Cosa vuol dire essere un buon Presidente della Repubblica?

Avevo intenzione di scrivere un post su come dovrebbe essere secondo me un buon Presidente della Repubblica, dopo aver tanto parlato di perché Napolitano è stato un pessimo PdR. Giannuli mi ha preceduto, sostanzialmente condivido il suo impianto, sarei giusto un filo meno moralista.

Quirinale, no ad un Napolitano Terhttp://www.aldogiannuli.it

“Quando parlo di “Napolitano ter” parlo di un Capo dello Stato in continuità con l’uscente che è stato uomo di parte, dimentico di essere il Presidente di tutti gli italiani e fattosi capo di una maggioranza politica, poco sensibile ai valori costituzionali, disinvolto interprete di norme e consuetudini e propenso ad invadere campi non suoi. Ecco: uno così non lo vogliamo.

E non vogliamo neppure un Presidente prono ai voleri della Bce e, per così dire, in “sintonia speciale” con Palazzo Chigi. C’è già una quantità di nomi più o meno di questo genere: Veltroni, Cassese, Pinotti, Franceschini, Grasso, Gentiloni e via dicendo. Ma lasciamo perdere i nomi e vediamo i requisiti base che, per noi, un Presidente dovrebbe avere.” 

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Ma dopo aver illustrato come dovrebbe essere un buon Presidente si dovrebbe dire chi potrebbe essere un buon Presidente. E la verità è che non è un cristo che risponda a questi requisiti che abbia possibilità di esser eletto.

Noi del PRC non stiamo in Parlamento, quindi d’ora in avanti tratto di fantapolitica. Cosa dovrebbe fare chi condividesse questi principi (cioè, quello che resta di SEL in Parlamento, parte del 5 stelle, qualche dissidente del PD…)? Probabilmente individuare un buon nome che sia vagamente credibile e fare propaganda su quello. Come si fece con Rodotà. Per intenderci, se si vuole fare un po’ di propaganda fatta bene bisogna portare un nome che potrebbe realmente fare il Presidente. Gino Strada evidentemente non va bene, Pietro Ingrao evidentemente non sta bene, Rossana Rossanda è in esilio. Quindi, o si rifà con Rodotà o ci si inventa qualcuno di nuovo. Ed è difficile trovare qualcuno di nuovo a sinistra. I leader sindacali o sono morti prematuramente o hanno avuto tutto il tempo di sputtanarsi in politica (vero, Cofferati?), dei leader della sinistra politica non parliamone neanche (Bertinotti ha già dato su uno degli alti scranni della Repubblica) che è meglio. Resterebbe da scandagliare quel territorio di intellettuali che ogni tanto fanno politica o di politici che ogni tanto fanno gli intellettuali. Micromega e la sinistra di Repubblica, per intenderci. Ma tra Asor Rosa, Tronti, Canfora, Revelli, Flores D’Arcais e compagnia è difficile trovare qualcuno che negli ultimi anni non abbia dato segni di demenza senile.
Oppure, ultima opzione, qualche “giovane” di belle speranze dovrebbe sacrificarsi. Guido Viale Gianni Rinaldini. O meglio ancora, Annamaria Rivera o Lorenza Carlassare. Certo, rimane sempre da chiedersi se sarebbero mai disponibili a una cosa destinata a sconfitta sicura.

Ecco, questo parlando di cosa si dovrebbe fare. Purtroppo quello che si farà sarà una cosa diversa.
Perchè sappiamo perfettamente che a Renzi basta giocare la carta Prodi per far abboccare SEL e dissidenti PD. Non per eleggere veramente Prodi (che quantomeno sarebbe ostile alle intese sottobanco con Berlusconi) ma per distrarre Vendola e Ciwati da qualunque campagna politica attorno alla Presidenza della Repubblica. Vedi elezione di Grasso e Boldrini, ma vedi anche il balletto Rodotà-Prodi-Rodotà di SEL.
E d’altra parte sappiamo anche che i 5 Stelle faranno una fatica boia a stare compatti, verranno schiacciati dai media che li accuseranno di fare l’ennesima operazione sterile, di “sprecare” un’altra volta i loro voti nella pura testimonianza. Verranno spinti a cercare un’impossibile mediazione su qualche nome di alta autorità, magari giocando sul fatto che un giudice della Corte Costituzionale o che un tecnico economista non è uno degli odiati politici di professione.

L’amara conclusione è che chiunque diventi presidente dopo Napolitano, saremo costretti a fare i conti a lungo con la presidenza monarchica plasmata dal migliorista.

Due miserie in un film solo. Appunti su Quando C’era Berlinguer.

