Che cos’è la Geopolitica.

Nel tipico stile delle bussole Carocci, un volumetto agile di introduzione all’argomento geopolitica.

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Emidio Diodato – Che cos’è la geopolitica – Carocci – 127 pagine – 12 euro

Il volumetto si compone di tre capitoli, un’introduzione storica e teorica alla geopolitica, un capitolo sulle tradizioni geopolitiche statunitensi e un capitolo sulle sfide che dovrà affrontare l’Europa.

L’introduzione storica e teorica mi pare molto utile, aldilà del fatto che poi si condivida l’analisi degli altri due capitoli. Diodato liquida agilmente la questione della filiazione tra geopolitica e nazismo per concentrarsi sulle scuole moderne di geopolitica, traccia un profilo che esclude le versione deterministiche (quelle cose tipo “la Cina non è un’isola quindi non sarà mai una potenza mondiale”) e si impegna a costruire una geopolitica più complessa. Per Diodato, la cultura e l’azione geopolitica di un determinato paese/blocco di paesi non è data solo dalla lettura deterministica della cartina geografica, è data anche dalla percezione che l’opinione pubblica ha del proprio paese (il destino manifesto tanto caro agli statunitensi, per esempio), dagli orientamenti che prevalgono nei think tank e nelle università e, infine, dalle contingenze che si trovano a dover affrontare i governanti di turno.

In una fase in cui le spiegazioni geopolitiche un tanto al chilo vanno di gran moda, spesso portando a posizioni imbarazzanti, mi sembra una buona lettura per riportare un po’ di rigore nell’argomento.

 

Chi vince e chi perde, veramente, a Gaza.

No, non mi convince quello che si va diffondendo negli ambienti filo-palestinesi, che l’operazione Margine Sicuro sia una vittoria militare per lo stato d’Israele ma che sul piano politico sia una sconfitta.

No, perchè dobbiamo ammettere che non è vero che la  solidarietà internazionale con la Palestina è più forte che mai. Ci sono situazioni differenziate. Manifestazioni così imponenti in Inghilterra su questioni internazionali non se ne vedevano dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Ma in altri paesi la situazione è rovesciata.

Londra, non Roma

Qua da noi, in un paese dove la solidarietà con la causa palestinese è sempre stata forte, non si è riusciti a organizzare uno straccio di mobilitazione nazionale. In compenso l’eterna coazione a ripetere di cui si lamentano alcuni fini intellettuali si riproduce nei rapporti interni al movimento. Sembra di ripetere le stesse discussioni fatte dopo l’avvenuta invasione dell’Iraq nel 2003. Bisogna sostenere la resistenza armata o continuare a propagandare una generica idea di pace? Si possono accettare gli islamisti all’interno del movimento? Bisogna portare le bandiere dei partiti e delle associazioni o solo quelle della pace? O solo quelle del popolo con cui si solidarizza?
Con la differenza che dieci anni fa si era reduci da una mobilitazione che riusciva a raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani, oggi si manifesta in gruppi più o meno piccoli nell’indifferenza generale. Intendiamoci, mobilitarsi è un dovere anche quando si è pochi, soprattutto quando si è pochi e bisogna evitare che si spenga ogni scintilla. Ma no, non c’è nulla che possa far dire che oggi siamo più forti di un mese fa…

Alcuni governi latino americani hanno manifestato posizioni forti. Cile, Perù, Brasile ed Ecuador hanno ritirato l’ambasciatore da Israele, il Venezuela e l’Argentina hanno sospeso i negoziati economici. Ma, con tutta l’ammirazione, non sono i paesi chiave nella questione palestinese. Gli Stati Uniti sono rimasti completamente allineati, dai paesi europei non è giunto il minimo segno di vita (e che un nulla sotto vuoto spinto come la Mogherini, che in un mese non ha detto una parola su Gaza, possa candidarsi ad Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione, la dice lunga). Chi vagheggiava di un possibile “cesarismo progressivo” di Al-Sisi in Egitto oggi deve raccogliere i cocci delle sciocchezze dette: il valico di Rafah chiuso era e chiuso rimane, i colloqui di pace al Cairo continuano a essere una buffonata, il governo del generale rimane il garante dello status quo nello scacchiere mediorientale.

