Il senso di Repubblica per la Cina (e di Visetti per il lavoro altrui)


Che il noto quotidiano fondato da Scalfari abbia sulla Cina una linea editoriale, per così dire, discutibile è cosa ormai nota.

Da quando Federico Rampini ha preso un volo diretto New York – Beijing e s’è fatto arrivare un titolo da sinologo con i punti accumulati sulla carta della American Airline, Repubblica non è stato solo un giornale con un inviato in Cina, è stato il giornale che forgia l’opinione che si ha in Italia della Cina. Non importa chi vada a Beijing per il Corriere, per La Stampa o per la Rai, è Repubblica che da il La e tutti si devono accodare.

Grazie alle suo corrispondenze dalla Repubblica Popolare Rampini è diventato una star. Ce lo possiamo ricordare mentre sfoggia la sua camicia alla maoista nei programmi di prima serata, tra un bignami della Rivoluzione Culturale e una chiacchera sullo Xinjian. Lo possiamo ritrovare tuttora con una categoria a parte nelle librerie. Sembra uno scherzo e invece è vero, alla Feltrinelli “Federico Rampini” è una categoria a parte nella sezione Geopolitica. Non Kissinger, non Kanna, non Kaplan. Rampini.

Certo, in tutto questo s’è attirato le antipatie di molti sinologi che hanno avuto l’ardire di pensare che passare una vita a studiare la Cina sia più qualificante di essere l’inviato di Repubblica. Sarà che Rampini per una conferenza di due ore prende quello che un docente associato si prende in un anno di lezioni (e anche di più). Sarà che lo stato degli studi cinesi in Italia è tale che i migliori elementi fanno fatica a farsi pagare il rimborso del treno Venezia – Bergamo (e non hanno neppure la carta dei punti). Sarà che alcuni di questi criticoni invidiosi sostengono che Rampini scriva un sacco di baggianate.

Sia come sia, a un certo punto il buon Federico torna negli U.S.A. e passa lo scettro della corrispondenza a Giampaolo Visetti, il quale decide di partire con il botto diffondendo la notizia della censura di Avatar in Cina. Notizia ovviamente falsa, milioni di cinesi hanno visto il film e chiunque vada a farsi un giro per il Parco Nazionale di Zhangjiajie, dove sono state girate molte scene, si ritrova pieno di pubblicità di Avatar e di splendide foto plasticotte in 3ddì con gli alieni blu che saltano fuori. Tipico di un’opera censurata.

Ma l’opera in cui Visetti s’è distinto di più è stata l’ispirarsi al lavoro di altri giornalisti. E non dichiararlo. E distorcerlo anche.

L’articolo Do you speak mandarino? Cinese nuova lingua globale aveva attratto l’attenzione di molte persone. Le tesi parevano ardite. Possibile che degli esperti si sbilanciassero fino a sostenere che nel giro di un secolo cinese ed inglese saranno le due lingue dominanti? La cosa ha suscitato l’interesse di Mirko Tavosanis che, sul suo blog Linguaggio e scrittura, finisce per dimostrare come l’articolo rimastichi ed esageri in maniera scandalistica un articolo del Guardian pubblicato poco tempo prima. A tratti addirittura capovolgendo il senso di quanto detto veramente dagli intervistati. Lo stesso Tavosanis segnala un altro caso, sempre col Guardian ma stavolta legato ad un’azienda di incontri amorosi. Questo nell’autunno 2011.

Nell’estate del 2012, invece, è Antonio Talia ad aprire un blog per denunciare l’uso, parola per parola, di due suoi articoli per RSera. Ovviamente senza che Visetti dichiarasse la citazione. Chiamato in causa, il giornalista di Repubblica s’è difeso sostenendo che fosse una svista tecnica. Alla luce della professionalità dimostrata da Visetti (e dai suoi colleghi di Repubblica), si lascia ai lettori la conclusione su quanto sia credibile questa difesa.

Lo sbarco in libreria non poteva mancare: non sto più nella pelle dall’attesa di poter leggere la storia dell’umile taxista venuto dalla campagna. Chissà se il Guardian ha mai pubblicato qualcosa a proposito.

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One thought on “Il senso di Repubblica per la Cina (e di Visetti per il lavoro altrui)

  1. Pingback: Il caso Visetti si espande | kowapaolo

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