Rant prepasquale

Beati quelli che quando si mangiano la pasta coi pomodori non glie ne frega niente dei negri che crepano nei campi di Nardò

Beati quelli che si credono esenti da contraddizioni mentre propagandano un tipo di microagricoltura che condanna alla fame e o all’indigenza le periferie del sistema-mondo.

Beati quelli che credono di cambiare il mondo cambiando lo scaffale del supermercato.

Beati quelli che che considerano uguale una vita umana e una vita di qualsiasi altro animale, perchè non dovranno mai essere curati da un medico che la pensa così.

Beati quelli che paragonano i mattatoi ai genocidi, perchè non hanno mai parlato con qualcuno che un genocidio l’ha vissuto veramente.

AMEN

P.s.: si definisce “rant” un monologo pronunciato sull’onda dell’incazzatura.

P.p.s.: si, lo so che il discorso è complesso. Ne parlo un po’ più approfonditamente qui e qui. Ma appunto, questo è un rant.

 

Cosa ha salvato la Cina dalla recessione? La spesa pubblica e le aziende di stato

Soldato Kowalsky:

“il lavoro lo crea il mercato, non lo stato”, dicono quelli parecchio intelligenti…

Originally posted on Keynes blog:

hf_120472_china Se c’è un paese che ha applicato politiche keynesiane per combattere la “Grande Recessione” iniziata nel 2008, quel paese è la Cina. Di più, lo ha fatto in maniera innovativa, attraverso la spesa in investimento delle aziende pubbliche. E’ questa, in sintesi, la tesi di due studiosi, Yi Wen e Jing Wu, in un recentissimo paper pubblicato dalla Federal Reserve di St. Louis e intitolato “Withstanding Great Recession like China” (resistere alla grande recessione come la Cina).

View original 629 altre parole

Woodrow Wilson a Sinferopoli

Il Parlamento di Sinferopoli ha votato a larghissima maggioranza la secessione della Crimea dall’Ucraina. Il referendum popolare confermerà (scrivo mentre arrivano i primi exit poll) a maggioranza altrettanto larga la decisione di cambiare stato.

Era scontato, era inevitabile. Dopo che l’abbattimento di Yanukovich (inetto e corrotto, ma pur sempre il presidente legittimo secondo le leggi ucraine) ha portato al potere a Kiev una coalizione di liberisti e fascisti con l’ossessione della purezza etnica, non era pensabile che una regione come la Crimea  rimanesse a guardare mentre venivano messi fuori legge i partiti di sinistra e/o russofoni, mentre si “invitano” i russi d’ucraina a lasciare il paese. Lasciando i soldi all’Ucraina, ovviamente.

Tyahnybok, leader di Svoboda, il partito nazista che controlla il Ministero della Difesa a Kiev

La Crimea è storicamente russa, si narra che Kruscev prese la decisione di farla passare dalla Repubblica Russa a quella Ucraina (allora ancora repubbliche dell’URSS) dopo una ciuca colossale. Ma lo si narra di tutte le decisioni di Kruscev, il punto è che fu una decisione nell’ottica di uno spostamento interno a uno stato unitario. Dopo la fine dell’URSS la Crimea è rimasta formalmente al nuovo stato ucraino, ma con grandi autonomie e, soprattutto, con decine di migliaia di soldati dell’esercito russo e la flotta strategica russa in loco secondo i trattati bilaterali. Neanche l’altro notorio presidente ubriacone, Eltsin, allentò mai la presa sulla Crimea.

Una situazione lose-lose

I media internazionali stanno dipingendo come grande cattivo della situazione Putin. Il presidente russo sta in realtà subendo una situazione in cui qualsiasi mossa faccia è a perdere.

