Il GUE/NGL contro l’accordo UE-Ucraina

Traduzione di servizio del comunicato del Gruppo Confederale della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL)

A seguito del dibattito odierno e del voto sull’Accordo di Associazione UE-Ucraina, i parlamentari del GUE/NGL hanno espresso la loro disapprovazione con l’accelerazione del patto e le sue probabili dure conseguenze per il popolo ucraino.

“Critichiamo questa ratifica per molte ragioni,” ha detto il tedesco Helmut Scholz. “Primo, ci è stato detto che questo anno in più servirà per somministrare una terapia shock all’Ucraina, senza nessuna analisi dei costi per la società. Inoltre, il processo di ratifica non è stato discusso o analizzato ne qui ne in Ucraina. Il Parlamento Europeo deve costruire una roadmap per stabilire come far funzionare le relazioni economiche tra UE, Ucraina e Russia.”

Il ceco Miloslav Ransdorf ha detto che la situazione è “catastrofica” e che la Banca Nazionale di Ucraina è “tecnicamente fallita”. Ha anche sottolineato la “chisura delle miniere e una crisi energetica incipiente” come dati preoccupanti. Ransdorf ha sollecitato i membri del parlamento ad assicurare che le elezioni prossime venture siano propriamente monitorate e ha richiesto la creazione di un gruppo di lavoro nel Parlamento Europeo per “sostenere il popolo ucraino e non quelli al potere nel paese”.

“Questo accordo richiede un dibattito più approfondito” ha detto l’italiana Barbara Spinelli. “Le istituzioni dell’UE non hanno speso il tempo necessario su quest’argomento. La UE deve chiedere che le milizie di estrema destra naziste siano disciolte. Deve anche chiedere la piena garanzia per la protezione delle popolazioni russe nell’Est e nel Sud del paese. Abbiamo bisogno di una discussione attenta sulle sanzioni che sono una non-politica pervicace.”

Nella mattinata, dibattendo la situazione in Ucraina e lo stato delle relazioni UE-Russia, il greco Giorgos Katrougalos, di ritorno da Kiev dove ha assistito al processo-farsa per la messa al bando del Partito Comunista, ha detto di aver visto coi suoi occhi “il fallimento delle politiche dell’UE nell’area”.

Katrougalos ha detto:”Abbiamo avviato un braccio di ferro con la Russia che danneggia sia la vita politica ucraina che gli agricoltori europei. Invece di una politica di divisioni, dovremmo cercare la riconciliazione, dando al popolo ucraino la possibilità di evitare la guerra civile e liberamente decidere il loro futuro. C’è ancora tempo per la pace e la democrazia in Ucraina.”

Ascoltando il dibattito lo spagnolo Pablo Iglesias ha detto di “non sapere se piangere o ridere”, e che i discorsi su libertà e democrazia sono “vuoti”. “Si tratta di una questione geopolitica: l’UE è una pedina nel gioco di scacchi degli USA o avremo veramente una nostra politica estera che non mettere in pericolo il popolo?”

Il cipriota Takis Hadjigeorgiou ha criticato coloro che “nel Parlamento Europeo e nel consiglio che agiscono come se l’UE fosse un grande impero che cerca di cambiare le strutture del potere nel mondo” e ha aggiunto:”Non è il ruolo dell’UE che dovrebbe invece contribuire alla pace nella regione.”

Il GUE/NGL è formato da 52 membri del parlamento europeo da tutta l’Europa che lavorano per la pace, la solidarietà, la giustizia sociale, l’eguaglianza, la democrazie e i diritti umani, in Europa e oltre all’Europa. E’ l’unico gruppo al Parlamento Europeo con parità di genere.

 

Due miserie in un film solo. Appunti su Quando C’era Berlinguer.

