Italicum

Perchè scrivere quando c’è chi dice molto meglio le cose?

Una testa, un voto: perché il proporzionale è la lezione fondamentale della rivoluzione francese. E perché, in Italia, è la democrazia

di Gianpasquale Santomassimo, Il Manifesto 29 gennaio 2014   Tutti hanno potuto con­sta­tare il crollo ver­ti­cale di cre­di­bi­lità e di rap­pre­sen­tanza che la poli­tica ha vis­suto negli ultimi vent’anni. Eppure per­si­stono leg­gende radi­ca­tis­sime che demo­niz­zano la “prima Repub­blica”. C’erano troppi par­titi, si dice. Erano media­mente sette: nulla a che fare con gli oltre qua­ranta rag­grup­pa­menti cen­siti all’epoca dei governi di Sil­vio Ber­lu­sconi. C’erano pic­coli par­titi, si dice. C’era qual­che pic­colo par­tito, digni­toso e pieno di sto­ria, come il par­tito repub­bli­cano di La Malfa: nulla a che fare con gli “amici di Mastella”, i “respon­sa­bili” di Sci­li­poti e via dicendo. Cam­bia­vano troppi governi, si dice, vero, ma si dimen­tica la sostan­ziale con­ti­nuità di un sistema poli­tico che ha avuto pochis­sime svolte nell’arco della sua esi­stenza. Se si fosse voluto vera­mente ovviare a que­sto pro­blema si poteva inse­rire in Costi­tu­zione il prin­ci­pio della sfi­du­cia costrut­tiva, che garan­ti­sce la sta­bi­lità della più solida demo­cra­zia euro­pea, quella tede­sca, che era – con molte dif­fe­renze — anche la più vicina al nostro ordinamento. E a pro­po­sito di sistema tede­sco, va ricor­dato come, nel suo totale anal­fa­be­ti­smo isti­tu­zio­nale, Mat­teo Renzi abbia dichia­rato più volte che è incon­ce­pi­bile che la Mer­kel pur avendo vinto le ele­zioni sia stata costretta a fare “inciuci” con le oppo­si­zioni. Ma si chiama demo­cra­zia par­la­men­tare, non è la “Ruota della For­tuna”, per gover­nare devi avere una mag­gio­ranza in par­la­mento, e anche prima delle ultime ele­zioni la Mer­kel non aveva la mag­gio­ranza asso­luta ma gover­nava assieme ai libe­rali, ora scom­parsi dal par­la­mento. E non è vero che “in tutto il mondo” la mino­ranza che prende un voto in più delle altre si prende tutto il cucuz­zaro, come ritiene il poli­tico di Rignano sull’Arno: que­sta assur­dità esi­steva solo nel nostro sistema elet­to­rale che la Corte ha dichia­rato inco­sti­tu­zio­nale. […] Si usa dire, anche a sini­stra, che il pro­por­zio­nale ren­de­rebbe obbli­ga­to­rie le lar­ghe intese. Non è affatto vero: per­ché un sistema elet­to­rale com­porta scelte diverse da parte degli elet­tori, come si vide nell’Italia del 1919 (e come, in nega­tivo, abbiamo visto nell’Italia del 1994), e un voto libero da assilli e ricatti di voto “utile” o coar­tato può final­mente rispec­chiare il paese reale e dar­gli rap­pre­sen­tanza. Certo que­sto sistema richie­de­rebbe comun­que intese come è nella nor­ma­lità della demo­cra­zia par­la­men­tare, e richie­de­rebbe capa­cità di far poli­tica, di tro­vare media­zioni, di dare rap­pre­sen­tanza alla com­ples­sità della società. Temo che qui si apri­rebbe una bat­ta­glia molto dif­fi­cile, soprat­tutto a sini­stra, dove la droga mag­gio­ri­ta­ria ha fatto per­dere com­ple­ta­mente la cogni­zione della realtà e dei rap­porti di forza. Non riguarda solo il Pd, nato con una “voca­zione mag­gio­ri­ta­ria” (che in genere è ser­vita a creare mag­gio­ranze altrui), ma anche i cespu­glietti subal­terni che non sareb­bero in grado di supe­rare il quo­rum ma con­du­cono vita paras­si­ta­ria in sim­biosi con l’organismo del par­tito maggiore. Per leggere tutto clicca qui. renzi_riformaelettoraleR439_thumb400x275 Ma alcune cose da aggiungere ci sono. Innanzitutto, l’Italicum è una brutta legge elettorale, ce ne avevamo una brutta (la famosa “porcata”), la Corte Costituzionale aveva fatto un lavoro di taglia e cuci che consegnava una legge decente, ovviamente non era realistico che potesse durare. Tra i tanti problemi dell’Italicum il fatto che possa consegnare la maggioranza assoluta a Renzi non è neanche il più grosso. Con l’Italicum qualunque avventuriero populista potrebbe avere la maggioranza assoluta (Grillo se dice bene, Salvini se dice male, qualcosa di peggio di tutti e tre che ancora non vediamo se ci dice malissimo), senza che ci sia una qualche possibilità di dare battaglia dall’opposizione. L’impressione è che gli apprendisti stregoni stiano evocando il modello francese mentre sono gli stesso apprendisti stregoni francesi a essere impanicati dall’idea che la Le Pen possa vincere il ballottaggio. Nell’Italia 2015 ci si può aspettare di fare la mobilitazione per la salvezza della Repubblica come in Francia nel 2002 al ballottaggio Chirac-Le Pen (padre)? In secundis, Mattarella. Quando viene eletto a un’alta carica dello stato che non sia un mafioso, un ladro o un buffone con tanto di naso rosso, parte sempre la retorica su quanto cambiamento ci si possa aspettare (vedi Boldrini e Grasso). All’elezione di Mattarella uno degli argomenti forti era:”Stava nella Corte Costituzionale che ha bocciato all’unanimità il Porcellum, vedrete che non farà sconti neanche a Renzi”.

