Caracciolo sulla Libia

Nettamente la cosa più lucida che ho letto negli ultimi giorni. Fa specie sapere che a sinistra si ricade sempre ed eternamente nel giochino del “se ci fosse l’autorizzazione dell’ONU”.

La guerra in Libia è un regalo al Califfo

di Lucio Caracciolo su Limes

Il “califfo” al-Baghdadi non potrebbe sperare di meglio: l’invasione armata di ciò che resta della Libia, condotta da ”crociati” (italiani, francesi e altri europei) e “apostati corrotti” (egiziani più arabi e africani vari).
[…]
Perché, contrariamente a quanto affermano i suoi portavoce, lo Stato Islamico non sta conquistando la Libia. Semmai, alcune fazioni che continuano a massacrarsi senza pace usano il marchio “califfale” in franchising, per ottenere visibilità e attirare reclute. 

[…]
Quattro anni dopo aver partecipato controvoglia, su uno strapuntino dell’ultimo minuto, alla liquidazione franco-britannica di Gheddafi (e della Libia), adesso rischiamo dunque di tornarci in pompa magna, per ritessere la tela che abbiamo strappato. A supportare le ambizioni egiziane sulla Cirenaica e gli interessi francesi nel Fezzan. 
[…]
Ma qualcosa si può e si deve fare. Prima di tutto, non accendere nuovi focolai di guerra senza speranza di vincerla. Poi, usare le leve finanziarie di cui ancora disponiamo per bloccare i flussi di denaro che arrivano ai gruppi armati – operazione tutt’altro che impossibile. In terzo luogo, colpire i traffici che alimentano i miliziani, compresi i jihadisti che fanno riferimento allo Stato Islamico.
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C’era una volta il movimento .

Ho scritto questa roba di getto per commentare la faccenda del PD di Milano che attacca le manifestazioni per Gaza. Mentre la scrivevo si è espansa a un sacco di altre cose. Nell’articolo ci sono alcuni riferimenti che potranno capire solo i sondriesi, ma non ho voglia di editare.

Tutto parte da qui.

Tutto parte da qui.

“pacifismo a senso unico usato come una clava”

Ok, cerco di dirla nella maniera più concisa e meno pacco che mi riesca.
Il mio primo atto politico è stato tenere uno striscione contro l’imperialismo in una manifestazione. Non ricordo esattamente cosa ci fosse scritto, ma vabbè.

Era il 2003 e gli studenti di Sondrio scioperarono in massa (si, in massa. Mille studenti. A Sondrio.) contro la guerra in Iraq. La Garberia era piena e ricordo il comizio del Micio, c’erano anche tutti i professori intelligentiddesinistra (notare, sono una categoria diversa dal Micio). Ecco, diciamo che all’epoca si pensava di poter fare veramente la differenza, che il movimento per la pace potesse davvero fermare l’aggressione di Bush Il Giovane, Tony Blair e dei cagnolini Aznar e Berlusconi. E in quell’epoca si cominciava a leggere Liberazione e il Manifesto proprio perchè erano quelli che davano contro alla guerra in maniera più convinta.

Poi ripensandoci undici anni dopo in quel movimento c’erano tutte le contraddizioni che ora sono esplose, ma in quel momento, da giovane idealista che guardava solo alla contraddizione principale, derubricavo ogni contraddizione come una differenza su cui passare perchè l’avversario era troppo forte e troppo malvagio per perdersi in piccolezze. E all’epoca il rappresentato dell’avversario forte e malvagio in Italia era… Giuliano Ferrara…
Ok, adesso parlare di Ferrara fa ridere, ma all’epoca non aveva ancora fatto la lista pro-vita dello 0,1% e non aveva ancora fatto le manifestazione truccato col rossetto per la libertà di andare con le prostitute minorenni.
Ecco, 11 anni fa Ferrara passava per quello che “bisogna ammettere che Ferrara però è Intelligente”. E bisogna pure ricordare che era uno stretto consigliere di un Berlusconi che allora guidava un’alleanza che pareva fortissima, con la Lega, con Alleanza Nazionale che ancora non si era tolta di dosso il sapore del MSI e con Fini che girellava per Genova nei giorni della mattanza del G8
Insomma, 11 anni fa Ferrara poteva davvero rappresentare un avversario degno.
E però già 11 anni fa Ferrara mi sembrava un pezzente intellettuale. Ferrara era quello che attaccava il movimenti contro la guerra in Irak con più virulenza. Noi eravamo gli amici di Saddam Hussein, non ce ne fregava nulla del sangue dei curdi e delle altre vittime del regime (e qua ci starebbe la storia della litigata col professore di Sistemi su Ocalan…), volevamo far diventare l’Europa l’Eurabia etc etc etc
Con gli anni, studiando, ho capito che avevamo VERAMENTE ragione e che i Ferrara del mondo oltre a essere forti e malvagi avevano VERAMENTE torto.

