Europee a sinistra, parlarne seriamente.


Le elezioni  europee non sono europee. Sono una sommatoria di elezioni nazionali. Specialmente per quanto riguarda le sinistre, è difficile riscontrare tendenze riscontrabili in tutti i paesi e neanche per gruppi di paesi. Al contempo, non sono neanche direttamente paragonabili alle elezioni politiche nazionali, molto diverse le affluenze, spesso diverso l’atteggiamento dell’elettorato, spesso diverse le leggi elettorali.

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Analizzare il risultato delle sinistre quindi richiede un ritorno al principio base dell’analisi elettorale: ogni elezione si paragona solo con un’elezione omologa. Un principio che molti, pur avendo una certa esperienza, hanno dimenticato per strada…

Cosa sono le sinistre in Europa?

Non analizzo qua il risultato dei partiti di “sinistra moderata” che fanno riferimento al Partito del Socialismo Europeo e al suo gruppo Socialisti e Democratici. Il perché è auto evidente.

Non analizzo nemmeno il risultato dei Verdi. Ci sono due motivi. 1) La “famiglia” dei verdi europei ha da tempo intrapreso un cammino verso un ecologismo post ideologico. I capofila di questa transizione sono i Verdi tedeschi (Grune90), che ultimamente è lecito considerare posizionati alla destra della socialdemocrazia (SPD), dopo aver sostenuto il Fiscal Compact ed essersi proposti come alleati di governo della Merkel. Su questa posizione non c’è unanimità né all’interno degli stessi Grune90 né nel gruppo, però è un dato di fatto che in larga parte degli ecologisti europei prevale una tendenza all’alleanza con la socialdemocrazia. 2) Oltre ai travagli ideologici degli ecologisti veri e propri, il gruppo dei Verdi include anche l’Alleanza Libera Europea, un raggruppamento di vari gruppi autonomisti “progressisti”. Sulla definizione di progressisti si può discutere a lungo, ma per quanto riguarda il mio discorso, basta ricordare che quest’Alleanza spazia dai nazionalisti socialdemocratici scozzesi ai liberal conservatori fiamminghi.

Quello che analizzo, è il risultato delle sinistre che in Italia chiameremmo “radicali”. Sono forze politiche che fanno riferimento al gruppo della Sinistra Unitaria Europa/Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL), al Partito della Sinistra Europa, all’Iniziativa dei Partiti Comunisti e Operai. Si tratta evidentemente di un gruppo estremamente eterogeneo, accomunato fondamentalmente dall’indipendenza, sia in Europa che nei singoli stati, dalle sinistre moderate. Non a caso, il gruppo agisce in maniera confederale, che vuol dire che un partito o anche un singolo eurodeputato in disaccordo con la posizione del gruppo non ha nessun obbligo di voto secondo disciplina.

I risultati del GUE

Alla prima riunione di costituzione il GUE/NGL ha registrato l’adesione di 52 eurodeputati, il risultato più grande dalla fondazione del gruppo, peraltro arrivando da una legislatura tre le più magre per il gruppo.

Legislatura Membri sul totale
1995-1999 34/567
1999-2004 42/626
2004-2009 41/732
2009-2014 35/766
2014-2019 52/761

È da notare che il quinquennio 2009-2014 vanta un eurodeputato un più di quello ’95-’99 ma su un numero maggiore di deputati e che proprio alla fine della legislatura due deputati del Partito Comunista Greco (KKE) hanno annunciato l’abbandono del gruppo.

Il sindacato del KKE

Il sindacato del KKE

La distribuzione dei membri eletti nel gruppo è così composta.

