C’era una volta il movimento .

Ho scritto questa roba di getto per commentare la faccenda del PD di Milano che attacca le manifestazioni per Gaza. Mentre la scrivevo si è espansa a un sacco di altre cose. Nell’articolo ci sono alcuni riferimenti che potranno capire solo i sondriesi, ma non ho voglia di editare.

Tutto parte da qui.

Tutto parte da qui.

“pacifismo a senso unico usato come una clava”

Ok, cerco di dirla nella maniera più concisa e meno pacco che mi riesca.
Il mio primo atto politico è stato tenere uno striscione contro l’imperialismo in una manifestazione. Non ricordo esattamente cosa ci fosse scritto, ma vabbè.

Era il 2003 e gli studenti di Sondrio scioperarono in massa (si, in massa. Mille studenti. A Sondrio.) contro la guerra in Iraq. La Garberia era piena e ricordo il comizio del Micio, c’erano anche tutti i professori intelligentiddesinistra (notare, sono una categoria diversa dal Micio). Ecco, diciamo che all’epoca si pensava di poter fare veramente la differenza, che il movimento per la pace potesse davvero fermare l’aggressione di Bush Il Giovane, Tony Blair e dei cagnolini Aznar e Berlusconi. E in quell’epoca si cominciava a leggere Liberazione e il Manifesto proprio perchè erano quelli che davano contro alla guerra in maniera più convinta.

Poi ripensandoci undici anni dopo in quel movimento c’erano tutte le contraddizioni che ora sono esplose, ma in quel momento, da giovane idealista che guardava solo alla contraddizione principale, derubricavo ogni contraddizione come una differenza su cui passare perchè l’avversario era troppo forte e troppo malvagio per perdersi in piccolezze. E all’epoca il rappresentato dell’avversario forte e malvagio in Italia era… Giuliano Ferrara…
Ok, adesso parlare di Ferrara fa ridere, ma all’epoca non aveva ancora fatto la lista pro-vita dello 0,1% e non aveva ancora fatto le manifestazione truccato col rossetto per la libertà di andare con le prostitute minorenni.
Ecco, 11 anni fa Ferrara passava per quello che “bisogna ammettere che Ferrara però è Intelligente”. E bisogna pure ricordare che era uno stretto consigliere di un Berlusconi che allora guidava un’alleanza che pareva fortissima, con la Lega, con Alleanza Nazionale che ancora non si era tolta di dosso il sapore del MSI e con Fini che girellava per Genova nei giorni della mattanza del G8
Insomma, 11 anni fa Ferrara poteva davvero rappresentare un avversario degno.
E però già 11 anni fa Ferrara mi sembrava un pezzente intellettuale. Ferrara era quello che attaccava il movimenti contro la guerra in Irak con più virulenza. Noi eravamo gli amici di Saddam Hussein, non ce ne fregava nulla del sangue dei curdi e delle altre vittime del regime (e qua ci starebbe la storia della litigata col professore di Sistemi su Ocalan…), volevamo far diventare l’Europa l’Eurabia etc etc etc
Con gli anni, studiando, ho capito che avevamo VERAMENTE ragione e che i Ferrara del mondo oltre a essere forti e malvagi avevano VERAMENTE torto.

A lato, erano pure gli anni della Seconda Intifada. Ovviamente ogni parola detta contro la guerra in Iraq veniva subissata dal coro di quelli “eh ma i vostri amici palestinesi”. Qua ci vorrebbe una lunga digressione tra le sottili differenze tra essere per la pace, essere pacifisti, essere non violenti. Ma son cose che ho imparato dopo.
Ricordo che già all’epoca non potevo sopportare la disonestà intellettuale di chi voleva mettere tutto sullo stesso piano, occupazione e resistenza, un esercito potenza nucleare e bande di poveri senza stato che combattono come possono. Ricordo il mio primo interventi in un’assemblea d’istituto proprio per dire che pure i partigiani, li chiamavano terroristi. Ricordo anche, qualche anno prima, il sorrisetto con cui il già citato Gianfranco Fini commentava che le urla di “assassini assassini” dopo la morte di Carlo Giuliani erano “un po’ forte per gente che si definisce pacifista”. Ah, en passant, nel frattempo Fini è diventato una specie di Santo Della Democrazia senza mai spiegare cosa ci facesse in certi luoghi a Genova nel 2001…