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Infatti…

La Corte Costituzionale ha segato premi di maggioranza spropositati e l’impossibilità di “scegliere i parlamentari”. La risposta dell’Italicum è di dare il premio di maggioranza al primo turno al 40%, oppure al secondo turno. Per quanto riguarda la “scelta”, invece, c’è il sistema dei capilista bloccati che, con collegi più piccoli, vuol dire che comunque saranno molto pochi gli eletti tramite preferenza e moltissimi quelli tramite capilista bloccati. Ora, è evidente a tutti che si tratta di aggiustamenti cosmetici, rimane la sostanza che c’è un premio di maggioranza spropositato che trasforma la “maggior minoranza” in una maggioranza assoluta e che la “scelta dei parlamentari” rimane in larghissima parte fatta a prescindere da chi decide la composizione delle liste. Quindi, perchè Mattarella ha firmato? Quattro opzioni: 1) Mattarella è convinto che gli aggiustamenti siano di sostanza e non cosmetici. Di fatto è la tesi sostenuta dai costituzionalisti di regime, quelli che con sprezzo del ridicolo vanno in tv a dire che è stata istituita una “soglia minima del 50%”. Verrebbe da chiedersi che sostanza assumono per confondere ballottaggio e soglia minima, ma tant’è, è una tesi che ha cittadinanza nel giro che conta. 2) Mattarella ha dubbi sugli aggiustamenti ma ritiene che una questione cosi “di fino” debba essere affrontata, un’altra volta, dalla Corte e non dal Presidente della Repubblica. Anche questa tesi, cioè che il controllo costituzionale del Presidente sia da intendersi come controllo su cose macroscopiche mentre per le questioni di interpretazione c’è la Corte, è una tesi che gira negli ambienti che contano. 3) Versione cospirazionista: la Corte non era unita, ma per evitare polemiche pubbliche decise di fare uscire il verdetto come unanime. Tesi affascinante perchè implicherebbe che Mattarella sarebbe in realtà asceso al Colle proprio perchè in quella decisione lui stava dalla parte del “maggioritario”. Ma assolutamente indimostrabile quindi inutile da discutere ulteriormente. 4) La versione che personalmente preferisco: qualunque fosse l’opinione di Mattarella, ora è in un ruolo diverso. Napolitano non è passato invano, la presidenza della Repubblica da ruolo di garanzia della Costituzione, rivolto agli italiani, è diventato un ruolo di garanzia della “stabilità”, rivolto ai cosiddetti “poteri forti”: finanza internazionale, Unione Europea, NATO. Nel momento in cui Mattarella accetta di diventare il Presidente della Repubblica, accetta che non può aprire un conflitto su una legge che da “stabilità”. E’ la Terza Repubblica, bellezza.

Renzi al politecnico

Renzi ha ragione, ridimensioniamo gli atenei dei serie b… come Firenze, Politecnico di Torino e Bocconi.

di Giuseppe de Nicolao su ROARS.it

Nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico presso il Politecnico di Torino Il premier Matteo Renzi ha parlato chiaro:

Noi dobbiamo avere il coraggio di dire con forza che questa storia […]  per cui non si può in Italia non affermare che non vi siano diverse qualità nelle università è ridicola. Non è che si tratta di dividere le università di serie A e di serie B perché lo fa il governo […] ci sono già università di serie A  e di serie B nei fatti, in Italia

[…]
Quali siano queste 20 università italiane di serie A, ce lo dicono le classifiche stilate dall’ANVUR in base ai risultati della valutazione  VQR 2004-2010, che costituisce

una fotografia dettagliatissima e, soprattutto, certificata della qualità della ricerca italiana

come dichiarato da Stefano Fantoni, il presidente dell’ANVUR
[…]

Cosa scopriamo? Bolzano (sesta: complimenti!) e la LUISS (20-esima) ce la fanno, mentre l’elenco non comprende la Bocconi, il Politecnico di Torino, l’Università di Milano e quella di Pisa, la Sapienza di Roma e molte altre, tra cui Firenze. Può dispiacere, ma – come dice il premier – «rifiutare la valutazione dentro l’università e pensare che tutte le università  possono essere brave allo stesso modo è quanto di più non antimeritocratico, ma antidemocratico possa esistere».
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Mattarellum

Impazza il dibattito. Mattarella è un Presidente della Repubblica sgradito al Patto del Nazareno? E’ uno sgarbo di Renzi a Berlusconi? Oppure sotto sotto c’è l’accordo anche sul nome di Mattarella. Oppure, ancora, è un nome che nascce dall’impossibilità di trovare un accordo dentro le linee del Patto del Nazareno ma  tutto sommato tiene in piedi il Nazareno.

