Le elezioni in Spagna: è più complesso

A questo articolo sulle elezioni amministrative spagnole ci tengo particolarmente. Non sono particolarmente esperto di cose spagnole, non ho grandi verità da svelare.

Ho visto innumerevoli grandi opinionisti, Sua Santità Saviano in testa, confondere Barcelona en Comú con Podemos, ho visto gente che proclamava la vittoria della sinistra in tutte le maggiori città anche quando arrivava primo il PP, ho visto il Manifesto inventarsi le percentuali per poter dire che Izquierda Unida rimarrà sotto la soglia di sbarramento alle politiche, ho visto gente incapace di guardare le serie storiche dei sondaggi.

Dopo aver visto tutti delirare per una settimana, penso sia importante scrivere qualcosa di basato sulla realtà:

Il caso più clamoroso di vittoria dell’unità popolare è stato quello di Barcellona, seconda città della Spagna, dove la lista Barcelona en Comú ha vinto le elezioni col 25,2% dei voti, battendo Convergencia Y Union (regionalisti di destra, 22,7%).BComú è una lista nata dal movimento Guanyem Barcelona che ha unito una vasta gamma di movimenti popolari, di singoli attivisti e di partiti della sinistra, a partire da IU e dagli ecologisti di Equo. Un processo avviato prima delle elezioni europee del 2014 cui Podemos si è aggregato nei primi mesi del 2015. La candidata Ada Colau(già leader del movimento contro gli sfratti) sarà sicuramente sindaco di Barcellona. La legge elettorale spagnola prevede che il sindaco sia eletto dal consiglio comunale ma che, nel caso non si trovi una maggioranza, sia eletto sindaco il candidato della lista più votata. Barcelona en Comú, con undici seggi su quarantuno, per ottenere la maggioranza dovrebbe ottenere l’appoggio delle altre liste di sinistra o centrosinistra: il PSOE (4 seggi), la Sinistra Repubblicana di Catalogna (indipendentisti di sinistra, 5 seggi) e le Candidature di Unità Popolare (indipendentisti di sinistra radicale, 3 seggi). Non sarebbe certo una coalizione facile, Colau potrebbe però anche decidere di sfruttare il diritto di essere sindaco in quanto candidato della lista più votata. 

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Manifestazione di Marea Ciudadana a Madrid. Via.

Manifestazione di Marea Ciudadana a Madrid. Via.

Dalla stesura ad oggi ci sono stati alcuni sviluppi.

Mentre le trattative per le regioni sono in alto mare, qualcosa s’è mosso sulle municipali.
A Barcellona, BEnComú annuncia che farà un referendum interno per decidere se fare un’alleanze con le altre forze di sinistra (per la cronaca, esiste anche la possibilità tecnica, per quanto remota, che una grande alleanza tra PP, PSOE, Ciudadanos e Convergencia Y Union ottenga la maggioranza a scapito di Ada Colau).

A Madrid invece pare che si vada verso un “appoggio esterno” del PSOE all’unidad popular, con i socialisti che voterebbero la fiducia, per evitare che passi la candidata del PP come più votata, ma non entrerebbero in giunta.

Infine, in Andalusia, regione in cui si avvicina la fine dei due mesi entro i quali va formata la maggioranza, altrimenti si andrà a nuove elezioni, la candidata del PSOE insiste sull’ipotesi di un suo governo di minoranza. Con Podemos, Izquierda Unida e Ciudadanos indisponibili a qualunque operazione politica, l’unico accordo possibile sarebbe quindi quello con il PP per un voto di astensione che permetta la nascita del governo di minoranza.

 

Spagna e Irlanda: istruzioni per l’uso

Non ci sono ancora risultati definitivi, però, subito alcuni punti:

1) Le candidatura di unità popolare non sono né di Podemos né di Izquierda Unida, tanto che dove i due partiti hanno fatto le loro liste cambiandogli solo il nome hanno ottenuto risultati in linea con quelli che hanno come singolo partito.