A lato, erano pure gli anni della Seconda Intifada. Ovviamente ogni parola detta contro la guerra in Iraq veniva subissata dal coro di quelli “eh ma i vostri amici palestinesi”. Qua ci vorrebbe una lunga digressione tra le sottili differenze tra essere per la pace, essere pacifisti, essere non violenti. Ma son cose che ho imparato dopo.
Ricordo che già all’epoca non potevo sopportare la disonestà intellettuale di chi voleva mettere tutto sullo stesso piano, occupazione e resistenza, un esercito potenza nucleare e bande di poveri senza stato che combattono come possono. Ricordo il mio primo interventi in un’assemblea d’istituto proprio per dire che pure i partigiani, li chiamavano terroristi. Ricordo anche, qualche anno prima, il sorrisetto con cui il già citato Gianfranco Fini commentava che le urla di “assassini assassini” dopo la morte di Carlo Giuliani erano “un po’ forte per gente che si definisce pacifista”. Ah, en passant, nel frattempo Fini è diventato una specie di Santo Della Democrazia senza mai spiegare cosa ci facesse in certi luoghi a Genova nel 2001…

Ok, vengo al punto… Ricordo tutte questa cose, e l’argomento del “pacifismo a senso unico usato come una clava” era l’argomento del Nemico. Era l’argomento, per di più, del Nemico che non aveva il coraggio di confrontarsi nel merito, di ammettere che non era super-partes, che era per la guerra e per l’oppressione. E quindi il Nemico la buttava su un piano in cui lui poteva sembrare quello equilibrato, quello realista, quello che distribuiva torti e ragioni dappertutto. Il Nemico era quello che diceva di essere per la pace e quindi voleva partecipare alle manifestazioni con la bandiera degli Stati Uniti e di Israel. Il Nemico era quello terzista. Però in maniera equilibrata, terzista e per la pace il Nemico alla fine era SEMPRE per la parte dominante e guerrafondaia.

Ecco.
Partito Democratico, oggi.
Come Ferrara, come Fini. Ma un po’ peggio.

 

Woodrow Wilson a Sinferopoli

Il Parlamento di Sinferopoli ha votato a larghissima maggioranza la secessione della Crimea dall’Ucraina. Il referendum popolare confermerà (scrivo mentre arrivano i primi exit poll) a maggioranza altrettanto larga la decisione di cambiare stato.

Era scontato, era inevitabile. Dopo che l’abbattimento di Yanukovich (inetto e corrotto, ma pur sempre il presidente legittimo secondo le leggi ucraine) ha portato al potere a Kiev una coalizione di liberisti e fascisti con l’ossessione della purezza etnica, non era pensabile che una regione come la Crimea  rimanesse a guardare mentre venivano messi fuori legge i partiti di sinistra e/o russofoni, mentre si “invitano” i russi d’ucraina a lasciare il paese. Lasciando i soldi all’Ucraina, ovviamente.

Tyahnybok, leader di Svoboda, il partito nazista che controlla il Ministero della Difesa a Kiev

La Crimea è storicamente russa, si narra che Kruscev prese la decisione di farla passare dalla Repubblica Russa a quella Ucraina (allora ancora repubbliche dell’URSS) dopo una ciuca colossale. Ma lo si narra di tutte le decisioni di Kruscev, il punto è che fu una decisione nell’ottica di uno spostamento interno a uno stato unitario. Dopo la fine dell’URSS la Crimea è rimasta formalmente al nuovo stato ucraino, ma con grandi autonomie e, soprattutto, con decine di migliaia di soldati dell’esercito russo e la flotta strategica russa in loco secondo i trattati bilaterali. Neanche l’altro notorio presidente ubriacone, Eltsin, allentò mai la presa sulla Crimea.