  • Appunti, ovvero una forma che uso perché un discorso complessivo e continuativo diventerebbe pesante e retorico. Più pesante e retorico del solito.
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  • Per qualche anno dei poveri ragazzi innocenti saranno costretti a guardare Quando C’Era Berlinguer dai loro insegnanti intelligenti di sinistra. Veltroni propone un film con la retorica “è il mio punto di vista emozionale” ma con l’intento reale di farlo diventare il punto di vista da cui viene comunicata ai giovani la figura di Berlinguer. E l’intera storia nazionale di quegli anni.
  • La prima manifestazione che Walter Veltroni ha ripreso col super8. Tra quelli della Federazione Giovanile scorrono volti di compagni ed ex compagni famosi. Hanno tutti diritto a una parola buona e a una menzione della carriera successiva: chi capitano d’azienda, chi traditore che si vanta di essere stato al soldo dei servizi segreti. Poi c’è una compagna che non ha questi diritti, lei è solo la ragazzina dai capelli rossi di cui Walter è innamorato. E tanto deve bastare a definirla.
    Non è solo il patetico accostarsi a Charlie Brown, è la narrazione del “facevamo i comunisti perché c’erano tanto gggiovani e si trovava da scopare, non perché credessimo veramente al socialismo”. È la stessa narrazione che spaccia la figura della giornalista impegnata ne La Grande Bellezza.
  • Parlano solo quelli che promossero o quantomeno accettarono la scelta di sciogliere il PCI: Macaluso, Napolitano, Scalfari, Tortorella e Ingrao.
  • L’unica eccezione è il terrorista Franceschini. Curiosamente. Ma neanche troppo. La destra del fu movimento operaio e l’ala sinistra terroristica sono concordi nel giudicare il PCI un partito “socialdemocratico di fatto”, naturalmente avviato sulla strada del Partito Democratico.
  • Lucio Magri nel Sarto di Ulm spiega perché non era d’accordo con l’idea del PCI socialdemocratico. Magri s’è suicidato risparmiandosi il film di Veltroni. Ma tanti altri sono vivi e potevano portare un contributo critico. Quelli del PdUP, quelli del Manifesto, quelli di Democrazia Proletaria, quelli di Lotta Continua. Veltroni sceglie un Brigatista che gli fa comodo. Perchè quella di Veltroni è un’agiografia
  • Le agiografie di Berlinguer hanno un problema: devono esaltare un periodo e glissare sull’altro. Veltroni ovviamente esalta il compromesso storico (ignorandone il fallimento totale) e tratta il “secondo Berlinguer” come un incidente di percorso. Macaluso dice che la lotta alla FIAT dell’80 “naturalmente era sbagliata”. L’austerità berlingueriana viene assunta acriticamente ed è ovviamente la stessa cosa di quella montiana.
  • Si aspettano prove tangibili di come la classe e/o il paese abbiano tratto giovamento dalla sconfitta della lotta sbagliata alla FIAT
  • Altrettanto problematica è l’agiografia del Berlinguer che guida le lotte e contrasta la DC.
  • Per Veltroni durante il compromesso storico gli unici motivi di contrasto con la DC furono i temi etici. Come se si stesse parlando della lotta tra la componente ex ds e quella ex margherita nel PD.
  • Per Veltroni il triennio culmine del compromesso storio fu un triennio di vittorie elettorali. Lo spettatore inconsapevole (che è il vero target del film) è portato a pensare che il PCI fosse primo partito e governasse.
  • Il PCI non ha mai governato. Anzi, s’è svenato per sostenere governi che lo prendevano a pesci in faccia e ha dilapidato il consenso accumulato nelle avanzate elettorali. Nel film di Veltroni si arriva al governo Andreotti senza PCI del ’78 senza che vi sia una qualsiasi spiegazione. Eppure tutto sembrava filare liscio…
  • “Vincere le elezioni” è l’unico scopo della politica odierna. Lo spettatore inconsapevole non sa che negli anni ’70 “vincere” significava che il PCI avanzava e la DC arretrava.
  • Per fortuna in mezzo a tutto questo viene intervistato un ex ambasciatore americano che ricorda che comunque il PCI al governo non l’avrebbero mai accettato.
  • Si parla solo marginalmente della strategie della tensione, delle bombe, dell’eversione nera. Naturalmente, se ne parla per accomunare “gli opposti estremismi”
  • Del capo del PCI se ne parla da terrazze romane, dalle ville toscane. Ne parlano giornalisti, brigatisti, alti dirigenti politici.
  • Da un corpo sociale di milioni di persone si seleziona ciò che è compatibile col PD degli anni’10.
  • Dal film di Bertolucci sui funerali di Berlinguer viene estratto solo l’intervento di un bambino impomatato ed evidentemente imbeccato a dire che Berlinguer era stato bravo perché aveva fatto il compromesso storico.
  • L’unico momento in cui la commozione è reale è quando parla Silvio Finesso, operaio e dirigente locale del PCI che ha accompagnato Berlinguer nell’ultima giornata padovana. L’unico a essere intervistato in una casa normale. La commozione di Napolitano è di plastica.
  • I simboli comunisti e tutto l’armamentario ideologico del PCI vengono mostrati esplicitamente solo dopo un’ora e mezzo di film. Quando ormai lo spettatore inconsapevole è convinto che il PCI fosse comunista solo di nome. All’inizio del film bisogna tendere l’orecchio sotto gli sproloqui di Veltroni per sentire la folla che scandisce “viva il grande Partito Comunista di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer!”
  • Togliatti è il male, Togliatti aveva un partito piccolo chiuso sulla classe operaia e settario. Longo neanche esiste.
  • Il film non è una miseria solo sotto il punto di vista politico. Sotto il punto di vista artistico è il trionfo di una retorica appiccicaticcia. Musiche commoventi e bianconero come se fosse un servizio di Studio Aperto. Il paragone aulico e incomprensibile tra Berlinguer e l’esploratore Cook.
    L’intervento dell’artista Jovanotti.
  • La posizione di Pasolini è distorta, ma di questo ne hanno già parlato su Valigia Blu.
  • Viene citato il Qualcuno Era Comunista di Gaber. Per la precisione, il pezzo che dice “qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a un razza che voleva spiccare il volo… per cambiare veramente la vita. No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.”
  • Tralasciando però il finale:”E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”.