  • Appunti, ovvero una forma che uso perché un discorso complessivo e continuativo diventerebbe pesante e retorico. Più pesante e retorico del solito.
    quando-c-era-berlinguer-locandina
  • Per qualche anno dei poveri ragazzi innocenti saranno costretti a guardare Quando C’Era Berlinguer dai loro insegnanti intelligenti di sinistra. Veltroni propone un film con la retorica “è il mio punto di vista emozionale” ma con l’intento reale di farlo diventare il punto di vista da cui viene comunicata ai giovani la figura di Berlinguer. E l’intera storia nazionale di quegli anni.
  • La prima manifestazione che Walter Veltroni ha ripreso col super8. Tra quelli della Federazione Giovanile scorrono volti di compagni ed ex compagni famosi. Hanno tutti diritto a una parola buona e a una menzione della carriera successiva: chi capitano d’azienda, chi traditore che si vanta di essere stato al soldo dei servizi segreti. Poi c’è una compagna che non ha questi diritti, lei è solo la ragazzina dai capelli rossi di cui Walter è innamorato. E tanto deve bastare a definirla.
    Non è solo il patetico accostarsi a Charlie Brown, è la narrazione del “facevamo i comunisti perché c’erano tanto gggiovani e si trovava da scopare, non perché credessimo veramente al socialismo”. È la stessa narrazione che spaccia la figura della giornalista impegnata ne La Grande Bellezza.
  • Parlano solo quelli che promossero o quantomeno accettarono la scelta di sciogliere il PCI: Macaluso, Napolitano, Scalfari, Tortorella e Ingrao.
  • L’unica eccezione è il terrorista Franceschini. Curiosamente. Ma neanche troppo. La destra del fu movimento operaio e l’ala sinistra terroristica sono concordi nel giudicare il PCI un partito “socialdemocratico di fatto”, naturalmente avviato sulla strada del Partito Democratico.
  • Lucio Magri nel Sarto di Ulm spiega perché non era d’accordo con l’idea del PCI socialdemocratico. Magri s’è suicidato risparmiandosi il film di Veltroni. Ma tanti altri sono vivi e potevano portare un contributo critico. Quelli del PdUP, quelli del Manifesto, quelli di Democrazia Proletaria, quelli di Lotta Continua. Veltroni sceglie un Brigatista che gli fa comodo. Perchè quella di Veltroni è un’agiografia
  • Le agiografie di Berlinguer hanno un problema: devono esaltare un periodo e glissare sull’altro. Veltroni ovviamente esalta il compromesso storico (ignorandone il fallimento totale) e tratta il “secondo Berlinguer” come un incidente di percorso. Macaluso dice che la lotta alla FIAT dell’80 “naturalmente era sbagliata”. L’austerità berlingueriana viene assunta acriticamente ed è ovviamente la stessa cosa di quella montiana.
  • Si aspettano prove tangibili di come la classe e/o il paese abbiano tratto giovamento dalla sconfitta della lotta sbagliata alla FIAT
  • Altrettanto problematica è l’agiografia del Berlinguer che guida le lotte e contrasta la DC.
  • Per Veltroni durante il compromesso storico gli unici motivi di contrasto con la DC furono i temi etici. Come se si stesse parlando della lotta tra la componente ex ds e quella ex margherita nel PD.
  • Per Veltroni il triennio culmine del compromesso storio fu un triennio di vittorie elettorali. Lo spettatore inconsapevole (che è il vero target del film) è portato a pensare che il PCI fosse primo partito e governasse.
  • Il PCI non ha mai governato. Anzi, s’è svenato per sostenere governi che lo prendevano a pesci in faccia e ha dilapidato il consenso accumulato nelle avanzate elettorali. Nel film di Veltroni si arriva al governo Andreotti senza PCI del ’78 senza che vi sia una qualsiasi spiegazione. Eppure tutto sembrava filare liscio…
  • “Vincere le elezioni” è l’unico scopo della politica odierna. Lo spettatore inconsapevole non sa che negli anni ’70 “vincere” significava che il PCI avanzava e la DC arretrava.
  • Per fortuna in mezzo a tutto questo viene intervistato un ex ambasciatore americano che ricorda che comunque il PCI al governo non l’avrebbero mai accettato.
  • Si parla solo marginalmente della strategie della tensione, delle bombe, dell’eversione nera. Naturalmente, se ne parla per accomunare “gli opposti estremismi”
  • Del capo del PCI se ne parla da terrazze romane, dalle ville toscane. Ne parlano giornalisti, brigatisti, alti dirigenti politici.
  • Da un corpo sociale di milioni di persone si seleziona ciò che è compatibile col PD degli anni’10.
  • Dal film di Bertolucci sui funerali di Berlinguer viene estratto solo l’intervento di un bambino impomatato ed evidentemente imbeccato a dire che Berlinguer era stato bravo perché aveva fatto il compromesso storico.
  • L’unico momento in cui la commozione è reale è quando parla Silvio Finesso, operaio e dirigente locale del PCI che ha accompagnato Berlinguer nell’ultima giornata padovana. L’unico a essere intervistato in una casa normale. La commozione di Napolitano è di plastica.
  • I simboli comunisti e tutto l’armamentario ideologico del PCI vengono mostrati esplicitamente solo dopo un’ora e mezzo di film. Quando ormai lo spettatore inconsapevole è convinto che il PCI fosse comunista solo di nome. All’inizio del film bisogna tendere l’orecchio sotto gli sproloqui di Veltroni per sentire la folla che scandisce “viva il grande Partito Comunista di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer!”
  • Togliatti è il male, Togliatti aveva un partito piccolo chiuso sulla classe operaia e settario. Longo neanche esiste.
  • Il film non è una miseria solo sotto il punto di vista politico. Sotto il punto di vista artistico è il trionfo di una retorica appiccicaticcia. Musiche commoventi e bianconero come se fosse un servizio di Studio Aperto. Il paragone aulico e incomprensibile tra Berlinguer e l’esploratore Cook.
    L’intervento dell’artista Jovanotti.
  • La posizione di Pasolini è distorta, ma di questo ne hanno già parlato su Valigia Blu.
  • Viene citato il Qualcuno Era Comunista di Gaber. Per la precisione, il pezzo che dice “qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a un razza che voleva spiccare il volo… per cambiare veramente la vita. No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.”
  • Tralasciando però il finale:”E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”.

