Il bloqueo e gli innamorati del martirio

Ci sono quelli che sono innamorati del martirio. Quello degli altri, sia chiaro.

Nella storia ci sono molti martiri di cui innamorarsi, parlo di quelli delle lotte per l’emancipazione. Risulta poi normale che sia più facile innamorarsi delle sconfitte onorevoli piuttosto che farsi carico delle vittorie con tutti i problemi che si portano dietro. Per questo è naturale che Fidel Castro sia meno popolare di Che Guevara. Non è più facile fantasticare su quello che avrebbe potuto fare il Che se non fosse stato ucciso piuttosto che ragionare su quello che fatto Castro nel bene e nel male?

Ovviamente non parlo di Cuba a caso. Da quando è stato dato l’annuncio della possibile fine dell’embargo aspettavo pazientemente qualcuno che sbracasse e cominciasse ad accusare Cuba e, possibilmente Raul Castro, di aver ceduto all’imperialismo. Qualcuno che sostanzialmente dicesse che il bloqueo ci doveva piacere perchè era il simbolo tangibile della contrapposizione all’America.

wapo
Vale appena la pena di notare che curiosamente questo atteggiamento finisce con coincidere con quello dei peggiori giornalisti italiani secondo i quali l’embargo era voluto dal governo cubano. Un’atteggiamento talmente falso che anche i giornali americani come il Washington Post sono stati costretti a titolare “Gli Stati Uniti abbandonano il confronto da guerra fredda con Cuba” (vedi immagine sopra).

E infatti chi poteva arrivare a sanzionare i cubani per non aver accontentato il nostro desiderio di avere nuovi martiri? Nientepopodimeno che Diego Fusaro, la nuova stellina pop dell’anticapitalismo con cattedra all’università di Don Verzè.

fusaro

Perchè, sia chiaro, chi combatte nel terzo mondo deve sacrificarsi fino a dare la vita o condannare il proprio popolo alla penuria eterna, altrimenti è un ipocrita e un traditore. Chi filosofeggia nel primo mondo, invece, può tranquillamente sparare stronzate.

Il prossimo passo è la difesa del muro di Israele, non osino i palestinesi toglierci la nostra causa preferita.

ILVA e nazionalizzazione

Chissà cosa ne pensano quelli di Human Factor, sarà compatibile con l’economia sociale di mercato di Vendola? Chissà,proprio, chissà…

ILVA: i costi della chiusura e le ragioni per nazionalizzarla

Roberto Polidori e Nadia Garbellini  – su http://www.economiaepolitica.it

La vicenda di ILVA deve essere l’occasione per discutere le conseguenze economiche e sociali delle politiche Europee. A chi afferma che ILVA non si può nazionalizzare perché i trattati non lo consentono, è possibile opporre numerosi argomenti, tanto politici quanto economici.

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La legge anti proteste in Spagna

Torniamo indietro di un decennio. Berlusconi era il Male Incarnato, la Spagna la nuova frontiera della speranza. Qua in Italia si piangeva perchè si voleva una “normale destra europea come quella francese, spagnola o tedesca”. Oggi la destra spagnola fa passare una legge per castrare le proteste che lo stesso Berlusconi non si sarebbe mai sognato di proporre. 

La Spagna approverà la legge anti-protesta più repressiva d’Europa
di Marco Nurra su ValigiaBlu

Il Congresso dei deputati ha dato il via libera alla Legge di sicurezza cittadina, un progetto legislativo molto caro ai nostalgici del ‘Generalissimo’ Franco.
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Oggi possiamo dormire felici. Maxima Chaupe libera!!

Soldato Kowalsky:

Vittoria!

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Oggi è un giorno che fa la storia della geopolitica mondiale per ciò che sta succedendo nelle relazioni tra USA e Cuba. E’ altresì un giorno che fa la storia per tutti quegli attivisti che camminano a cuore scalzo nei sentieri delle lotte per la difesa della Madre Terra.

Oggi, 17 dicembre 2014, la Camera Penale di Cajamarca ha pronunciato la sentenza.

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La fine del bloqueo a Cuba?

In realtà, mi pare di capire che Obama ha fatto due annunci.

Uno sono le cose che può fare direttamente lui e che sono già operative: apertura dell’ambasciata e relazioni diplomatiche ufficiali, viaggi dagli USA a Cuba e trasferimenti di denaro più facili, rimozione della definizione di “terrorista” per Cuba.

