Palestina, Italia


Immediatamente dopo la strage di Odessa mi sono ritrovato a discutere su facebook con un residente a Kiev che era particolarmente interessato alla campagna elettorale in Valtellina. La tesi del residente a Kiev era che a Odessa non fosse successo niente e che se anche fosse successo qualcosa, se lo meritavano. E che, ovviamente, innalzare il ritratto del capo dei collaborazionisti ucraini delle SS non vuol mica dire essere fascisti.

Questo tanto per dire che i social network sono tutt’altro che il regno della libertà di espressione e della libera informazione. Sono un fronte di guerra mediatica su cui investe chi ha le risorse per farlo.

Un fronte su cui si gioca una parte importante, oggi, della percezione della questione palestinese in Italia.

La causa palestinese ha sempre trovato larghe simpatie in Italia. Per motivi vari, dalla tradizionale necessità di una politica “filoaraba” alla componente internazionalista della sinistra. Tutto ha fatto brodo nel diffondere simpatia per i palestinesi, sia a livello popolare sia di gruppi dirigenti. Simpatia che, sia ben chiaro, non è mai sfociata in uno smarcamento dall’osservanza del complesso di alleanze con gli Stati Uniti e, quindi, con Israele.

Anzi, sappiamo che per essere accettati nei salotti che contano, i personaggi ddesinistra devono fare formale atto di pentimento, riconoscere il diritto di Israele a esistere, condannare il supposto antisemitismo che si annida tra i palestinesi, magari andare direttamente a Gerusalemme per chiarire la propria posizione sul governo israeliano. Sappiamo anche che la grande stampa si è sempre prestata a difendere gli argomenti di Israele oltre ogni decenza.

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Eppure, grazie anche alla simpatia diffusa per la causa palestinese, fino a poco tempo fa i peggiori argomenti di propaganda israeliani non avevano cittadinanza in Italia. Certi argomenti usati sulla stampa isrealiana, su quella italiana non potevano trovare spazio. Quindi hanno trovato sulla rete il loro ambiente naturale.

Il punto fondamentale di questa campagna è l’etnicizzazione del conflitto (uso “etnia” in maniera impropria, ci torno alla fine). Renderlo non un conflitto tra israeliani e palestinesi ma tra ebrei e arabi. Le conseguenze di questo spostamento sono profonde. Il ricatto morale dell’antisemitismo (se non stai con Israele sei come Hitler) è solo una delle conseguenze.

Innanzitutto, etnicizzare il conflitto vuol dire portarlo a una dimensione ancestrale, in cui gli ebrei hanno diritto a vivere nel territorio storico di Israele e nessun altro può viverci. In questa visione gli ebrei sono “profughi da 2000 anni” e stanno ritornando a caso loro. E ancora, questa visione cancella di fatto i secoli di storia passati dalla diaspora alla Seconda Guerra Mondiale. In particolare, cancella il mandato britannico sui territori palestinesi e quindi l’origine dell’idea dello stato d’Israele. Lo stato d’Israele (identificato come la futura casa di tutti gli ebrei, solo degli ebrei) così non è più il prodotto di un processo politico del ‘900, è la ripresa di una continuità interrotta da un’invasione straniera. Come se si trattasse del Belgio dopo una delle tante invasioni tedesche.

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Sinistra per Israele

Questa “fuga dalla storia” serve quindi a costruirsi una legittimità leggendaria che la storia reale, fatta di ragioni e torti, di guerre, sangue e mercanteggiamenti politici, non può garantire.

Ma c’è di più, l’etnicizzazione del conflitto è il cavallo di troia per una serie di ragionamenti che fino alla salita al governo di Sharon erano patrimonio solo della destra più oltranzista e che da un quindicennio stanno filtrando anche nella sinistra israeliana e nelle sinistre in giro per il mondo. Rifiutando l’idea che lo stato israeliano sia un prodotto della storia, contemporaneamente si rifiuta l’idea che contemporaneamente possa essere nato un altro prodotto della storia: la Palestina, col suo popolo.

Una delle idee che stanno filtrando attraverso il web è proprio quella per cui, visto che non esisteva uno stato palestinese o un popolo palestinese prima del ’48, allora i palestinesi non possono rivendicare nessun diritto ad un loro stato. Di più, non possono neanche considerarsi un popolo. Quindi, senza storia, senza stato e con l’unica connotazione di essere arabi, possono pure andarsene in Giordiania, Egitto o in qualunque stato arabo.

La negazione della storia e la delegittimazione della controparte sono mosse prioritarie per ogni colonizzazione. Il caso africano offre un parallelo interessante. Fino al periodo d’oro della tratta schiavista gli stati europei hanno trattato con quelli africani da pari a pari (o meglio, con gli stati africani forti che rifornivano il mercato degli schiavi sulle spalle degli stati deboli). Esaurita la tratta, gli europei hanno cominciato a delegittimare l’idea stessa di esistenza di “civiltà africane” usando proprio la pratica dello schiavismo e la condizione generale di degrado e inumanità provocata anche dallo stesso commercio a cui gli europei stessi si erano dedicati fino a un momento prima. Tutto questo sfociò al Congresso di Vienna, quando le potenze europee si sentirono ideologicamente legittimate a dichiarare l’Africa terra di nessuno, poichè non vi erano stati né popoli né civiltà. E questa delegittimazione risuona non solo con la mancanza di riconoscimento dell’identità palestinese, ma con l’uso strumentale delle condizioni di vita nei territori palestinesi, usati per dire “guardate, noi siamo progrediti, non sanno prendersi cura di loro!”. Ovviamente, come se la guerra non c’entrasse nulla con le condizioni di vita.

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Qualcuno gli spieghi che gli arabi sono semiti

Infine, l’etnicizzazione del conflitto ha un’ultimo addentellato: la militarizzazione delle comunità ebraiche dietro allo stato di Israele. La comunità ebraica di Roma ormai si comporta come se fosse l’ambasciata di Israele, solo senza troppi obblighi diplomatici, a partire dal tenere il proprio sito internet sotto il nome di Italia-Israele. Ma in generale sono tutte le comunità ebraiche che vengono spinte alla rottura: chi sta con Israele dentro, chi non sta col governo fuori! Il caso eclatante è quello di Moni Ovadia, ma anche di molte altre persone, intellettuali e non, che vengono spinte ad abbandonare la comunità e poi etichettate come self-hating jews.

Ho iniziato dicendo che parlare di “etnicizzazione” è un uso improprio del concetto di “etnia”. In parte perchè l’etnia è un concetto molto poco fissato ed esistono veramente troppe definizioni per cercare di raggiungere una sintesi soddisfacente. Ma soprattutto perchè è evidente che la costruzione ideologica “ebrei contro arabi” cerca di contrapporre e omogeneizzare elementi disomogenei. Da una parte c’è una categoria religiosa che arriva ad arruolare in maniera coatta persone che Israele non l’hanno mai vista neanche in cartolina, dall’altra una popolazione intera, quella araba, che in realtà comprende anche una discreta fetta di cittadini israeliani.  Si tratta quindi di una costruzione puramente ideologica. E pericolosa. E in crescita. E che sta cambiano la percezione della causa palestinese in Italia.

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