Europee, Italia


Ho sostenuto in un precedente articolo che le europee siano una sommatoria di elezioni nazionali. Questo è tanto più vero in Italia, dove le europee, nonostante un sistema elettorale differente, sono vissute come la rivincita delle elezioni politiche.

40,8% – 80 euro

Confermando le mie scarse capacità divinatorie, prima delle elezioni prevedevo un PD che sarebbe riuscito al massimo a mantenere le percentuali delle politiche grazie al gioco dell’astensione, schiacciato tra la tenuta del 5 Stelle e l’ascesa delle destre. Un errore pacchiano.

++ Fisco:Renzi, nel 2015 realizzeremo quoziente familiare ++

Posso provare a consolarmi dicendo che, in fondo, errori simili siano stati fatti da altri osservatori, ben più blasonati di me. Questo non toglie che il peccato capitale non è tanto non aver imbroccato il risultato, quanto aver ignorato una regola della politica perfettamente conosciuta ma rilegata in un angolo al momento del pronostico: siamo in una fase di voto mobile, sempre più gente decide se e chi votare nell’ultima settimana se non negli ultimissimi giorni, possibilmente sotto la spinta di un messaggio chiaro, forte e netto. Quello che è riuscito a Renzi è, quindi, lo stesso colpo che è riuscito più volte a Berlusconi (aboliremo l’ICI!) e alle politiche 2013 a Beppe Grillo.

Il messaggio forte, chiaro e netto di Renzi sono stati gli 80 euro. Renzi ha dato direttamente in busta quello che vent’anni di concertazione non sono mai riusciti a dare: un aumento di stipendio secco. Intendiamoci, la manovra di Renzi è oggettivamente una porcata, una mancia elettorale che sarà pagata col taglio della spesa sociale in pieno stile Reagan-Thatcher, che probabilmente non sarà replicata l’anno prossimo e che altrettanto probabilmente porterà a nuove manovre finanziarie in autunno. Non c’è però scritto da nessuna parte che i messaggi forti, chiari e netti siano anche lungimiranti. E non si tratta neanche di fare del facile moralismo attaccando chi ha votato Renzi per gli 80 euro, semmai si tratta di capire perché altri non riescano a comunicare nulla di altrettanto forte, chiaro e netto e magari anche lungimirante.

Il risultato di Renzi è oggettivamente una vittoria schiacciante. Non bisogna però commettere l’errore di assolutizzare questa vittoria, quantomeno in termini numerici. Gli 11 milioni e 200mila voti ottenuti da Renzi sono molti di più degli 8 milioni e 600mila di Bersano nel 2013, ma sono anche di meno dei 14 milioni e 100mila di Veltroni nel 2008. Un risultato che con una massiccia astensione garantisce un impressionante 40,8%, ma che ipotizzando un’affluenza come quella delle ultime politiche diventa “solo” un 33%. Ciò che le ultime tornate elettorali ci hanno dimostrato è che questo voto mobile può passare da una parte all’altra, e non è quindi detto che vada ancora a Renzi.

L’avanzata ha anche una parte strutturale: la cannibalizzazione degli alleati montiani. Il PD in questi anni ha dimostrato di essere tuttaltro che il partito litigioso, diviso su tutto e sempre sull’orlo della spaccatura di cui spesso si parla (magari illudendosi in una salvifica scissione della “sinistra dei democratici”). Anzi, il PD ha dimostrato ancora una volta di essere una macchina straordinariamente efficacie nel digerire i propri alleati. È già successo alla Rifondazione Comunista dell’era Bertinotti, all’Italia dei Valori e ora succede alla Scelta Civica di Monti (e in maniera minore al Nuovo Centrodestra di Alfano, che sopravvive grazie alla lobby ciellina): il PD divora l’elettorato degli alleati, per le dirigenze politiche a quel punto la scelta è tra entrare direttamente nel PD o tirare la cinghia al di fuori. Indipendentemente dal fatto che il PD bissi questo risultato, è lecito pensare che l’area politica del centrismo montiano sia stata assorbita e non si ripresenterà se non dopo altri sconvolgimenti della scena politica.

Quella di Renzi è una vittoria schiacciante anche per un motivo tutto interno al mondo PD: Renzi vince senza la CGIL, anzi, contro la CGIL. Renzi da gli 80 euro e dice che chi vota PD non vota la CGIL (ovvero il sindacato che da vent’anni non è stato in grado di dare gli 80 euro). Il PD che aderisce al socialismo europeo è un Partito che rivendica fieramente di operare manovre di stampo neoliberista e di andare contro il sindacato. Cose che d’altronde erano la cifra politica del Labour di Blair e della SPD di Schroeder. La differenza tra Veltroni e Renzi è che Veltroni s’è rifiutato di dare un’identità “socialista europea” al PD nel 2008, nel 2014 i socialisti europei sono talmente spostati a destra che pure Renzi può portarci il suo PD a pieno titolo.

A destra, contro l’Europa?

