Enrico Berlinguer


E’ ormai luogo comune che Berlinguer, col compromesso storico, sia stato il precursore del PD. E che, soprattutto, sia stato l’omicidio di Moro da parte delle BR a evitare l’inevitabile incontro tra un PCI ormai comunista solo di nome e la Democrazia Cristiana.
Nel libro Il Sarto di Ulm Lucio Magri contesta duramente questa visione. Nel capitolo Omissioni, reticenze e bugie smonta le ricostruzioni storiche del governo della “non sfiducia” tra il ’75 e il ’78, sostenendo che:

1) è falso che l’elettorato del PCI fosse interessato a una “normale alternanza tra centrodestra e centrosinistra

2) è falso, o quantomeno non del tutto vero, che lo “stato di emergenza” fosse oggettivo e non una costruzione dei rapporti di forza tra socialisti, democristiani e comunisti. E americani

3) è falso che le sinistre abbiano ottenuto una qualunque cosa dai governi della non sfiducia

4) è falso che giovani e operai abbiano seguito ciecamente il PCI nel compromesso storico.
Magri ricorda che Berlinguer costrinse Andreotti alle dimissioni, salvo ritrovarsi con un nuovo governo ancora più chiuso alle richieste del PCI.

Magri conclude così:

Ho insistito su questi dettagli perchè sia chiaro che, in quella fatale mattina del 16 Marzo 1978 (la mattina del rapimento di Moro), la “grande coalizione” era già in una crisi irrecuperabile.

E’ dunque un’autentica e consapevole falsità dire che a interrompere il cammino di un faticoso ma fecondo tentativo fu il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. Anzi è vero il contrario Quell’atto sciagurato servì a prolungare il governo della “grande coalizione”, ormai boccheggiante, per quasi un anno […]