Stato/Partito o lista Percentuale Cambiamento Seggi Cambiamento
Cipro – Partito Progressista dei Lavoratori AKEL 26,98% -7,92% 2 2
Repubblica Ceca – Partito Comunista di Boemia e Moravia – KCSM 10,98% -3,2% 3 -1
Danimarca – Movimento Popolare Contro l’Unione Europea – FmodEU 8,1% +0,9% 1 0
Finlandia – Alleanza di Sinistra – V 9,3% +3,4% 1 +1
Francia – Fronte della Sinistra – FdG 6,61% +0,13% 4 -1
Germania – La sinistra – Linke 7,39% -0.1 7 -1
Germania – Animalisti – TP 1,25% 0,1 1 +1
Grecia – Coalizione della Sinistra Radicale – SYRIZA 26,57% 21,87% 6 +5
Irlanda – Noi Stessi – Sinn Fein SF 19,5% 8,3 3 +3
Irlanda – Flanagan – Indipendente 7,48 Non presentato 1 +1
Italia – L’Altra Europa con Tsipras 4,03% -2,49% 3 +3
Olanda – Partito Socialista – SP 9,6% +2,5% 2 0
Olanda – Animalisti – PvdD 4,2% +0,6% 1 +1
Portogallo – Blocco di Sinistra – BdE 4,6% -6,2% 1 -2
Portogallo – Coalizione Democratica Unitaria – CDU 12,7% +2% 1 -2
Spagna – Sinistra Plurale – IP 9,99% +6,28& 6 (1 eletto nel gruppo dei Verdi) +4
Spagna – Possiamo -Podemos 7,97% Non presentato 5 +5
Spagna – I popoli decidono – BILDU 2,07% +0,95% 1 +1
Svezia – Partito della Sinistra – V 5,66% +0,65% 1 0
Regno Unito – Noi Stessi – Sinn Fein SF 0,97% +0,16% 1 0

Vale anche la pena di guardare i risultati di alcuni partiti che non sono riusciti a eleggere e del KKE, appena fuoriuscito dal gruppo.

Stato/Partito o lista Percentuale Cambiamento Seggi Cambiamento
Austria – Europa Differente (Comunisti + Pirati) – (ANDERS) 2,14% +1,49% (rispetto ai soli comunisti) 0 0
Belgio – Partito dei Lavoratori – PvdA/PTB 3,51% +2,46% 0 0
Bulgaria – Sinistra Bulgara -BL 0,5% Nel 2009 non esisteva 0 0
Croazia – Partito del Lavoro – HLSR 3,4% -2,37% 0 -1
Ungheria – Partito Operaio Ungherese Non Presentato -0,96% 0 0
Irlanda – Partito Socialista – SP 1,8% -0,9% 0 -1
Lettonia – Partito Socialista – LSP 1,54% -11,6% (in coalizione col Partito Socialdemocratico) 0 -1
Lussemburgo – La Sinistra –Lenk 5,76% 2,36% 0 0
Lussemburgo – Partito Comunista – KPL 1,5% 0 0 0
Polonia – Partito del lavoro Non presentato -0,7% 0 0
Slovenia – Sinistra Unita – ZL 5,47% Non presentata 0 0
Grecia – Partito Comunista di Grecia – KKE 6,09% -2,26% 2 0

 

Gli eletti nelle liste delle sinistre in Europa sono quindi 55. Il risultato però richiede di essere analizzati più in profondità. Come già detto i 2 eletti del KKE greco non andranno nel GUE/NGL preferendo, pare, non iscriversi a nessun gruppo. 1 eletto della Sinistra Plurale spagnola (alleanza tra la Sinistra Unita social-comunista e forze minori di sinistra ed ecologiste) andrà coi verdi. Queste sole “defezioni”, per quanto prevedibili, portano il gruppo a 52 elementi, uno in meno del gruppo verde che, mentre scrivo, contra 53 aderenti.

Edit 22 Giugno: in seguito a rimescolamenti vari, il gruppo verde è passato a soli 50 membri.

GUE/NGL

GUE/NGL

La geografia delle liste che non eleggono, o che addirittura non presentano alcuna lista (mancano dalle tabelle, Romania, Malta, Lituania ed Estonia) dimostra la difficoltà delle sinistre a rimettere piede in molti paesi ex socialisti, se non affidandosi a fenomeni estemporanei e difficilmente ripetibili come i croati del HLSR o i lettoni dell’LSP. D’altra parte si presentano a queste elezioni con risultati degni di nota, per quanto piccoli, i risultati della Sinistra Unita slovena e dell’ANDERS austriaco, su cui il Partito della Sinistra Europea ha fatto un discreto investimento. Investimento che è andato anche alla Sinistra Bulgara che raccoglie però un risultato molto sotto le aspettative che prevedevano un 3%.

