È dura essere Charlie


Riassunto: uno che suona in gruppo scrive una battuta su facebook a proposito del naufragio della Triton, il pubblico non la prende bene, Roy Paci cancella il suddetto gruppo dalla scaletta del contro-concertone del Primo Maggio di Taranto. 11150214_10206339777638447_2452868927806507760_n Ma non finisce qui: poi viene fuori che il suddetto musicista sarebbe in realtà impegnato con ONG che lavorano sulla questione degli immigrati e che la battutaccia altro non era altro che un’arguta provocazione contro le politiche europee sull’immigrazione. Segue dibattito sul fatto di essere o non essere Charlie, la libertà d’espressione e l’opportunità di scherzare su fatti tragici.

Ora, il punto non è evidentemente la libertà d’espressione, viviamo in un paese in cui si può tranquillamente gioire della morte per annegamento di centinaia di essere umani. Parafrasando un personaggio famoso, la libertà d’espressione è preziosa ed è del tutto evidente che la stiamo sprecando.

Il punto è che se si vuole essere arguti provocatori bisogna capire dove e quando provocare. Altrimenti, parafrasando un altro compagno di un certo rilievo, non si è più provocatori ma si è apprendisti stregoni che evocano forze che poi non sanno controllare.

Charlie Hebdo è un giornale conosciuto da tutti, bisognava vivere fuori dal mondo per non sapere cos’è, cosa pensano quelli che ci scrivono, in che senso puntano il dito le sue provocazioni. Essere un tizio che suona in un gruppo che non fa politica e che all’improvviso vomita su decine di migliaia di fan di facebook ignare una battuta come “stiamo concimando il mare per la pesca” è leggermente diverso da essere Charlie. pcp Viene da chiedersi se chi ha postato quella battuta (e quelle successive) si sia chiesto a che pubblico arrivava. S’è chiesto se i propri fan avevano la preparazione per capire la battuta? S’è chiesto se l’effetto cascata delle condivisioni non avrebbe portato il post alla vista di tutte quelle persone che per mille motivi (dalla mancanza di abitudine all’ironia al fatto che in giro ci sta gente che i disperati sui barconi li userebbe davvero come concime) non avrebbe colto nulla della strepitosa provocazione?

Risposta arbitraria (ma probabile): no, non s’è posto nessuno di questi problemi.

E allora il problema diventa il gusto per la provocazione senza essere in grado di gestirla, assumere la posa degli alternativi mentre, in realtà, si usano gli stesso meccanismi del circo mediatico post moderno in cui si possono dire idiozie a profusione e poi trincerarsi dietro il “ma non avete capito, è una provocazione!”. Cambia poco che non si tratti di Sgarbi su Canale 5 ma di un cantante su facebook.

E allora può sorgere il legittimo dubbio che ci si auto illuda dicendo che si voleva fare una provocazione, più sorgere il legittimo dubbio che dietro al paravento delle provocazioni ci sia lo sfogo di chi si considera più intelligente e si crogiola nel sarcasmo continuo, fregandosene di non andare a impattare su un pubblico attento come quello di Charlie Hebdo, fregandosene di non aver costruito una base solida su cui costruire delle provocazioni vere.

2 thoughts on “È dura essere Charlie

  1. Concordo con quanto scrivi. A me spiace. Sono pure un loro fan. Ma ci hanno messo troppo per giustificarsi. Ed i ripetuti post modificati hanno peggiorato la situazione.

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