Durante la crisi dell’Ossezia nel 2008 la Russia (formalmente intitolata a respingere l’aggressione georgiana) era riuscita a usare la forza militare per un tempo brevissimo e a creare poi due territori formalmente autonomi, senza entrare nelle acque turbolente dell’annessione territoriale. La dimostrazione di forza militare di Putin, conclusa dopo il ripristino del bilinguismo russo/ucraino da parte del governo di Kiev, poteva forse avere questo scopo. Ma la Crimea non è un micro territorio del Caucaso dove le frontiere hanno (o quantomeno avevano nel 2008) un significato relativo. La Crimea è un territorio troppo importante come unico sbocco marittimo della Russia, le altre provincie russofone come passaggio di gasdotti e oleodotti, per rimanere nell’indeterminatezza dell’Ossezia.

Se Putin procede con l’annessione territoriale, via plebisciti o manu militari, si infila in un ginepraio diplomatico in cui il suo più grande possibile alleato sulla vicenda, la Cina, non può seguirlo per gli ovvi motivi legati al principio di non ingerenza e ai tanti territori in cui minoranze etniche più o meno riottose puntano all’indipendenza.

Se Putin dovesse cedere, si ritroverebbe con un paese alleato alla NATO ai confini, con milioni di cittadini russi sotto uno stato ostile, con l’apparato industriale dell’est ucraino, fondamentale sub fornitore dell’industria russa, verosimilmente smantellato o reindirizzato a ben altri mercati.

Un principio pericoloso

La maniera in cui il principio di autodeterminazione dei popoli viene evocato a proposito di questa vicenda, è quantomeno curiosa. Il principio elaborato dal Presidente americano Wilson dopo la Prima Guerra Mondiale è abbastanza fumoso per essere piegati ai più vari scopi. Come di definisce un “popolo”? Per etnia, religione, lingua o cos’altro? Quali sono le modalità per autodeterminarsi? Lotta armata, proteste pacifiche, referendum?

Viene invocata l’autodeterminazione del popolo ucraino che non vuole vivere oppresso da Putin ma chi lo fa non considera il popolo crimeo in diritto di autodeterminare l’adesione alla Russia.

Dall’altra parte si proclama appunto la legittimità delle decisioni del Parlamento di Sinferopoli e del referendum popolare, ma non è difficile ricordare che molti di quelli che sostengono questa posizione si sono opposti al riconoscimento del Kosovo indipendente e difficilmente applicherebbero lo stesso principio al Tibet o alla Padania.

Sicuramente la Crimea può vantare argomento storici ben più solidi di molti altri movimenti indipendentisti, ma la verità è che il principio di autodeterminazione dei popoli oltre a essere fumoso è anche un principio pericoloso. Molto bello da pronunciare ma molto pericoloso da applicare.

In nome dell’autodeterminazione dei popoli sono state combattute le guerre che hanno smembrato la Federazione Jugoslava. La Slovenia fu il primo pezzo a staccarsi, sembrò un’operazione indolore, ma legittimò il gioco al massacro che seguì nel resto del paese. E non è detto che l’Ucraina non rischi la stessa fine.

Se i russi di Crimea porteranno la propria regione sotto Mosca, perchè gli ungheresi di Transcarpazia non potrebbero fare altrettanto? Ed effettivamente, il governo di estrema destra di Orban sta passando da vaghe retoriche sulla riconquista della sovranità dei territori persi dal vecchio Regno d’Ungheria alla concreta consegna di passaporti ungheresi a molti cittadini di lingua ungherese della Transcarpazia. E ancora, la Polonia, da cui molto estremisti di destra sono andati a sostenere i camerati ucraini, potrebbe essere tentata di prendersi qualche territorio.

Propaganda sul referendum di Crimea

Un’esplosione del genere rischierebbe di portare la guerra dalla Russia all’interno dell’Unione Europea. Prima di inneggiare all’autodeterminazione dei popoli, prima di entusiasmarsi per l’espansione del campo atlantico o per il ritorno all’assertività del campo eurasiatico (per non parlare di illusioni di ritorno a un “campo sovietico”), sarebbe bene pensarci su. Molto seriamente. La guerra non è uno slogan sparato su facebook.

Generazione Erasmus.