Onestamente, ho un approccio diverso: echissenefrega?

Intendiamoci, è ovviamente una cosa importante per la politica del nostro paese sapere se il Patto del Nazareno regge. Ma non è il punto fondamentale. L’asse Renzi-Berlusconi fa schifo, ma pensare che il PD sia da contrastare in quanto Renzi fa l’asse con Berlusconi è una maniera di ragionare superata dai fatti. Lo smantellamento della Costituzione e dello Statuto dei Lavoratori, l’austerità, le posizioni deleteree in politica estera, il silenzio totale sui diritti civili… in pratica, in ogni area di intervento che ci possa interessare il problema non è che il PD fa cose brutte perchè è alleato col Satana Berlusconi, fa cose brutte perchè le vuole fare, con o senza asse Matteo-Silvio.

Scrivevo a dicembre:

Perchè sappiamo perfettamente che a Renzi basta giocare la carta Prodi per far abboccare SEL e dissidenti PD. Non per eleggere veramente Prodi (che quantomeno sarebbe ostile alle intese sottobanco con Berlusconi) ma per distrarre Vendola e Ciwati da qualunque campagna politica attorno alla Presidenza della Repubblica. Vedi elezione di Grasso e Boldrini, ma vedi anche il balletto Rodotà-Prodi-Rodotà di SEL.
E d’altra parte sappiamo anche che i 5 Stelle faranno una fatica boia a stare compatti, verranno schiacciati dai media che li accuseranno di fare l’ennesima operazione sterile, di “sprecare” un’altra volta i loro voti nella pura testimonianza. Verranno spinti a cercare un’impossibile mediazione su qualche nome di alta autorità, magari giocando sul fatto che un giudice della Corte Costituzionale o che un tecnico economista non è uno degli odiati politici di professione.

E infatti, sinistra PD-SEL-5Stelle invece di fare una campagna pubblica sulla Presidenza della Repubblica si sono imbarcati in una manovra sottobanco, impossibile da realizzare, sui nomi di Prodi e Bersani. Fallita questa manovra, sono rimasti col cerino in mano e unico candidato Mattarella.

Il 5 Stelle, almeno, ha tirato fuori un candidato di bandiera. SEL e sinistra PD hanno invece confermato ancora una volta che non c’è una scelta strategica di opposizione al PD, c’è una scelta tattica di opposizione al “PD di Renzi”, dove l’aggiunta “di Renzi” serve a sostenere che qualora si riuscisse a stanare il PD dalle posizioni di Renzi ci si può accordare immediatamente.

Vale appena la pena di notare quant’è ridicolo tutto ciò da parte di chi è andato ad Atene a farsi bello con la vittoria di Syriza. Ma Civati è pur sempre quello che disse, seriamente, “usciremo dal PD quanto meno ve lo aspettate”. Non preoccuparti, Pippo, lo sappiamo benissimo che non ti muoverai mai da lì.

Infine, appare solo una conferma di quanto non esista un’ala sinistra del PD con cui sia possibile fare operazioni politiche. I mitici “giovani turchi” si sono disciolti come neve al sole. Il povero Fassina ha provato a ricordare che i 101 affossatori di Prodi erano proprio i renziani, l’ex giovane turco e attualmente Presidente del PD Orfini ha reagito con compostezza:”certo che dice scemenze Fassina”. I civatiani sui territori sono uscti dal partito alla spicciolata oppure si sono riciclati renziani col tipico fervore dei convertiti e ora sono impegnati in complotti di segreteria per far fuori gli ultimi dirigenti locali non renziani.

Di Melenchon o Lafontaine italiani non ce n’è neanche l’ombra.

La sinistra del PD e Renzi, analisi di un rapporto.

Jesus, You’ve started to believe
The things they say of you
You really do believe
This talk of God is true

And all the good You’ve done
Will soon be swept away
You begun to matter more.
Than the things You say.

Listen, Jesus I don’t like what I see
All I ask is that You listen to me
And remember, I’ve been Your right hand man all along
You have set them all on fire
They think they’ve found the new Messiah
And they’ll hurt You when they find they’re wrong

Stiamo tornando a Scelba/2

Non è che pestare una categoria sociale che non siano gli operai sia meno grave. Non è che il pestaggio degli studenti stamattina a Napoli sia meno grave.

Il punto è che quella cosa che il centro del conflitto sociale è il conflitto tra capitale e lavoro ce l’hanno ben presente, loro. Il capitale, il governo, le forze dell’ordine.

E in fondo, a livello intuitivo, ce l’hanno presente anche le masse che sanno che se arrivi a non poter protestare più neanche perchè ti stanno togliendo il lavoro vuol dire che non puoi più protestare per niente.

E non è neanche che pestare un corteo con dentro il capo della Fiom sia più grave in se che pestare un corteo del sindacato di base o di un corteo del sindacato confederale senza leader nazionali dentro.

Il punto è che Landini ha un’autorevolezza nell’organizzazione di cui è segretario che non ha nessun altro, non c’è la Tomaselli nell’USB e non ce l’ha Camusso nella CGIL (dovrebbe essere chiaro chi io preferisca tra i due, no?). Questa è la differenza tra essere un segretario e essere un “capo”. Occhio, dico “capo” nell’accezione in cui Togliatti era il capo dei comunisti e Di Vittorio era il capo della CGIL. La segreteria si guadagna ai congressi, essere capi lo si guadagna con la fiducia dei membri dell’organizzazione.