L’altro è quello che porterà davanti al Parlamento: la fine o almeno l’allentamento dell’embargo. Con un piccolo particolare: la Camera è a maggioranza repubblicana. Durante la conferenza stampa dei repubblicani seguita immediatamente agli annunci di Obama, la cosa più carina che è stata detta nei confronti del Presidente è che “è il peggior negoziatore mai visto alla Casa Bianca” e che ha “regalato tutto quello che voleva al governo cubano”.

Che cos’è la Geopolitica.

Nel tipico stile delle bussole Carocci, un volumetto agile di introduzione all’argomento geopolitica.

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Emidio Diodato – Che cos’è la geopolitica – Carocci – 127 pagine – 12 euro

Il volumetto si compone di tre capitoli, un’introduzione storica e teorica alla geopolitica, un capitolo sulle tradizioni geopolitiche statunitensi e un capitolo sulle sfide che dovrà affrontare l’Europa.

L’introduzione storica e teorica mi pare molto utile, aldilà del fatto che poi si condivida l’analisi degli altri due capitoli. Diodato liquida agilmente la questione della filiazione tra geopolitica e nazismo per concentrarsi sulle scuole moderne di geopolitica, traccia un profilo che esclude le versione deterministiche (quelle cose tipo “la Cina non è un’isola quindi non sarà mai una potenza mondiale”) e si impegna a costruire una geopolitica più complessa. Per Diodato, la cultura e l’azione geopolitica di un determinato paese/blocco di paesi non è data solo dalla lettura deterministica della cartina geografica, è data anche dalla percezione che l’opinione pubblica ha del proprio paese (il destino manifesto tanto caro agli statunitensi, per esempio), dagli orientamenti che prevalgono nei think tank e nelle università e, infine, dalle contingenze che si trovano a dover affrontare i governanti di turno.

In una fase in cui le spiegazioni geopolitiche un tanto al chilo vanno di gran moda, spesso portando a posizioni imbarazzanti, mi sembra una buona lettura per riportare un po’ di rigore nell’argomento.

 

La truffa del debito pubblico.

“La truffa del debito pubblico” è il titolo del nuovo libro di Paolo Ferrero che fa furbescamente il verso a un certo tipo di letteratura scandalistico-complottista molto diffusa nel campo dell’economia. Perché questo tipo di letteratura attecchisca in questo campo specifico, non è difficile da capire: la differenza tra le esperienze di vita reale e il verbo neoliberista professato dagli economisti di regime porta molte persone a cercare risposte diverse da quelle di Friedman, Zingales e Mario Monti. In questa differenza Ferrero cerca di infilarsi piantandoci dentro un cuneo.

truffa

Paolo Ferrero – La truffa del debito pubblico – DeriveApprodi – 155 pagine – 12 euro

Ferrero con questo libro prosegue il lavoro iniziato col precedente libro “PIGS, la crisi spiegata a tutti”, un lavoro di rielaborazione e divulgazione delle posizioni degli “economisti critici” come Brancaccio, Bellofiore, Gallino o Giacchè, per nominare i più noti. Il libro di Ferrero è utile da leggere per chiunque graviti attorno alla cosiddetta “sinistra radicale”, qualunque sia il giudizio che si da del segretario di Rifondazione Comunista. In parte perché gli economisti “nostri” spesso “si spezzano ma non si spiegano”, dibattono a un livello oggettivamente troppo alto perché sia compreso dai militanti che, a loro volta, spesso non sono neanche troppo interessati a innalzare il dibattito oltre il livello delle beghe di fazione. In parte anche perché quello di Ferrero è uno sforzo di sistematizzare le posizioni assunte insieme alla segreteria del PRC e può essere l’occasione giusta per provare a stabilire “affinità e divergenze” in maniera più precisa di quanto si possa fare con gli scambi di battute estemporanei che si susseguono sui social network.