Cinema e classe

Una segnalazione al volo che arriva da dove non ti aspetti: IO9 è un blog collettivo che tratta di scienza, fantascienza, fantasy e cose nerd in generale. Un ambiente dove la politica di solito viene trattata secondo paradigmi molto americani. Su IO9, per dare il tono, ci scrive gente che pensa che Ayn Rand sia una grande autrice.

Eppure, per quei corto circuiti che a volte avvengono nella cultura statunitense, capita che in un articolo sui “10 segreti dimenticati dei film degli anni ’80” si parli in maniera lucida e concisa di una grande verità che da questa parte dell’oceano è vissuta come una specie di calamità contro cui non si può far niente: nei film è sparito qualunque riferimento alle classi sociali.

5) Più coscienza di classe

I film degli anni avevano un realismo aggressivo che non era solo fatto da persone che parlano roco, ma anche dalla coscienza delle classi sociali. Questa è una delle cose che fanno risaltare Blade Runner, ma anche molti film per ragazzi con personaggi “dal lato brutto della città”, e questo influenzava tutto ciò che facevano. Film come E.T. non erano spaventati dal mostrare cucine sporche, stanze disordinate e ragazzi che si chiamavano “fiato di cazzo”. In generale, nei migliori film degli anni ’89 c’era un senso di realtà anche oltre al riconoscimento delle classi sociali: Poltergeist mostrava una coppia che usciva e fumava erba invece di fare sesso perfetto e torrido da film. Ora quando si vede la casa di qualcuno in un film, è incontaminata. E stanno facendo sesso perfetto.

