Chi vince e chi perde, veramente, a Gaza.


No, non mi convince quello che si va diffondendo negli ambienti filo-palestinesi, che l’operazione Margine Sicuro sia una vittoria militare per lo stato d’Israele ma che sul piano politico sia una sconfitta.

No, perchè dobbiamo ammettere che non è vero che la  solidarietà internazionale con la Palestina è più forte che mai. Ci sono situazioni differenziate. Manifestazioni così imponenti in Inghilterra su questioni internazionali non se ne vedevano dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Ma in altri paesi la situazione è rovesciata.

Londra, non Roma

Qua da noi, in un paese dove la solidarietà con la causa palestinese è sempre stata forte, non si è riusciti a organizzare uno straccio di mobilitazione nazionale. In compenso l’eterna coazione a ripetere di cui si lamentano alcuni fini intellettuali si riproduce nei rapporti interni al movimento. Sembra di ripetere le stesse discussioni fatte dopo l’avvenuta invasione dell’Iraq nel 2003. Bisogna sostenere la resistenza armata o continuare a propagandare una generica idea di pace? Si possono accettare gli islamisti all’interno del movimento? Bisogna portare le bandiere dei partiti e delle associazioni o solo quelle della pace? O solo quelle del popolo con cui si solidarizza?
Con la differenza che dieci anni fa si era reduci da una mobilitazione che riusciva a raccogliere il consenso della maggioranza degli italiani, oggi si manifesta in gruppi più o meno piccoli nell’indifferenza generale. Intendiamoci, mobilitarsi è un dovere anche quando si è pochi, soprattutto quando si è pochi e bisogna evitare che si spenga ogni scintilla. Ma no, non c’è nulla che possa far dire che oggi siamo più forti di un mese fa…

Alcuni governi latino americani hanno manifestato posizioni forti. Cile, Perù, Brasile ed Ecuador hanno ritirato l’ambasciatore da Israele, il Venezuela e l’Argentina hanno sospeso i negoziati economici. Ma, con tutta l’ammirazione, non sono i paesi chiave nella questione palestinese. Gli Stati Uniti sono rimasti completamente allineati, dai paesi europei non è giunto il minimo segno di vita (e che un nulla sotto vuoto spinto come la Mogherini, che in un mese non ha detto una parola su Gaza, possa candidarsi ad Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione, la dice lunga). Chi vagheggiava di un possibile “cesarismo progressivo” di Al-Sisi in Egitto oggi deve raccogliere i cocci delle sciocchezze dette: il valico di Rafah chiuso era e chiuso rimane, i colloqui di pace al Cairo continuano a essere una buffonata, il governo del generale rimane il garante dello status quo nello scacchiere mediorientale.

Non possiamo dire che Israele sta perdendo politicamente questa guerra perché la sua dissidenza interna sta aumentando. Anzi.

L’unica mobilitazione contro la guerra interna ad Israele pare essere stata quella, eroica, del Partito Comunista e delle varie sinistre laiche. Secondo gli organizzatori, 7000 persone hanno manifestato a Tel Aviv.

Per fare un paragone storico, dopo i massacri di Sabra e Chatila le manifestazioni di massa continuarono fino a ottenere le dimissioni dell’allora generale Ariel Sharon. Oggi la polizia israeliana riesce tranquillamente a vietare le manifestazioni.
Anzi, la capacità politica israeliana di influenzare il dibattito internazionale è, se possibile, aumentata. Ho già scritto della capacità di creare l’equazione “ebreo=israeliano”, con le comunità ebraiche in giro per il mondo impegnate in una caccia all’ebreo che odia se stesso contro qualunque ebreo che osi schierarsi contro la politica ufficiale del governo, anche con posizioni molto moderate come quelle di Amos Oz. Ma l’influenza non si ferma al mondo ebraico, basta pensare a come nell’ultimo mese la parola “unilaterale” (“one-sided”, nei documenti in inglese) sia entrata prepotentemente in tutte le discussioni su questioni internazionali dopo che la propaganda israeliana ha cominciato a bollare come one-sided qualunque fonte di informazione che riportasse anche notizie dal punto di vista della Palestina. In questa maniera si costruisce un universo parallelo in cui la BBC è one-sided perchè riporta il dato reale e incontestabile della sproporzione di capacità militare tra israeliani e palestinesi.

