Due miserie in un film solo. Appunti su Quando C’era Berlinguer.

  • Appunti, ovvero una forma che uso perché un discorso complessivo e continuativo diventerebbe pesante e retorico. Più pesante e retorico del solito.
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  • Per qualche anno dei poveri ragazzi innocenti saranno costretti a guardare Quando C’Era Berlinguer dai loro insegnanti intelligenti di sinistra. Veltroni propone un film con la retorica “è il mio punto di vista emozionale” ma con l’intento reale di farlo diventare il punto di vista da cui viene comunicata ai giovani la figura di Berlinguer. E l’intera storia nazionale di quegli anni.
  • La prima manifestazione che Walter Veltroni ha ripreso col super8. Tra quelli della Federazione Giovanile scorrono volti di compagni ed ex compagni famosi. Hanno tutti diritto a una parola buona e a una menzione della carriera successiva: chi capitano d’azienda, chi traditore che si vanta di essere stato al soldo dei servizi segreti. Poi c’è una compagna che non ha questi diritti, lei è solo la ragazzina dai capelli rossi di cui Walter è innamorato. E tanto deve bastare a definirla.
    Non è solo il patetico accostarsi a Charlie Brown, è la narrazione del “facevamo i comunisti perché c’erano tanto gggiovani e si trovava da scopare, non perché credessimo veramente al socialismo”. È la stessa narrazione che spaccia la figura della giornalista impegnata ne La Grande Bellezza.
  • Parlano solo quelli che promossero o quantomeno accettarono la scelta di sciogliere il PCI: Macaluso, Napolitano, Scalfari, Tortorella e Ingrao.
  • L’unica eccezione è il terrorista Franceschini. Curiosamente. Ma neanche troppo. La destra del fu movimento operaio e l’ala sinistra terroristica sono concordi nel giudicare il PCI un partito “socialdemocratico di fatto”, naturalmente avviato sulla strada del Partito Democratico.
  • Lucio Magri nel Sarto di Ulm spiega perché non era d’accordo con l’idea del PCI socialdemocratico. Magri s’è suicidato risparmiandosi il film di Veltroni. Ma tanti altri sono vivi e potevano portare un contributo critico. Quelli del PdUP, quelli del Manifesto, quelli di Democrazia Proletaria, quelli di Lotta Continua. Veltroni sceglie un Brigatista che gli fa comodo. Perchè quella di Veltroni è un’agiografia
  • Le agiografie di Berlinguer hanno un problema: devono esaltare un periodo e glissare sull’altro. Veltroni ovviamente esalta il compromesso storico (ignorandone il fallimento totale) e tratta il “secondo Berlinguer” come un incidente di percorso. Macaluso dice che la lotta alla FIAT dell’80 “naturalmente era sbagliata”. L’austerità berlingueriana viene assunta acriticamente ed è ovviamente la stessa cosa di quella montiana.
  • Si aspettano prove tangibili di come la classe e/o il paese abbiano tratto giovamento dalla sconfitta della lotta sbagliata alla FIAT
  • Altrettanto problematica è l’agiografia del Berlinguer che guida le lotte e contrasta la DC.
  • Per Veltroni durante il compromesso storico gli unici motivi di contrasto con la DC furono i temi etici. Come se si stesse parlando della lotta tra la componente ex ds e quella ex margherita nel PD.
  • Per Veltroni il triennio culmine del compromesso storio fu un triennio di vittorie elettorali. Lo spettatore inconsapevole (che è il vero target del film) è portato a pensare che il PCI fosse primo partito e governasse.
  • Il PCI non ha mai governato. Anzi, s’è svenato per sostenere governi che lo prendevano a pesci in faccia e ha dilapidato il consenso accumulato nelle avanzate elettorali. Nel film di Veltroni si arriva al governo Andreotti senza PCI del ’78 senza che vi sia una qualsiasi spiegazione. Eppure tutto sembrava filare liscio…
  • “Vincere le elezioni” è l’unico scopo della politica odierna. Lo spettatore inconsapevole non sa che negli anni ’70 “vincere” significava che il PCI avanzava e la DC arretrava.
  • Per fortuna in mezzo a tutto questo viene intervistato un ex ambasciatore americano che ricorda che comunque il PCI al governo non l’avrebbero mai accettato.
  • Si parla solo marginalmente della strategie della tensione, delle bombe, dell’eversione nera. Naturalmente, se ne parla per accomunare “gli opposti estremismi”
  • Del capo del PCI se ne parla da terrazze romane, dalle ville toscane. Ne parlano giornalisti, brigatisti, alti dirigenti politici.
  • Da un corpo sociale di milioni di persone si seleziona ciò che è compatibile col PD degli anni’10.
  • Dal film di Bertolucci sui funerali di Berlinguer viene estratto solo l’intervento di un bambino impomatato ed evidentemente imbeccato a dire che Berlinguer era stato bravo perché aveva fatto il compromesso storico.
  • L’unico momento in cui la commozione è reale è quando parla Silvio Finesso, operaio e dirigente locale del PCI che ha accompagnato Berlinguer nell’ultima giornata padovana. L’unico a essere intervistato in una casa normale. La commozione di Napolitano è di plastica.
  • I simboli comunisti e tutto l’armamentario ideologico del PCI vengono mostrati esplicitamente solo dopo un’ora e mezzo di film. Quando ormai lo spettatore inconsapevole è convinto che il PCI fosse comunista solo di nome. All’inizio del film bisogna tendere l’orecchio sotto gli sproloqui di Veltroni per sentire la folla che scandisce “viva il grande Partito Comunista di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer!”
  • Togliatti è il male, Togliatti aveva un partito piccolo chiuso sulla classe operaia e settario. Longo neanche esiste.
  • Il film non è una miseria solo sotto il punto di vista politico. Sotto il punto di vista artistico è il trionfo di una retorica appiccicaticcia. Musiche commoventi e bianconero come se fosse un servizio di Studio Aperto. Il paragone aulico e incomprensibile tra Berlinguer e l’esploratore Cook.
    L’intervento dell’artista Jovanotti.
  • La posizione di Pasolini è distorta, ma di questo ne hanno già parlato su Valigia Blu.
  • Viene citato il Qualcuno Era Comunista di Gaber. Per la precisione, il pezzo che dice “qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a un razza che voleva spiccare il volo… per cambiare veramente la vita. No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.”
  • Tralasciando però il finale:”E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo”.