“Siamo la generazione Erasmus”, dice un Renzi più ggiovane che mai. Cioè siamo quella generazione che ha studiato all’estero, ha conosciuto il sogno europeo, ha imparato a conoscere la serietà tedesca/il fascino francese/la facilità di vita spagnola/inserire dote e nazionalità a caso e ora vogliamo far diventare l’Italia un scintillante paese europeo. Parliamo inglese, abbiamo una formazione internazionale, ci siamo liberati delle scorie ideologiche che infestano le nostre università. Chi meglio della nostra generazione può far ripartire le ruote infossate nel pantano italiano? Che meglio della nostra generazione può testimoniare le magnifiche e progressive sorti dell’europeismo?

Si, ho scritto un posto noioso e rancoroso perchè mi sta sulle balle l'ESN

Si, ho scritto un posto noioso e rancoroso perchè mi sta sulle balle l’ESN

A parte che è tutto da dimostrare che chi ha fatto l’Erasmus sia naturalmente superiore a chi non l’ha fatto (lo dico da persona che la sua brava borsa di studio per l’estero l’ha vinta), il fatto è che oggettivamente l’Erasmus è un’ottima metafora dell’Europa reale.

Il progetto Erasmus teoricamente si rivolge a tutti gli studenti. Tralasciamo pure quel dato del crollo delle immatricolazioni, ci arriviamo dopo. Dicevamo, il progetto Erasmus si rivolge a tutti gli studenti iscritti all’università, ma è in realtà fruibile solo da una parte di essi. Non perchè c’è una selezione “di merito”, ma perchè a quella selezione “di merito” può accedere solo chi è in grado di mantenersi all’estero con la magra borsa di studio dell’Erasmus. Non solo, in molti atenei ci sono grandi difficoltà a erogare correttamente tutte le borse. Alcuni atenei hanno dei rappresentanti degli studenti coi controcazzi che riescono a garantire la copertura di tutte le borse, si capisce però che la situazione non è esattamente “includente”.

Quindi, la generazione Erasmus è una minoranza all’interno di quella minoranza che fa l’università. Ma si dirà che non si può contestare il sogno europeo per questo, in fondo l’Europa fornisce direttive precise sull’aumento delle risorse per l’università e la ricerca. Vero. Peccato siano carta straccia. I dati sull’investimento italiano in formazione e ricerca rispetto al PIL stanno lì a dimostrarlo, coi loro bei tagli lineari che gli fanno pure i gestacci di sfottò alle direttive europee. E, curiosamente, mentre il controllo preventivo delle finanziarie funziona in maniera militare, per non parlare dei commissariamenti delle troika, non si notano all’orizzonte commissari europei pronti a minacciare scenari apocalittici se l’Italia non smetterà di mandare in vacca la sua università.

Eppure l’integrazione dell’università italiana nel sistema europeo è andata avanti, fregandosene dei paletti qualitativi del Processo di Bologna. Però i CFU e i prestiti d’onore (affiancati alle borse di studio giusto perchè le borse sono nominate in Costituzione e quindi non possono essere abolite in quanto tali) ce li becchiamo. Eppure, in questo processo di integrazione del sistema universitario è successo che, dopo l’effetto ottico prodotto dal 3+2, gli immatricolati siano diminuiti. E mica di poco, del 10% negli ultimi dieci anni. In un paese in cui già vanno in pochi all’università. Il tutto ovviamente perchè ce lo chiede l’Europa.

Il PD punta alla crisi commerciale

[...]il dna politico-economico dei cosiddetti democratici appare ormai definitivamente strutturato su una linea di indirizzo votata alla deflazione, alla più violenta ristrutturazione e soprattutto al malcelato auspicio di una crisi commerciale e finanziaria quale fattore di “disciplina dei lavoratori”.

[...]