Un lunghissimo articolo di Sandro Moiso su Carmilla prova a spiegare perchè Israele starebbe perdendo sul lungo periodo. La tesi è brevemente riassumibile così: certo Israele vince ora sul piano militare, ma lo fa dando sempre più potere alle petromonarchie sue nemiche naturali, l’esplodere delle contraddizione interne al capitalismo fa il resto. Al netto di molti rilievi che si potrebbero fare all’analisi (a partire dal fatto che ormai considerare i paesi arabi come ostili a Israele è più un atto di fede che un’analisi) i punti problematici mi sembrano due:

1) Vivere in pace con i propri vicini non è l’obiettivo che si pone Israele e soprattutto non è l’obiettivo che si pone l’esercito. In maniera esplicita, l’esercito considera inevitabile sul lungo periodo un nuovo scontro militare coi paesi arabi. Per questo a Israele serve “profondità strategica”, uno spazio da cui potersi ritirare in caso di attacco ripiegando su posizioni che permettano la difesa di Tel Aviv, Gerusalemme e Beersheba

La maniera di assicurarsi questo spazio strategico, è controllare completamente i confini i con il Libano, la Siria, la Giordania e l’Egitto. Un’occhiata alla mappa rende evidente come le operazioni militari e gli insediamenti rispondano perfettamente a questa logica.

2) L’incrollabile fiducia di Moiso in una futura esplosione delle contraddizioni di classe  e quindi imperialistiche tradisce una concezione fatalista dell’andamento della storia per cui, dato che il mondo è ingiusto, prima o poi ci sarà la rivolta generale contro l’ingiustizia. Anche se ora come ora chi lotta contro l’ingiustizia è ben lontano da una qualsiasi vittoria. Nella storia del movimento operaio questa tendenza di pensiero assume il nome di “crollismo” e ha sempre fatto un sacco di danni.

E un poco di crollismo mi sembra presente, in nuce, in tutti i discorsi di chi dice che Israele sta vincendo la guerra ma perdendo la politica. Ed è anche facile capire perchè, la nostra capacità di lavorare nella società è crollata drasticamente, si riesce a mettere insieme qualche iniziativa dignitosa sulla Palestina solo quando Israele decide di mostrare il suo volto più truce, quando invece si “limita” a occupare, assediare e colonizzare siamo totalmente impotenti. Ed è l’atteggiamento esattamente contrario a quello del Gramsci che scriveva della necessità di accettare la sconfitta per negarla con la prassi più intransigente.

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2 thoughts on “Chi vince e chi perde, veramente, a Gaza.

  1. Analisi davvero molto interessante. Il primo punto di critica alla tesi di Moiso, in particolare, credo non sia mai stato dibattuto, nemmeno nei salotti buoni geo strategici nostrani. Probabilmente giusto nelle sale da tè anglosassoni si disquisisce di simili scenari, il che darebbe un senso a quell’attendismo statunitense (e di riflesso israeliano) verso il nuovo califfato islamico di cui tutti si sorprendono, ma su cui nessuno ha ancora speso qualche analisi seria.
    Come la vedi?

    • Credo che l’attendismo statunitense sua frutto di vari fattori.
      Innanzitutto, gli americani sono consapevoli che che, all’incirca, si tratta di una creatura dei loro alleati.
      Forse Obama spera che basti usare il minimo di forza necessario per convincere sauditi e turchi a ritirare l’appoggio per far indietreggiare l’ISIS. Quello che è sicuro è che negli ambienti che contano in America non c’è comunanza di vedute sul futuro nell’area. La Clinton spinge per tornare agli interventi diretti, l’esercito l’anno scorso è uscito pubblicamente contro l’intervento diretto in Siria. Obama ha pensato di potersi concentrare sull’autosufficienza energetica via shale gas e lasciare il campo del petrolio agli alleati. Cos’abbia intenzione di fare di fronte ai casini fatti dagli alleati (e per quanto riguarda gli europei, dalla Francia) però ancora non lo capisco.

      Penso che Israele abbia un fattore in più: credo, da quel che riesco a capire, che gli ambienti militari continuino a considerare il worst case scenario una coalizione tra l’Iran e almeno qualcuno tra gli altri stati arabi. Per questo può essere utile un gioco di divisioni in cui l’ISIS rappresenta una forza ostile ma senza forza militare per impensierire l’IDF e, soprattutto, una forza che indebolisce i grandi stati che coalizzati potrebbero contrastare la potenza militare di Israele e una forza che col suo fanatismo frammenta il campo del nemico.
      Certo è un gioco col fuoco, ma per chi considera lo scontro inevitabile, può essere meglio scontrarsi con soggetti frammentati piuttosto che con una coalizione di stati solidi.

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