Discorso diverso è quello fattibile per alcune forze come i belgi e i lussemburghesi che ottengono risultati buoni (soprattutto i belgi, considerando che pochi anni fa sembravano in via d’estinzione) ma non eleggono a causa delle soglie molto alte.

Andando ai paesi che eleggono, la parte del leone nel risultato è fatta dalla SYRIZA greca e dalle varie sinistre spagnole. È da notare che mentre era abbastanza scontata l’adesione al GUE/NGL da parte di Podemos, non altrettanto era quella dell’eletto del BILDU, dato che la coalizione di indipendentisti I Popoli Decidono coinvolge anche movimenti locali che in Europa farebbero riferimento ai verdi o ai liberali.

Erano indecisi se fare sta roba o convocare un twistorm

Erano indecisi se fare sta roba o convocare un twistorm

Un risultato importante è quello dell’Italia che torna al Parlamento Europeo con 3 eurodeputati. Un risultato però complesso, inferiore in percentuale e in voti alla somma della Lista Comunista di Sinistra E Libertà nel 2009. La stessa tenuta del gruppo di eletti all’interno del GUE/NGL è stata messa in discussione immediatamente dopo le elezioni portando al balletto di Spinelli e alle polemiche di Maltese. Sicuramente è difficile pensare che una liste che su 3 eletti porta due opinionisti di Repubblica sia del tutto considerabile come sinistra “radicale”.

Le sinistre di Francia e Germania portano a Bruxelles un deputato in meno a testa pur rimanendo sostanzialmente stabili in percentuale. La differenza è che in Germania questo accade perché l’abbattimento (sacrosanto) della soglia di sbarramento redistribuisce seggi anche a partiti attorno all’1%. In Francia, invece, è da notare che nel 2009 alla sinistra del Fronte della Sinistra esisteva ancora il Nuovo Partito Anticapitalista capace di raccogliere il 4,88% dei voti (senza eleggere). L’NPA s’è poi scisso in varie fazioni di cui una confluita nel Fronte.

In Irlanda il Sinn Feinn guadagna su tutti i fronti, nonostante l’incarcerazione del leader Gerry Adams a un mese dal voto, e guadagna tre parlamentari. È da notare che nel 2009 i trozkisti del Partito Socialista riuscivano a eleggere un eurodeputato grazie alla concentrazione del loro 2,7% tutto nella circoscrizione di Dublino, impresa non riuscita nel 2014.

Il Regno Unito rimane un buco nero per le sinistre. L’unico deputato eletto è quello del Sinn Fein in Nord Irlanda (dove lo 0,97% a livello nazionale significa un 25,5% nella circoscrizione!), mentre la neo-fondata Left Unity (anche questa, con un discreto appoggio politico della Sinistra Europea), s’è presentata soltanto ad alcune elezioni locali ottenendo risultati dignitosi ma in nessun modo confrontabili con le europee.

Un ultimo sguardo va dato all’afflusso di membri nel GUE/NGL dopo le elezioni. È il caso degli animalisti tedeschi e olandesi, entrambi difficilmente inquadrabili come prettamente “di sinistra”. Caso a parte è quello di Luke Flanagan, indipendente irlandese, noto per battaglie sulla legalizzazione delle droghe.

Si può considerare una vittoria?

A livello di parlamentari eletti in liste di sinistra radicale, di appartenenti al GUE/NGL e di peso percentuale del GUE/NGL nel parlamento, è sicuramente la miglior legislatura per le sinistre radicali dopo la fine dell’URSS.

PCP

PCP

In Italia è sicuramente stata vissuta come una vittoria per il ritorno delle sinistre in parlamento, personalmente non posso fare a meno di essere ampiamente soddisfatto per l’elezione di Eleonora Forenza del PRC. Dopo una lunga serie di sconfitte elettorali i comunisti sono tornati in un’assemblea di livello nazionale con una lista indipendente dal centrosinistra. Dopo il disastro di Rivoluzione Civile nessuno l’avrebbe mai detto. Ma questo dovrà essere analizzato in dettaglio in altra sede.