Da notare che non si parla (solo) dei grandi affreschi sociali che timidamente tornano ad affacciarsi al cinema, come District 9 ed Elysium che giocano esplicitamente sulla separazione nettissima tra le classi tipica delle distopie, ma di film che non avevano come obiettivo principale quello della critica sociale.

In Elysium si vede addirittura una fabbrica! Via DeviantArt

 

Sbilanciamoci durante l’estate ha pubblicato una serie di racconti incentrati proprio sulla necessità di narrare la lotta di classe che è stata completamente espulsa dalla letteratura come dal cinema. Aldilà della qualità letteraria, può rimanere il dubbio che pubblicare racconti a tema su una rivista destinata solo ai militanti della sinistra radicale non sia la maniera migliore di riportare nell’immaginario collettivo la lotta di classe. In maniera più ingenua, la blogger di IO9 coglieva il punto: è molto più facile che il cinema, o la letteratura, faccia passare un elemento nell’immaginario collettivo quando è un elemento naturale all’interno delle storie. Altrimenti, siamo all’ennesima predica ai convertiti.

“Lady PESC” non conta un cazzo.

Quindi è il ruolo ideale per la Mogherini.

“Da tempo si è instaurata la consuetudine di distinguere nettamente fra politica della NATO e politica dell’Unione Europea, quasi che i 26 paesi membri europei della NATO non avessero nulla a che fare con l’Unione e viceversa. Si è anche sviluppata una schizofrenia per cui i paesi dell’Unione non hanno mai le stesse idee e criticano l’Unione mentre sono sempre d’accordo quando quando è la NATO a richiederne il consenso. È anche schizofrenico che le dispute più accese in ambito europeo riguardino questioni di lana caprina e di pura burocrazia mentre non ci sono mai discussioni sulle iniziative della NATO, che riguardano problemi ben più seri e degni di dibattito preliminare come le guerre e le misure difensive. Anche se sono sempre più spesso rospi da ingoiare controvoglia. A causa di questa schizofrenia l’influenza della NATO è determinante sui paesi membri mentre la voce dell’Unione e dei suoi singoli membri è ininfluente sulla NATO, dove in genere decidono gli americani e in misura molto limitata gli inglesi, i francesi e i tedeschi.”

Da “La strana coppia Russia-Cina figlia delle manipolazioni e degli errori di Obama” di Fabio Mini, su Limes 8/2014 “Cina-Russia-Germania unite da Obama”

[Pare che tra le nomine per la prossima commissione europea il pessimo governo polacco stia ricevendo la ricompensa, sotto forma di Presidenza del Consiglio Europeo, per essere stato in prima linea nel regime change a Kiev. Tra le altre cose, questo conferma che gli smarcamenti della Germania durano fin quando non entra in gioco la NATO]

The cold, hard truth about the ice bucket challenge

Soldato Kowalsky:

Senso di appagamento, guerra tra poveri, scarsi risultati.
The dark side of Ice Bucket Challenge

Originally posted on Quartz:

I look at the camera, hold a bucket of ice water over my head, tip it upside down, post the video on social media and then nominate two others to do the same. Along the way, my nominees and I use the opportunity to donate to the ALS Association, a charity that fights amyotrophic lateral sclerosis (also called Lou Gerhig’s disease), a fatal neurodegenerative disease. Multiply this activity 70,000 times, and the result is that the ALS Association has received $3 million in additional donations. Via the ice bucket challenge, celebrities and the general public have fun and receive publicity; at the same time, millions of dollars are raised for a good cause. It’s a win-win, right?

Sadly, things are not so simple.

The key problem is funding cannibalism. That $3 million in donations doesn’t appear out of a vacuum. Because people on average are limited in how much they’re willing to…

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C’era una volta il movimento .