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L’evidenza di questi fatti è tale che sembrerebbe inutile inoltrarsi nel
ginepraio di confessioni, memorie, atti processuali, inchieste parlamentari, che è fiorito su quel drammatico evento. Per scrupolo mi sono letto gran parte di quel materiale e ne ho tratto qualche convinzione. Proprio dai fatti ormai accertati emergono alcuni problemi trascurati, ma importanti, sia per valutare l’evento sia per gettare luce sui suoi lati più oscuri. Ne elenco alcuni. Perché quel sequestro, e ancor di più quell’assassinio, quando ormai era chiaro a tutti il fallimento della «grande coalizione» e prevedibile la sua crisi definitiva? Che interesse potevano ormai avere a favorirlo o provocarlo, eventuali «forze oscure» che si opponevano alla
partecipazione ormai fuori causa dei comunisti al governo? Perché d’altro lato le Brigate rosse, avendo come obiettivo una generale destabilizzazione del sistema e l’allargamento della propria base di consenso, dopo aver ottenuto da Moro, con lunga e rischiosa segregazione, dichiarazioni brucianti e credibili rivelazioni (la scelta più destabilizzante e la vittoria più riconoscibile), lo hanno invece ucciso e hanno occultato e distrutto la parte più scottante dei verbali dei suoi interrogatori? Come si spiegano la trascuratezza e l’inefficienza con le quali gli apparati dello Stato da tempo affrontavano il terrorismo e affrontarono poi la sua iniziativa più pericolosa? Perché la scelta della «fermezza» esibita da tutti i partiti di governo, anziché produrre una maggiore unità ha portato a divisioni e sospetti tra loro? Non ho la presunzione di fornire a questi interrogativi risposte esaurienti e credo che nessuno potrà darle finché molti scheletri non usciranno all’armadio. Ma alcune cose si possono dire e provare.
Anzitutto sulla reale natura delle Brigate rosse, chiarendo radicati equivoci. L’idea che le Br fossero da lungo tempo la facciata e lo strumento di un grande complotto di altre forze reazionarie che le governavano è assurda. Decine, anzi centinaia di persone – se si
considerano gli arrestati e i nuovi reclutati – non ne uccidono altre centinaia (spesso incolpevoli), né sono disposte a morire o a passare la vita in prigione, senza un’identità ideologica forte che le sorregga; e non potevano avvicendarsi in un’organizzazione che vive come una comunità senza accorgersi, per anni, di essere usate per tutt’altri fini. Altrettanto infondate e fuorvianti mi paiono però sia la tesi secondo la quale le Br nacquero e degenerarono come parte di un «album di famiglia» – e questa famiglia era il Pci –, sia la tesi che di loro ormai si sa già tutto. Al Pci e alla sua lunga storia si possono fare molte accuse a proposito dell’insurrezione armata come parte integrante di un processo rivoluzionario, ma mai, in qualsiasi fase o paese, gli si è potuto imputare una condiscendenza verso il terrorismo, cioè verso un’azione cruenta, fuori dal contesto di una guerra di popolo e non sostenuta da ampie masse. E infatti il gruppo promotore delle Br, in tutto il suo sviluppo, non ebbe dirigenti o militanti prodotti da quella storia: in maggioranza provenivano da generazioni senza un passato politico, molto spesso addirittura venivano dalle file del movimento cattolico. Qual era dunque l’origine di quel gruppo, qual era e restò il suo elemento fondativo? Di questo si sa tutto. L’organizzazione nacque tardi rispetto ai veri conflitti sociali degli anni sessanta, da cui presto si separò e a cui dedicò limitate attenzioni. La sua ideologia fu e rimase quella sudamericana del «fuoco guerrigliero» (quando già era stata sepolta anche da Castro, e Guevara, nel tentativo di riassumerla, era morto nell’isolamento). A congelare e a riprodurre in modo sempre più delirante quell’ideologia fu, però, la scelta organizzativa compiuta nel 1970: la clandestinità. Non è vero che sempre l’organizzazione è il prodotto dell’ideologia, può accadere anche il contrario, e accadde. Basta rileggere le autobiografie, pur spesso discordanti, di Franceschini, di Curcio, di Moretti per convincersi di questo meccanismo. La clandestinità, soprattutto in un piccolo gruppo isolato, forma le teste: una vita separata, la necessità del segreto, il pericolo costante, la necessità dell’armamento e del gesto esemplare per comunicare un messaggio al popolo, e la necessità di scegliere i bersagli commisurandoli alla propria forza più che alle loro colpe, di dover via via alzare il tiro per farsi sentire, di reclutare nuovi militanti per colmare le perdite subite, producono una versione estremizzata del «fuoco guerrigliero» e rendono l’organizzazione autoreferenziale. L’analisi della realtà viene deformata e diventa strumentale. Così si spiega molto del sequestro Moro: per le Br non contava molto destabilizzare il potere statale e politico (che per loro era già fatale nelle cose), importava soprattutto dare una dimostrazione di forza che permettesse di aggregare buona parte di quei militanti che, dopo il Settantasette, erano incerti e così avviare un processo che alla fine convincesse le masse dell’utilità della lotta armata.
Qualcosa del genere dopo il sequestro Moro si avviava: nuovi gruppi armati improvvisati, gli omicidi casuali. Per questo un compromesso vero, che sancisse non il loro riconoscimento ma la loro credibilità operativa, era particolarmente pericoloso, avrebbe facilmente potuto avviare una barbara escalation. Tutto questo non esclude affatto l’ipotesi dell’infiltrazione e dell’inquinamento, solo la riduce e ne fornisce una chiave di lettura parziale ma convincente. Nessun gruppo clandestino è impermeabile alla penetrazione. È dimostrato anche nel caso del Pci, dell’antifascismo, fin dagli anarchici e dai carbonari. Nel caso delle Br ci sono indizi chiari in materia, si tratta di cogliere e decifrare quelli più evidenti.