Comizio di Barcelona en Comù

Comizio di Barcelona en Comù

2) Grandi risultati, per carità. Ma cominciamo ad abbassare le aspettative. Alle elezioni politiche sarà diverso, le liste di unità popolare stanno ottenendo i sindaci grazie a una legge elettorale per cui, nel caso non si sia in grado di formare una maggioranza, viene comunque eletto sindaco il candidato della lista con più voti. Questo vuol dire che col 20-25% puoi avere il sindaco di minoranza. Al Parlamento invece bisogna ottenere la fiducia della maggioranza assoluta. Questo lo si vede anche dai risultati delle regionali, dove la formazione dei governi rimane in mano ai popolari e ai socialdemocratici.

3) Fare paragoni tra quello che succede in Spagna e quello che succede in Italia è semplicemente ridicolo. Chi lo fa non ha nessuna scusante, o è scemo o prende gli altri per scemi.

4) Già che ci siamo, diciamolo anche per l’Irlanda: NO, il Sinn Fein non è primo nei sondaggi. Il SF è secondo nei sondaggi dietro al partito conservatore di governo Fine Gael che sta sfruttando la ripresa economica per guadagnare consensi, ed è seguito a breve distanza dai centristi del Fianna Fail. Basta andare su Wikipedia e guardare il grafico dei sondaggi:

Blu Fine Gael, verde scuro Sinn Fein, verde chiaro Fianna Fail, rosso Labour, nero altri e indipendenti

Blu Fine Gael, verde scuro Sinn Fein, verde chiaro Fianna Fail, rosso Labour, nero altri e indipendenti

Nominalmente il sistema elettorale irlandese è proporzionale, in realtà è un po’ più complesso. La distribuzione dei seggi con numeri simili potrebbe essere:
Fine Gael 54-55
Sinn Fein 31-33
Fianna Fail 32-36
Labour 1-2
Altri/Indipendenti 32-40

Ora, come spiega la fonte, sono stime che possono variare. Però permettono di ragionare su come si fa a formare una maggioranza. Servono 79 seggi. L’attuale coalizione Fine Gael/Labour non avrebbe i numeri, la soluzione più naturale sarebbe una coalizione Fine Gael/Fianna Fail (magari puntellata dagli indipendenti conservatori).
A parte il fatto che l’alleanza con i verdi, i trotzkisti e con gli indipendenti veri e propri sarebbe difficilissima da gestire, ad ora non ci sono i numeri per un governo di sinistra guidato dal Sinn Fein.
All’interno degli altri/indipendenti sono conteggiati anche i Verdi, le formazioni trotzkiste Alleanza Contro l’Austerità e l’Alleanza Popoli Prima dei Profitti e la formazione conservatrice Renua Ireland. Tutti questi gruppi potrebbero stare attorno ai 5 deputati, anche se si tratta di stime che potrebbero calare sotto elezioni per il richiamo del voto utile. Rimangono quindi gli indipendenti veri e propri, che coprono tutto l’arco politico.

L’unica opzione di governo possibile per il Sinn Fein sarebbe un’alleanza con il Fianna Fail e con 10-15 parlamentari raccolti tra gli indipendenti. Possibilità tecnica ma politicamente quasi impossibile da gestire.

Elezioni locali in Francia, Spagna e Olanda. La sinistra

Segnalo un paio di articoli sulle tornate di elezioni locali dell’ultimo mese e, in particolare, sui risultati delle sinistre.

ELEZIONI IN SPAGNA E IN FRANCIA: NENEISTI E FASCISTI AVANZANO IN EUROPA

 