Enrico Berlinguer

E’ ormai luogo comune che Berlinguer, col compromesso storico, sia stato il precursore del PD. E che, soprattutto, sia stato l’omicidio di Moro da parte delle BR a evitare l’inevitabile incontro tra un PCI ormai comunista solo di nome e la Democrazia Cristiana.
Nel libro Il Sarto di Ulm Lucio Magri contesta duramente questa visione. Nel capitolo Omissioni, reticenze e bugie smonta le ricostruzioni storiche del governo della “non sfiducia” tra il ’75 e il ’78, sostenendo che:

1) è falso che l’elettorato del PCI fosse interessato a una “normale alternanza tra centrodestra e centrosinistra

2) è falso, o quantomeno non del tutto vero, che lo “stato di emergenza” fosse oggettivo e non una costruzione dei rapporti di forza tra socialisti, democristiani e comunisti. E americani

3) è falso che le sinistre abbiano ottenuto una qualunque cosa dai governi della non sfiducia

4) è falso che giovani e operai abbiano seguito ciecamente il PCI nel compromesso storico.
Magri ricorda che Berlinguer costrinse Andreotti alle dimissioni, salvo ritrovarsi con un nuovo governo ancora più chiuso alle richieste del PCI.

Magri conclude così:

Ho insistito su questi dettagli perchè sia chiaro che, in quella fatale mattina del 16 Marzo 1978 (la mattina del rapimento di Moro), la “grande coalizione” era già in una crisi irrecuperabile.

E’ dunque un’autentica e consapevole falsità dire che a interrompere il cammino di un faticoso ma fecondo tentativo fu il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. Anzi è vero il contrario Quell’atto sciagurato servì a prolungare il governo della “grande coalizione”, ormai boccheggiante, per quasi un anno […]