Ho scritto questa roba di getto per commentare la faccenda del PD di Milano che attacca le manifestazioni per Gaza. Mentre la scrivevo si è espansa a un sacco di altre cose. Nell’articolo ci sono alcuni riferimenti che potranno capire solo i sondriesi, ma non ho voglia di editare.

Tutto parte da qui.

Tutto parte da qui.

“pacifismo a senso unico usato come una clava”

Ok, cerco di dirla nella maniera più concisa e meno pacco che mi riesca.
Il mio primo atto politico è stato tenere uno striscione contro l’imperialismo in una manifestazione. Non ricordo esattamente cosa ci fosse scritto, ma vabbè.

Era il 2003 e gli studenti di Sondrio scioperarono in massa (si, in massa. Mille studenti. A Sondrio.) contro la guerra in Iraq. La Garberia era piena e ricordo il comizio del Micio, c’erano anche tutti i professori intelligentiddesinistra (notare, sono una categoria diversa dal Micio). Ecco, diciamo che all’epoca si pensava di poter fare veramente la differenza, che il movimento per la pace potesse davvero fermare l’aggressione di Bush Il Giovane, Tony Blair e dei cagnolini Aznar e Berlusconi. E in quell’epoca si cominciava a leggere Liberazione e il Manifesto proprio perchè erano quelli che davano contro alla guerra in maniera più convinta.

Poi ripensandoci undici anni dopo in quel movimento c’erano tutte le contraddizioni che ora sono esplose, ma in quel momento, da giovane idealista che guardava solo alla contraddizione principale, derubricavo ogni contraddizione come una differenza su cui passare perchè l’avversario era troppo forte e troppo malvagio per perdersi in piccolezze. E all’epoca il rappresentato dell’avversario forte e malvagio in Italia era… Giuliano Ferrara…
Ok, adesso parlare di Ferrara fa ridere, ma all’epoca non aveva ancora fatto la lista pro-vita dello 0,1% e non aveva ancora fatto le manifestazione truccato col rossetto per la libertà di andare con le prostitute minorenni.
Ecco, 11 anni fa Ferrara passava per quello che “bisogna ammettere che Ferrara però è Intelligente”. E bisogna pure ricordare che era uno stretto consigliere di un Berlusconi che allora guidava un’alleanza che pareva fortissima, con la Lega, con Alleanza Nazionale che ancora non si era tolta di dosso il sapore del MSI e con Fini che girellava per Genova nei giorni della mattanza del G8
Insomma, 11 anni fa Ferrara poteva davvero rappresentare un avversario degno.
E però già 11 anni fa Ferrara mi sembrava un pezzente intellettuale. Ferrara era quello che attaccava il movimenti contro la guerra in Irak con più virulenza. Noi eravamo gli amici di Saddam Hussein, non ce ne fregava nulla del sangue dei curdi e delle altre vittime del regime (e qua ci starebbe la storia della litigata col professore di Sistemi su Ocalan…), volevamo far diventare l’Europa l’Eurabia etc etc etc
Con gli anni, studiando, ho capito che avevamo VERAMENTE ragione e che i Ferrara del mondo oltre a essere forti e malvagi avevano VERAMENTE torto.

A lato, erano pure gli anni della Seconda Intifada. Ovviamente ogni parola detta contro la guerra in Iraq veniva subissata dal coro di quelli “eh ma i vostri amici palestinesi”. Qua ci vorrebbe una lunga digressione tra le sottili differenze tra essere per la pace, essere pacifisti, essere non violenti. Ma son cose che ho imparato dopo.
Ricordo che già all’epoca non potevo sopportare la disonestà intellettuale di chi voleva mettere tutto sullo stesso piano, occupazione e resistenza, un esercito potenza nucleare e bande di poveri senza stato che combattono come possono. Ricordo il mio primo interventi in un’assemblea d’istituto proprio per dire che pure i partigiani, li chiamavano terroristi. Ricordo anche, qualche anno prima, il sorrisetto con cui il già citato Gianfranco Fini commentava che le urla di “assassini assassini” dopo la morte di Carlo Giuliani erano “un po’ forte per gente che si definisce pacifista”. Ah, en passant, nel frattempo Fini è diventato una specie di Santo Della Democrazia senza mai spiegare cosa ci facesse in certi luoghi a Genova nel 2001…