 

di Selena Di Francescantonio su La Città Futura

Nonostante il ministero dell’Interno francese abbia comunicato in modo semi illeggibile (stando ad un comunicato presente sul sito de l’Humanitè e del PCF) i dati sui punteggi ottenuti dai candidati e dalle liste sostenute dal Front de Gauche e dal Partito Comunista, assieme ai Verdi, risulta che il totale a livello nazionale si aggiri attorno al 9.4%, con un incremento dei consensi rispetto alle precedenti elezioni dipartimentali. Ed anche rispetto alle europee di Maggio 2014 in cui il Front de Gauche si attestò attorno al 6%, il risultato di queste elezioni nazionali risulta comunque incoraggiante, un elemento su cui lavorare anche per i comunisti del PCF al suo interno i quali, d’altro canto, mai come ora hanno l’onere di invertire l’infelice rotta in cui il partito ha navigato dal lontano 1994, anno che vide l’elezione di Robert Hue, il segretario- poi liquidato- a cui si deve lo sradicamento del partito dai luoghi di lavoro, la perdita dei 4/5 dei suoi iscritti e il crollo verticale dei consensi alle elezioni presidenziali del 2002 (in cui il PCF passò dal 9% al 3,7%) nel “Paese della lotta di classe”, come Marx soleva definire la Francia.
[…]
Infatti, dopo che il precedente esecutivo andaluso è stato sciolto dallo stesso PSOE in polemica insanabile con gli ex partner di governo di Izquierda Unida, contrari alla partecipazione alle politiche di austerity, è oggi assolutamente da escludere un ulteriore proseguimento nel segno di un’alleanza tra queste due forze politiche; Izquierda Unida esce con molti lividi da queste consultazioni, con una percentuale di consensi attorno al 7% (che corrispondono a 5 rappresentanti) e la perdita netta di 7 seggi rispetto a quelli che aveva ottenuto tre anni or sono. Un colpo non da poco se si considera l’ascesa costante che aveva riguardato IU di Cayo Lara dal 2009 in qua, anno in cui la crisi economica iniziò a mordere duramente una Spagna in cui la sinistra di classe, frammentata e controversa, iniziò a prendere coscienza della necessità di ricostituirsi in un fronte più unitario e organizzato, riavviando un discorso in merito all’unità dei comunisti e delle forze anticapitaliste, alla conquista di una linea sindacale e di ripresa della questione repubblicana.
[…] un discorso particolare merita Podemos, il partito guidato dal fotogenico Pablo Iglesias e che risulta, a discapito dei sondaggi che lo davano vincente, la terza forza politica di queste elezioni regionali (14,8% dei voti e 15 rappresentanti).

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Aggiungo un paio di considerazioni.

Sulla Francia, il risultato dichiarato dal Partito Comunista Francese è, come si legge nall’articolo di Di Francescantonio, un più che dignitoso 9,4% (tutti i dati qua sono riferiti al primo turno). Va però precisato che si tratta di un calcolo che include il 4,72% delle liste del Front de Gauche, l’1,32% delle liste presentate dal solo Partito Comunista Francese, lo 0,06% delle liste presentate dal solo Partito della Sinistra e una certa frazione del 6,79% che il ministero dell’interno comunica come “altri di sinistra”. Questa frazione di voti degli “altri di sinistra” corrisponde alle liste comuni Fronte della Sinistra/Verdi (liste costruite dopo l’uscita degli ecologisti dal governo Hollande). Alle elezioni dipartimentali del 2011 i Verdi prendevano l’8,22%, il Partito Comunista Francese il 7,91% e il Partito della Sinistra l1,01%.
Alcuni siti riportano che “Il Partito Comunista Francese-Fronte della Sinistra è la terza forza politica del paese davanti al Fronte Nazionale”. Questo è certamente vero se si guarda al numero degli eletti, 167 comunisti e 9 “altri di sinistra” contro i 62 della Le Pen, ma questo avviene solo per via della legge elettorale. Infatti, il Front National ha preso il 25,24% dei voti al primo turno, stabilendo il suo massimo risultato nelle elezioni dipartimentali.

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Sulla Spagna, il risultato a sinistra non deve stupire, Izquierda Unida in Andalusia usciva dall’ultima esperienza di governo col centrosinistra, ma ne esce come l’alleato cacciato. Il Partito Socialista infatti ha preferito andare a elezioni anticipate (si sarebbe dovuto votare nel 2016) prima che fosse la stessa IU a far saltare l’alleanza con il referendum interno che era già in programma.
Riguardo ai sondaggi, bisogna notare che nessun sondaggio dava in realtà Podemos primo partito in Andalusia. Nei sondaggi il Partito Socialista è sempre stato nettamente in testa, stabilmente sopra il 30%, mentre Podemos non ha mai sfondato, neanche nel sondaggio più ottimista, il 20%. C’è da notare che però Podemos è stato costantemente sopravvalutato dai sondaggi mentre Izquierda Unida ha avuto sondaggi sia superiori sia inferiori al risultato poi ottenuto.
Problemi della sovraesposizione mediatica di Podemos.