Il Movimento 5 Stelle ha commesso un errore politico grande come una casa: si è posto l’obiettivo di vincere le elezioni. Avendo beneficiato del bonus del voto mobile alle scorse elezioni, tutti sapevano che i grillini non avrebbero potuto ripetere l’exploit. Se lo scorso autunno qualcuno avesse detto che Grillo (tempestato da tutta la propaganda dei media organici alla grande coalizione di governo) sarebbe arrivato al 21%, sarebbe stato preso per fesso. Quello che, di fatto, è un dato di arretramento fisiologico diventa però una sconfitta bruciante per aver completamente mancato l’obiettivo di superare il PD cavalcando lo scontento anti europeo. A trovarsi schiacciato, stavolta, è stato Grillo. La sua polemica contro la “peste rossa” dei sindacati è stata superata dall’antisindacalismo di Renzi. Le proposte traccheggianti sull’euro (fuori, dentro, facciamo un referendum e poi vediamo…) sono state sorpassate delle campagne della Lega e dei Fratelli D’Italia che parteggiavano per l’uscita senza se e senza ma. L’adesione del 5 Stelle al gruppo di destra di Nigel Farage potrebbe avere conseguenze serie su molti degli eletti pentastellati in giro per l’Italia. Ma, considerata la capacità del MoVimento di infilarsi in varie liste “civiche” di destra alle amministrative, non è scritto da nessuna parte che le fronde dei parlamentari o dei consiglieri si ripercuotano sulla base del consenso elettorale grillino.

Il vero vincitore delle elezioni a destra è Matteo Salvini. Alzi la mano chi immaginava la Lega a questo livello dopo gli scandali del 2012. Io lo facevo, ma più per abitudine a fare il profeta di sventura che per reale convinzione. E sicuramente due anni fa era difficile vedere il processo di LePen-izzazione della Lega. La Lega di Salvini infatti ha svolto una campagna molto poco localista facendo sparire slogan come “prima il Nord” o “il 75% delle tasse devono rimanere in Lombardia”. Al contrario, nelle sue esternazioni anti euro Salvini ha sempre parlato di interessi italiani contrapposti a quelli tedeschi, non di interessi padani. Vale la pena di ricordare che ancora pochi anni fa l’intellighenzia leghista fantasticava di una Padania ancorata alla Germania e all’Euro che lasciava il resto d’Italia alla deriva con la sua lira. I risultati della Lega nei collegi Centro, Sud e Isole non sono particolarmente esaltanti, ma dimostrano la capacità di dirottare i voti delle varie organizzazioni della destra estrema, CasaPound in testa. A rimanere schiacciati da questo gioco sono invece i Fratelli D’Italia che proprio al sud hanno la loro base più forte. È probabile che sia stato proprio l’attivismo leghista tra gli ambienti dell’estremismo di destra a togliere alla Meloni quello zerovirgola che le è mancato per superare lo sbarramento.

Riguardo ai rapporti con l’Europa, è da notare che Claudio Borghi, il più in vista dei candidati no euro nella Lega, sostenuto anche da Bagnai e altri opinionisti in vista, ha ottenuto un risultato deludente. 13 mila preferenza nel Nordovest e appena 2800 voti al Centro. Per dare la proporzione, nei rispettivi collegi Salvini raccoglie 230mila e 32mila preferenze. L’ondata antieuro si dimostra così anche per la Lega, oltre che per Grillo, un sentimento diffuso ma che finisce per non essere decisivo nello smuovere le dinamiche elettorali. Nel caso della Lega, come della stessa Le Pen, è poi questionabile quanto sia un progetto politico realistico e quanto una posa elettorale.

L’Altra Europa.

La Lista Tsipras l’ha fatta. Nonostante se stessa.

L’Altra Europa è, insieme a Scelta Europea, l’unica lista ad aver accentuato la dimensione europea delle elezioni mettendo il nome del candidato alla Presidenza della Commissione Europea nel simbolo. Miseramente fallita l’operazione dei centristi, quella delle sinistre passa per un risicatissimo 0,03%, circa ottomila voti assoluti. Come accennavo nel precedente post sulle elezioni, L’Altra Europa può considerarsi un’esperienza positiva in termini di eletti ma non in termini di voti assoluti. Nel 2009 la Lista Comunista (Rifondazione + PdCI) prendeva il 3,4% con 1 milione di voti, Sinistra e Libertà il 3,1% con 950mila voti e il Partito Comunista dei Lavoratori lo 0,5% con 150mila voti. Totale delle sinistre “radicali”:7% con più di 2 milioni di voti.

Alle europee del 2014 invece tutte le sinistre unite hanno raggranellato il 4,03% con 1 milione e 100mila voti. A poco può servire aggiungere i 250mila voti dei Verdi o il raccolto ancora più magro dell’Italia dei Valori. Il risultato dice che l’arretramento delle sinistre continua e che ci si è salvati solo grazie a una lista unitaria tenuta insieme con lo spago. E, a voler essere del tutto onesti, il risultato è stato raggiunto grazie anche alla mancanza di una qualunque altra lista di sinistra radicale sulla scheda. In questo senso, il tanto vituperato vincolo delle 150mila firme per presentare la lista è stato il miglior alleato dell’Altra Europa.

