Flassbeck e Lapavitsas: Against the Troika

Il libro di Flassbeck e Lapavitsas esplora le possibilità di un governo di sinistra alla guida di un paese dell’Eurozona e le possibilità di un governo di sinistra nell’uscita dall’Eurozona. Scritto prima della vittoria elettorale di Tsipras, è interessante leggerlo alla luce dei primi mesi del governo di sinistra ad Atene, mentre il “piano B” comincia a essere discusso.

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Heiner Flassbeck e Costas Lapavitsas – Against the Troika: crisi and austerity in the Eurozone – Versobooks – 144 pp – 14 euro/3 euro digitale

 

Flassbeck e Lapavitsas, insieme, non fanno esattamente l’immagine del no-euro come ce lo si immagina in Italia. Il libro Against the Troika: crisi and austerity in the Eurozone è difficilmente accusabile di populismo grillino o leghista, presenta un’argomentazione economica solida, ovviamente altri economisti pro-euro avranno argomenti per ribattere, ma si viaggia lontani dai terreni tipo “fuori dall’euro c’è il Paradiso Terreste, perché si”. È anche un libro europeista, l’argomento più emozionale è che l’attuale assetto sta disgregando l’Unione Europea ed è meglio fare ora un passo indietro per poter tornare in futuro a costruire un’Unione vera, d’altronde Flassbeck era consigliere di Lafontaine quando quest’ultimo era ministro delle finanze della Germania e costruiva materialmente l’Unione Monetaria Europea. Infine, è un libro internazionalista, sfidando così il luogo comune che vuole ogni messa in discussione dell’euro un cedimento alla nostalgia reazionaria delle piccole patrie; è scritto da un greco e da un tedesco e presenta testi aggiuntivi del giornalista inglese Paul Mason, del leader della Linke Oskar Lafontaine e del leader di Izquierda Unida Alberto Garzon.

L’Unione fallita

L’argomentazione principale di Against the Troika era già stata esposta dagli autori in un’analisi pubblicata sul sito della Fondazione Rosa Luxemburg, e viene esposta nel libro in maniera appena appena più discorsiva. Senza pretendere di farle giustizia, si può riassumere così: per Flassbeck e Lapavitsas l’idea della cooperazione monetaria non è sbagliata in sé, anzi, è necessaria e al di fuori di qualsiasi forma di cooperazione monetaria sarebbe impossibile per un governo progressista garantire che i propositi progressisti non vengano spazzati via dalla prima turbolenza internazionale (Capitolo 2.1). Il problema dell’Unione Monetaria Europea è però che è stata basata sui pregiudizi ideologici monetaristi della Banca Centrale Europea per cui l’unico metodo per governare l’inflazione sarebbe solo e soltanto la leva monetaria (Cap 2.2) escludendo così il governo di salari e profitti e quindi la possibilità di attuare una convergenza tra i vari paesi europei in una crescita coordinata dei salari e della produttività del lavoro (Cap 2.3-5). A questo si aggiunge che la BCE è venuta meno ai propri compiti di sorveglianza sulla Germania, essendo quest’ultima colpevole di aver tenuto la propria inflazione (e quindi i salari) più bassa dell’obiettivo comune europeo, un’infrazione che per gli autori è ben più grave della mancanza di rigore dei paesi periferici, che sono invece stati vigilati duramente dalla BCE (Cap 3)

Fuori dall’euro?

Per gli autori un qualunque governo di sinistra nei paesi della periferia (discorso diverso per i paesi semi-periferici, cioè Italia e Francia) si troverebbe di fronte a una “triade impossibile”, tre cose impossibili da sostenere contemporaneamente: la ristrutturazione del debito, l’uscita dall’austerità e la permanenza nell’Unione Monetaria Europea; le regole di quest’ultima sono fatte in modo che lo stato non possa effettuare gli interventi economici (per esempio, intervenire sul sistema bancario per affrontare le perdite dei privati in merito alla ristrutturazione del debito) necessari ai primi due punti (Cap 7.2).

Non è difficile leggere in questo una facile previsione di quello che è successo in questi mesi di governo Tsipras, non a caso Costas Lapavitsas (ora anche parlamentare) è l’economista di riferimento della Piattaforma di Sinistra, l’area di SYRIZA che giudicava irrealistica l’ipotesi dell’accordo onorevole già da prima delle elezioni . Quali sono quindi le alternative? Il libro affronta due possibili scenari di uscita, uno consensuale (cap 7.3) in cui l’Europa per evitare ulteriori conflitti negozia l’uscita e fornisce anche della liquidità per il tempo necessario ad Atene a sistemare la nuova emissione di moneta, uno conflittuale (cap 8) in cui ci sarebbe molto meno tempo. Il libro non nasconde certo i problemi dell’uscita, ma apre anche alla possibilità che un’uscita dall’Eurozona di un paese periferico potrebbe essere usata per tornare a sfruttare la manodopera ora disoccupata a fini di consumo interno e usare il disavanzo verso l’estero, ironicamente causato dall’austerità, per rifornirsi sul mercato internazionale dei beni difficili da produrre all’interno come medicinali e carburante. Un ritorno a un impiego così massiccio della manodopera potrebbe portare, soprattutto, a un mutamento dei rapporti sociali e alla possibilità di riaprire l’idea di un cambiamento reale della società a lungo termine. Per fare tutto questo, sia “consensualmente” sia “conflittualmente”, sono però necessarie delle premesse, desumibili dalla crisi cipriota: a) recupero delle capacità tecniche di battere moneta; b) doppia circolazione monetaria già in atto; c) controllo dei movimenti dei capitali. Per fare questo sono necessarie competenze tecniche che i tecnici cresciuti nell’era dell’euro non hanno, quindi è necessario richiamare in servizio tecnici dell’epoca della dracma e importarne da paesi esteri che detengono il know-how (leggasi, dalla Russia).