Una situazione lose-lose

I media internazionali stanno dipingendo come grande cattivo della situazione Putin. Il presidente russo sta in realtà subendo una situazione in cui qualsiasi mossa faccia è a perdere.

Durante la crisi dell’Ossezia nel 2008 la Russia (formalmente intitolata a respingere l’aggressione georgiana) era riuscita a usare la forza militare per un tempo brevissimo e a creare poi due territori formalmente autonomi, senza entrare nelle acque turbolente dell’annessione territoriale. La dimostrazione di forza militare di Putin, conclusa dopo il ripristino del bilinguismo russo/ucraino da parte del governo di Kiev, poteva forse avere questo scopo. Ma la Crimea non è un micro territorio del Caucaso dove le frontiere hanno (o quantomeno avevano nel 2008) un significato relativo. La Crimea è un territorio troppo importante come unico sbocco marittimo della Russia, le altre provincie russofone come passaggio di gasdotti e oleodotti, per rimanere nell’indeterminatezza dell’Ossezia.

Se Putin procede con l’annessione territoriale, via plebisciti o manu militari, si infila in un ginepraio diplomatico in cui il suo più grande possibile alleato sulla vicenda, la Cina, non può seguirlo per gli ovvi motivi legati al principio di non ingerenza e ai tanti territori in cui minoranze etniche più o meno riottose puntano all’indipendenza.

Se Putin dovesse cedere, si ritroverebbe con un paese alleato alla NATO ai confini, con milioni di cittadini russi sotto uno stato ostile, con l’apparato industriale dell’est ucraino, fondamentale sub fornitore dell’industria russa, verosimilmente smantellato o reindirizzato a ben altri mercati.

Un principio pericoloso

La maniera in cui il principio di autodeterminazione dei popoli viene evocato a proposito di questa vicenda, è quantomeno curiosa. Il principio elaborato dal Presidente americano Wilson dopo la Prima Guerra Mondiale è abbastanza fumoso per essere piegati ai più vari scopi. Come di definisce un “popolo”? Per etnia, religione, lingua o cos’altro? Quali sono le modalità per autodeterminarsi? Lotta armata, proteste pacifiche, referendum?

Viene invocata l’autodeterminazione del popolo ucraino che non vuole vivere oppresso da Putin ma chi lo fa non considera il popolo crimeo in diritto di autodeterminare l’adesione alla Russia.

Dall’altra parte si proclama appunto la legittimità delle decisioni del Parlamento di Sinferopoli e del referendum popolare, ma non è difficile ricordare che molti di quelli che sostengono questa posizione si sono opposti al riconoscimento del Kosovo indipendente e difficilmente applicherebbero lo stesso principio al Tibet o alla Padania.

Sicuramente la Crimea può vantare argomento storici ben più solidi di molti altri movimenti indipendentisti, ma la verità è che il principio di autodeterminazione dei popoli oltre a essere fumoso è anche un principio pericoloso. Molto bello da pronunciare ma molto pericoloso da applicare.

In nome dell’autodeterminazione dei popoli sono state combattute le guerre che hanno smembrato la Federazione Jugoslava. La Slovenia fu il primo pezzo a staccarsi, sembrò un’operazione indolore, ma legittimò il gioco al massacro che seguì nel resto del paese. E non è detto che l’Ucraina non rischi la stessa fine.

Se i russi di Crimea porteranno la propria regione sotto Mosca, perchè gli ungheresi di Transcarpazia non potrebbero fare altrettanto? Ed effettivamente, il governo di estrema destra di Orban sta passando da vaghe retoriche sulla riconquista della sovranità dei territori persi dal vecchio Regno d’Ungheria alla concreta consegna di passaporti ungheresi a molti cittadini di lingua ungherese della Transcarpazia. E ancora, la Polonia, da cui molto estremisti di destra sono andati a sostenere i camerati ucraini, potrebbe essere tentata di prendersi qualche territorio.