Ok, vengo al punto… Ricordo tutte questa cose, e l’argomento del “pacifismo a senso unico usato come una clava” era l’argomento del Nemico. Era l’argomento, per di più, del Nemico che non aveva il coraggio di confrontarsi nel merito, di ammettere che non era super-partes, che era per la guerra e per l’oppressione. E quindi il Nemico la buttava su un piano in cui lui poteva sembrare quello equilibrato, quello realista, quello che distribuiva torti e ragioni dappertutto. Il Nemico era quello che diceva di essere per la pace e quindi voleva partecipare alle manifestazioni con la bandiera degli Stati Uniti e di Israel. Il Nemico era quello terzista. Però in maniera equilibrata, terzista e per la pace il Nemico alla fine era SEMPRE per la parte dominante e guerrafondaia.

Ecco.
Partito Democratico, oggi.
Come Ferrara, come Fini. Ma un po’ peggio.

 

Di Battista, Hillary Clinton e l’ISIS.

Il cicaleccio agostano sull’ISIS sembrerebbe essere dominato dagli interventi del 5 Stelle Di Battista e dell’ex first-lady ed ex ministro degli esteri statunitense Hillary Clinton. Entrambi, a mio modo di vedere, dicono cose interessanti e pericolose. Di entrambi, si riportano però cose che non hanno detto.

Il lungo articolo con cui Di Battista affronta la questione dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante si apre con una digressione storica sostanzialmente condivisibile per quanto svolto per sommi capi, dalla colonizzazione all’opposizione alla guerra di George W. Bush nel 2003, passando poi a proporre 8 punti di azione politica. A fare scandalo sarebbe il sesto punto in cui si proporrebbe di trattare con l’ISIS.

In realtà Di Battista fa una considerazione che a livello generale è di puro buon senso: fermo restando che l’azione non violenta è l’opzione migliore, all’interno di una guerra asimmetrica quello che viene definito dai media occidentali come “terrorismo” è l’unico mezzo di lotta a disposizione e, se si vuol parlare di real-politik, prima o poi bisognerà riconoscere anche alcune delle ragioni dei “terroristi” e intavolare una trattativa.

Il sesto punto di Di Battista quindi non è una “apologia del reato di terrorismo” come sostengono gli attacchi semplicistici di questi giorni. Il problema è più complesso e sorge considerando l’insieme dei punti 5, 6 e 7, dove diviene chiaro che le proposte di Di Battista sono basate su una discreta confusione delle situazioni nell’area e rischiano di peggiorare la situazione.

Il quinti punto parte con un assunto innegabile: i confini usciti dell’era coloniale non hanno spesso e volentieri alcun senso logico. La proposta avanzata da Di Battista di ridiscutere i confini (in Medio Oriente e in Europa!) per ridefinire gli stati su base etnica è però pericolosa e rivela la mancanza di consapevolezza storica sulla decolonizzazione. La purezza “etnica” (che poi vuol dire per religione o per lingua) infatti non è mai stato un fattore di stabilità nelle società post-coloniali, basti pensare alla partition tra Pakistan e India che 70 anni dopo l’indipendenza continua a essere fonte di instabilità tra due potenze nucleari. Il punto è che l’omogeneità etnica dei territori non esiste nella realtà e quando si avvia il meccanismo di divisione si avvia anche quello della pulizia etnica. Lo smembramento della Jugoslavia dovrebbe essere lì a ricordarcelo. E altrettanto la guerra civile in Ucraina.