Un primo indizio ci è offerto, nel 1974, dalla vicenda dell’arresto a Pinerolo dei due maggiori leader, Curcio e Franceschini. Una telefonata anonima, certa, mise qualcuno delle Br in guardia, con ventiquattr’ore di anticipo, della trappola preparata per loro, ma l’avvertimento non arrivò. Il che dimostra molte cose: certamente che erano penetrabili, non da James Bond, ma anche da un personaggio ambiguo e squallido come frate Mitra; certamente che non possedevano canali di protezione e di comunicazione interna che li garantissero in casi di emergenza; probabilmente che c’erano e restavano tra loro dei collusi; probabilmente che gli apparati dello Stato erano orientati, sul nascere, non a stroncare il fenomeno terroristico, ma a congelarlo e a selezionare gli arresti, al fine di far prevalere in esso un carattere militarizzato e privarlo di una compiuta direzione. Il che è avvenuto fino all’omicidio di Moro.

Stragi e complotti portan la firma di Craxi e Andreotti

Stragi e complotti portan la firma
di Craxi e Andreotti

Non è perciò falso, ma del tutto inesatto, dire che la rottura formale della «grande alleanza» sia stata decisa dal Pci in modo precipitoso e drastico. Se si fa attenzione alle date e si consultano gli archivi, pare vero piuttosto il contrario, e lo devo dire anche se non mi piace. Il 7 gennaio del 1979 Berlinguer tirò le somme e propose alla Direzione la decisione di interrompere l’esperienza della grande coalizione. Pertini cercò di rappezzare le cose dando un incarico a La Malfa. Il tentativo fallì però perché nessuno ormai ci credeva. Si compose dunque un governo Dc-PsdiPsi che fu bocciato e allora si concordò di andare a nuove elezioni politiche. Il 30 marzo si tenne il XV congresso, dove Berlinguer disse finalmente, senza subordinate, che «il Pci resterà all’opposizione di ogni governo che lo escluda», ma confermò la «larga intesa» come prospettiva per cui battersi. Su tale linea il partito andò alle elezioni del 3 giugno 1979 e pagò da solo il prezzo di un fallimento comune. Perse il 4% dei suoi voti, particolarmente nelle zone operaie e tra i giovani. Il risultato elettorale non indicò però, di per sé e nel suo complesso, uno spostamento a destra del paese: la Dc, il Psi, anche l’estrema destra non guadagnarono pressoché nulla, le perdite del Pci andarono a vantaggio dell’estrema sinistra, divisa in varie liste, particolarmente a favore dei radicali e del Pdup (che era rimasto solo, dopo una scissione e senza un giornale, e tutti davano perciò per morto). La vera sconfitta del Pci più che elettorale era politica e sarebbe venuta in piena luce nei mesi successivi. Il partito socialista craxiano non si limitò più ad accentuare la sua distanza dal Pci, ma rese esplicita una svolta ideologica (rottura con il marxismo ancor più netta di quella compiuta dalle altre socialdemocrazie, perché compiuta in nome dell’improbabile Proudhon, per stabilire una distinzione rispetto a tutta la storia passata del socialismo italiano), e una svolta radicale di strategia politica (l’alleanza di governo competitiva ma permanente con la Democrazia cristiana). Il congresso della Dc a sua volta rovesciò Zaccagnini, affidandosi a Piccoli e a Forlani, e approvò un documento impegnativo nel cui preambolo escludeva in linea di principio un’intesa di governo con il Pci. Partecipe, anzi regista della svolta fu Donat-Cattin: lo registro perché egli aveva conservato un rapporto particolare con la Cisl e le Acli e quindi apriva la strada a una crescente incrinatura tra le confederazioni sindacali. Solo nel 1980, Berlinguer decise una vera e radicale svolta, incontrando un grande consenso nella base del partito e una forte resistenza nel vertice, resistenza che, al solito, Amendola per primo aveva resa limpida con un articolo su Rinascita, che aveva avuto grande eco. Perché era un pamphlet contro «tutti i cedimenti compiuti, dal Sessantotto in avanti, a favore dell’estremismo»

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