Non possiamo dire che Israele sta perdendo politicamente questa guerra perché la sua dissidenza interna sta aumentando. Anzi.

L’unica mobilitazione contro la guerra interna ad Israele pare essere stata quella, eroica, del Partito Comunista e delle varie sinistre laiche. Secondo gli organizzatori, 7000 persone hanno manifestato a Tel Aviv.

Per fare un paragone storico, dopo i massacri di Sabra e Chatila le manifestazioni di massa continuarono fino a ottenere le dimissioni dell’allora generale Ariel Sharon. Oggi la polizia israeliana riesce tranquillamente a vietare le manifestazioni.
Anzi, la capacità politica israeliana di influenzare il dibattito internazionale è, se possibile, aumentata. Ho già scritto della capacità di creare l’equazione “ebreo=israeliano”, con le comunità ebraiche in giro per il mondo impegnate in una caccia all’ebreo che odia se stesso contro qualunque ebreo che osi schierarsi contro la politica ufficiale del governo, anche con posizioni molto moderate come quelle di Amos Oz. Ma l’influenza non si ferma al mondo ebraico, basta pensare a come nell’ultimo mese la parola “unilaterale” (“one-sided”, nei documenti in inglese) sia entrata prepotentemente in tutte le discussioni su questioni internazionali dopo che la propaganda israeliana ha cominciato a bollare come one-sided qualunque fonte di informazione che riportasse anche notizie dal punto di vista della Palestina. In questa maniera si costruisce un universo parallelo in cui la BBC è one-sided perchè riporta il dato reale e incontestabile della sproporzione di capacità militare tra israeliani e palestinesi.

Un lunghissimo articolo di Sandro Moiso su Carmilla prova a spiegare perchè Israele starebbe perdendo sul lungo periodo. La tesi è brevemente riassumibile così: certo Israele vince ora sul piano militare, ma lo fa dando sempre più potere alle petromonarchie sue nemiche naturali, l’esplodere delle contraddizione interne al capitalismo fa il resto. Al netto di molti rilievi che si potrebbero fare all’analisi (a partire dal fatto che ormai considerare i paesi arabi come ostili a Israele è più un atto di fede che un’analisi) i punti problematici mi sembrano due:

1) Vivere in pace con i propri vicini non è l’obiettivo che si pone Israele e soprattutto non è l’obiettivo che si pone l’esercito. In maniera esplicita, l’esercito considera inevitabile sul lungo periodo un nuovo scontro militare coi paesi arabi. Per questo a Israele serve “profondità strategica”, uno spazio da cui potersi ritirare in caso di attacco ripiegando su posizioni che permettano la difesa di Tel Aviv, Gerusalemme e Beersheba

La maniera di assicurarsi questo spazio strategico, è controllare completamente i confini i con il Libano, la Siria, la Giordania e l’Egitto. Un’occhiata alla mappa rende evidente come le operazioni militari e gli insediamenti rispondano perfettamente a questa logica.

2) L’incrollabile fiducia di Moiso in una futura esplosione delle contraddizioni di classe  e quindi imperialistiche tradisce una concezione fatalista dell’andamento della storia per cui, dato che il mondo è ingiusto, prima o poi ci sarà la rivolta generale contro l’ingiustizia. Anche se ora come ora chi lotta contro l’ingiustizia è ben lontano da una qualsiasi vittoria. Nella storia del movimento operaio questa tendenza di pensiero assume il nome di “crollismo” e ha sempre fatto un sacco di danni.

E un poco di crollismo mi sembra presente, in nuce, in tutti i discorsi di chi dice che Israele sta vincendo la guerra ma perdendo la politica. Ed è anche facile capire perchè, la nostra capacità di lavorare nella società è crollata drasticamente, si riesce a mettere insieme qualche iniziativa dignitosa sulla Palestina solo quando Israele decide di mostrare il suo volto più truce, quando invece si “limita” a occupare, assediare e colonizzare siamo totalmente impotenti. Ed è l’atteggiamento esattamente contrario a quello del Gramsci che scriveva della necessità di accettare la sconfitta per negarla con la prassi più intransigente.