Alcune voci si sono levate per smorzare gli animi della festa. Quella di Rossana Rossanda, in particolare, le cui obiezioni sono però traballanti. A differenza di quanto sostiene la storica fondatrice del Manifesto, infatti, con la candidatura di Alexis Tsipras il Partito della Sinistra Europea non intendeva affatto lanciare una realistica scalata alla Presidenza della Commissione Europea. Fin dal Congresso di Madrid, la Sinistra Europea ha inteso la presentazione di una candidatura alla Presidenza come un mezzo per illustrare le contraddizioni dell’Unione Europea. L’idea che l’obiettivo fosse vincere (cosa chiaramente irrealizzabile!) è forse solo una conseguenza del dibattito ultra personalista che si è avviato in Italia sulla “lista Tsipras”.

Il vero problema, è che si puntava a un risultato più alto.

Gruppo Seggi Cambiamento dal 2009
Popolari (EPP) 221 -53
Socialisti e Democratici (S&D) 191 -5
Liberali e Democratici (ALDE) 83 -20
Verdi – Alleanza Libera Europea(G-EFA) 52 -5
Conservatori e Riformisti Europei (ECR) 63 +6
Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL) 52 +17
Europa di Democrazia e Libertà (EFD) 45 +14
Alleanza Europea per la Libertà (EAF) 38 (nuovo)

A una rapida occhiata, appare chiaro che i partito “del sistema” sono andati indietro. In particolari EPP e ALDE, ma anche S&D e G-EFA. La dinamica italiana incide profondamente sugli equilibri tra i gruppi. Dei 20 membri persi dai liberali, 7 sono dell’IdV, al contrario i socialisti limitano le perdite anche grazie ai 10 seggi in più guadagnati da Renzi.

In una dinamica più complessa è invece l’ECR, che insieme ai Tories inglesi raggruppa anche partiti di varia provenienza. Se è possibile indicare pienamente come “destra populista” i polacchi di Legge e Famiglia, è difficile inquadrare così Alternativa per la Germania, il partito dei tecnocrati anti euro di Berlino.

Segna una crescita notevole anche EFD, il gruppo dello UKIP di Farage e, ormai, anche di Beppe Grillo che dall’Italia porta in dote 17 parlamentari che compensano la fuoriuscita della Lega Nord. Aldilà del dibattito sul posizionamento politico del 5 Stelle (e personalmente spero che questa mossa contribuisca a una sana scissione), EFD è un gruppo chiaramente di destra radicale. Di quella destra radicale che mescola nazionalismo e liberismo e opposizione all’integrazione europea.

L’EAF è, mentre scrivo, ancora un’incognita. Se Marine Le Pen riuscisse a formare un gruppo parlamentare dietro al suo Front National, si tratterebbe del gruppo col guadagno più marcato. Non è però detto che ce la faccia. Il progetto di modernizzazione del partito operata da Le Pen Junior infatti prevede di tagliare i ponti con le destre esplicitamente nazista: fuori quindi Jobbik ungherese, Alba Dorata greca e NPD tedesco. Dentro invece chi intende seguire Marine, come Matteo Salvini, in un percorso della costruzione della destra fascista in doppio petto a livello europeo. Recuperare eurodeputati da 7 paesi per poter istituire un gruppo rimane quindi un problema, se non ci riuscisse ora, Le Pen comunque ha di fronte 5 lunghi anni in cui qualche deputato di destra può cambiare idea (capita spesso a quelli dell’UKIP che litigano con Farage) e soprattutto può contare su un sistema di alleanze che per ora pare ben più politicamente compatto di ECR e EFD.

Il GUE/NGL, in tutto questo, guadagna ma non quanto ci si era prefissati negli obiettivi. Certo, gli obiettivi non erano fissati nero su bianco, ma erano almeno due: scavalcare i verdi e compensare la crescita dell’estrema destra. Dopo le defezioni più recenti, i Verdi sono scivolati sotto di due europarlamentari (ed è importante, come spiega Agnoletto), ma soprattutto le destre estreme eleggono un centinaio di parlamentari, includendo anche elementi chiaramente estremisti come l’ungherese Orban che rimane integrato nei Popolari.