E Landini non è solo il sindacalista più autorevole, è quello più riconosciuto e con più consenso anche fuori. (Parentesi: è per questo che si continua a corteggiarlo per farlo diventare il capo della sinistra politica, ma è meglio che rimanga a fare il capo della sinistra sindacale che questo passaggio l’abbiamo già fatto con Bertinotti. Abbiamo già dato).

Indipendentemente dal fatto che la linea di Landini sia da sposare in pieno o no (ecco, di tutte quelle aperture a Renzi sarebbe il caso di discuterne…), manganellare un corteo con dentro Landini vuol dire che non c’è nessun freno alla repressione.

La modernità della Leopolda è riesumare la peggiore destra democristiana. E occhio che Renzi mica si nasconde. Quando traccia la sua genealogia politica ormai non fai neanche più finta di richiamarsi a Dossetti o a una qualunque delle correnti “di sinistra” o “sociali” della DC. Lo dice chiaramente, i riferimenti sono quelli di chi ha governato gli anni ’50 italiani con il manganello. E con i morti fatti dalle celere. Tanti.

Cacciari/Renzi

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Ben svegliato Cacciari.

Le stronzate di Renzi alla Leopolda le diceva Veltroni alla fondazione del PD e le diceva D’Alema alla fondazione dei DS. E fra l’altro Cacciari queste stesse vaccate le ha cavalcate a lungo. Ricordiamo che le liste civiche di Cacciari sono quelle che hanno imbarcato la destra leghista liberista in nome del Partito del Nord.

Ma è ancora più largo, il problema. Renzi è un’anomalia perchè è un democristiano diventato capo di un partito “socialdemocratico”, ma è la normalità perchè è un capo di un partito “socialdemocratico” liberale. Tutta la socialdemocrazia europea è impegnata a rimuovere passo dopo passo ogni legame coi suoi simboli e con ogni legame di classe.

Che la CGIL manifesti contro il governo del PD è una semplice normalità, i sindacati confederali in giro per l’Europa hanno scioperato contro Schroeder, contro Zapatero e contro Hollande.
Ma di che cosa stiamo parlando?

Europee, Italia

Ho sostenuto in un precedente articolo che le europee siano una sommatoria di elezioni nazionali. Questo è tanto più vero in Italia, dove le europee, nonostante un sistema elettorale differente, sono vissute come la rivincita delle elezioni politiche.

40,8% – 80 euro

Confermando le mie scarse capacità divinatorie, prima delle elezioni prevedevo un PD che sarebbe riuscito al massimo a mantenere le percentuali delle politiche grazie al gioco dell’astensione, schiacciato tra la tenuta del 5 Stelle e l’ascesa delle destre. Un errore pacchiano.

++ Fisco:Renzi, nel 2015 realizzeremo quoziente familiare ++

Posso provare a consolarmi dicendo che, in fondo, errori simili siano stati fatti da altri osservatori, ben più blasonati di me. Questo non toglie che il peccato capitale non è tanto non aver imbroccato il risultato, quanto aver ignorato una regola della politica perfettamente conosciuta ma rilegata in un angolo al momento del pronostico: siamo in una fase di voto mobile, sempre più gente decide se e chi votare nell’ultima settimana se non negli ultimissimi giorni, possibilmente sotto la spinta di un messaggio chiaro, forte e netto. Quello che è riuscito a Renzi è, quindi, lo stesso colpo che è riuscito più volte a Berlusconi (aboliremo l’ICI!) e alle politiche 2013 a Beppe Grillo.

Il messaggio forte, chiaro e netto di Renzi sono stati gli 80 euro. Renzi ha dato direttamente in busta quello che vent’anni di concertazione non sono mai riusciti a dare: un aumento di stipendio secco. Intendiamoci, la manovra di Renzi è oggettivamente una porcata, una mancia elettorale che sarà pagata col taglio della spesa sociale in pieno stile Reagan-Thatcher, che probabilmente non sarà replicata l’anno prossimo e che altrettanto probabilmente porterà a nuove manovre finanziarie in autunno. Non c’è però scritto da nessuna parte che i messaggi forti, chiari e netti siano anche lungimiranti. E non si tratta neanche di fare del facile moralismo attaccando chi ha votato Renzi per gli 80 euro, semmai si tratta di capire perché altri non riescano a comunicare nulla di altrettanto forte, chiaro e netto e magari anche lungimirante.

Il risultato di Renzi è oggettivamente una vittoria schiacciante. Non bisogna però commettere l’errore di assolutizzare questa vittoria, quantomeno in termini numerici. Gli 11 milioni e 200mila voti ottenuti da Renzi sono molti di più degli 8 milioni e 600mila di Bersano nel 2013, ma sono anche di meno dei 14 milioni e 100mila di Veltroni nel 2008. Un risultato che con una massiccia astensione garantisce un impressionante 40,8%, ma che ipotizzando un’affluenza come quella delle ultime politiche diventa “solo” un 33%. Ciò che le ultime tornate elettorali ci hanno dimostrato è che questo voto mobile può passare da una parte all’altra, e non è quindi detto che vada ancora a Renzi.