La truffa del debito

Ferrero individua, giustamente, il divorzio del 1981 tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro come momento critico nella storia del debito italiano. È un momento che viene presentato come “naturale” dalla cultura dominante, i suoi protagonisti Ciampi e Andreatta sono considerati poco meno di padri della patria. Anche tra le culture d’opposizione, però, non è percepito come un passaggio importante almeno quanto la sconfitta dell’occupazione alla FIAT o la sconfitta al referendum sulla scala mobile. Anche a sinistra si tende a viverla come fosse una cosa “naturale” o, anche peggio, ci s’impicca alle fantasie sul signoraggio.

La tesi di Ferrero è semplice. Prima del divorzio Banca d’Italia e Ministero del Tesoro concordavano il tasso d’interesse dei titoli di stato e poi la Banca d’Italia comprava quello che era rimasto invenduto sul mercato privato. In questa maniera lo stato poteva finanziare la sua spesa a tassi d’interesse moderati e il debito pubblico nel suo complesso cresceva in maniera controllata. Con l’autonomia della Banca d’Italia, invece, lo stato deve finanziarsi ai tassi stabiliti dal mercato e l’Italia vede crescere il proprio debito pubblico in maniera esponenziale, pur essendo in avanzo primario. E lo stesso problema affrontano i paesi periferici dell’Unione.

La tesi di Ferrero è giusta, ma corre il rischio del semplicismo. Infatti, non risponde a una domanda: come mai i tassi d’interesse del debito in Italia esplodono già negli anni ’80 mentre questo non succede negli altri paesi periferici dell’Unione, pur avendo la stessa situazione d’indipendenza della Banca Centrale? Senza spiegare questo si rischia di lasciare aperta la porta a spiegazioni banalizzanti come la spesa pubblica senza controlli e le ruberie (è la tesi che Civati esponeva un paio d’anni fa in giro per l’Italia).

Ah, l’ala sinistra del PD

La risposta in parte è implicita nei ragionamenti svolti da Ferrero sul risparmio privato: l’Italia è un paese in cui c’è un alto debito pubblico, ma i privati sono relativamente poco indebitati, molti paesi europei pre crisi erano nella situazione inversa, con debiti pubblici bassi ma alti debiti privati. C’è però un secondo punto che rimane sullo sfondo. Brancaccio e Passerella nel loro pamphlet “L’austerità è di destra” smentiscono la vulgata per cui i tassi d’interesse crescerebbero esclusivamente al crescere del debito pubblico, indicando invece tutta una serie di concause tra cui le più rilevanti sarebbero il deficit e il debito verso l’estero, in altre parole l’eccesso d’importazioni rispetto alle esportazioni. Una situazione, questa, in cui l’Italia s’è spesso trovata a causa della de industrializzazione prima e poi dei sempre crescenti squilibri commerciali dell’area euro.

Ferrero, insomma, spiega molto bene perché l’Italia è esposta alla speculazione internazionale, ma lascia sullo sfondo la discussione su perché la speculazione attacchi proprio noi.

Contro il complottismo

Chiunque abbia fatto parte delle mobilitazioni anti-austerità degli ultimi anni ha provato la sgradevole sensazione di essere accomunato con pazzi complottisti vari. È una caratteristica dei nostri tempi in cui Kalecki viene confuso con Adam Kadmon e l’economia politica con le scie chimiche.

Tipo

La seconda parte del libro è fondamentalmente una lunga risposta alla domanda: ”Se l’indipendenza della Banca Centrale non funziona, perché la fanno? Sono scemi o c’è un complotto?”

Ovviamente nessuna delle due, la risposta è che lo fanno perché ci sono degli interessi di classe. Che Andreatta e Ciampi fossero pienamente consapevoli degli effetti sui tassi d’interesse dell’autonomia della Banca Centrale in quest’ottica non importa più di tanto, probabilmente erano sinceramente convinti che così facendo avrebbero creato un nuovo ciclo di crescita economica basato sul libero mercato. Quello che importa è che così non è stato e che oggettivamente le classi dominanti hanno usato quel passaggio per riguadagnare nei rapporti di forza. Certo ci sarà stato qualcuno, nelle università o al ministero o nei cd’a delle banche, consapevole degli effetti. Dovremmo però essere proprio noi, in qualità di eredi del fu movimento comunista italiano plasmato da Gramsci, a sapere che una svolta egemonica ha bisogno che i suoi agenti ne siano pienamente convinti. Altrimenti è solo dominio. È la differenza tra fare il liberismo coi carri armati come Pinochet e farlo col 41% dei voti come Renzi (si, lo so perfettamente che il 41% non è veramente il 41%, ma ci siamo capiti).