Dunque io sostengo che i democratici puntano dritti alla crisi commerciale. Per afferrare questo passaggio occorre in primo luogo riprendere dimestichezza con il concetto. Questa è infatti un’epoca in cui un eminente editorialista come Valentino Parlato sembra a tal punto generalizzare l’ipotesi del “crollo economico” da arrivare erroneamente ad escluderla del tutto. Ed è un’epoca in cui economisti stanchi e distratti si spingono a dichiarare che, se ci si trova nell’area euro, in fondo della bilancia commerciale ci si può disinteressare. Queste sono posizioni sbagliate e pericolose, soprattutto per noi italiani. Dovrebbe esser noto, infatti, che il nostro paese, assieme a tutti quelli del Sud Europa, rappresenta l’anello debole della catena dell’euro. I dati segnalano in proposito che la politica di deflazione dei costi per unità di prodotto e del deficit pubblico perseguita in questi anni non è stata affatto in grado di compensare la scarsa dinamica della produttività nazionale e di arrestare quindi la lunga fase di deterioramento della bilancia commerciale italiana.

[...]

Come pensano “i democratici” di gestire una dinamica così pericolosa? Ebbene, mi pare chiaro che essi non intendono assolutamente abbandonare l’attuale, radicato indirizzo di politica deflazionista. L’orientamento resta cioè quello di Ciampi e dei suoi boys , e potrà al limite soltanto rafforzarsi con l’esplicito riconoscimento che le ristrutturazioni conseguenti alla deflazione faranno tabula rasa di gran parte della struttura produttiva italiana, e che i superstiti diverranno ancor più di oggi mere appendici del grande capitale europeo. Mario Draghi non fa mistero di considerare questa come una prospettiva addirittura auspicabile per il nostro paese. Ma c’è chi va persino oltre. La stessa ipotesi di crisi di bilancia dei pagamenti potrebbe infatti rivelarsi funzionale alla piena, definitiva attuazione della politica deflattiva. In fondo, per rimettere i conti esteri in ordine “basterebbe” un crollo secco dei salari per unità di prodotto nell’ordine del 15%. E non sono in pochi ad augurarsi che una débacle sindacale di tali proporzioni possa essere ottenuta proprio a seguito di una crisi di fiducia sulla capacità dell’Italia di mantenere l’equilibrio commerciale, con conseguente vendita in massa di titoli nazionali sul mercato europeo (Mario Monti è tra coloro che si esprimono in termini più netti, in proposito). Ricordiamo del resto cosa accadde nel ’92. Ai sindacati venne imputata la responsabilità dell’attacco valutario alla lira e la conseguenza fu il secondo più grande arretramento del movimento dei lavoratori dal dopoguerra, dopo il tracollo del 1980. Ebbene, a distanza di un quindicennio pare che la Storia stia facendo di tutto per ripetersi.

Dunque, è inutile nasconderlo: la deflazione e la crisi quale fattore disciplinante risultano ormai impresse nel dna dei democratici. [...] è evidente che una svolta a colpi di slogan buonisti nell’indirizzo economico del partito che egli si appresta a dirigere è una ipotesi ridicola, fuori dal mondo. Spetterebbe dunque alla sinistra organizzarsi per tentare di imporre una svolta, per fissare cioè una precisa linea di demarcazione al di là della quale ci si dovrebbe subito chiamar fuori da qualsiasi ipotesi di governo, lasciando agli altri – destri, democratici o miscelati che siano – la responsabilità di proseguire lungo il nefasto sentiero della deflazione. Questa linea andrebbe tracciata intorno alla seguente evidenza tecnica: soltanto una crisi economico-politica può condurci ad un tasso di deflazione dei costi unitari e del deficit pubblico talmente accelerato da compensare la nostra bassa produttività e da bloccare quindi l’espansione del nostro deficit commerciale. Il che, detto in parole povere, si traduce così: i cosiddetti democratici puntano nuovamente alla gestione di una crisi per auto-legittimarsi, disciplinare i sindacati e dare il colpo di grazia definitivo al movimento dei lavoratori.

