Cos’è successo alle amministrative?


Il mio professore di economia, sant’uomo che inneggiava al Ministero della Pianificazione mentre spiegava il Modello di Solow , diceva sempre che i dati da soli non significano nulla se non sono sostenuti da una teoria esplicativa.

Ah, il Gosplan, ah, la nostalgia.

Ah, il Gosplan, ah, la nostalgia.

La teoria esplicativa messa insieme dai giornali borghesi è semplice: l’elettorato premia l’operazione di responsabilità del PD e punisce gli oppositori del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord. Una lettura tutta politicista e che per di più si basa in buona parte sulla comparazione diretta tra elezioni politiche ed elezioni amministrative. Ovviamente se non si trattasse del M5S nessuno sarebbe talmente pirla da comparare due tipi di elezione completamente diversi, per sistema elettorale e per approccio degli elettori al voto. Un discorso completamente diverso sarebbe capire quanto le vicende nazionali influiscono sul voto locale.

Proviamo quindi a usare un’ipotesi interpretative del voto che tenga conto a) del fatto che si tratta di un voto locale b) della crisi e dell’austerità.

Rispetto al voto politico che è sempre più trainato dai capi nazionali dei vari schieramenti, il voto locale è ancora legato alla presenza di strutture territoriali in grado di fare campagna elettorale sul territorio. In questo senso s’è sempre spiegata la maggiore forza del centrosinistra rispetto al centrodestra.

Per di più, in queste elezioni spesso il centrodestra ha presentato candidati sindaco diversi per Popolo della Libertà, Lega e destrorsi vari mentre Berlusconi ha avuto fin da subito chiaro che non era il caso di mettere la faccia su una sconfitta annunciata.

Un ragionamento simile può essere fatto anche per il Movimento 5 Stelle, ancora più dipendente del PdL dalla presenza del capo e completamente disarticolato sul territorio. Le stesse comparsate di Grillo sono state in tono minore (a Roma, dove pure ha preso un dignitoso 12,4%, ha concluso la campagna elettorale in Piazza del Popolo e non a Piazza San Giovanni) mentre quelle degli altri maggiorenti del partito sono state deludenti, basti pensare che a Sondrio Vito Crimi ha parlato davanti a una trentina di persone.

Trenta persone LETTERALMENTE. Contando anche la gigantografia del Beato Rusca sulla facciata della Banca Popolare

Trenta persone LETTERALMENTE. Contando anche la gigantografia del Beato Rusca sulla facciata della Banca Popolare

La stessa Lega, che si vantava di essere l’ultimo partito con una struttura leninista, ha avuto una botta non indifferente, probabilmente dovuta anche al fatto che la campagna faraonica che ha portato Maroni alla Presidenza della Lombardia ha svuotato le casse e ha obbligato i candidati sindaci alle nozze coi fichi secchi. (Incidentalmente, sarebbe interessante capire in che maniera la sconfitta leghista in giro per il nord est modifichi gli equilibri nelle varie fondazioni bancarie a partecipazione pubblica).

Il centrosinistra invece sembra guadagnare (o meglio, perdere meno degli altri) grazie al lavoro di strutturazione fatto da Bersani sul PD.

Ma, appunto, più che vincere, il centrosinistra perde meno degli altri, ma come il centrodestra perde quasi ovunque sia in termini di voti assoluti che in termini percentuali. Su 20 città capoluogo che hanno votato, il centrodestra non s’è riconfermato in nessun comune, il resto è stato vinto dal centrosinistra che si presenta in vantaggio ai ballottaggi di Messina, Ragusa e Siracusa. Dei comuni dove il centrosinistra era già al governo, solo a Vicenza e a Isernia il consenso aumenta sia in termini percentuali che di voti assoluti. A Sondrio e Pisa aumenta in percentuale ma diminuisce in voti assoluti, mentre negli altri comuni perde ovunque. Caso a parte quello di Massa, l’unico in cui ad un sindaco di Rifondazione succede un sindaco di tutto il centrosinistra.

Possiamo quindi fare l’ipotesi che, in questa fase, si sia inceppata la capacità/possibilità dell’amministrazione di usare i propri poteri per creare consenso (sia in maniera legale, attraverso la buona amministrazione, sia attraverso il clientelismo). La crisi svuota le casse dei comuni, tutto il ballo del governo nazionale sulle tasse riversa il peso sulle tasche degli enti locali e, dulcis in fundo, il patto di stabilità impedisce di spendere anche a chi in teoria avrebbe i soldi.

Con questi criteri d’interpretazione (a cui andrebbe aggiunta come minimo uno studio sull’astensione, in quali sezioni aumenta, in quali fasce d’età, in quali fasce di reddito etc etc), si può arrivare alla conclusione che, più che una vittoria del PD perché ha fatto il governo Letta-Alfano, si tratta di una “meno sconfitta” in cui le dinamiche nazionali hanno pesato più sul centrodestra che sul centrosinistra. Il tanto strombazzato tracollo del 5 Stelle invece rimane un pio desiderio di chi spera di tornare rapidamente al bipolarismo, pur non ottenendo risultati esaltanti (a meno di sorprese al ballottagio di Ragusa) è praticamente l’unico a poter vantare di crescere ovunque. Certo rimane la domanda di quanto possa reggere un partito costituito da due capi solitari e da una piccola base di militanti iper attivi che però fanno cose a caso.

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