di cui ha goduto nel periodo precedente alla crisi finanziaria globale, anche se USA ed Europa tornassero ad una crescita vigorosa. C’è bisogno di espandere il mercato interno rovesciando una tendenza secolare al declino della quota di consumi privati sul PIL, oscillante attorno a un livello quasi da tempo di guerra di circa il 35%. Questo dovrebbe essere fatto non tanto riducendo la propensione delle famiglie al risparmio, quanto aumentando la quota degli introiti delle famiglie sul PIL, che è stata decrescente per almeno due decenni. Queste necessiterebbe un’assennata combinazione di politiche sui salari, sui prezzi agricoli e sulle tassi, e un significativo aumento dei trasferimenti governativo, in particolare verso le famiglie povere rurali, finanziati coi dividendi delle imprese di stato (Confronta Export Dependence and Sustainability of Growth in China).

Una risposta appropriata alle ricadute della crisi del 2008-2009 sarebbe quindi dovuta andare oltre alle politiche macroeconomiche anticicliche e includere riforme basilari per aumentare i redditi delle famiglie. In ogni caso, la Cina ha risposto con massicci investimenti a debito, specialmente in infrastrutture. Politiche a sostegno della domanda immobiliare, inclusi drastici tagli ai tassi di interesse e una crescita senza precedenti dei crediti ipotecari, hanno sostenuto la creazione di una bolla del mercato immobiliare. Tutto questo ha spinto il tasso di investimenti verso il 50% del PIL. I consumi hanno tenuto ma sono stati in ritardo rispetto al PIL sia nel 2009 che nel 2010.

Dopo aver raggiunto la doppia cifra nel 2010, la crescita cinese è diminuita continuamente negli ultimi sei quarti di anni. Il dato ufficiale per il secondo quarto del 2012 è del 7,6%, il più basso dal primo quarto del 2009. Secondo alcune stime indipendenti il rallentamento potrebbe essere ancora più basso, al di sotto dell’obiettivo del 7,5% fissato per il 2012.

A quanto pare sono i fattori interni a pesare di più nel rallentamento della Cina. L’impatto espansivo del pacchetto di stimoli sta svanendo, aprendo la strada a impulsi deflattivi associati con la rapida accumulazione di debito da parte di imprese private e pubbliche e di governi locali. D’altra parte, le restrizioni imposte per frenare le speculazioni immobiliari hanno depresso le costruzioni e i settori collegati. Per quanto l’export sia rallentato nel 2011 dopo l’aumento del 2010 che seguiva i bassissimi livelli del 2009, nel giugno 2012 ha comunque registrato un rispettabile aumento year on year di circa l’11%. In ogni caso, la crescita incerta in America e la doppia recessione europea minacciano seriamente di abbassare considerevolmente l’export durante il resto dell’anno.

Queste forte tendenze al ribasso hanno portato il premier cinese Wen Jiabao a chiedere misure per la crescita più aggressive. I tassi d’interesse sono stati tagliati due volte in un mese, dopo già tre tagli delle riserve obbligatori, e fin dall’inizio dell’anno la Bank of China ha operato grosse iniezioni di liquidità. Sono attesi gli avvii di nuovi progetti industriali e infrastrutturali e anche edilizia pubblica a basso. Anche se questo pacchetto di stimoli difficilmente raggiungerà le dimensioni del primo, le autorità cinesi probabilmente useranno mezzi monetari e fiscali per assicurarsi investimenti sufficienti ed evitare che la crescita vada sotto gli obiettivi stabiliti.

Un’altra volta, gli investimenti avranno il ruolo centrale nello stabilizzare la crescita e la domanda interna. I tagli nei tassi d’investimento difficilmente porteranno troppi aumenti nei consumi provati. Le famiglie hanno un accesso limitato ai crediti delle istituzioni formali: i prestiti al consumo arriva a mala pena al 3% dei crediti totali. Gli investimenti sull’edilizia pubblica potrebbero aiutare a ridurre i risparmi precauzionali ma, in assenza di un significativo aumento nei redditi delle famiglie, questo non sarebbe abbastanza per dare una contropartita adeguata a quello che sembra un rallentamento permanente delle esportazioni.

Le politiche cinesi di risposta alla crisi globale costituiscono senza dubbio un riequilibrio tra le fonti interne ed esterne della domanda, come dimostrato anche dal rapido declino del surplus commerciale. In ogni caso, lasciano la domanda interna squilibrata tra consumi e investimenti. Da un certo punto di vista questo non dovrebbe destare preoccupazioni, è stato argomentato come la Cina sia coinvolta in un’urbanizzazione dal ritmo senza precedenti che richiede grandi investimenti in infrastrutture e abitazioni (confrontaChina Has Massive Firepower to Battle Global Slowdown). D’altra parte, nonostante una quota di investimenti sul PIL molto alta, lo stock di capitale pro capite della Cina rimane basso (confronta Capital controversy). Tutto questo implica ampi spazi di espansione per gli investimenti fino a riempire il vuoto di domanda creato dal rallentamento dell’export.

In ogni caso, la composizione della domanda aggregata importa per la sostenibilità della crescita. Qualora gli investimenti continuassero a crescere ad un passo superiore dei consumi, la capacità di produzione creata diventerebbe sottoutilizzata, deprimendo i ricavi e rendendo l’indebitamento finanziario corrente impagabile. Il pacchetto di stimoli del 2008-2009 ha già lasciato un’eredità di eccesso di capacità produttiva e uno stock relativamente grande di debiti potenzialmente impagabili. Aggiungerne altri potrebbe rendere gli aggiustamenti più severi e dolorosi anche se potrebbero trattenere il rallentamento sul breve periodo. Per la Cina sta quindi diventando più difficile mantenere una crescita stabile e socialmente accettabile senza una grande redistribuzione del reddito: uno sforzo che contiene anche delle sfide che non possono essere ignorate.

Seconda parte di Chovanec sull’immobiliare cinese

Patrick Chovanec

Yesterday, I began an investigation into the potential causes behind the latest bump in China’s property sales numbers, and whether they portend a genuine turn-around in the nation’s real estate market.  I noted that five basic theories to account for what has been happening, and promised to examine them each in turn:

  1. Lower Prices are Bringing Buyers Back
  2. Looser Restrictions are Unleashing Pent-Up Demand
  3. Optimistic Buyers are Misreading the Market
  4. Government Intervention is Boosting the Numbers
  5. Developers are Fudging Numbers to Stay Afloat

In my last post, I concluded that it was certainly possible that a fall in both real and nominal property prices could explain a recovery in sales, as properties become more affordable to buyers.  However, this theory cannot explain the rebound in property prices reportedly taking place, nor should it offer much comfort to hard-pressed developers, who would may have to endure steep losses to clear…

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