Abbiamo dunque tutte le evidenze che ci servono per assegnare ai democratici un pesantissimo capo d’accusa. Solo in questo modo, a mio avviso, potrebbero crearsi i presupposti per una reale battaglia egemonica su una diversa modalità di gestione del debito pubblico, sull’esigenza di un pavimento alla deflazione dei salari unitari, e su un intervento statale negli assetti proprietari teso a recuperare un capitale nazionale polverizzato e in via di estinzione. Solo in questo modo potremmo cioè spingere la barra del dibattito politico su una nostra linea di demarcazione. Ma possiamo mai parlare di “linea di demarcazione” della sinistra fino a quando non facciamo chiarezza al nostro interno? [...] Confesso di nutrire qualche dubbio.

 Emiliano Brancaccio – Il PD punta alla crisi commerciale. La sinistra ha una “exit-strategy”?
Luglio 2007

11 tesi sulla sinistra e le europee.

Premessa: che attorno alla cosiddetta lista Tsipras si stiano facendo gli stessi errori che caratterizzarono Cambiare Si Può e Rivoluzione Civile poco più di un anno fa lo sanno anche i sassi. I sassi che si interessano di politica, cioè il 5% della popolazione italiana, a dir tanto.

Il senso di deja-vù è fortissimo. Dopo le elezioni Angelo D’Orsi ha prodotto una brillante analisi della sconfitta delle sinistre basandosi su Machiavelli.

L’idea del post che segue è provare a fare la stessa analisi prima che il danno sia fatto.

1623652_274358269387677_2072305683_n

1. Non si sconfigge l’avversario diretto ignorandolo, o usando contro di lui il fioretto.

Innanzitutto bisognerebbe capire chi sia l’avversario diretto in questa competizione. Se l’avversario diretto è l’Unione Europea austeritaria e liberista, l’avversario diretto non può che essere la grande coalizione che di fatto la regge da un ventennio: il Partito Popolare Europeo e il Partito Socialista Europeo. Qualcuno a sinistra contesta l’esistenza di questa grande coalizione europea citando i pezzi eccentrici di socialdemocrazia europea. Dopo la svolta social-liberista di Hollande in Francia e l’accordo di governo in Germania tra Merkel e socialdemocratici (accordo in cui, dicono i maligni, sarebbe compresa l’ascesa di Shultz alla Commissione Europea) penso che si possano mettere da parte questi scrupoli. Pensare di presentarsi alle elezioni con una lista che guarda di qua e di la è un po’ peggio che usare il fioretto con l’avversario, è abbracciarlo.

2. Mai sottovalutare i contendenti

Nonostante una copertura mediatica assolutamente ostile, il Movimento di Grillo è dato dai sondaggi stabilmente sopra il 20%. Le destre si stanno riorganizzando su posizioni euro-scettiche (almeno nominalmente). Il campo di chi critica l’Europa a queste elezioni sarà affollato. Lo stesso centrosinistra, per quanto sia probabile che perda ancora voti, si è sempre dimostrato in grado di attirare voti dell’ultimo minuto attraverso la sirena del voto utile. In tutto questo, alcuni dei promotori della lista Tsipras sembrano convinti che superare la soglia di sbarramento del 4% sia una passeggiata. ’nuff said.

3. In una competizione ci si deve differenziare

In cosa si differenzia la lista TsiprasPer il non avere politici di professione a capo della baracca? Non è il marchio di fabbrica del 5 Stelle, quello? Per l’europeismo critico degli appelli intellettuali? La stessa linea “più Europa meno austerità” la stanno assumendo Napolitano e Renzi.
Occore che questo progetto radicalizzi velocemente la propria proposta politica, e che questa radicalizzazione non finisca come quella di Ingroia, rimangiata a pochi giorni dalle elezioni in nome di potrei fare il ministro di Bersani.

4. Vince chi include non chi esclude, chi allarga non chi si chiude

Ed è per questo che è giusto, nonostante mi facciano incazzare come una biscia, includere i rappresentanti della cosiddetta società civile. Però l’inclusività deve essere riservata soprattutto a quello che si muove nella società. Se, per esempio, nella società si muove un sentimento critico nei confronti dell’euro, bisogna provare a includerlo, pena che quel sentimento si rivolga alla Lega Nord.