SCONFITTA LA GRANDE COALIZIONE ROSSO-BLU: LA LEZIONE OLANDESE

di Alessandro Pirovano  su Gli Stati Generali

Se per la destra populista questo turno elettorale si è tradotto in una lieve perdita di consensi, per la sinistra è stato il momento dello storico sorpasso del PS, la forza di sinistra radicale all’opposizione, sul PvdA, i socialdemocratici al governo. Il PS, infatti, ha conquistato l’11,6%dei voti, guadagnando un senatore in più, da 8 a 9. Bacino di voti per questa forza della sinistra radicale è stato il nord del Paese, la provincia di Groningen, dove il PS è risultato primo partito per la sua storica opposizione all’estrazione di gas che sta creando sempre più problemi nella zona.

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La truffa del debito pubblico.

“La truffa del debito pubblico” è il titolo del nuovo libro di Paolo Ferrero che fa furbescamente il verso a un certo tipo di letteratura scandalistico-complottista molto diffusa nel campo dell’economia. Perché questo tipo di letteratura attecchisca in questo campo specifico, non è difficile da capire: la differenza tra le esperienze di vita reale e il verbo neoliberista professato dagli economisti di regime porta molte persone a cercare risposte diverse da quelle di Friedman, Zingales e Mario Monti. In questa differenza Ferrero cerca di infilarsi piantandoci dentro un cuneo.

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Paolo Ferrero – La truffa del debito pubblico – DeriveApprodi – 155 pagine – 12 euro

Ferrero con questo libro prosegue il lavoro iniziato col precedente libro “PIGS, la crisi spiegata a tutti”, un lavoro di rielaborazione e divulgazione delle posizioni degli “economisti critici” come Brancaccio, Bellofiore, Gallino o Giacchè, per nominare i più noti. Il libro di Ferrero è utile da leggere per chiunque graviti attorno alla cosiddetta “sinistra radicale”, qualunque sia il giudizio che si da del segretario di Rifondazione Comunista. In parte perché gli economisti “nostri” spesso “si spezzano ma non si spiegano”, dibattono a un livello oggettivamente troppo alto perché sia compreso dai militanti che, a loro volta, spesso non sono neanche troppo interessati a innalzare il dibattito oltre il livello delle beghe di fazione. In parte anche perché quello di Ferrero è uno sforzo di sistematizzare le posizioni assunte insieme alla segreteria del PRC e può essere l’occasione giusta per provare a stabilire “affinità e divergenze” in maniera più precisa di quanto si possa fare con gli scambi di battute estemporanei che si susseguono sui social network.

La truffa del debito

Ferrero individua, giustamente, il divorzio del 1981 tra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro come momento critico nella storia del debito italiano. È un momento che viene presentato come “naturale” dalla cultura dominante, i suoi protagonisti Ciampi e Andreatta sono considerati poco meno di padri della patria. Anche tra le culture d’opposizione, però, non è percepito come un passaggio importante almeno quanto la sconfitta dell’occupazione alla FIAT o la sconfitta al referendum sulla scala mobile. Anche a sinistra si tende a viverla come fosse una cosa “naturale” o, anche peggio, ci s’impicca alle fantasie sul signoraggio.

La tesi di Ferrero è semplice. Prima del divorzio Banca d’Italia e Ministero del Tesoro concordavano il tasso d’interesse dei titoli di stato e poi la Banca d’Italia comprava quello che era rimasto invenduto sul mercato privato. In questa maniera lo stato poteva finanziare la sua spesa a tassi d’interesse moderati e il debito pubblico nel suo complesso cresceva in maniera controllata. Con l’autonomia della Banca d’Italia, invece, lo stato deve finanziarsi ai tassi stabiliti dal mercato e l’Italia vede crescere il proprio debito pubblico in maniera esponenziale, pur essendo in avanzo primario. E lo stesso problema affrontano i paesi periferici dell’Unione.