Primavere arabe, quel vento venuto da lontano (Sapere aprile 2013)

Calchi Novati sulle primavere arabe.
L’interwebz è pieno di interpretazioni a senso unico sulle rivolte che si sono susseguite negli ultimi anni sulle spone sud-est del Mediterraneo.

I giornali borghesi hanno accolto le rivolte (quasi tutte) come il trionfo della liberal democrazia mentre a sinistra ci si è divisi a chi pensava che la grande nazione araba si stesse sollevando per il socialismo e chi vede il complotto della CIA e di Israele dietro a qualsiasi movimento sociale.

La realtà è molto più complessa, per fortuna esiste gente seria come Calchi Novati, a sinistra si dovrebbe prendere l’abitudine a leggere quello che scrivono le persone serie invece di perdere mesi dietro a personaggi ambigui come i La Grassa o i vari StatoPotenza…

Sestante

Primavere arabe, quel vento venuto da lontano

Gian Paolo Calchi Novati

Troppo semplicistico liquidarle complessivamente come una improvvisa “voglia di Occidente”. Le rivoluzioni del Nord Africa sono mosse da forze di segno diverso, partono da premesse storiche diverse e perseguono fini diversi

I processi di cambio intervenuti nel Nord Africa fra il 2010 e il 2012 vengono da lontano e d’altra parte sono un’opera in progresso. Le elezioni hanno sollevato problemi nuovi e dubbi sul significato delle realizzazioni dopo tanto travaglio. In Egitto, il paese destinato a riprendere la leadership del mondo arabo, i Fratelli musulmani si trovano davanti a scelte che possono condizionare l’intero sistema. Lo sfacelo in Libia ha riversato in tutto il Sahel armi e armati che hanno rinvigorito i movimenti jihadisti già in attività sul bordo del Sahara. Sarebbe azzardato parlare dunque per le “primavere arabe” sia di obiettivi raggiunti che di aspettative tradite. Quanto più l’“innamoramento”…

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Il rosso, l’arancio e il bruno.

Per le elezioni va costituendosi un polo rosso-arancio, dove il rosso indica Rifondazione e gli altri partiti della sinistra e l’arancio la “società civile” e il movimento coagulato attorno al sindaco di Napoli De Magistris. Di alcuni dei limiti di questa operazione ho già scritto, deve però essere ben chiara una cosa: l’operazione è giusta. Poi vedremo nei prossimi mesi che consensi raggiungerà e se e come si stabilizzerà dopo le elezioni. Per intanto, aggregare tutti quelli che durante quest’anno si sono opposti da sinistra a Monti è giusto, anche se ci sono divergenze di analisi e di programma. Se prima di formare il Front De Gauche si fosse atteso di appianare le divergenze tra il Partito Comunista Francese e il Partito della Sinistra di Melenchon, non sarebbe mai nato il Front, e lo stesso vale per le altre formazioni della sinistra in giro per l’Europa (Syriza, Izquierda Unida etc etc etc).

Manifestazione del Front de Gauche alla Bastiglia.

Qua in sostanza finiscono le cose che possono, forse, interessare alle persone normali.

Ovviamente un’operazione del genere non poteva non suscitare polemiche. Tra chi si lamenta, con ottime ragioni, della presenza in primo piano del nome di Ingroia sul simbolo, chi un po’ irrealisticamente vorrebbe imporre la falce e martello anche a chi comunista non è e chi pone questioni programmatiche, si fa largo un tipo di polemica totalmente irricevibile.
Fin da quando, tra novembre e dicembre, s’è concretizzata l’opzione di una gamba “arancione” della sinistra, è partita una campagna infamante delle varie anime rossobrune che accusano gli arancioni di essere dei golpisti al servizio della finanza internazionale.