L’Altra Europa ha rotto molte tradizioni delle liste di sinistra in Italia, l’unico elemento identitario è il colore rosso, per il resto dal simbolo è scomparso tutto l’armamentario: bandiere rosse, falce martello, il tricolore, la stessa parola “sinistra”. Durante il processo di formazione della lista l’assenza della parola sinistra ha suscitato montagne di polemiche. La decisione è stata presa dai garanti per andare a caccia tra chi “non si definisce né di destra né di sinistra”. Un giro di parole per dire che si puntava all’area degli scontenti del 5 Stelle. Il bilancio dell’operazione è di un completo fallimento della tattica elettorale.

I dati dell’Istituto Cattaneo parlano chiaro: L’Altra Europa soffre ovunque una perdita in media del 2% dei voti verso l’astensione. Aldilà dell’analisi statistica, per chi ha fatto campagna elettorale, non è difficile individuare quel flusso in persone che semplicemente non hanno capito che quella era la lista della sinistra. La mancata caratterizzazione di sinistra si rivela quindi una decisione potenzialmente suicida che ha impedito di raccogliere il minimo della somma tra Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà, ALBA e le altre sigle minori. In compenso nelle città analizzate, non si registra nessun flusso di voti significativo dal M5S alla Lista Tsipras. Tutti i voti grillini in uscita finiscono a Renzi, alla Lega o nell’astensione.

La composizione del voto alla Lista Tsipras rivela due caratteristiche distinte ma incrociate. Si tratta principalmente di un voto urbano, non è difficile capire che la dove si concentrano più militanti, la lista riesce a fare una campagna elettorale migliore e addirittura a vincere la prova della Piazza come col comizio di Tsipras a Bologna. Ma all’interno dello stesso risultato urbano appare un’altra dicotomia: il voto si concentra nei quartieri centrali e si dirada nelle zone popolari. Un esempio eclatante è quello di Bologna dove il voto a L’Altra Europa segue un percorso esattamente inverso a quello che un anno fa ebbe il referendum contro i soldi pubblici alle scuole private.

Il problema, quindi, è sia di presenza militante sia di come s’impiega la militanza. Le forze raccolte attorno alla lista, per quanto determinate ed energiche, hanno potuto ovviare solo in parte al profilo moderato impostato dai garanti. Vantarsi di avere una discreta componente giovanile (cosa che potevano vantare sia L’Arcobaleno sia Ingroia) non può far dimenticare che si tratta di una componente prevalentemente ad altra istruzione in contatto con le varie strutture politiche universitarie che hanno partecipato al progetto Tsipras (basti pensare agli ottimi risultati in termini di preferenze a Riccio e Quarta). Non può in nessuna maniera compensare che pur esibendo candidature operaie e appoggio esplicito da pezzi di sindacato la sinistra è ulteriormente arretrata nei settori del lavoro manuale, recuperando invece qualcosa tra i cosiddetti “lavoratori della conoscenza”.

Dopo

Il dibattito avviato all’interno dei sostenitori della Lista Tsipras non appare particolarmente esaltante. La migrazione di una parte del ceto politico vendoliano verso il PD era scontata già da anni, rimanevano un’incognita i tempi e modi che possiamo ora apprendere da i giornali.

La modalità dell’accettazione dell’elezione da parte di Barbara Spinelli rivela però un altro nervo scoperto della lista: pur propagandando metodi partecipativi in qualunque contesto, L’Altra Europa è stata di fatto costruita attraverso un lavoro estremamente verticistico. Che fosse necessario per costruire la lista in tempi brevissimi è un conto, altro conto è questo atteggiamento prosegua dopo le elezioni. In particolare, nella vicenda Spinelli/Furfaro si è lasciato che la reale motivazione politica della rottura fosse materia per voci da corridoio mentre tutti i giornali si scatenavano accusando Spinelli di essere venuta meno alla parola data. Non sarebbe stato meglio, molto meglio, se si fosse dibattuto pubblicamente del rapporto che l’eletto di SEL avrebbe tenuto col Partito Socialista Europeo? Non sarebbe stato meglio discutere pubblicamente del fatto che aderire a un gruppo piuttosto che a un altro non è questione di lana caprina ma sostanza politica?

Proseguendo con questo metodo si favorisce un lento ritorno ai punti di partenza: comunisti isolati, Vendola col PD, movimentismo civile frammentato. Il tutto ovviamente distaccato dal conflitto sociale.

Eppure, proprio i risultati di PD, delle destre e del 5 Stelle dovrebbero suggerire che per le sinistre sarebbe giunto il momento di darsi una svegliata.

 

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One thought on “Europee, Italia

  1. La qualità delle tue analisi ha sempre dell’invidiabile, tanto di cappello, anche se giunto al termine del tuo scritto, a livello materialmente tattico, non trovo sufficiente chiarezza in merito a quel “darsi una svegliata”.

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