Propaganda sul referendum di Crimea

Un’esplosione del genere rischierebbe di portare la guerra dalla Russia all’interno dell’Unione Europea. Prima di inneggiare all’autodeterminazione dei popoli, prima di entusiasmarsi per l’espansione del campo atlantico o per il ritorno all’assertività del campo eurasiatico (per non parlare di illusioni di ritorno a un “campo sovietico”), sarebbe bene pensarci su. Molto seriamente. La guerra non è uno slogan sparato su facebook.

Il fascino discreto del revisionismo.

Se chi legge si è interessato di politica nell’ultimo decennio, è probabile che abbia visto un discreto numero a difesa della libertà di informazione contro i nefasti attacchi del Cavaliere Nero, contro l’editto bulgaro e la ridda di edittini a seguire, contro le leggi bavaglio. In sostanza, a favore di Repubblica e Rai3.

Poi ti trovi l’epurante e l’epurato che in fondo si lovvano… C’est la vie

Se chi legge ha fatto anche politica nell’ultimo decennio, è probabile che abbia fatto anche alcune di quelle manifestazioni in cui Sabina Guzzanti sembrava la reincarnazione di Rosa Luxemburg e ci si affannava a pensare che Zapatero stesse guidando la Spagna verso un’era di prosperità in cui avrebbe sorpassato gli USA grazie alla libera informazione.

Se poi il suddetto militante era di sinistra, se non addirittura comunista*, può essere che si sia trovato un bel giorno in una piazza con un bavaglio in bocca chiedendosi che cazzo ci faceva, lì, con quella gente lì.

-ma che questo non sono quelli che poi ci danno dei terroristi quando andiamo in Val di Susa? - si ma domani mettono tre righe di intervista a Ferrero, e non parlare che si muove il bavaglio.

-ma questi non sono quelli che poi ci danno dei terroristi quando andiamo in Val di Susa?
– si ma domani mettono tre righe di intervista a Ferrero, e non parlare che si muove il bavaglio.

Poi uno si toglie il bavaglio di bocca e i post-it gialli da sopra gli occhi, arriva a casa e accende il suo bravo telegiornale democratico. E si trova di fronte a cose che scavalcano a destra Storace in quanto a revisionismo storico.

Il fascino discreto di George W. Bush

Per il decennale dell’inizio della guerra in Iraq Rainews24 ha messo in piedi un dibattito con Giovanna Botteri in cui si sosteneva che l’allora Presidente Bush avesse avviato la guerra credendo in buona fede a informazioni errate passategli dai servizi segreti. Nel dibattito, la guerra veniva ricordata come una trionfale avanzata delle forze occidentali accolte come liberatrici dalle masse popolari che abbattevano le statue del tiranno al passaggio delle Armate del Bene. Una ricostruzione fatta per riattizzare il paragone con l’arrivo degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Per inciso, un paragone che dieci anni fa veniva fatto dai peggiori destri facendo incazzare tutti. Nella ricostruzione della Seconda Guerra del Golfo secondo il vangelo di Botteri, non un accenno al fatto che, a secondo delle fonti, il conflitto iraqeno ha provocato dai centomila a oltre un milione di morti. Abu Ghraib e Guantanamo sparite dall’orizzonte, la persistenza del terrorismo con centinaia di vittime completamente evaporato dal dibattito.

Dick Cheney: “Saremo accolti come liberatori, e se ci va male comunque parleranno bene di noi a RaiNews24”

Se ai tempi i commentatori più teneri descrivevano Bush figlio come una specie di Micheal Corleone impegnato a vendicare Don Vito/Bush Padre nella guerra contro i Sollozzo/Hussein**, adesso bisogna dire che Bush junior in fondo non fece nient’altro che credere in buona fede ai rapporti dei suoi servizi segreti. In pratica, secondo Rainews24, Colin Powell ci credeva veramente quando andava all’ONU ad agitare le boccette di armi chimiche dicendo che Saddam, che aveva eliminato in diretta tv il suo arsenale missilistico, era pronto a colpire l’Europa nel giro di un quarto d’ora. L’amministrazione Bush sarebbe stata quindi nient’altro che un gruppo di potentissimi fessi che credevano veramente

Il fascino discreto di Priebke

Se questo è un piccolo caso di revisionismo passato nell’indifferenza totale, risale a pochi giorni fa un caso che è riuscito a entrare tra le notizie principali grazie alla mobilitazione dell’Associazione Nazionale Partigiani D’Italia. Durante una sua trasmissione su Rai3 (quella che è l’isola di buona informazione in mezzo alle tremende acque berlusconiane) Pippo Baudo (quello che per due volte il PD avrebbe voluto candidare a presidente della Sicilia) ricostruisce l’attento di Via Rasella, cui seguì l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Per farlo, Baudo s’improvvisa storico e maestro di morale, e intervista il Maggiore Scardone, direttore del Mausoleo delle Fosse Ardeatine.