C’è un dato oggettivo, negli ultimi vent’anni la politica statunitense verso i paesi ex sovietici e asiatici s’è caratterizzata anche per la manipolazione di movimenti “per la democrazia” a “contro la corruzione”. Uno dei casi più eclatanti è proprio la “rivoluzione arancione” ucraina, in cui è stato ormai provato il coinvolgimento dei servizi segreti locali e dell’organizzazione Otpor, finanziata dallo speculatore Soros. In altri paesi asiatici operazioni simili sono state chiamate rivoluzioni rosa (Kyrgizistan e Georgia).

L’accusa dei rossobruni è molto semplice: l’arancione è il colore delle “rivoluzioni” finanziate dalla CIA. Che basi hanno per dire questo?

Nessuna. L’unica cosa che accomuna gli arancioni italiani e gli arancioni esteuropei/centrasiatici è aver scelto un colore come simbolo del proprio movimento. Una cosa che accomuna all’incirca tutti i movimenti del mondo. Se questo fosse il criterio, dovremmo dedurne che tutti i Partiti Comunisti sono di destra perchè usano il rosso come i Liberali canadesi, i Repubblicani americani o i conservatori sudcoreani. O che sono monarchici come i rossi thailandesi.

Il simbolo elettorale rosso-arancione. In basso potete notare una tipica manifestazione manovrata dalla CIA.

Anche se si guarda ai programmi, la differenza tra Ingroia/De Magistris e Yushenko appare evidente. Senza mitizzare gli arancioni nostrani, che devono ancora fare dei grandi passi avanti suquesto campo, il rifiuto del Fiscal Compact, il rifiuto delle politiche di guerra e la tendenza verso politiche di interventismo pubblico in economia sono in netto contrasto con l’europeismo, l’atlantismo e il liberismo delle rivoluzione colorate.

Infine, i mezzi. Le rivoluzioni colorate si sono sempre dimostrate facoltose, sia per base sociale che per mezzi impiegati dalla leadership. Gli arancioni possono avere tanti difetti, ma al massimo rappresentano una classe media in via di proletarizzazione, di sicuro non il movimento della borghesia arricchita che cerca di scrollarsi di dosso il peso delle classi popolari. La CIA non bada a spese, i movimenti su cui punta non hanno certo difficoltà a pagre le sale in cui fanno le assemblee, non chiedono le 5 euro di solidarietà, non fanno i siti con la versione schifida di wordpress.

Con questa polemica i rossobruni si confermano per quel che sono, un gruppetto di provocatori intenti a portare confusione nel campo della sinistra, sperando di far fallire questo passaggio elettorale e poter poi spillare militanti ed energie.

 

Di rossobrunismo e le solite polemiche che ci ammorbano da anni

L’ennesimo capitolo della saga dei rossobruni. (Per un riassunto delle puntate precedenti, vedi qui)

L’articolo di Maffione potrà anche essere impreciso in un paio di punti, ma il numero di code di paglia che bruciano è indicativo. La reazione di Salutari è assolutamente spropositata. Se la lingua italiana non è un’opinione, l’articolo dice che c’è un circuito di siti con legami politici più o meno forti tra di loro, e che in alcuni di quei siti ci sono alcuni contenuti antisemiti, non che tutti veicolano quei contenuti.

AGGIORNAMENTO 21 APRILE: sono molto contento di leggere che la questione del blog La Patria del Ribelle sia stata superata. Questo permette di discutere in maniera più serena.

Il problema è: a cosa serve leccare il culo ai Preve, ai La Grassa, a Stato Potenza e altri ambientacci? Cosa abbiamio da imparare da questa gente?

Abbiamo da imparare qualcosa da gente (come Conflitti&Strategie) che non riesce a fare neanche una elementare scelta di campo tra lavoratori e capitale e che considera la FIOM “reazionari che ingannano i gonzi in buona fede“?

E da gente (come StatoPotenza) che propaganda il piagnisteo leghista sulla giustizia mirata contro chi da fastidio?