5. La televisione rimane il primo mezzo di formazione delle opinioni della cittadinanza

Certo, l’handicap di essere invitati in tv col contagocce è difficile da contrastare. Bisogna però massimalizzare quel poco spazio che ci è dato. Non è difficile prevedere che, come nella campagna elettorale di Ingroia, in tv ci chiederanno come mai siamo così interessati a far perdere il centrosinistra e altre cose intelligenti di questi tipo. Non ci si può far incastrare in questo frame comunicativo, bisogna romperlo, ma per romperlo serve quella differenziazione di cui al punto 3 e quella cattiveria di cui al punto 1.

La politica si fa dappertutto

Machiavelli diceva che le milizie mercenarie sono il peggiore degli eserciti, sono le milizie volontarie che vincono le lunghe guerre. Le milizie della sinistra sono i militanti. I militanti della sinistra stanno in parte nei partiti, in parte nelle associazioni e nei movimenti. Demoralizzarli con discorsi anti-partitisti è pericoloso per tutti.
Inoltre, le elezioni hanno questa caratteristica di essere fatte tanto nelle grandi città quanto nella provincia. Se il percorso politico prevede alcune assemblee tra i soliti noti a Milano, Roma e poco altro, il risultato non può essere altro che farla percepire come un’imposizione ai militanti delle periferie. Che si incazzeranno e non faranno campagna elettorale.
7.  Se ci si presenta come “nuovi”, occorre esserlo davvero (o almeno sembrarlo).

Dice che per essere nuovi non bisogna mettere davanti i soliti partiti della sinistra. Ma, fuori dal mondo fatato delle discussioni su internet, neanche gli intellettuali che hanno fondato Lotta Continua nel ’69 sono particolarmente nuovi.
La verità è che, per colpa un po’ di tutti, facce nuove da mandare avanti non se ne hanno, non le hanno i partiti e non le ha lo società civile. Escluso quindi di poter candidare gente raccolta a caso purchè nuova, occorrerebbe rinnovare le modalità in cui si arriva alle elezioni, ma tra appelli degli intellettuali, scazzi su internet e assemblee nei teatri romani, non ci siamo neanche qui. Cosa si è in tempo a fare? Si è in tempo a non adottare la classica retorica europeista di sinistra, ormai decisamente superata dai fatti. Più Europa oggi è sentito come uno slogan fuori dal mondo, figuriamoci fare campagna per gli Stati Uniti D’Europa…
E, a proposito della differenziazione di cui al punto 3, Renzi e Grillo riescono, nel loro campo a farsi passare per nuovi. Noi, invece, sottovalutiamo.

8. La campagna elettorale si fa su temi concreti e in modo semplice

Ecco, il nome di Alexis Tsipras non è un tema concreto. Il nome è una scorciatoia per mettere insieme chi va a fare la campagna elettorale. Quindi, smettiamola di chiamarla lista Tsipras. Personalizzare la campagne elettorale attorno a Tsipras significa inoltre darsi la zappa sui piedi mettendosi in un meccanismo di elezioni presidenziale e favorendo quindi il derby tra socialisti e popolari.
Evitiamo di inerpicarci nei volantini in calcoli sugli effetti del Fiscal Compact. Evitiamo di andare in giro a dire di votarci perchè siamo stati bravi e ci siamo uniti. La gente, giustamente, risponde che con l’unità della sinistra non si mangia.
Parliamo di condizioni materiali di lavoro e di disoccupazione, di come creare lavoro, di come rimettere in sesto le scuole. Certo, sono temi classici, non nuovi, ma sono stati abbandonati troppo spesso. E visto che si tratta di elezioni europee proviamo a dire anche che non permetteremo che le condizioni di vita materiali vengano peggiorate perchè c’è lo chiede l’Europa.