Tutti i tre punti citati sono attraversati dall’idea che l’ISIS sia un movimento assimilabile a quei movimenti che in alcuni punti della storia sono stati costretti ad adottare pratiche di lotta armata e anche terroristica (che non sono la stessa cosa, ma questo Di Battista non lo sa) dall’imparità dello scontro. Il problema è che l’ISIS non è la Resistenza palestinese, lo Stato Islamico non è un processo di liberazione nazionale, anzi, è il tentativo imperiale di costruire un super-stato che schiacci tutte le differenze del Medio Oriente sotto il tallone del fondamentalismo islamico. E per di più, l’ISIS non è una formazione costretta al terrorismo a causa di un conflitto asimmetrico condotto dall’occupante straniero a colpi di bombardamenti aerei, è semmai strumento di un conflitto asimmetrico che varie potenze regionali (Turchi e Sauditi in testa) hanno condotto contro la Siria.

E qui arriviamo alla Clinton.

La lunga intervista rilasciata al The Atlantic è una requisitoria contro la politica estera della seconda amministrazione Obama. Con tutti gli apprezzamenti di circostanza, la Clinton propone un attacco feroce contro l’attuale Segretario di Stato Kerry, accusandolo di essersi concentrato troppo su Palestina e Israele, senza ottenere risultati, lasciando contemporaneamente decomporre la situazione nel resto del Medio Oriente.

Tra le tante cose dette dalla Clinton, in Italia le è stata affibbiata l’unica cosa che non dice:”l’ISIL è roba nostra ma ci è sfuggita di mano”. E dispiace che ci cada anche una testata on line tendenzialmente ben fatta come Popoff.

Quando l’intervistatore le chiede:”pensa che saremmo arrivato a questo punto con l’ISIS se gli USA avessero lavorato di più tre anni fa nella costruzione di un’opposizione moderata in Siria?“, la risposta è agli antipodi del virgolettato che si è diffuso in Italia:”Beh, non ho una risposta a questo. So che avendo fallito nella costruzione di una forza combattente credibile con coloro che erano all’origine delle proteste con Assad – c’erano islamisti, laici e tutto quello che c’è nel mezzo – il fallimento nel fare questo ha lasciato un grande vuoto che è stato riempito dai jihadisti. Questi sono stati spesso armati in maniera indiscriminata da altre forze e noi non abbiamo avuto nessun ruolo in questo gioco che ci permettesse di prevenire l’armamento indiscriminato.

Parlando della situazione simile in Libia aggiunge:”Noi siamo rimasti lì [in Libia] offrendo soldi e assistenza tecnica [...] non solo noi, anche gli europei. Alcuni paesi del Golfo avevano i loro favoriti e sono sicuramente rimasti lì sostenendo le loro milizie favorite”.

Parlando a nuora perchè suocera intenda, Hillary Clinton sostiene che gli Stati Uniti non abbiano nulla a che fare con l’ISIS e che per quel capitolo si possa andare a bussare alla porta degli alleati europei, della Turchia e dell’Arabia Saudita. La Clinton quindi non sta affatto sostenendo che gli USA abbiano creato l’ISIS per poi perderne il controllo, sostiene che gli USA avrebbero dovuto crearsi una fazione interna alla guerra civile siriana da poter controllare direttamente e che la mancanza di interventismo di Obama e Kerry abbia dato via libera all’ISIS.

Interndiamoci, è ben probabile che l’intelligence americana abbia molto più a che fare con l’ISIS di quanto la Clinton voglia ammettere, ma nell’intervista non c’è nessuna ammissione. L’intervista è il lancio della campagna elettorale della Clinton per le primarie nel Partito Democratico. Appare evidente che il leit motiv sarà l’inadeguatezza di Obama e dei suoi uomini nel ruolo di comandanti militari e la necessità di tornare all’interventismo in Medio Oriente, togliendo il controllo del gioco agli alleati europei e del Golfo che si sono rivelati inaffidabili e incapaci di gestire le crisi regionali.