ALTRO AGGIORNAMENTO DEL 21 APRILE: per non parlare di gente come Appello al Popolo, che riporta articoli sull’economia nazionalsocialista tedesca dall’Institute for Historical Review, che si autodefinisce come la principale organizzazione al mondo di negazionismo dell’olocausto. Non metto i link perchè mi fanno un attimino troppo schifo.

E sarebbe anche ora di dire che il campismo non porta l’analisi più avanzata possibile, anzi. Il campismo porta a ignorare le contraddizioni pesantissime che ci sono nelle questioni internazionali. Gli esempi sono innumerevoli. Molti compagni dicono che si dovrebbe sostenere la Cina, il Venezuela e il KKE. Io sono anche d’accordo. Il problema è che il KKE considera la Cina uno stato capitalista e imperialista e Chavez poco più che un riformista piccolo borghese. Da quando la maniera per risolvere le contraddizioni e piantarsi le dita nelle orecchie e gridare LALALALALA per non sentire quello che dicono gli altri?

E ancora, ormai in qualsiasi discussione sulla politica estera è assolutamente normale che si accusi chi non sostiene Ahmadinejad di essere filo americano, si suppone che quindi anche Fidel Castro sia diventato servo degli yankee. La questione iraniana è esplicativa. Chiunque abbia un minimo di conoscenza della politica iraniana sa che la questione è molto più complessa di “ahmadinejad antimperialista buono” e “opposizione atlantista cattiva”. Però i grandi analisti che passano il tempo a fare le lezioncine di antimperialismo ai compagni queste cose le ignorano.

Infine, è sempre curioso dover notare come certa gente proclami la morte del PRC e dei GC a intervalli bimestrali per poi continuare a far parte del PRC e dei GC. 


Un commento sull’articolo di Oggionni.

Nel giro di segnalazioni sulla Cina, avevo linkato un articolo di Oggionni (Coordinatore nazionale dei GC) sul suo viaggio in Cina, ne è nato un mini-dibattito sul suo blog, da cui questo commento un po’ meno stringato.

Ho scritto che l’articolo non rimarrà negli annali della sinologia non perché non si valido in sé, ma perché si tratta di spunti di discussione politica indirizzati a un ambiente di non specialisti e perché esistono ambienti del pensiero critico che si occupano di Cina e su queste faccende dibattono da un paio di decenni.

In Italia, purtroppo, questi ambienti di pensiero critico non esistono, a larga maggioranza è passata l’idea che le riforme cinesi siano state una restaurazione del turbocapitalismo e che il PCC sia un guscio vuoto che di comunista ha conservato solo la forma. Per carità, ci sono autorevolissimi marxisti, David Harvey per dirne uno, che la pensano così, però loro sono in rapporto dialettico con tutti gli altri che hanno altre letture, in Italia invece c’è una chiusura quasi totale.

Esiste in Italia anche una corrente “filo cinese” per motivi largamente geopolitici, il discorso è più meno che per quanto possa esserci il turbocapitalismo, bisogna essere a favore della Cina per il ruolo ”oggettivamente antimperialista”.
A me pare che entrambe queste posizioni siano sbagliate e che non possano generare nessuna dialettica utile. Invece mi sembra che l’articolo di Oggionni possa essere utile, ed è utile principalmente perché viene da un dirigente comunista di livello nazionale.

Veniamo alla ciccia dell’articolo.

Sono fondamentalmente d’accordo con l’impostazione non eurocentrica dell’articolo, d’altronde l’eurocentrismo è alla base dei due errori che ho descritto prima: non è il socialismo come ce lo siamo immaginato noi Vs. è il ruolo geopolitico come non sappiamo svolgerlo noi.

 

La crescita

Oggionni riporta alcuni dati sulla crescita economica della Cina. Ovviamente, per non fare esplodere l’articolo in una dissertazione lunghissima, deve essere sintetico. Ma un paio di precisazioni sono comunque utili.