L’avanzata ha anche una parte strutturale: la cannibalizzazione degli alleati montiani. Il PD in questi anni ha dimostrato di essere tuttaltro che il partito litigioso, diviso su tutto e sempre sull’orlo della spaccatura di cui spesso si parla (magari illudendosi in una salvifica scissione della “sinistra dei democratici”). Anzi, il PD ha dimostrato ancora una volta di essere una macchina straordinariamente efficacie nel digerire i propri alleati. È già successo alla Rifondazione Comunista dell’era Bertinotti, all’Italia dei Valori e ora succede alla Scelta Civica di Monti (e in maniera minore al Nuovo Centrodestra di Alfano, che sopravvive grazie alla lobby ciellina): il PD divora l’elettorato degli alleati, per le dirigenze politiche a quel punto la scelta è tra entrare direttamente nel PD o tirare la cinghia al di fuori. Indipendentemente dal fatto che il PD bissi questo risultato, è lecito pensare che l’area politica del centrismo montiano sia stata assorbita e non si ripresenterà se non dopo altri sconvolgimenti della scena politica.

Quella di Renzi è una vittoria schiacciante anche per un motivo tutto interno al mondo PD: Renzi vince senza la CGIL, anzi, contro la CGIL. Renzi da gli 80 euro e dice che chi vota PD non vota la CGIL (ovvero il sindacato che da vent’anni non è stato in grado di dare gli 80 euro). Il PD che aderisce al socialismo europeo è un Partito che rivendica fieramente di operare manovre di stampo neoliberista e di andare contro il sindacato. Cose che d’altronde erano la cifra politica del Labour di Blair e della SPD di Schroeder. La differenza tra Veltroni e Renzi è che Veltroni s’è rifiutato di dare un’identità “socialista europea” al PD nel 2008, nel 2014 i socialisti europei sono talmente spostati a destra che pure Renzi può portarci il suo PD a pieno titolo.

A destra, contro l’Europa?

Il Movimento 5 Stelle ha commesso un errore politico grande come una casa: si è posto l’obiettivo di vincere le elezioni. Avendo beneficiato del bonus del voto mobile alle scorse elezioni, tutti sapevano che i grillini non avrebbero potuto ripetere l’exploit. Se lo scorso autunno qualcuno avesse detto che Grillo (tempestato da tutta la propaganda dei media organici alla grande coalizione di governo) sarebbe arrivato al 21%, sarebbe stato preso per fesso. Quello che, di fatto, è un dato di arretramento fisiologico diventa però una sconfitta bruciante per aver completamente mancato l’obiettivo di superare il PD cavalcando lo scontento anti europeo. A trovarsi schiacciato, stavolta, è stato Grillo. La sua polemica contro la “peste rossa” dei sindacati è stata superata dall’antisindacalismo di Renzi. Le proposte traccheggianti sull’euro (fuori, dentro, facciamo un referendum e poi vediamo…) sono state sorpassate delle campagne della Lega e dei Fratelli D’Italia che parteggiavano per l’uscita senza se e senza ma. L’adesione del 5 Stelle al gruppo di destra di Nigel Farage potrebbe avere conseguenze serie su molti degli eletti pentastellati in giro per l’Italia. Ma, considerata la capacità del MoVimento di infilarsi in varie liste “civiche” di destra alle amministrative, non è scritto da nessuna parte che le fronde dei parlamentari o dei consiglieri si ripercuotano sulla base del consenso elettorale grillino.

Il vero vincitore delle elezioni a destra è Matteo Salvini. Alzi la mano chi immaginava la Lega a questo livello dopo gli scandali del 2012. Io lo facevo, ma più per abitudine a fare il profeta di sventura che per reale convinzione. E sicuramente due anni fa era difficile vedere il processo di LePen-izzazione della Lega. La Lega di Salvini infatti ha svolto una campagna molto poco localista facendo sparire slogan come “prima il Nord” o “il 75% delle tasse devono rimanere in Lombardia”. Al contrario, nelle sue esternazioni anti euro Salvini ha sempre parlato di interessi italiani contrapposti a quelli tedeschi, non di interessi padani. Vale la pena di ricordare che ancora pochi anni fa l’intellighenzia leghista fantasticava di una Padania ancorata alla Germania e all’Euro che lasciava il resto d’Italia alla deriva con la sua lira. I risultati della Lega nei collegi Centro, Sud e Isole non sono particolarmente esaltanti, ma dimostrano la capacità di dirottare i voti delle varie organizzazioni della destra estrema, CasaPound in testa. A rimanere schiacciati da questo gioco sono invece i Fratelli D’Italia che proprio al sud hanno la loro base più forte. È probabile che sia stato proprio l’attivismo leghista tra gli ambienti dell’estremismo di destra a togliere alla Meloni quello zerovirgola che le è mancato per superare lo sbarramento.

Riguardo ai rapporti con l’Europa, è da notare che Claudio Borghi, il più in vista dei candidati no euro nella Lega, sostenuto anche da Bagnai e altri opinionisti in vista, ha ottenuto un risultato deludente. 13 mila preferenza nel Nordovest e appena 2800 voti al Centro. Per dare la proporzione, nei rispettivi collegi Salvini raccoglie 230mila e 32mila preferenze. L’ondata antieuro si dimostra così anche per la Lega, oltre che per Grillo, un sentimento diffuso ma che finisce per non essere decisivo nello smuovere le dinamiche elettorali. Nel caso della Lega, come della stessa Le Pen, è poi questionabile quanto sia un progetto politico realistico e quanto una posa elettorale.