 

L’articolo 18 non frena la crescita delle imprese

Soldato Kowalsky:

A.A.A.
Cercasi indipendenza del sindacato smarrita all’inizio degli anni ’90.
Se ritrovata restituire a Camusso Susanna c/o CGIL.

Originally posted on Keynes blog:


Nell’acceso dibattito intorno all’ipotesi di eliminazione dell’articolo 18 si afferma spesso che esso sarebbe di freno alla crescita dimensionale delle imprese, con tutto quel che ne consegue in termini di ricadute sulla scarsa competitività del sistema produttivo italiano. Le evidenze empiriche disponibili non sono tuttavia in grado di evidenziare l’emergere di un “effetto soglia”, ovvero di una discontinuità nella distribuzione delle imprese per dimensione di addetti intorno alla soglia dei 15 dipendenti, discriminante secondo il dettato dell’articolo 18.

Di questo dà ampia illustrazione l’articolo di Giuseppe Marotta (Università di Modena e Reggio Emilia) che, presentando elaborazioni da dati Istat, mostra l’inequivocabile assenza di tale effetto a diversi livelli di disaggregazione dei dati.

View original 99 altre parole

Il PKK salva decine di migliaia di persone, non i bombardamenti di Obama

Traduzione al volo da KurdishInfo. Grazie alla segnalazione di WuMingFoundation.

Ulla Jelpke, parlamentare tedesca del Partito della Sinistra (Die Linke), attualmente nella regione [del Kurdistan Siriano] Rojava, ha definito il PKK [Partito dei Lavoratori del Kurdistan] una “garanzia per la vita” di yezidi e cristiani nel Kurdistan del Sud e in Iraq. Jelpke ha ricordato che mentre il PKK fa parte delle “liste del terrore” di USA e Unione Europea, i terroristi dell’ISIS hanno portato i loro attacchi in Siria usando come retroterra il territorio della Turchia, stato membro della NATO.

In un comunicato stampa sulla situazione delle decine di migliaia di profughi in fuga da Sinjar, Ulla Jelpke ha sottolineato che non sono stati i raid aerei statunitensi a proteggere la popolazione dai massacri dell’ISIS. Jelpke ha portato l’attenzione sul ruolo giocato dal PKK e dall’YPG nel prevenire i massacri aggiungendo:”I bombardamenti americani dei “jihadisti” che hanno conquistato città e villaggi nell’Iraq del Nord mettono solo in pericolo la popolazione civile. Le milizie kurde, in particolare i guerriglieri del PKK, stanno costruendo la difesa più attiva contro questi gruppi terroristi.”

“Allah e il PKK ci hanno salvato”, dicono.

Jelpke ha notato come molte persone soccorse dalla minaccia del massacro le abbiano detto:”Allah e il PKK ci hanno salvato”. E ha aggiunto:”L’alleanza tra i guerriglieri del PKK e la milizia del Rojava (YPG-YPJ) è riuscita ad aprire un corridoio tra le montagne del Sinjar e il confine siriano per i profughi. Su questa via negli ultimi giorni decine di migliaia di persone, in particolare yezidi, sono riusciti a fuggire dai macellai dell’ISIS”.

Ulla Jelpke ha portato l’attenzione sul bisogno di aiuto umanitario dei rifugiati, dicendo che c’è scarsità di cibo e medicinali a causa dell’embargo della Turchia verso il Rojava.

“Il sostegno della Turchia e del Golfo all’ISIS deve finire”.

La parlamentare di Die Linke ha aggiunto che il PKK è stato una garanzia di salvezza per gli yezidi e i cristiani nelle regioni settentrionali dell’Iraq, mettendo in guardia USA e governi europei dalle loro linee politiche nei confronti della Turchia. Jelpke ha concluso che:”Mentre il PKK è ancora sulla lista di organizzazioni terroristiche del governo statunitense, gli assassini dell’ISIS che combattono in nome di Allah portano i loro attacchi alla Siria dal territorio turco. Se il governo degli USA e i suoi alleati vogliono lottare seriamente contro l’ISIS, devono come prima cosa fermare il sostegno ai “jihadisti” che arriva dalla Turchia e dai paesi del Golfo”.

