L’austerità e la cultura ddesinistra


“Ma allora, se questi sono i reali effetti dell’austerity, quali possono essere le cause del fascino discreto che tuttora esercita tra le masse popolari, e soprattutto tra gli eredi del movimento operaio? Una parziale risposta risiede forse in alcuni tipici luoghi comuni diffusi tra le macerie di quella che un tempo veniva orgogliosamente definita la cultura di sinistra, e che oggi pare essersi ridotta a una zavorra ideologica, un intralcio alla comprensione della realtà. Tra di essi vi è ad esempio l’illusione che una politica di redistribuzione fiscale possa indurre i cambiamenti strutturali indispensabili per rendere collettivamente fruibili i benefici del progresso tecnico, e possa addirittura contribuire al trapasso verso una società più rispettosa dell’ambiente, magari persino fondata sulla “decrescita”. E vi è pure l’idea naive secondo cui l’arma dell’austerità potrebbe essere finalmente rivolta non verso i lavoratori ma contro i dissipatori, i corrotti, i membri della “casta”. La realtà, tuttavia, è un’altra. I dati evidenziano che proprio nelle fasi in cui si impone la logica dei tagli emergono pure nuove tipologie di dualismo tecnologico, di aggressione all’ambiente e al territorio, di dilapidazione di risorse pubbliche, di privilegi e di malversazioni, che in proporzione risultano ancora più pervasive e letali di quelle che si verificavano in epoche di minore restrizione dei bilanci pubblici. Un esempio emblematico su tutti: i costi della famigerata “casta”, guarda caso, sono aumentati proprio nella lunga epoca dei sistematici avanzi primari (cioè il surplus di entrate fiscali sulla spesa pubblica calcolata al netto dei pagamenti degli interessi sul debito). Contro il senso comune, ancora una volta, l’austerity è correlata allo spreco e al privilegio di pochi.

Se dunque così stanno le cose, come si poteva mai [Berlinguer] intendere l’austerità nei termini di una via per il superamento del capitalismo? E, a maggior ragione, come si può concepire oggi un’austerità di sinistra? In effetti non si può. Del tutto indipendentemente dalla buona fede e dal grado di consapevolezza di chi l’ha evocato, si tratta di un equivoco,di un puro controsenso. Piuttosto, è vero il contrario: nel modo di produzione sociale vigente, esortare le masse all’austerità significa di fatto assuefarle a una crisi che, proprio per le stesse restrizioni che impone, è destinata ad autoalimentarsi e a durare nel tempo. Per questo l’austerità è un’ideologia reazionaria, è restauratrice, è di destra in senso non banalmente parlamentare, ma antropologico.”

Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, L’Austerità è di Destra, pagine 29-30

Civati:”Dobbiamo reintrodurre il concetto di austerità e decrescita. Austerità non significa far pagare la crisi ai poveri ma cambiare modello di sviluppo anche attraverso una moralizzazione del sistema economico.”

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