Ok, vengo al punto… Ricordo tutte questa cose, e l’argomento del “pacifismo a senso unico usato come una clava” era l’argomento del Nemico. Era l’argomento, per di più, del Nemico che non aveva il coraggio di confrontarsi nel merito, di ammettere che non era super-partes, che era per la guerra e per l’oppressione. E quindi il Nemico la buttava su un piano in cui lui poteva sembrare quello equilibrato, quello realista, quello che distribuiva torti e ragioni dappertutto. Il Nemico era quello che diceva di essere per la pace e quindi voleva partecipare alle manifestazioni con la bandiera degli Stati Uniti e di Israel. Il Nemico era quello terzista. Però in maniera equilibrata, terzista e per la pace il Nemico alla fine era SEMPRE per la parte dominante e guerrafondaia.

Ecco.
Partito Democratico, oggi.
Come Ferrara, come Fini. Ma un po’ peggio.

 

Di Battista, Hillary Clinton e l’ISIS.

Il cicaleccio agostano sull’ISIS sembrerebbe essere dominato dagli interventi del 5 Stelle Di Battista e dell’ex first-lady ed ex ministro degli esteri statunitense Hillary Clinton. Entrambi, a mio modo di vedere, dicono cose interessanti e pericolose. Di entrambi, si riportano però cose che non hanno detto.

Il lungo articolo con cui Di Battista affronta la questione dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante si apre con una digressione storica sostanzialmente condivisibile per quanto svolto per sommi capi, dalla colonizzazione all’opposizione alla guerra di George W. Bush nel 2003, passando poi a proporre 8 punti di azione politica. A fare scandalo sarebbe il sesto punto in cui si proporrebbe di trattare con l’ISIS.

In realtà Di Battista fa una considerazione che a livello generale è di puro buon senso: fermo restando che l’azione non violenta è l’opzione migliore, all’interno di una guerra asimmetrica quello che viene definito dai media occidentali come “terrorismo” è l’unico mezzo di lotta a disposizione e, se si vuol parlare di real-politik, prima o poi bisognerà riconoscere anche alcune delle ragioni dei “terroristi” e intavolare una trattativa.

Il sesto punto di Di Battista quindi non è una “apologia del reato di terrorismo” come sostengono gli attacchi semplicistici di questi giorni. Il problema è più complesso e sorge considerando l’insieme dei punti 5, 6 e 7, dove diviene chiaro che le proposte di Di Battista sono basate su una discreta confusione delle situazioni nell’area e rischiano di peggiorare la situazione.

Il quinti punto parte con un assunto innegabile: i confini usciti dell’era coloniale non hanno spesso e volentieri alcun senso logico. La proposta avanzata da Di Battista di ridiscutere i confini (in Medio Oriente e in Europa!) per ridefinire gli stati su base etnica è però pericolosa e rivela la mancanza di consapevolezza storica sulla decolonizzazione. La purezza “etnica” (che poi vuol dire per religione o per lingua) infatti non è mai stato un fattore di stabilità nelle società post-coloniali, basti pensare alla partition tra Pakistan e India che 70 anni dopo l’indipendenza continua a essere fonte di instabilità tra due potenze nucleari. Il punto è che l’omogeneità etnica dei territori non esiste nella realtà e quando si avvia il meccanismo di divisione si avvia anche quello della pulizia etnica. Lo smembramento della Jugoslavia dovrebbe essere lì a ricordarcelo. E altrettanto la guerra civile in Ucraina.