La banalità del complottismo non sta nel pensare da qualche parte ci sono stanze segrete in cui uomini potenti decidono i destini del mondo. Gli uomini potenti e le stanze segrete esistono. La banalità è pensare che queste operazioni possano funzionare realmente senza che ci sia la “conquista delle casematte della società”, una conquista che non può essere fatta banalmente pagando sottobanco giornalisti, professori universitari e altre categorie di influencer.

La doppia circolazione

 La terza parte del libro è dedicata alle proposte operative. Costruzione del movimento anti liberista, costruzione della sinistra politica, azione coordinata tra i paesi europei, disobbedire ai trattati per obbligare gli altri paesi europei a ricontrattare alla base i trattati europei che rendono “costituzionalmente” l’Unione Europea e l’Unione Monetaria Europea delle gabbie liberiste.

Fin qui, nulla di nuovo. Ma Ferrero prova a fare un passo in più. La domanda cui Ferrero vuole rispondere: mentre aspettiamo di aver ricontrattato alla base i trattati europei, come si fa a non farsi massacrare dalla speculazione?

L’Economist, nel 2012

La risposta data è la creazione di un doppio circuito monetario. Ovvero, mantenere l’euro ma parallelamente lo stato italiano potrebbe fare emissioni di titoli di Stato dedicati esclusivamente al mercato interno […] garantendo un rendimento basso – diciamo all’1%. In questo modo lo stato italiano potrebbe andare ad attingere al risparmio privato, che in Italia rimane molto alto, senza pagare interessi stratosferici. Inoltre lo Stato italiano potrebbe decidere di pagare, con i titoli di Stato emessi per il mercato interno, una parte dei debiti che ha, partendo dai pagamenti verso le imprese e le prestazioni sociali. Così facendo lo stato non solo non pagherebbe interessi stratosferici alla finanza internazionale ma metterebbe gli interessi più bassi pagati sul mercato nazionale. I buoni del tesoro dovrebbero essere convertibili in carta moneta in modo di permettere di usarli come pagamento nel mercato interno oppure convertirli per andare sul mercato internazionale.

Sembrerebbe la quadratura del cerchio: neutralizza gli effetti perversi dell’euro senza uscirne. In quanto alla sua realizzabilità, il dibattito è aperto. Da una parte Mazzetti sostiene che sia impossibile, dall’altra Gallino, Sylos Labini e altri avanzano una proposta simile di “moneta fiscale” (la differenza è che si tratterebbe di una “quasi-moneta” utilizzabile a fini di sconto fiscale).

Non è compito mio risolvere questo dibattito sul piano della realizzabilità economica. Dal punto di vista della realizzabilità politica individuo però alcuni problemi. Nel libro è lasciato sottointeso, la doppia circolazione monetaria è una misura provvisoria in attesa che un’alleanza di governi di sinistra radicale dei paesi periferici dell’Unione imponga la riscrittura alla base dei trattati, da Maastricht in giù.

Ma perché mai l’Unione Europea, e in particolare i governi austeritari della Germania e degli altri paesi “virtuosi”, dovrebbe accettare questa manovra? Perché, dice Ferrero, l’Italia è troppo grande per fallire, troppo integrata nel sistema industriale tedesco, troppi collegamenti tra le banche italiane e quelle di Berlino e Parigi, troppa popolazione, troppo peso nell’Unione Europea. Vero. Siamo però sicuri che altrettanto si possa dire degli altri paesi periferici? Ai vertici della Banca Centrale assistiamo a uno scontro tra Draghi, impegnato a fare tutto il necessario per salvare l’euro, e i rappresentanti della Germania che tengono fermo il punto: si sta nell’euro solo finché si rispetta l’austerità. Ovviamente questo scontro non riguarda immediatamente l’Italia ma i paesi periferici più piccoli: Grecia, Irlanda e Portogallo. L’esistenza stessa dello scontro Draghi-Germania testimonia che per qualcuno i paesi più piccoli sono sacrificabili al dio dell’ortodossia economica.

