Ambientalismo e governo


Tutte le “culture critiche” degli ultimi due secoli, dal frikkettonismo al marxismoleninismo-pensierodiMaoZedong, hanno subito la sussunzione da parte del capitale. L’attuale Presidente della Repubblica era un PCI-ista di ferro che si complimentava per l’azione militare sovietica in Ungheria nel ’56, i giornali borghesi sono pieni di gente che viene da Lotta Continua e dal Manifesto, gli anarchici di una volta fanno gli opinionisti per Confindustria, i decrescisti che a Genova assaltavano la zona rossa ora partecipano all’Expo a braccetto con Renzi e Farinetti
Rimane innegabile che più una “cultura critica” si presenta come nuova e svincolata dai vecchi meccanismi che hanno fatto fallire le altre, più velocemente viene riassunta nell’ordine esistente. Questi due articoli ragionano di Taranto, ma colgono punti generali.

Il Governo dell’ambientalismo
di Francesco Ferri su http://www.siderlandia.it

In quest’ottica, il tema del governo sembra interessare l’ambientalismo da due punti di vista differenti ma connessi. Il sapere ambientalista è sottoposto – come tutti i movimenti potenzialmente idonei a sovvertire l’ordine delle cose – al costante logoramento da parte di strumenti, retoriche, interventi che lavorano per depotenziare, limitare, indirizzare, disinnescando la sua carica potenzialmente trasformativa. In una parola, l’ambientalismo è costantemente sottoposta ai tentativi di governo da parte dei dispositivi di potere che, tramite l’inserimento nell’ordine del discorso ambientalista di efficaci elementi retorici di indirizzo e cattura, tendono a normalizzare la sua carica potenzialmente sovversiva, finendo col rendere l’ordine generale del discorso ambientalista compatibile con la razionalità dominante, a Taranto e ovunque: quella del mercato e del profitto.

Da questo punto di vista, un certo trionfalismo con il quale si descrive l’evidente consenso e partecipazione che accompagnano le manifestazioni in difesa dell’ambiente è probabilmente per lo meno frettoloso: non facciamo sufficientemente i conti con la capacità dei dispositivi di potere di inserirsi, recuperandole e governandole prima ancora che tramite divieti e censure, nelle pratiche di movimento potenzialmente sovversive. Il punto è centrale, e sembra opportuno precisarlo ulteriormente: questa capacità di recupero non si sviluppa principalmente tramite l’imposizione di forme del divieto (che resta comunque un’ipotesi residuale e emergenziale) ma, al contrario, avviene inducendo la proliferazione del discorso ambientalista lungo percorsi consolidati, in direzione dell’assoluta compatibilità con l’esistente, in un efficace processo didisciplinamento sociale.

 

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