L’Altra Europa.

La Lista Tsipras l’ha fatta. Nonostante se stessa.

L’Altra Europa è, insieme a Scelta Europea, l’unica lista ad aver accentuato la dimensione europea delle elezioni mettendo il nome del candidato alla Presidenza della Commissione Europea nel simbolo. Miseramente fallita l’operazione dei centristi, quella delle sinistre passa per un risicatissimo 0,03%, circa ottomila voti assoluti. Come accennavo nel precedente post sulle elezioni, L’Altra Europa può considerarsi un’esperienza positiva in termini di eletti ma non in termini di voti assoluti. Nel 2009 la Lista Comunista (Rifondazione + PdCI) prendeva il 3,4% con 1 milione di voti, Sinistra e Libertà il 3,1% con 950mila voti e il Partito Comunista dei Lavoratori lo 0,5% con 150mila voti. Totale delle sinistre “radicali”:7% con più di 2 milioni di voti.

Alle europee del 2014 invece tutte le sinistre unite hanno raggranellato il 4,03% con 1 milione e 100mila voti. A poco può servire aggiungere i 250mila voti dei Verdi o il raccolto ancora più magro dell’Italia dei Valori. Il risultato dice che l’arretramento delle sinistre continua e che ci si è salvati solo grazie a una lista unitaria tenuta insieme con lo spago. E, a voler essere del tutto onesti, il risultato è stato raggiunto grazie anche alla mancanza di una qualunque altra lista di sinistra radicale sulla scheda. In questo senso, il tanto vituperato vincolo delle 150mila firme per presentare la lista è stato il miglior alleato dell’Altra Europa.

L’Altra Europa ha rotto molte tradizioni delle liste di sinistra in Italia, l’unico elemento identitario è il colore rosso, per il resto dal simbolo è scomparso tutto l’armamentario: bandiere rosse, falce martello, il tricolore, la stessa parola “sinistra”. Durante il processo di formazione della lista l’assenza della parola sinistra ha suscitato montagne di polemiche. La decisione è stata presa dai garanti per andare a caccia tra chi “non si definisce né di destra né di sinistra”. Un giro di parole per dire che si puntava all’area degli scontenti del 5 Stelle. Il bilancio dell’operazione è di un completo fallimento della tattica elettorale.

I dati dell’Istituto Cattaneo parlano chiaro: L’Altra Europa soffre ovunque una perdita in media del 2% dei voti verso l’astensione. Aldilà dell’analisi statistica, per chi ha fatto campagna elettorale, non è difficile individuare quel flusso in persone che semplicemente non hanno capito che quella era la lista della sinistra. La mancata caratterizzazione di sinistra si rivela quindi una decisione potenzialmente suicida che ha impedito di raccogliere il minimo della somma tra Rifondazione Comunista, Sinistra e Libertà, ALBA e le altre sigle minori. In compenso nelle città analizzate, non si registra nessun flusso di voti significativo dal M5S alla Lista Tsipras. Tutti i voti grillini in uscita finiscono a Renzi, alla Lega o nell’astensione.

La composizione del voto alla Lista Tsipras rivela due caratteristiche distinte ma incrociate. Si tratta principalmente di un voto urbano, non è difficile capire che la dove si concentrano più militanti, la lista riesce a fare una campagna elettorale migliore e addirittura a vincere la prova della Piazza come col comizio di Tsipras a Bologna. Ma all’interno dello stesso risultato urbano appare un’altra dicotomia: il voto si concentra nei quartieri centrali e si dirada nelle zone popolari. Un esempio eclatante è quello di Bologna dove il voto a L’Altra Europa segue un percorso esattamente inverso a quello che un anno fa ebbe il referendum contro i soldi pubblici alle scuole private.

Il problema, quindi, è sia di presenza militante sia di come s’impiega la militanza. Le forze raccolte attorno alla lista, per quanto determinate ed energiche, hanno potuto ovviare solo in parte al profilo moderato impostato dai garanti. Vantarsi di avere una discreta componente giovanile (cosa che potevano vantare sia L’Arcobaleno sia Ingroia) non può far dimenticare che si tratta di una componente prevalentemente ad altra istruzione in contatto con le varie strutture politiche universitarie che hanno partecipato al progetto Tsipras (basti pensare agli ottimi risultati in termini di preferenze a Riccio e Quarta). Non può in nessuna maniera compensare che pur esibendo candidature operaie e appoggio esplicito da pezzi di sindacato la sinistra è ulteriormente arretrata nei settori del lavoro manuale, recuperando invece qualcosa tra i cosiddetti “lavoratori della conoscenza”.

Dopo

Il dibattito avviato all’interno dei sostenitori della Lista Tsipras non appare particolarmente esaltante. La migrazione di una parte del ceto politico vendoliano verso il PD era scontata già da anni, rimanevano un’incognita i tempi e modi che possiamo ora apprendere da i giornali.