La tesi di Ferrero è giusta, ma corre il rischio del semplicismo. Infatti, non risponde a una domanda: come mai i tassi d’interesse del debito in Italia esplodono già negli anni ’80 mentre questo non succede negli altri paesi periferici dell’Unione, pur avendo la stessa situazione d’indipendenza della Banca Centrale? Senza spiegare questo si rischia di lasciare aperta la porta a spiegazioni banalizzanti come la spesa pubblica senza controlli e le ruberie (è la tesi che Civati esponeva un paio d’anni fa in giro per l’Italia).

Ah, l’ala sinistra del PD

La risposta in parte è implicita nei ragionamenti svolti da Ferrero sul risparmio privato: l’Italia è un paese in cui c’è un alto debito pubblico, ma i privati sono relativamente poco indebitati, molti paesi europei pre crisi erano nella situazione inversa, con debiti pubblici bassi ma alti debiti privati. C’è però un secondo punto che rimane sullo sfondo. Brancaccio e Passerella nel loro pamphlet “L’austerità è di destra” smentiscono la vulgata per cui i tassi d’interesse crescerebbero esclusivamente al crescere del debito pubblico, indicando invece tutta una serie di concause tra cui le più rilevanti sarebbero il deficit e il debito verso l’estero, in altre parole l’eccesso d’importazioni rispetto alle esportazioni. Una situazione, questa, in cui l’Italia s’è spesso trovata a causa della de industrializzazione prima e poi dei sempre crescenti squilibri commerciali dell’area euro.

Ferrero, insomma, spiega molto bene perché l’Italia è esposta alla speculazione internazionale, ma lascia sullo sfondo la discussione su perché la speculazione attacchi proprio noi.

Contro il complottismo

Chiunque abbia fatto parte delle mobilitazioni anti-austerità degli ultimi anni ha provato la sgradevole sensazione di essere accomunato con pazzi complottisti vari. È una caratteristica dei nostri tempi in cui Kalecki viene confuso con Adam Kadmon e l’economia politica con le scie chimiche.

Tipo

La seconda parte del libro è fondamentalmente una lunga risposta alla domanda: ”Se l’indipendenza della Banca Centrale non funziona, perché la fanno? Sono scemi o c’è un complotto?”

Ovviamente nessuna delle due, la risposta è che lo fanno perché ci sono degli interessi di classe. Che Andreatta e Ciampi fossero pienamente consapevoli degli effetti sui tassi d’interesse dell’autonomia della Banca Centrale in quest’ottica non importa più di tanto, probabilmente erano sinceramente convinti che così facendo avrebbero creato un nuovo ciclo di crescita economica basato sul libero mercato. Quello che importa è che così non è stato e che oggettivamente le classi dominanti hanno usato quel passaggio per riguadagnare nei rapporti di forza. Certo ci sarà stato qualcuno, nelle università o al ministero o nei cd’a delle banche, consapevole degli effetti. Dovremmo però essere proprio noi, in qualità di eredi del fu movimento comunista italiano plasmato da Gramsci, a sapere che una svolta egemonica ha bisogno che i suoi agenti ne siano pienamente convinti. Altrimenti è solo dominio. È la differenza tra fare il liberismo coi carri armati come Pinochet e farlo col 41% dei voti come Renzi (si, lo so perfettamente che il 41% non è veramente il 41%, ma ci siamo capiti).

La banalità del complottismo non sta nel pensare da qualche parte ci sono stanze segrete in cui uomini potenti decidono i destini del mondo. Gli uomini potenti e le stanze segrete esistono. La banalità è pensare che queste operazioni possano funzionare realmente senza che ci sia la “conquista delle casematte della società”, una conquista che non può essere fatta banalmente pagando sottobanco giornalisti, professori universitari e altre categorie di influencer.