9. In Italia la destra è forte

Il mondo progressista è caduto dalle nuvole quando è venuto fuori che la nuova legge elettorale permetterebbe a Berlusconi, con le debite alleanze, di vincere al primo turno. Ben svegliati.
La destra italiana è oggi un po’ più debole di qualche anno fa, ma continua a rappresentare un coagulo di interessi materiali e di incarognimento ideologico difficile da sciogliere. L’avventura dei forconi ha dimostrato che l’asse Forza Italia-Lega Nord non ha più il monopolio su questo coagulo, ma anche che è ancora largamente maggioritario.
Si può ben scommettere che Berlusconi tirerà fuori qualche coniglio dal cilindro nell’ultima settimana di campagna. L’ICI, l’IMU, l’euro, quel che sarà, il nodo centrale è che Berlusconi ha capito che esiste un elettorato che mette il naso fuori dal suo guscio solo negli ultimi giorni prima delle elezioni e che viene smosso da messaggi chiari e semplici.

10. La sinistra è debole

E quanto di cui al punto 9 la sinistra non l’ha ancora capito, puntualmente commenta le sparate di Berlusconi (e ora di Grillo) con un senso di superiorità che non fa altro che spingere queste persone nelle braccia dell’avversario.
La sinistra è debole perchè ha autodistrutto il suo radicamento sociale, ha autodistrutto le sue organizzazioni, ha rinnegato le sue idee e ha favorito tutti i processi che hanno disgregato i suoi soggetti sociali di riferimento. Che adesso odiano la sinistra (anche qui, sia radical che moderata).
Tre mesi di campagna elettorale non sono abbastanza per rimediare a tutto questo, ma sono quantomeno il periodo in cui più cittadini sono disposti ad ascoltare i discorsi dei politici, il periodo in cui è più facile far ascoltare un discorso di diversità rispetto a quello che sono stati gli ultimi vent’anni. E attenzione, un discorso, testimoniare nella pratica è un discorso di ben più lungo respiro.

11. Che fare?

Pensare di ricostruire un soggetto politico della sinistra attraverso una competizione elettorale è lo stesso errore fatto dall’Arcobaleno nel 2008, da Sinistra e Libertà e dalla Federazione della Sinistra nel 2009, da Cambiare si Può e da Rivoluzione Civile nel 2012/2013. Le elezioni sono elezioni, si tratta di provare ad eleggere alcuni rappresentanti in un parlamento dai poteri limitati, si tratta di dare un segnale di solidarietà alla Grecia e agli altri paesi della periferia europea attraverso la candidatura di Tsipras.
Se andranno male non sarà stata l’ultima occasione, la storia va avanti e si sono trovate nuove occasioni quando la sinistra era composta da poche migliaia di persone in galera, in clandestinità o in esilio.
Se andranno bene, se si eleggerà qualcuno, potrà essere un passo avanti. Chi cercheremo di far eleggere sarà un pur stimabile professore o un rappresentante di lotte? Sarà impegnato nella difesa e nella promozione degli interessi delle classi popolari?

Machiavelli concludeva Il Principe incitando i Medici a seguirne i consigli per unire l’Italia contro il barbaro dominio straniero. Ora si tratta di liberarsi dal barbro dominio del capitale. 

The problem with China Gini coefficient statistics

Originally posted on Twofish's Blog:

It’s interesting how the media moves from traffic accident to traffic accident. Last years story was on how China was getting polarized between rich and poor and how rural unrest was going to bring down the party. You don’t see those stories any more. The problem with news stories is that they start with a general framework and then try to fit information into that framework. So the framework you start with is the old Marxist idea of class revolution, and then evidence is fit within that framework.

Here is a paper that got me thinking….

http://uschinalawsociety.org/symposium/papers/postconference/pdf/Yasheng.Huang.eng.pdf

Here is a revealing paragraph….

Visitors to China and India often report nearly opposite impressions of the two nations. India assaults one’s senses. People living in open squalors, the lack of sanitary facilities, and massive and sprawling slums in metropolises such as Mumbai and New Delhi easily give rise to the impression that…

View original 715 altre parole