Ma, e qui sta per la mia lettura l’importanza del libro, un’eventuale Grexit non è solo questione di possibilità economiche e tecniche, non è una medaglietta da appuntarsi al petto durante una disquisizione accademica. Non è, per dirla con Mao, un pranzo di gala. È un fatto politico. Per gli autori i tre punti “tecnici-preliminari” servono anche e soprattutto a mobilitare l’opinione pubblica, alla battaglia politica, a preparare all’idea che l’uscita, specie quella conflittuale, deve essere affrontata in maniera determinata, sapendo per quanto possibile a cosa si va incontro.

E qui sorge un problema grosso: la linea elettorale di SYRIZA non è stata quella di preparare l’opinione pubblica all’uscita dall’euro, anzi, è stata quella di insistere, insistere, insistere sul compromesso onorevole coi creditori, tanto da negare la stessa esistenza di un “piano B”. E SYRIZA aveva le sue ragioni per farlo. Per Stathis Kouvelakis:” credo che l’egemonia ideologica della classe dominante in Grecia sia stata basata sul progetto europeo, sull’idea che aderendo al processo d’integrazione la Grecia sarebbe diventata un paese moderno, un “paese europeo sviluppato”, e sarebbe definitivamente e irreversibilmente entrata nel club delle società europee occidentali più sviluppate e avanzate. Io credo che sia una specie di fantasia di longue durée della Grecia come nazione indipendente: diventare una parte accettata dell’Europa occidentale. Nel primo decennio dopo l’entrata dell’euro è sembrato che questa fantasia fosse diventata realtà.” L’Unione Monetaria Europea (termine col quale sarebbe bene cominciare a riferirsi all’euro, per evitare di cadere nella trappola per cui si identifica la moneta unica con l’idea di Europa a qualunque livello) è stata e rimane per molti greci (specie della “classe media” che si è rivolta a SYRIZA dopo il fallimento delle grandi coalizioni) una forza simbolica-politica enorme, uscirne prima che una questione di fattibilità economica è questione di rinunciare al sogno di diventare tutti come la Germania. Ma è un sogno che forse sta cominciando a declinare. Per quanto possano valere i sondaggi, la maggioranza dei greci è ancora favorevole a rimanere nell’Eurozona, ma quando si chiede se è a tutti i costi, l’opinione pubblica si divide a metà. Sapendo che questo non verrà comunque deciso dal popolo greco, la questione diventa: SYRIZA sarebbe capace di organizzare il sostegno popolare nel caso dovesse trarre il dado e uscire dall’euro? O verrebbe piuttosto travolta, trovandosi il doppio danno di avere la Grexit gestita dalle destre?

SYRIZA, dopo aver mantenuto la barra sulla linea ufficiale per mesi, si sta muovendo su questo fronte. Il giornalista Paul Mason sostiene, da febbraio, che ci sia un’ondata di radicalizzazione dentro SYRIZA, anche tra chi non appartiene alle correnti radicali organizzate nella Piattaforma di Sinistra. Ora è anche la presidente del parlamento Zoe Konstantopoulou a prendere posizioni radicali sul debito che potrebbero portare alla rottura, mentre le posizioni di Lapavitsas vengono discusse apertamente su AVGI, l’organo ufficiale di SYRIZA.

La questione dell’uscita dall’euro viene, in Italia, usata come un derby tra tifoserie opposte che commentano le varie opzioni proposte dagli economisti, spesso senza capirle fino in fondo (piccola nota a margine: quanti hanno capito che Bagnai sostanzialmente propone lo “spirito del 1992-1993”?). Ma il punto non è solo studiare ciò che dicono i modelli economici, il punto è capire che  euro o exit sono opzioni che devono vivere dentro società particolari. Se non si capisce che la Grexit (o la proposta di uscita dell’Italia, o di qualunque paese) è un fatto politico e non tecnico, si può continuare a illudersi di essere quelli più di sinistra, quelli più anti imperialisti, quelli più rivoluzionari, ma ci si sta solo baloccando con delle ricette per l’osteria dell’avvenire.

Mattarellum

Impazza il dibattito. Mattarella è un Presidente della Repubblica sgradito al Patto del Nazareno? E’ uno sgarbo di Renzi a Berlusconi? Oppure sotto sotto c’è l’accordo anche sul nome di Mattarella. Oppure, ancora, è un nome che nascce dall’impossibilità di trovare un accordo dentro le linee del Patto del Nazareno ma  tutto sommato tiene in piedi il Nazareno.