La modalità dell’accettazione dell’elezione da parte di Barbara Spinelli rivela però un altro nervo scoperto della lista: pur propagandando metodi partecipativi in qualunque contesto, L’Altra Europa è stata di fatto costruita attraverso un lavoro estremamente verticistico. Che fosse necessario per costruire la lista in tempi brevissimi è un conto, altro conto è questo atteggiamento prosegua dopo le elezioni. In particolare, nella vicenda Spinelli/Furfaro si è lasciato che la reale motivazione politica della rottura fosse materia per voci da corridoio mentre tutti i giornali si scatenavano accusando Spinelli di essere venuta meno alla parola data. Non sarebbe stato meglio, molto meglio, se si fosse dibattuto pubblicamente del rapporto che l’eletto di SEL avrebbe tenuto col Partito Socialista Europeo? Non sarebbe stato meglio discutere pubblicamente del fatto che aderire a un gruppo piuttosto che a un altro non è questione di lana caprina ma sostanza politica?

Proseguendo con questo metodo si favorisce un lento ritorno ai punti di partenza: comunisti isolati, Vendola col PD, movimentismo civile frammentato. Il tutto ovviamente distaccato dal conflitto sociale.

Eppure, proprio i risultati di PD, delle destre e del 5 Stelle dovrebbero suggerire che per le sinistre sarebbe giunto il momento di darsi una svegliata.

 

Generazione Erasmus.

“Siamo la generazione Erasmus”, dice un Renzi più ggiovane che mai. Cioè siamo quella generazione che ha studiato all’estero, ha conosciuto il sogno europeo, ha imparato a conoscere la serietà tedesca/il fascino francese/la facilità di vita spagnola/inserire dote e nazionalità a caso e ora vogliamo far diventare l’Italia un scintillante paese europeo. Parliamo inglese, abbiamo una formazione internazionale, ci siamo liberati delle scorie ideologiche che infestano le nostre università. Chi meglio della nostra generazione può far ripartire le ruote infossate nel pantano italiano? Che meglio della nostra generazione può testimoniare le magnifiche e progressive sorti dell’europeismo?

Si, ho scritto un posto noioso e rancoroso perchè mi sta sulle balle l'ESN

Si, ho scritto un posto noioso e rancoroso perchè mi sta sulle balle l’ESN

A parte che è tutto da dimostrare che chi ha fatto l’Erasmus sia naturalmente superiore a chi non l’ha fatto (lo dico da persona che la sua brava borsa di studio per l’estero l’ha vinta), il fatto è che oggettivamente l’Erasmus è un’ottima metafora dell’Europa reale.

Il progetto Erasmus teoricamente si rivolge a tutti gli studenti. Tralasciamo pure quel dato del crollo delle immatricolazioni, ci arriviamo dopo. Dicevamo, il progetto Erasmus si rivolge a tutti gli studenti iscritti all’università, ma è in realtà fruibile solo da una parte di essi. Non perchè c’è una selezione “di merito”, ma perchè a quella selezione “di merito” può accedere solo chi è in grado di mantenersi all’estero con la magra borsa di studio dell’Erasmus. Non solo, in molti atenei ci sono grandi difficoltà a erogare correttamente tutte le borse. Alcuni atenei hanno dei rappresentanti degli studenti coi controcazzi che riescono a garantire la copertura di tutte le borse, si capisce però che la situazione non è esattamente “includente”.

Quindi, la generazione Erasmus è una minoranza all’interno di quella minoranza che fa l’università. Ma si dirà che non si può contestare il sogno europeo per questo, in fondo l’Europa fornisce direttive precise sull’aumento delle risorse per l’università e la ricerca. Vero. Peccato siano carta straccia. I dati sull’investimento italiano in formazione e ricerca rispetto al PIL stanno lì a dimostrarlo, coi loro bei tagli lineari che gli fanno pure i gestacci di sfottò alle direttive europee. E, curiosamente, mentre il controllo preventivo delle finanziarie funziona in maniera militare, per non parlare dei commissariamenti delle troika, non si notano all’orizzonte commissari europei pronti a minacciare scenari apocalittici se l’Italia non smetterà di mandare in vacca la sua università.

Eppure l’integrazione dell’università italiana nel sistema europeo è andata avanti, fregandosene dei paletti qualitativi del Processo di Bologna. Però i CFU e i prestiti d’onore (affiancati alle borse di studio giusto perchè le borse sono nominate in Costituzione e quindi non possono essere abolite in quanto tali) ce li becchiamo. Eppure, in questo processo di integrazione del sistema universitario è successo che, dopo l’effetto ottico prodotto dal 3+2, gli immatricolati siano diminuiti. E mica di poco, del 10% negli ultimi dieci anni. In un paese in cui già vanno in pochi all’università. Il tutto ovviamente perchè ce lo chiede l’Europa.

Il PD punta alla crisi commerciale

[…]il dna politico-economico dei cosiddetti democratici appare ormai definitivamente strutturato su una linea di indirizzo votata alla deflazione, alla più violenta ristrutturazione e soprattutto al malcelato auspicio di una crisi commerciale e finanziaria quale fattore di “disciplina dei lavoratori”.