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L’evidenza di questi fatti è tale che sembrerebbe inutile inoltrarsi nel
ginepraio di confessioni, memorie, atti processuali, inchieste parlamentari, che è fiorito su quel drammatico evento. Per scrupolo mi sono letto gran parte di quel materiale e ne ho tratto qualche convinzione. Proprio dai fatti ormai accertati emergono alcuni problemi trascurati, ma importanti, sia per valutare l’evento sia per gettare luce sui suoi lati più oscuri. Ne elenco alcuni. Perché quel sequestro, e ancor di più quell’assassinio, quando ormai era chiaro a tutti il fallimento della «grande coalizione» e prevedibile la sua crisi definitiva? Che interesse potevano ormai avere a favorirlo o provocarlo, eventuali «forze oscure» che si opponevano alla
partecipazione ormai fuori causa dei comunisti al governo? Perché d’altro lato le Brigate rosse, avendo come obiettivo una generale destabilizzazione del sistema e l’allargamento della propria base di consenso, dopo aver ottenuto da Moro, con lunga e rischiosa segregazione, dichiarazioni brucianti e credibili rivelazioni (la scelta più destabilizzante e la vittoria più riconoscibile), lo hanno invece ucciso e hanno occultato e distrutto la parte più scottante dei verbali dei suoi interrogatori? Come si spiegano la trascuratezza e l’inefficienza con le quali gli apparati dello Stato da tempo affrontavano il terrorismo e affrontarono poi la sua iniziativa più pericolosa? Perché la scelta della «fermezza» esibita da tutti i partiti di governo, anziché produrre una maggiore unità ha portato a divisioni e sospetti tra loro? Non ho la presunzione di fornire a questi interrogativi risposte esaurienti e credo che nessuno potrà darle finché molti scheletri non usciranno all’armadio. Ma alcune cose si possono dire e provare.
Anzitutto sulla reale natura delle Brigate rosse, chiarendo radicati equivoci. L’idea che le Br fossero da lungo tempo la facciata e lo strumento di un grande complotto di altre forze reazionarie che le governavano è assurda. Decine, anzi centinaia di persone – se si
considerano gli arrestati e i nuovi reclutati – non ne uccidono altre centinaia (spesso incolpevoli), né sono disposte a morire o a passare la vita in prigione, senza un’identità ideologica forte che le sorregga; e non potevano avvicendarsi in un’organizzazione che vive come una comunità senza accorgersi, per anni, di essere usate per tutt’altri fini. Altrettanto infondate e fuorvianti mi paiono però sia la tesi secondo la quale le Br nacquero e degenerarono come parte di un «album di famiglia» – e questa famiglia era il Pci –, sia la tesi che di loro ormai si sa già tutto. Al Pci e alla sua lunga storia si possono fare molte accuse a proposito dell’insurrezione armata come parte integrante di un processo rivoluzionario, ma mai, in qualsiasi fase o paese, gli si è potuto imputare una condiscendenza verso il terrorismo, cioè verso un’azione cruenta, fuori dal contesto di una guerra di popolo e non sostenuta da ampie masse. E infatti il gruppo promotore delle Br, in tutto il suo sviluppo, non ebbe dirigenti o militanti prodotti da quella storia: in maggioranza provenivano da generazioni senza un passato politico, molto spesso addirittura venivano dalle file del movimento cattolico. Qual era dunque l’origine di quel gruppo, qual era e restò il suo elemento fondativo? Di questo si sa tutto. L’organizzazione nacque tardi rispetto ai veri conflitti sociali degli anni sessanta, da cui presto si separò e a cui dedicò limitate attenzioni. La sua ideologia fu e rimase quella sudamericana del «fuoco guerrigliero» (quando già era stata sepolta anche da Castro, e Guevara, nel tentativo di riassumerla, era morto nell’isolamento). A congelare e a riprodurre in modo sempre più delirante quell’ideologia fu, però, la scelta organizzativa compiuta nel 1970: la clandestinità. Non è vero che sempre l’organizzazione è il prodotto dell’ideologia, può accadere anche il contrario, e accadde. Basta rileggere le autobiografie, pur spesso discordanti, di Franceschini, di Curcio, di Moretti per convincersi di questo meccanismo. La clandestinità, soprattutto in un piccolo gruppo isolato, forma le teste: una vita separata, la necessità del segreto, il pericolo costante, la necessità dell’armamento e del gesto esemplare per comunicare un messaggio al popolo, e la necessità di scegliere i bersagli commisurandoli alla propria forza più che alle loro colpe, di dover via via alzare il tiro per farsi sentire, di reclutare nuovi militanti per colmare le perdite subite, producono una versione estremizzata del «fuoco guerrigliero» e rendono l’organizzazione autoreferenziale. L’analisi della realtà viene deformata e diventa strumentale. Così si spiega molto del sequestro Moro: per le Br non contava molto destabilizzare il potere statale e politico (che per loro era già fatale nelle cose), importava soprattutto dare una dimostrazione di forza che permettesse di aggregare buona parte di quei militanti che, dopo il Settantasette, erano incerti e così avviare un processo che alla fine convincesse le masse dell’utilità della lotta armata.
Qualcosa del genere dopo il sequestro Moro si avviava: nuovi gruppi armati improvvisati, gli omicidi casuali. Per questo un compromesso vero, che sancisse non il loro riconoscimento ma la loro credibilità operativa, era particolarmente pericoloso, avrebbe facilmente potuto avviare una barbara escalation. Tutto questo non esclude affatto l’ipotesi dell’infiltrazione e dell’inquinamento, solo la riduce e ne fornisce una chiave di lettura parziale ma convincente. Nessun gruppo clandestino è impermeabile alla penetrazione. È dimostrato anche nel caso del Pci, dell’antifascismo, fin dagli anarchici e dai carbonari. Nel caso delle Br ci sono indizi chiari in materia, si tratta di cogliere e decifrare quelli più evidenti.