Onestamente, ho un approccio diverso: echissenefrega?

Intendiamoci, è ovviamente una cosa importante per la politica del nostro paese sapere se il Patto del Nazareno regge. Ma non è il punto fondamentale. L’asse Renzi-Berlusconi fa schifo, ma pensare che il PD sia da contrastare in quanto Renzi fa l’asse con Berlusconi è una maniera di ragionare superata dai fatti. Lo smantellamento della Costituzione e dello Statuto dei Lavoratori, l’austerità, le posizioni deleteree in politica estera, il silenzio totale sui diritti civili… in pratica, in ogni area di intervento che ci possa interessare il problema non è che il PD fa cose brutte perchè è alleato col Satana Berlusconi, fa cose brutte perchè le vuole fare, con o senza asse Matteo-Silvio.

Scrivevo a dicembre:

Perchè sappiamo perfettamente che a Renzi basta giocare la carta Prodi per far abboccare SEL e dissidenti PD. Non per eleggere veramente Prodi (che quantomeno sarebbe ostile alle intese sottobanco con Berlusconi) ma per distrarre Vendola e Ciwati da qualunque campagna politica attorno alla Presidenza della Repubblica. Vedi elezione di Grasso e Boldrini, ma vedi anche il balletto Rodotà-Prodi-Rodotà di SEL.
E d’altra parte sappiamo anche che i 5 Stelle faranno una fatica boia a stare compatti, verranno schiacciati dai media che li accuseranno di fare l’ennesima operazione sterile, di “sprecare” un’altra volta i loro voti nella pura testimonianza. Verranno spinti a cercare un’impossibile mediazione su qualche nome di alta autorità, magari giocando sul fatto che un giudice della Corte Costituzionale o che un tecnico economista non è uno degli odiati politici di professione.

E infatti, sinistra PD-SEL-5Stelle invece di fare una campagna pubblica sulla Presidenza della Repubblica si sono imbarcati in una manovra sottobanco, impossibile da realizzare, sui nomi di Prodi e Bersani. Fallita questa manovra, sono rimasti col cerino in mano e unico candidato Mattarella.

Il 5 Stelle, almeno, ha tirato fuori un candidato di bandiera. SEL e sinistra PD hanno invece confermato ancora una volta che non c’è una scelta strategica di opposizione al PD, c’è una scelta tattica di opposizione al “PD di Renzi”, dove l’aggiunta “di Renzi” serve a sostenere che qualora si riuscisse a stanare il PD dalle posizioni di Renzi ci si può accordare immediatamente.

Vale appena la pena di notare quant’è ridicolo tutto ciò da parte di chi è andato ad Atene a farsi bello con la vittoria di Syriza. Ma Civati è pur sempre quello che disse, seriamente, “usciremo dal PD quanto meno ve lo aspettate”. Non preoccuparti, Pippo, lo sappiamo benissimo che non ti muoverai mai da lì.

Infine, appare solo una conferma di quanto non esista un’ala sinistra del PD con cui sia possibile fare operazioni politiche. I mitici “giovani turchi” si sono disciolti come neve al sole. Il povero Fassina ha provato a ricordare che i 101 affossatori di Prodi erano proprio i renziani, l’ex giovane turco e attualmente Presidente del PD Orfini ha reagito con compostezza:”certo che dice scemenze Fassina”. I civatiani sui territori sono uscti dal partito alla spicciolata oppure si sono riciclati renziani col tipico fervore dei convertiti e ora sono impegnati in complotti di segreteria per far fuori gli ultimi dirigenti locali non renziani.

Di Melenchon o Lafontaine italiani non ce n’è neanche l’ombra.

L’annosa ricerca di uno Tsipras italiano

Ci serve un Lula italiano

Ci serve un Lafontaine italiano

Ci serve un Melenchon italiano

Ci serve uno Tsipras italiano

Ci serve un Iglesias italiano

Oggionni è lo Tsipras italiano

Fratoianni è l’Iglesias italiano

Cofferati è lo Tsipras italiano (bis)

Riccio è l’Iglesias italiano (bis)

Landini è loTsipras italiano (tris)

Brancaccio è il Lafontaine italiano

Civati è lo Tsipras italiano (quater)

Fassina è il Melenchon italiano

Abbiamo bisogno di una Izquierda Unida italiana

Abbiamo bisogno di una Linke italiana

Abbiamo bisogno di un Front de Gauche italiano

Abbiamo bisogno di una Syriza italiana

Abbiamo bisogno di un Podemos italiano

La Sinistra L’Arcobaleno è l’embrione della Linke italiana

SEL è l’embrione del Podemos italiano

La Federazione della Sinistra è l’embrione del Front de Gauche italiano

Rivoluzione Civile è l’embrione dell’Izquierda Unida Italiana

L’Altra Europa è l’embrione della Syriza italiana

(a breve un lavoro in cui se ne parla seriamente, per adesso però basta con ste menate…)