Chi vince e chi perde, veramente, a Gaza.

No, non mi convince quello che si va diffondendo negli ambienti filo-palestinesi, che l’operazione Margine Sicuro sia una vittoria militare per lo stato d’Israele ma che sul piano politico sia una sconfitta.

No, perchè dobbiamo ammettere che non è vero che la  solidarietà internazionale con la Palestina è più forte che mai. Ci sono situazioni differenziate. Manifestazioni così imponenti in Inghilterra su questioni internazionali non se ne vedevano dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Ma in altri paesi la situazione è rovesciata.

Londra, non Roma

Qua da noi, in un paese dove la solidarietà con la causa palestinese è sempre stata forte, non si è riusciti a organizzare uno straccio di mobilitazione nazionale. In compenso l’eterna coazione a ripetere di cui si lamentano alcuni fini intellettuali si riproduce nei rapporti interni al movimento. Sembra di ripetere le stesse discussioni fatte dopo l’avvenuta invasione dell’Iraq nel 2003. Bisogna sostenere la resistenza armata o continuare a propagandare una generica idea di pace? Si possono accettare gli islamisti all’interno del movimento? Bisogna portare le bandiere dei partiti e delle associazioni o solo quelle della pace? O solo quelle del popolo con cui si solidarizza?
Con la differenza che dieci anni fa si era reduci da una mobilitazione che riusciva a raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani, oggi si manifesta in gruppi più o meno piccoli nell’indifferenza generale. Intendiamoci, mobilitarsi è un dovere anche quando si è pochi, soprattutto quando si è pochi e bisogna evitare che si spenga ogni scintilla. Ma no, non c’è nulla che possa far dire che oggi siamo più forti di un mese fa…

Alcuni governi latino americani hanno manifestato posizioni forti. Cile, Perù, Brasile ed Ecuador hanno ritirato l’ambasciatore da Israele, il Venezuela e l’Argentina hanno sospeso i negoziati economici. Ma, con tutta l’ammirazione, non sono i paesi chiave nella questione palestinese. Gli Stati Uniti sono rimasti completamente allineati, dai paesi europei non è giunto il minimo segno di vita (e che un nulla sotto vuoto spinto come la Mogherini, che in un mese non ha detto una parola su Gaza, possa candidarsi ad Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione, la dice lunga). Chi vagheggiava di un possibile “cesarismo progressivo” di Al-Sisi in Egitto oggi deve raccogliere i cocci delle sciocchezze dette: il valico di Rafah chiuso era e chiuso rimane, i colloqui di pace al Cairo continuano a essere una buffonata, il governo del generale rimane il garante dello status quo nello scacchiere mediorientale.

Non possiamo dire che Israele sta perdendo politicamente questa guerra perché la sua dissidenza interna sta aumentando. Anzi.

L’unica mobilitazione contro la guerra interna ad Israele pare essere stata quella, eroica, del Partito Comunista e delle varie sinistre laiche. Secondo gli organizzatori, 7000 persone hanno manifestato a Tel Aviv.

Per fare un paragone storico, dopo i massacri di Sabra e Chatila le manifestazioni di massa continuarono fino a ottenere le dimissioni dell’allora generale Ariel Sharon. Oggi la polizia israeliana riesce tranquillamente a vietare le manifestazioni.
Anzi, la capacità politica israeliana di influenzare il dibattito internazionale è, se possibile, aumentata. Ho già scritto della capacità di creare l’equazione “ebreo=israeliano”, con le comunità ebraiche in giro per il mondo impegnate in una caccia all’ebreo che odia se stesso contro qualunque ebreo che osi schierarsi contro la politica ufficiale del governo, anche con posizioni molto moderate come quelle di Amos Oz. Ma l’influenza non si ferma al mondo ebraico, basta pensare a come nell’ultimo mese la parola “unilaterale” (“one-sided”, nei documenti in inglese) sia entrata prepotentemente in tutte le discussioni su questioni internazionali dopo che la propaganda israeliana ha cominciato a bollare come one-sided qualunque fonte di informazione che riportasse anche notizie dal punto di vista della Palestina. In questa maniera si costruisce un universo parallelo in cui la BBC è one-sided perchè riporta il dato reale e incontestabile della sproporzione di capacità militare tra israeliani e palestinesi.