La doppia circolazione

 La terza parte del libro è dedicata alle proposte operative. Costruzione del movimento anti liberista, costruzione della sinistra politica, azione coordinata tra i paesi europei, disobbedire ai trattati per obbligare gli altri paesi europei a ricontrattare alla base i trattati europei che rendono “costituzionalmente” l’Unione Europea e l’Unione Monetaria Europea delle gabbie liberiste.

Fin qui, nulla di nuovo. Ma Ferrero prova a fare un passo in più. La domanda cui Ferrero vuole rispondere: mentre aspettiamo di aver ricontrattato alla base i trattati europei, come si fa a non farsi massacrare dalla speculazione?

L’Economist, nel 2012

La risposta data è la creazione di un doppio circuito monetario. Ovvero, mantenere l’euro ma parallelamente lo stato italiano potrebbe fare emissioni di titoli di Stato dedicati esclusivamente al mercato interno […] garantendo un rendimento basso – diciamo all’1%. In questo modo lo stato italiano potrebbe andare ad attingere al risparmio privato, che in Italia rimane molto alto, senza pagare interessi stratosferici. Inoltre lo Stato italiano potrebbe decidere di pagare, con i titoli di Stato emessi per il mercato interno, una parte dei debiti che ha, partendo dai pagamenti verso le imprese e le prestazioni sociali. Così facendo lo stato non solo non pagherebbe interessi stratosferici alla finanza internazionale ma metterebbe gli interessi più bassi pagati sul mercato nazionale. I buoni del tesoro dovrebbero essere convertibili in carta moneta in modo di permettere di usarli come pagamento nel mercato interno oppure convertirli per andare sul mercato internazionale.

Sembrerebbe la quadratura del cerchio: neutralizza gli effetti perversi dell’euro senza uscirne. In quanto alla sua realizzabilità, il dibattito è aperto. Da una parte Mazzetti sostiene che sia impossibile, dall’altra Gallino, Sylos Labini e altri avanzano una proposta simile di “moneta fiscale” (la differenza è che si tratterebbe di una “quasi-moneta” utilizzabile a fini di sconto fiscale).

Non è compito mio risolvere questo dibattito sul piano della realizzabilità economica. Dal punto di vista della realizzabilità politica individuo però alcuni problemi. Nel libro è lasciato sottointeso, la doppia circolazione monetaria è una misura provvisoria in attesa che un’alleanza di governi di sinistra radicale dei paesi periferici dell’Unione imponga la riscrittura alla base dei trattati, da Maastricht in giù.

Ma perché mai l’Unione Europea, e in particolare i governi austeritari della Germania e degli altri paesi “virtuosi”, dovrebbe accettare questa manovra? Perché, dice Ferrero, l’Italia è troppo grande per fallire, troppo integrata nel sistema industriale tedesco, troppi collegamenti tra le banche italiane e quelle di Berlino e Parigi, troppa popolazione, troppo peso nell’Unione Europea. Vero. Siamo però sicuri che altrettanto si possa dire degli altri paesi periferici? Ai vertici della Banca Centrale assistiamo a uno scontro tra Draghi, impegnato a fare tutto il necessario per salvare l’euro, e i rappresentanti della Germania che tengono fermo il punto: si sta nell’euro solo finché si rispetta l’austerità. Ovviamente questo scontro non riguarda immediatamente l’Italia ma i paesi periferici più piccoli: Grecia, Irlanda e Portogallo. L’esistenza stessa dello scontro Draghi-Germania testimonia che per qualcuno i paesi più piccoli sono sacrificabili al dio dell’ortodossia economica.