Anche ammettendo che Draghi vinca lo scontro (e, a margine, c’è da considerare che Draghi in cambio chiede l’abbattimento di ogni tutela sociale), c’è un altro problema. Il ragionamento di Ferrero impone che si crei un’alleanza tra governi di sinistra radicale nei paesi periferici. Guardando ai dati reali, però, questa prospettiva è lontana. A oggi l’unico paese che potrebbe avere un governo di sinistra radicale è la Grecia. Syriza alle ultime europee è stata il primo partito e il governo è sufficientemente debole perché si vada in tempi rapidi a nuove elezioni. Con i dati delle europee Syriza sarebbe partito di maggioranza relativa con 130 seggi su 300. Alcuni sondaggi successivi arrivano a pronosticare anche la maggioranza assoluta con 150 seggi. I governanti dell’attuale Grande Coalizione, invece, si troverebbero neanche a 100 seggi e non arriverebbero a pareggiare i 130 di Tsipras neanche imbarcando i Greci Indipendenti (destra critica dell’austerità) e Il Fiume (sinistra liberale). Quello che è sicuro è che, se si andasse in tempi brevi a elezioni, non si potrebbe fare un governo senza Syriza.

Syriza

E negli altri paesi periferici?

Il paese che ha in programma le elezioni politiche prima di tutti è la Spagna, che le terrà tra Ottobre e Novembre 2015 (salvo che i risultati delle amministrative di Maggio 2015 non facciano precipitare gli eventi). In Spagna l’astro nascente è Podemos, la neonata formazione di sinistra radicale che, dopo l’exploit inaspettato delle europee, è data da alcuni sondaggi come primo partito. Ma essere primo partito non garantirebbe a Iglesias e soci la guida del governo. Infatti, anche i sondaggi più rosei (ammesso che siano confermati nelle urne) danno Podemos attorno ai 110 seggi. Neanche sommando Izquierda Unida, Esquerra Republicana de Catalona e gli indipendentisti baschi sarebbe possibile raggiungere i 176 seggi necessari per avere la maggioranza. Si noti, a lato, che la strategia di Podemos a oggi sembra essere più efficacie nel cannibalizzare le altre sinistre piuttosto che nel raccogliere consenso nel campo avversario. Tanto che a oggi il risultato più probabile è una Grande Coalizione tra Popolari e Socialisti.

Izquierda Unida

Tra Settembre e Ottobre 2015 si dovrebbe votare anche in Portogallo. Alle europee le sinistre radicali nel complesso sono arretrate, per la verità con un crollo del Bloco de Esquerda e un avanzato della coalizione tra Comunisti e Verdi. Per le prossime elezioni generali sembra profilarsi invece una vittoria dei socialisti pro-austerità che, nel caso, troverebbero facili alleati nelle destre.

Partido Comunista Portogues

In Irlanda, infine, le elezioni si dovrebbero tenere nell’Aprile 2016. Il Sinn Fein, partito socialista repubblicano, ha ottenuto degli ottimi risultati alle europee e i sondaggi lo danno primo partito e in crescita. Ma anche prendendo per buoni i sondaggi non è detto che riesca ad ottenere la maggioranza assoluta di 84 seggi, anche se magari potrebbe avvicinarsi molto. La possibilità di trovare alleati di governo è un’incognita.

Sinn Fein

Certo, fidarsi dei sondaggi e delle tendenze in atto ora per vaticinare quello che succederà a elezioni che si terranno tra un anno e più è un bell’atto di fede. Questo significa proprio che l’ipotesi dell’alleanza dei governi di sinistra radicale (ammesso che quest’alleanza possa avere successo senza l’appoggio di almeno Italia o Francia, paesi in cui, non serve ricordarlo, le sinistre radicali sono ben lontane dal governo) è di la da venire e che il piano proposto da Ferrero è buono sulla carta ma nei parlamenti difficilmente avrà le gambe per camminare. Vuol dire che sia tutto da buttare? No, ma vuol dire che più probabilmente ci sarà un governo isolato di sinistra radicale, o forse un paio, ma l’ipotesi più favorevole è lontana dal realizzarsi e le sinistre dovrebbero continuare ad attrezzarsi per l’eventualità di un’uscita dall’euro. E questo sia che si tratti di Syriza quando afferma che tra la dignità della Grecia e l’euro sceglieremo la dignità della Grecia, sia che si tratti degli altri paesi periferici che rischiano di dover fronteggiare un’uscita da destra dall’Unione Monetaria.