L’intervista sembra essere una presa per i fondelli da tanto è surreale. Per tutta la durata, Scardone confonde il nome dei GAP (le formazione partigiane operanti nelle città) chiamandoli Gruppi Armati Proletari (uno dei gruppi della lotta armata di fine anni ’70) invece di Gruppi di Azione Patriottica. Baudo, da parte sua, insiste particolarmente sull’idea che i partigiani autori dell’azione di Via Rasella si sarebbero dovuti consegnare ai nazisti per evitare la rappresaglia che, secondo lui, sarebbe stato un atto pienamente conforme alle leggi di guerra. Scardone per la verità cerca anche di dire non aspettarono 48 ore per dare il tempo ai partigiani di consegnarsi, ma il discorso continua a filare. Baudo in ogni caso, dal suo scranno di giudice morale della storia italiana, conclude che i responsabili, non solo non si consegnarono provocando direttamente la strage, ma furono addirittura insigniti di medaglie e fatti deputati (peraltro, è falso che il compagno Bentivegna sia mai stato parlamentare).

Tanto Bentivegna è morto e non può andare da Baudo a dirgli che un pirla che nella sua vita ha presentato Sanremo non può dare lezioni di coraggio

Alle richieste di correzione da parte dell’ANPI, Baudo ha risposto piccato che i fatti storici vanno ricordati, Rai3 invece ha pensato bene di accodarsi al suo conduttore revisionista senza pronunciare verbo.

Il problema non sono solo gli errori pacchiani nella ricostruzione, il problema è l’idea della Resistenza che viene propagandata dalla più democratica della reti televisive. Si parla come se si fosse trattato di uno scontro tra eserciti regolari, come se i nazisti rispettassero un qualche codice d’onore per cui si procedeva alla rappresaglia solo se i partigiani si comportavano in maniera disonorevole.

Si parla, soprattutto, come se la Resistenza non avesse diritto a compiere azioni militari contro l’occupante. Ora, a parte che ci sono tonnellate di sentenze che stabiliscono che l’azione di Via Rasella è stata una legittima azione militare, la questione è che si vuole far passare l’idea che sia esistita una Resistenza Buona, un movimento passivo, possibilmente disposto a farsi martirizzare. Infatti Baudo sostiene che i partigiani avrebbero dovuto fare come Salvo D’Acquisto, consegnarsi e farsi ammazzare, non continuare la lotta. Contrapposta a questa Resistenza Buona c’è ovviamente la Resistenza Cattiva, fatta dai partigiani che lottavano armi in pugno contro i nazisti e i fascisti, esponendo i civili alle rappresaglie.

Ed è questo il revisionismo più subdolo, quello che vuole far passare fascisti e partigiani come due facce della stessa medaglia, gruppi violenti in lotta per il potere infischiandosene delle ricadute sulla popolazione civile. I veri buoni, secondo questo revisionismo, sono quelli che sono rimasti ad aspettare alla finestra e al massimo c’è posto per l’eroismo individuale dei D’Acquisto o dei Kolbe.

E in fondo è un revisionismo che ha un senso da Via Rasella all’Iraq. Se i buoni sono stati quelli della Resistenza attendista e che dopo la guerra hanno portato l’Italia nel campo occidentale, allora i buoni sono anche quelli che 60 anni dopo hanno portato l’Italia in Iraq (e in Afghanistan, e in Libia, e in futuro in Siria) al traino del campo occidentale e dell’imperatore americano di turno.

La prossima volta che ci chiameranno a difendere i mezzi di informazione democratici dal bavaglio, ho idea che mi darò malato.

* Come se non sapessi perfettamente che il 90% di chi legge questo blog sono i compagni che vedono il post sulla mia pagina Facebook.

** L’ho rubato a Don Winslow. Di Winslow va letto tutto.