Un lunghissimo articolo di Sandro Moiso su Carmilla prova a spiegare perchè Israele starebbe perdendo sul lungo periodo. La tesi è brevemente riassumibile così: certo Israele vince ora sul piano militare, ma lo fa dando sempre più potere alle petromonarchie sue nemiche naturali, l’esplodere delle contraddizione interne al capitalismo fa il resto. Al netto di molti rilievi che si potrebbero fare all’analisi (a partire dal fatto che ormai considerare i paesi arabi come ostili a Israele è più un atto di fede che un’analisi) i punti problematici mi sembrano due:

1) Vivere in pace con i propri vicini non è l’obiettivo che si pone Israele e soprattutto non è l’obiettivo che si pone l’esercito. In maniera esplicita, l’esercito considera inevitabile sul lungo periodo un nuovo scontro militare coi paesi arabi. Per questo a Israele serve “profondità strategica”, uno spazio da cui potersi ritirare in caso di attacco ripiegando su posizioni che permettano la difesa di Tel Aviv, Gerusalemme e Beersheba

La maniera di assicurarsi questo spazio strategico, è controllare completamente i confini i con il Libano, la Siria, la Giordania e l’Egitto. Un’occhiata alla mappa rende evidente come le operazioni militari e gli insediamenti rispondano perfettamente a questa logica.

2) L’incrollabile fiducia di Moiso in una futura esplosione delle contraddizioni di classe  e quindi imperialistiche tradisce una concezione fatalista dell’andamento della storia per cui, dato che il mondo è ingiusto, prima o poi ci sarà la rivolta generale contro l’ingiustizia. Anche se ora come ora chi lotta contro l’ingiustizia è ben lontano da una qualsiasi vittoria. Nella storia del movimento operaio questa tendenza di pensiero assume il nome di “crollismo” e ha sempre fatto un sacco di danni.

E un poco di crollismo mi sembra presente, in nuce, in tutti i discorsi di chi dice che Israele sta vincendo la guerra ma perdendo la politica. Ed è anche facile capire perchè, la nostra capacità di lavorare nella società è crollata drasticamente, si riesce a mettere insieme qualche iniziativa dignitosa sulla Palestina solo quando Israele decide di mostrare il suo volto più truce, quando invece si “limita” a occupare, assediare e colonizzare siamo totalmente impotenti. Ed è l’atteggiamento esattamente contrario a quello del Gramsci che scriveva della necessità di accettare la sconfitta per negarla con la prassi più intransigente.

Christian Raimo a Gaza

Christian Raimo ha detto di non aver nulla di intelligente da dire riguardo a quello che sta succedendo a Gaza. Troppo ripetitivo, non ci sono elementi nuovi da soppesare. Della stessa opinione è Ida Dominijanni che non riesce a reggere la “ripetitività del conflitto israelo-palestinese e dei relativi dibattiti”. Si aggiunge poi il buon Michele Serra secondo cui il “ciclo dell’indignazione” sarebbe un meccanismo logoro. Dal loro punto di vista non si tratta, ovviamente, di essere indifferenti, ma di non poter dire nulla di nuovo.