[…]

Dunque io sostengo che i democratici puntano dritti alla crisi commerciale. Per afferrare questo passaggio occorre in primo luogo riprendere dimestichezza con il concetto. Questa è infatti un’epoca in cui un eminente editorialista come Valentino Parlato sembra a tal punto generalizzare l’ipotesi del “crollo economico” da arrivare erroneamente ad escluderla del tutto. Ed è un’epoca in cui economisti stanchi e distratti si spingono a dichiarare che, se ci si trova nell’area euro, in fondo della bilancia commerciale ci si può disinteressare. Queste sono posizioni sbagliate e pericolose, soprattutto per noi italiani. Dovrebbe esser noto, infatti, che il nostro paese, assieme a tutti quelli del Sud Europa, rappresenta l’anello debole della catena dell’euro. I dati segnalano in proposito che la politica di deflazione dei costi per unità di prodotto e del deficit pubblico perseguita in questi anni non è stata affatto in grado di compensare la scarsa dinamica della produttività nazionale e di arrestare quindi la lunga fase di deterioramento della bilancia commerciale italiana.

[…]

Come pensano “i democratici” di gestire una dinamica così pericolosa? Ebbene, mi pare chiaro che essi non intendono assolutamente abbandonare l’attuale, radicato indirizzo di politica deflazionista. L’orientamento resta cioè quello di Ciampi e dei suoi boys , e potrà al limite soltanto rafforzarsi con l’esplicito riconoscimento che le ristrutturazioni conseguenti alla deflazione faranno tabula rasa di gran parte della struttura produttiva italiana, e che i superstiti diverranno ancor più di oggi mere appendici del grande capitale europeo. Mario Draghi non fa mistero di considerare questa come una prospettiva addirittura auspicabile per il nostro paese. Ma c’è chi va persino oltre. La stessa ipotesi di crisi di bilancia dei pagamenti potrebbe infatti rivelarsi funzionale alla piena, definitiva attuazione della politica deflattiva. In fondo, per rimettere i conti esteri in ordine “basterebbe” un crollo secco dei salari per unità di prodotto nell’ordine del 15%. E non sono in pochi ad augurarsi che una débacle sindacale di tali proporzioni possa essere ottenuta proprio a seguito di una crisi di fiducia sulla capacità dell’Italia di mantenere l’equilibrio commerciale, con conseguente vendita in massa di titoli nazionali sul mercato europeo (Mario Monti è tra coloro che si esprimono in termini più netti, in proposito). Ricordiamo del resto cosa accadde nel ’92. Ai sindacati venne imputata la responsabilità dell’attacco valutario alla lira e la conseguenza fu il secondo più grande arretramento del movimento dei lavoratori dal dopoguerra, dopo il tracollo del 1980. Ebbene, a distanza di un quindicennio pare che la Storia stia facendo di tutto per ripetersi.

Dunque, è inutile nasconderlo: la deflazione e la crisi quale fattore disciplinante risultano ormai impresse nel dna dei democratici. […] è evidente che una svolta a colpi di slogan buonisti nell’indirizzo economico del partito che egli si appresta a dirigere è una ipotesi ridicola, fuori dal mondo. Spetterebbe dunque alla sinistra organizzarsi per tentare di imporre una svolta, per fissare cioè una precisa linea di demarcazione al di là della quale ci si dovrebbe subito chiamar fuori da qualsiasi ipotesi di governo, lasciando agli altri – destri, democratici o miscelati che siano – la responsabilità di proseguire lungo il nefasto sentiero della deflazione. Questa linea andrebbe tracciata intorno alla seguente evidenza tecnica: soltanto una crisi economico-politica può condurci ad un tasso di deflazione dei costi unitari e del deficit pubblico talmente accelerato da compensare la nostra bassa produttività e da bloccare quindi l’espansione del nostro deficit commerciale. Il che, detto in parole povere, si traduce così: i cosiddetti democratici puntano nuovamente alla gestione di una crisi per auto-legittimarsi, disciplinare i sindacati e dare il colpo di grazia definitivo al movimento dei lavoratori.

Abbiamo dunque tutte le evidenze che ci servono per assegnare ai democratici un pesantissimo capo d’accusa. Solo in questo modo, a mio avviso, potrebbero crearsi i presupposti per una reale battaglia egemonica su una diversa modalità di gestione del debito pubblico, sull’esigenza di un pavimento alla deflazione dei salari unitari, e su un intervento statale negli assetti proprietari teso a recuperare un capitale nazionale polverizzato e in via di estinzione. Solo in questo modo potremmo cioè spingere la barra del dibattito politico su una nostra linea di demarcazione. Ma possiamo mai parlare di “linea di demarcazione” della sinistra fino a quando non facciamo chiarezza al nostro interno? […] Confesso di nutrire qualche dubbio.

 Emiliano Brancaccio – Il PD punta alla crisi commerciale. La sinistra ha una “exit-strategy”?
Luglio 2007

Della legge elettorale/2

Dunque.

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Un pezzo del Partito Democratico tratta la legge elettorale con Forza Italia. L’altro pezzo del PD insorge dicendo che non si può trattare la legge elettorale con il partito di un criminale conclamato, il primo pezzo del PD risponde che il secondo pezzo del PD con il criminale conclamato ci ha costruito un governo solo qualche mese. Il secondo pezzo del PD arguisce che magari non si doveva parlare col pregiudicato mai coi parlamentari del partito del pregiudicato. Arriva poi il terzo pezzo del PD che dice che in ogni caso sarebbe stato meglio non fare il governo col pregiudicato qualche mese fa ma in ogni caso si fa bene a trattare col partito del pregiudicato. Nessuno risponde al terzo pezzo.