Anche ammettendo che Draghi vinca lo scontro (e, a margine, c’è da considerare che Draghi in cambio chiede l’abbattimento di ogni tutela sociale), c’è un altro problema. Il ragionamento di Ferrero impone che si crei un’alleanza tra governi di sinistra radicale nei paesi periferici. Guardando ai dati reali, però, questa prospettiva è lontana. A oggi l’unico paese che potrebbe avere un governo di sinistra radicale è la Grecia. Syriza alle ultime europee è stata il primo partito e il governo è sufficientemente debole perché si vada in tempi rapidi a nuove elezioni. Con i dati delle europee Syriza sarebbe partito di maggioranza relativa con 130 seggi su 300. Alcuni sondaggi successivi arrivano a pronosticare anche la maggioranza assoluta con 150 seggi. I governanti dell’attuale Grande Coalizione, invece, si troverebbero neanche a 100 seggi e non arriverebbero a pareggiare i 130 di Tsipras neanche imbarcando i Greci Indipendenti (destra critica dell’austerità) e Il Fiume (sinistra liberale). Quello che è sicuro è che, se si andasse in tempi brevi a elezioni, non si potrebbe fare un governo senza Syriza.

Syriza

E negli altri paesi periferici?

Il paese che ha in programma le elezioni politiche prima di tutti è la Spagna, che le terrà tra Ottobre e Novembre 2015 (salvo che i risultati delle amministrative di Maggio 2015 non facciano precipitare gli eventi). In Spagna l’astro nascente è Podemos, la neonata formazione di sinistra radicale che, dopo l’exploit inaspettato delle europee, è data da alcuni sondaggi come primo partito. Ma essere primo partito non garantirebbe a Iglesias e soci la guida del governo. Infatti, anche i sondaggi più rosei (ammesso che siano confermati nelle urne) danno Podemos attorno ai 110 seggi. Neanche sommando Izquierda Unida, Esquerra Republicana de Catalona e gli indipendentisti baschi sarebbe possibile raggiungere i 176 seggi necessari per avere la maggioranza. Si noti, a lato, che la strategia di Podemos a oggi sembra essere più efficacie nel cannibalizzare le altre sinistre piuttosto che nel raccogliere consenso nel campo avversario. Tanto che a oggi il risultato più probabile è una Grande Coalizione tra Popolari e Socialisti.

Izquierda Unida

Tra Settembre e Ottobre 2015 si dovrebbe votare anche in Portogallo. Alle europee le sinistre radicali nel complesso sono arretrate, per la verità con un crollo del Bloco de Esquerda e un avanzato della coalizione tra Comunisti e Verdi. Per le prossime elezioni generali sembra profilarsi invece una vittoria dei socialisti pro-austerità che, nel caso, troverebbero facili alleati nelle destre.

Partido Comunista Portogues

In Irlanda, infine, le elezioni si dovrebbero tenere nell’Aprile 2016. Il Sinn Fein, partito socialista repubblicano, ha ottenuto degli ottimi risultati alle europee e i sondaggi lo danno primo partito e in crescita. Ma anche prendendo per buoni i sondaggi non è detto che riesca ad ottenere la maggioranza assoluta di 84 seggi, anche se magari potrebbe avvicinarsi molto. La possibilità di trovare alleati di governo è un’incognita.

Sinn Fein

Certo, fidarsi dei sondaggi e delle tendenze in atto ora per vaticinare quello che succederà a elezioni che si terranno tra un anno e più è un bell’atto di fede. Questo significa proprio che l’ipotesi dell’alleanza dei governi di sinistra radicale (ammesso che quest’alleanza possa avere successo senza l’appoggio di almeno Italia o Francia, paesi in cui, non serve ricordarlo, le sinistre radicali sono ben lontane dal governo) è di la da venire e che il piano proposto da Ferrero è buono sulla carta ma nei parlamenti difficilmente avrà le gambe per camminare. Vuol dire che sia tutto da buttare? No, ma vuol dire che più probabilmente ci sarà un governo isolato di sinistra radicale, o forse un paio, ma l’ipotesi più favorevole è lontana dal realizzarsi e le sinistre dovrebbero continuare ad attrezzarsi per l’eventualità di un’uscita dall’euro. E questo sia che si tratti di Syriza quando afferma che tra la dignità della Grecia e l’euro sceglieremo la dignità della Grecia, sia che si tratti degli altri paesi periferici che rischiano di dover fronteggiare un’uscita da destra dall’Unione Monetaria.