–          Il reddito pro capite andrebbe calcolato anche in termini di potere d’acquisto reale. Ha provato a farlo Alberto Gabriele, anche su Marx21:

–          Il fatto che la crescita debba essere rivista spesso al rialzo rispetto alle previsioni non è, per noi comunisti, una cose del tutto positiva. Infatti, è spesso anche l’indice che la pianificazione non riesce a controllare del tutto l’allocazione delle risorse tra consumo e investimento.

L’ambiente

È importante che Oggionni sottolinei le punte avanzate nel risparmio energetico e in generale nelle teconologie “verdi”. Anche grazie a ristrutturazioni urbane che per noi sarebbero assolutamente impensabili, una città cinese moderne è mediamente più efficiente di una città europea moderna. D’altra parte bisogna anche dire che “paese in larga misura avanzato” è un’espressione da prendere con le pinze. Le punte avanzate delle sviluppo sono concentrate sulle provincie costiere e in progetti pilota nell’entroterra. L’apparato produttivo rurale è vecchio e poco efficiente.

Il pubblico e il privato

 

Anche qui, è importante che si ribalti il mito della Cina in cui tutto è stato privatizzato. Se durante gli anni ’90 il trend è stato quello delle privatizzazioni, negli anni ’00 questo trend sembra essersi equilibrato, con alcune provincie (il “modello Chongqing”, ma non solo) in cui il pubblico è avanzato e il privato è arretrato. Non capisco in che senso il compagno Oggionni dice che il settore privato è “vero motore economico”. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che si debba studiare a fondo il new socialist countryside, ma questo è un problema anche degli studi cinesi in generale, non solo degli italiani.

Penso che vada specificato anche che per quanto esista la proprietà privata del capitale, la terra continua ad essere di proprietà collettiva, e che non si tratta di una questo puramente nominale. Se fosse puramente nominale non sarebbero possibili le lotte contro il land grabbing. D’altra parte qua si aprono contraddizioni pesantissime, dato che molte di queste lotte puntano a farsi riconoscere diritti di proprietà individuali sulla terra e non solo diritti d’uso.

L’accumulazione

 

Strettamente connessa alla questione della terra è quella dell’accumulazione. Sicuramente le riforme hanno permesso il formarsi di una nuova classe borghese cinese, spesso arrogante oltre ogni limite, altrettanto spesso criminale. Al di là questo, è il centro del dibattito tra Arrighi e Harvey tra chi sostiene che quella in Cina sia un’accumulazione senza spoliazione dei contadini e chi sostiene invece di si.

Il sindacato e le condizioni di lavoro

Concordo pienamente con Oggionni, per noi comunisti questo punto è qualificante e trovo francamente imbarazzante che ci sia chi sia disposto a soprassedere in nome del ruolo internazionale.

Il discorso potrebbe essere lunghissimo, mi limito a dire che se non ci fosse un effettivo miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori dipendenti, non ci sarebbe nulla da difendere. Nel nostro discorso, bisogna liberarsi dell’idea che invece durante il maoismo per gli operai fossero rose e fiori. Torsioni volontaristiche come il Balzo in Avanti implicavano ritmi e condizioni di lavoro non migliori di quelle infami attualmente imposte ai lavoratori della Foxxconn (Parentesi: interessante notare come la provincia che ha permesso alla Foxxconn di agire indisturbata per anni sia quella indicata dai media occidentali come esempio di riforma democratica contra la Chongqing rossa e cattiva).

Non capisco esattamente in che termini Oggionni intenda il ruolo del sindacato nelle imprese private; generalmente il sindacato viene indicato come più disponibile al conflitto nelle imprese private (specie con capitale estero) che in quelle pubbliche.

Cultura

Quello su cui ho meno da dire. Mi limito a constatare che la riflessione di Oggionni ha molto senso e che è ancora più importante attorno al caso Bo Xilai. La mia impressione è che in Cina ci sia una significativa simpatia per i “valori del socialismo”, ma che questa simpatia abbia difficoltà a tradursi sul piano politico, anche perché c’è contemporaneamente una simpatia verso le aperture politiche che sembra promettere Wen Jiabao

Spero possa avere una qualche utilità.