E forse è un po’ peggio. Perchè se fossero solo gli ennesimi capetti ddesinistra che vanno a sciacquare i panni a Tel Aviv ci sarebbe bella pronta la categoria del tradimento. Non sarebbero i primi e non saranno gli ultimi. E allora il problema non è di fedeltà alla causa, ma di incapacità di leggere la realtà. E’ tutto business as usual quello che sta succedendo a Gaza? No, per molti motivi. Non lo è perchè c’era la possibilità di ricomporre la frattura tra Ramallah e Gaza e quest’azione serve esattamente a mantenerla. Perchè c’è la guerra civile in Siria e il Califfato dell’Isis che rivendica il controllo della Palestina. Perchè nonostante sia il punto più alto della propaganda israeliana in Italia continua a esserci mobilitazione per la Palestina e non la si può lasciare da sola.

E allora, forse il problema non è la ripetitività di Gaza, forse il problema è la ripetitività di Raimo e degli altri che non sanno alzare lo sguardo oltre il proprio naso.

Palestina, Italia

Immediatamente dopo la strage di Odessa mi sono ritrovato a discutere su facebook con un residente a Kiev che era particolarmente interessato alla campagna elettorale in Valtellina. La tesi del residente a Kiev era che a Odessa non fosse successo niente e che se anche fosse successo qualcosa, se lo meritavano. E che, ovviamente, innalzare il ritratto del capo dei collaborazionisti ucraini delle SS non vuol mica dire essere fascisti.

Questo tanto per dire che i social network sono tutt’altro che il regno della libertà di espressione e della libera informazione. Sono un fronte di guerra mediatica su cui investe chi ha le risorse per farlo.

Un fronte su cui si gioca una parte importante, oggi, della percezione della questione palestinese in Italia.

La causa palestinese ha sempre trovato larghe simpatie in Italia. Per motivi vari, dalla tradizionale necessità di una politica “filoaraba” alla componente internazionalista della sinistra. Tutto ha fatto brodo nel diffondere simpatia per i palestinesi, sia a livello popolare sia di gruppi dirigenti. Simpatia che, sia ben chiaro, non è mai sfociata in uno smarcamento dall’osservanza del complesso di alleanze con gli Stati Uniti e, quindi, con Israele.

Anzi, sappiamo che per essere accettati nei salotti che contano, i personaggi ddesinistra devono fare formale atto di pentimento, riconoscere il diritto di Israele a esistere, condannare il supposto antisemitismo che si annida tra i palestinesi, magari andare direttamente a Gerusalemme per chiarire la propria posizione sul governo israeliano. Sappiamo anche che la grande stampa si è sempre prestata a difendere gli argomenti di Israele oltre ogni decenza.

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Eppure, grazie anche alla simpatia diffusa per la causa palestinese, fino a poco tempo fa i peggiori argomenti di propaganda israeliani non avevano cittadinanza in Italia. Certi argomenti usati sulla stampa isrealiana, su quella italiana non potevano trovare spazio. Quindi hanno trovato sulla rete il loro ambiente naturale.

Il punto fondamentale di questa campagna è l’etnicizzazione del conflitto (uso “etnia” in maniera impropria, ci torno alla fine). Renderlo non un conflitto tra israeliani e palestinesi ma tra ebrei e arabi. Le conseguenze di questo spostamento sono profonde. Il ricatto morale dell’antisemitismo (se non stai con Israele sei come Hitler) è solo una delle conseguenze.

Innanzitutto, etnicizzare il conflitto vuol dire portarlo a una dimensione ancestrale, in cui gli ebrei hanno diritto a vivere nel territorio storico di Israele e nessun altro può viverci. In questa visione gli ebrei sono “profughi da 2000 anni” e stanno ritornando a caso loro. E ancora, questa visione cancella di fatto i secoli di storia passati dalla diaspora alla Seconda Guerra Mondiale. In particolare, cancella il mandato britannico sui territori palestinesi e quindi l’origine dell’idea dello stato d’Israele. Lo stato d’Israele (identificato come la futura casa di tutti gli ebrei, solo degli ebrei) così non è più il prodotto di un processo politico del ‘900, è la ripresa di una continuità interrotta da un’invasione straniera. Come se si trattasse del Belgio dopo una delle tante invasioni tedesche.