Come e perché i partiti del GUE/NGL non abbiano centrato questi obiettivi, è una questione che riguarda ogni singola elezione nazionale. Di sicuro è stata spazzata via l’illusione che ci fosse una tendenza automatica alla crescita delle sinistre.

Le tendenze

Dopo le elezioni è cominciata la ricerca di una tendenza unitaria, di una dicotomia, che spiegasse facilmente e univocamente perché è andato bene chi è andato bene ed è andato male chi è andato male.

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Toni Negri scrive che la dimensione nazionale e “sovranista […] è un terreno su cui solo la destra […] vince. Al lato opposto, Aldo Giannuli sostiene che la protesta ha premiato i partiti che si sono dichiarati apertamente contro l’Euro e la Ue (è sintomatico che il Pc portoghese, che aumenta, è fra quelli della sinistra che si sono pronunciati contro l’Euro, come del resto il Kke). La complessità dei risultati smentisce entrambi i risultati, se in Grecia vince pienamente Syriza con la promessa di non uscire dall’euro (ma, dettaglio spesso omesso, con un ampio dibattito interno sulla questione), in molti paesi avanzano forze sovraniste: la CDU in Portogallo, il Movimento Popolare contro l’UE in Danimarca, il Partito Socialista in Olanda e così via. D’altra parte, non pare che la scelta nettamente europeista de L’Altra Europa abbia portato a grandi risultati;

La polemica sempre più feroce del KKE contro la Sinistra Europea ha portato alcuni a pensare che l’adesione o meno al Partito a livello europeo potesse influenzare il risultato. In realtà, risultano in crescita sia partiti fortemente integrati nella SE (Syriza, Izquierda Plural, per esempio) sia partiti autonomi (Sinn Fein, CDU portoghese, SP olandese). Alla stessa maniera del primo gruppo risultano in difficoltà o in calo partiti come Blocco di Sinistra e la stessa Lista Tsipras. Tra gli indipendenti è proprio il KKE ad arretrare.

A questo turno non pare sia possibile trovare tra i partiti del GUE/NGL forze che risentano di una partecipazione al governo come poteva essere Rifondazione Comunista nel 2009. Forse l’unico partito a poter rientrare in una dinamica del genere è l’AKEL cipriota che non riesce più a tornare sulle percentuali di quando riuscì a eleggere il Presidente della Repubblica. D’altra parte, questo vuol dire che neanche stare in opposizione garantisce una rendita sicura.

Ovviamente tutto questo non vuol dire che il posizionamento rispetto all’euro e al processo di integrazione europea, che la cultura politica e la struttura organizzativa delle singole forze politiche e che tantomeno il rapporto con la questione del governo siano bruscolini. Il fatto, mi sembra, è che la performance di un partito di sinistra non può non essere collegata all’andamento reale del conflitto tra capitale e lavoro.

Una dicotomia che appare utile per capire una parte di questa realtà può essere quella centro-periferia, una contrapposizione che stiamo stati abituati a immaginare tra il “nord” e il “sud” del Mondo, indirettamente segno dello sfruttamento delle classi dominanti del nord su tutti i sud, che ora si ripresenta in maniera sempre più lampante all’interno dell’Unione Europa. In questo senso, vediamo che le grandi avanzate della sinistra oggettivamente si hanno solo in periferia: Grecia, Irlanda, Spagna, parzialmente Portogallo. Nel centro rimangono invece forze di sinistra che non sembrano in questo momento capaci di spezzare il circolo perverso che oppone gli interessi delle classi subordinate del centro a quelli delle classi subordinate delle periferie: la Linke tedesca. In mezzo, si muovono paesi più o meno integrati nell’economia del centro in cui le sinistre galleggiano senza riuscire a dare un colpo di reni: Italia e Francia (in diminuzione), Belgio e Olanda (in leggere aumento).

La collocazione centro-periferia però non può spiegare tutto. Alla fine c’è un elemento che riguarda ogni singolo paese in maniera diversa: la conflittualità sociale (in primis, nella forma di conflitto tra capitale e lavoro) e se come i partiti di sinistra vi partecipano.