Tutti i tre punti citati sono attraversati dall’idea che l’ISIS sia un movimento assimilabile a quei movimenti che in alcuni punti della storia sono stati costretti ad adottare pratiche di lotta armata e anche terroristica (che non sono la stessa cosa, ma questo Di Battista non lo sa) dall’imparità dello scontro. Il problema è che l’ISIS non è la Resistenza palestinese, lo Stato Islamico non è un processo di liberazione nazionale, anzi, è il tentativo imperiale di costruire un super-stato che schiacci tutte le differenze del Medio Oriente sotto il tallone del fondamentalismo islamico. E per di più, l’ISIS non è una formazione costretta al terrorismo a causa di un conflitto asimmetrico condotto dall’occupante straniero a colpi di bombardamenti aerei, è semmai strumento di un conflitto asimmetrico che varie potenze regionali (Turchi e Sauditi in testa) hanno condotto contro la Siria.

E qui arriviamo alla Clinton.

La lunga intervista rilasciata al The Atlantic è una requisitoria contro la politica estera della seconda amministrazione Obama. Con tutti gli apprezzamenti di circostanza, la Clinton propone un attacco feroce contro l’attuale Segretario di Stato Kerry, accusandolo di essersi concentrato troppo su Palestina e Israele, senza ottenere risultati, lasciando contemporaneamente decomporre la situazione nel resto del Medio Oriente.

Tra le tante cose dette dalla Clinton, in Italia le è stata affibbiata l’unica cosa che non dice:”l’ISIL è roba nostra ma ci è sfuggita di mano”. E dispiace che ci cada anche una testata on line tendenzialmente ben fatta come Popoff.

Quando l’intervistatore le chiede:”pensa che saremmo arrivato a questo punto con l’ISIS se gli USA avessero lavorato di più tre anni fa nella costruzione di un’opposizione moderata in Siria?“, la risposta è agli antipodi del virgolettato che si è diffuso in Italia:”Beh, non ho una risposta a questo. So che avendo fallito nella costruzione di una forza combattente credibile con coloro che erano all’origine delle proteste con Assad – c’erano islamisti, laici e tutto quello che c’è nel mezzo – il fallimento nel fare questo ha lasciato un grande vuoto che è stato riempito dai jihadisti. Questi sono stati spesso armati in maniera indiscriminata da altre forze e noi non abbiamo avuto nessun ruolo in questo gioco che ci permettesse di prevenire l’armamento indiscriminato.

Parlando della situazione simile in Libia aggiunge:”Noi siamo rimasti lì [in Libia] offrendo soldi e assistenza tecnica [...] non solo noi, anche gli europei. Alcuni paesi del Golfo avevano i loro favoriti e sono sicuramente rimasti lì sostenendo le loro milizie favorite”.

Parlando a nuora perchè suocera intenda, Hillary Clinton sostiene che gli Stati Uniti non abbiano nulla a che fare con l’ISIS e che per quel capitolo si possa andare a bussare alla porta degli alleati europei, della Turchia e dell’Arabia Saudita. La Clinton quindi non sta affatto sostenendo che gli USA abbiano creato l’ISIS per poi perderne il controllo, sostiene che gli USA avrebbero dovuto crearsi una fazione interna alla guerra civile siriana da poter controllare direttamente e che la mancanza di interventismo di Obama e Kerry abbia dato via libera all’ISIS.

Interndiamoci, è ben probabile che l’intelligence americana abbia molto più a che fare con l’ISIS di quanto la Clinton voglia ammettere, ma nell’intervista non c’è nessuna ammissione. L’intervista è il lancio della campagna elettorale della Clinton per le primarie nel Partito Democratico. Appare evidente che il leit motiv sarà l’inadeguatezza di Obama e dei suoi uomini nel ruolo di comandanti militari e la necessità di tornare all’interventismo in Medio Oriente, togliendo il controllo del gioco agli alleati europei e del Golfo che si sono rivelati inaffidabili e incapaci di gestire le crisi regionali.