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Sinistra per Israele

Questa “fuga dalla storia” serve quindi a costruirsi una legittimità leggendaria che la storia reale, fatta di ragioni e torti, di guerre, sangue e mercanteggiamenti politici, non può garantire.

Ma c’è di più, l’etnicizzazione del conflitto è il cavallo di troia per una serie di ragionamenti che fino alla salita al governo di Sharon erano patrimonio solo della destra più oltranzista e che da un quindicennio stanno filtrando anche nella sinistra israeliana e nelle sinistre in giro per il mondo. Rifiutando l’idea che lo stato israeliano sia un prodotto della storia, contemporaneamente si rifiuta l’idea che contemporaneamente possa essere nato un altro prodotto della storia: la Palestina, col suo popolo.

Una delle idee che stanno filtrando attraverso il web è proprio quella per cui, visto che non esisteva uno stato palestinese o un popolo palestinese prima del ’48, allora i palestinesi non possono rivendicare nessun diritto ad un loro stato. Di più, non possono neanche considerarsi un popolo. Quindi, senza storia, senza stato e con l’unica connotazione di essere arabi, possono pure andarsene in Giordiania, Egitto o in qualunque stato arabo.

La negazione della storia e la delegittimazione della controparte sono mosse prioritarie per ogni colonizzazione. Il caso africano offre un parallelo interessante. Fino al periodo d’oro della tratta schiavista gli stati europei hanno trattato con quelli africani da pari a pari (o meglio, con gli stati africani forti che rifornivano il mercato degli schiavi sulle spalle degli stati deboli). Esaurita la tratta, gli europei hanno cominciato a delegittimare l’idea stessa di esistenza di “civiltà africane” usando proprio la pratica dello schiavismo e la condizione generale di degrado e inumanità provocata anche dallo stesso commercio a cui gli europei stessi si erano dedicati fino a un momento prima. Tutto questo sfociò al Congresso di Vienna, quando le potenze europee si sentirono ideologicamente legittimate a dichiarare l’Africa terra di nessuno, poichè non vi erano stati né popoli né civiltà. E questa delegittimazione risuona non solo con la mancanza di riconoscimento dell’identità palestinese, ma con l’uso strumentale delle condizioni di vita nei territori palestinesi, usati per dire “guardate, noi siamo progrediti, non sanno prendersi cura di loro!”. Ovviamente, come se la guerra non c’entrasse nulla con le condizioni di vita.

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Qualcuno gli spieghi che gli arabi sono semiti

Infine, l’etnicizzazione del conflitto ha un’ultimo addentellato: la militarizzazione delle comunità ebraiche dietro allo stato di Israele. La comunità ebraica di Roma ormai si comporta come se fosse l’ambasciata di Israele, solo senza troppi obblighi diplomatici, a partire dal tenere il proprio sito internet sotto il nome di Italia-Israele. Ma in generale sono tutte le comunità ebraiche che vengono spinte alla rottura: chi sta con Israele dentro, chi non sta col governo fuori! Il caso eclatante è quello di Moni Ovadia, ma anche di molte altre persone, intellettuali e non, che vengono spinte ad abbandonare la comunità e poi etichettate come self-hating jews.

Ho iniziato dicendo che parlare di “etnicizzazione” è un uso improprio del concetto di “etnia”. In parte perchè l’etnia è un concetto molto poco fissato ed esistono veramente troppe definizioni per cercare di raggiungere una sintesi soddisfacente. Ma soprattutto perchè è evidente che la costruzione ideologica “ebrei contro arabi” cerca di contrapporre e omogeneizzare elementi disomogenei. Da una parte c’è una categoria religiosa che arriva ad arruolare in maniera coatta persone che Israele non l’hanno mai vista neanche in cartolina, dall’altra una popolazione intera, quella araba, che in realtà comprende anche una discreta fetta di cittadini israeliani.  Si tratta quindi di una costruzione puramente ideologica. E pericolosa. E in crescita. E che sta cambiano la percezione della causa palestinese in Italia.