Un primo indizio ci è offerto, nel 1974, dalla vicenda dell’arresto a Pinerolo dei due maggiori leader, Curcio e Franceschini. Una telefonata anonima, certa, mise qualcuno delle Br in guardia, con ventiquattr’ore di anticipo, della trappola preparata per loro, ma l’avvertimento non arrivò. Il che dimostra molte cose: certamente che erano penetrabili, non da James Bond, ma anche da un personaggio ambiguo e squallido come frate Mitra; certamente che non possedevano canali di protezione e di comunicazione interna che li garantissero in casi di emergenza; probabilmente che c’erano e restavano tra loro dei collusi; probabilmente che gli apparati dello Stato erano orientati, sul nascere, non a stroncare il fenomeno terroristico, ma a congelarlo e a selezionare gli arresti, al fine di far prevalere in esso un carattere militarizzato e privarlo di una compiuta direzione. Il che è avvenuto fino all’omicidio di Moro.

Stragi e complotti portan la firma di Craxi e Andreotti

Stragi e complotti portan la firma
di Craxi e Andreotti

Non è perciò falso, ma del tutto inesatto, dire che la rottura formale della «grande alleanza» sia stata decisa dal Pci in modo precipitoso e drastico. Se si fa attenzione alle date e si consultano gli archivi, pare vero piuttosto il contrario, e lo devo dire anche se non mi piace. Il 7 gennaio del 1979 Berlinguer tirò le somme e propose alla Direzione la decisione di interrompere l’esperienza della grande coalizione. Pertini cercò di rappezzare le cose dando un incarico a La Malfa. Il tentativo fallì però perché nessuno ormai ci credeva. Si compose dunque un governo Dc-PsdiPsi che fu bocciato e allora si concordò di andare a nuove elezioni politiche. Il 30 marzo si tenne il XV congresso, dove Berlinguer disse finalmente, senza subordinate, che «il Pci resterà all’opposizione di ogni governo che lo escluda», ma confermò la «larga intesa» come prospettiva per cui battersi. Su tale linea il partito andò alle elezioni del 3 giugno 1979 e pagò da solo il prezzo di un fallimento comune. Perse il 4% dei suoi voti, particolarmente nelle zone operaie e tra i giovani. Il risultato elettorale non indicò però, di per sé e nel suo complesso, uno spostamento a destra del paese: la Dc, il Psi, anche l’estrema destra non guadagnarono pressoché nulla, le perdite del Pci andarono a vantaggio dell’estrema sinistra, divisa in varie liste, particolarmente a favore dei radicali e del Pdup (che era rimasto solo, dopo una scissione e senza un giornale, e tutti davano perciò per morto). La vera sconfitta del Pci più che elettorale era politica e sarebbe venuta in piena luce nei mesi successivi. Il partito socialista craxiano non si limitò più ad accentuare la sua distanza dal Pci, ma rese esplicita una svolta ideologica (rottura con il marxismo ancor più netta di quella compiuta dalle altre socialdemocrazie, perché compiuta in nome dell’improbabile Proudhon, per stabilire una distinzione rispetto a tutta la storia passata del socialismo italiano), e una svolta radicale di strategia politica (l’alleanza di governo competitiva ma permanente con la Democrazia cristiana). Il congresso della Dc a sua volta rovesciò Zaccagnini, affidandosi a Piccoli e a Forlani, e approvò un documento impegnativo nel cui preambolo escludeva in linea di principio un’intesa di governo con il Pci. Partecipe, anzi regista della svolta fu Donat-Cattin: lo registro perché egli aveva conservato un rapporto particolare con la Cisl e le Acli e quindi apriva la strada a una crescente incrinatura tra le confederazioni sindacali. Solo nel 1980, Berlinguer decise una vera e radicale svolta, incontrando un grande consenso nella base del partito e una forte resistenza nel vertice, resistenza che, al solito, Amendola per primo aveva resa limpida con un articolo su Rinascita, che aveva avuto grande eco. Perché era un pamphlet contro «tutti i cedimenti compiuti, dal Sessantotto in avanti, a favore dell’estremismo»