Nel saggio Vecchi e Nuovi Soggetti Sociali Critici e Antagonisti  in Europa, Alfonso Gianni cita una serie di paesi in cui attorno al 2012 c’è stata una tendenza all’aumento del conflitto: Belgio, Bulgaria, Cipro, Estonia, Germania, Italia, Grecia, Portogallo e Spagna. Si tratta di paesi sia periferici sia centrali, con partiti di sinistra molto diversi fra loro. Incrociando questi dati si può provare, però, a trarre delle conclusioni.

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Una vita fa

In Germania, come già detto, la Linke vive una crisi tra il mantenimento del livello relativamente alto della qualità della vita dei lavoratori dipendenti (e, in particolare, di quella fascia di “aristocrazia operaia” che fa riferimento ai sindacati dove la Linke è più radicata) e la consapevolezza dei danni alle classe subordinate dei paesi periferici.

In Italia, i partiti della sinistra sono da tempo ininfluenti sulla lotta sindacale e cercano di mascherare la mancanza di linea sindacale con l’adesione di questo (Landini) o quel (Cremaschi) sindacalista al cartello elettorale di turno. Per di più, quella piccola ripresa di conflitto sociale che sembrava delinearsi tra 2010 e 2011 grazie alla coppia movimento studentesco-FIOM è andata via via perdendosi fino alla situazione attuale in cui lo sciopero generale della CGIL è diventato un mitico animale da bestiario.

In un Belgio sorprendentemente (per la sua storia di paese “pacifico”) in aumento di lotta di classe, il Partito dei Lavoratori, che nelle ironie di molti fini strateghi della sinistra nostrana sembrava destinato all’estinzione, torna a essere una forza politica con un ruolo da giocare grazie a un serio lavoro di radicamento nella classe di lungo periodo.

In Grecia, il livello dello scontro e la capacità delle sinistre di farvi parte (sia Syriza, sia KKE hanno le loro correnti sindacali organizzate) sono note, al punto che le sinistre radicali hanno completamente ribaltato i rapporti di forza rispetto alla sinistra moderata.

Portogallo e Spagna sembrano avere una storia comune ma con un finale, per ora, diverso. Entrambi i paesi sottoposti a pesantissime misure di austerità, hanno entrambe avuto un aumento di conflitto sindacale e di mobilitazione sociale più vasta.
Però in Spagna la mobilitazione dei cosiddetti indignados ha tenuto botta e ha saputo darsi forme continuative oltre agli accampamenti in piazza. Sindacati e movimenti hanno portato acqua ai mulini di tutte le sinistre: Izquierda Unida/Plural incassa l’influenza nel sindacato CCOO e già due anni fa eleggeva in parlamento un portavoce degli indignados, Podemos si propone direttamente come “partito degli indignati”, più legato a questioni “moralistiche” come la corruzione.
In Portogallo, dopo la fase di piazza il movimento “si fotta la Troika” s’è via via ritirato, lasciando il conflitto sociale tutto sulle spalle del sindacato, in particolare sulla CGTP il cui segretario è membro del Partito Comunista. In questo senso, è possibile leggere l’avanzata della CDU (di cui il PC è la colonna portante) e l’arretramento del Blocco di Sinistra come lo specchio del mantenimento del conflitto sindacale e l’arretramento del movimentismo.

Si tratta ovviamente di un’analisi rozza e semplificata. La mia conclusione personale è che, come dicevo in avvio, ci sono state 28 elezioni nazionali ed ognuna è stata una storia a parte, perché nonostante il processo di “integrazione” europea le società rimangono diverse ed invece che omologarsi, divergono e per di più vengono rinfocolati odi nazionali ed etnici. Le sinistre all’interno di questo quadro ottengono un risultato di miglioramento ma insufficiente anche solo a porsi come contraltare alla radicalizzazione delle destre. Il compito di un partito di sinistra, e per di più di uno comunista, non può essere quello di aspettare pazientemente i prossimi cinque anni (sperando che l’UE ci sia ancora) per giocarsi la carta del leader che avrà il vento in poppa nel 2019. Dovrebbe essere quello di riannodare pazientemente i fili con le classi subordinate. La semplicità difficile a farsi.

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