La decrescita è di destra?


Ieri ho partecipato a un incontro sulla “decrescita felice” organizzato a Chiavenna dal Circolo “Iqbal Masih” di Rifondazione Comunista e dal Circolo ARCI Millepapaverirossi. Purtroppo sono dovuto andare via prima della fine del dibattito, queste quindi sono impressioni che riguardano le due relazioni fatte da Fausto Gusmeroli (agronomo della Fondazione Fojanini di Sondrio) e da Giuseppe Leone (Movimento Decrescita Felice).

La prima cosa da notare è che la serata è stata numericamente partecipata, una quarantina di partecipanti a un evento del genere in Provincia di Sondrio è un successo, con anche qualche faccia al di fuori del giro dei soliti noti. A livello intuitivo esiste una percezione abbastanza diffusa che “con questo modello di sviluppo non si può continuare” e che un ritorno alla crescita del Prodotto Interno Lordo (ritorno che comunque è di la da venire) non migliorerebbe le condizioni di vita della maggior parte della popolazione.

Venendo al succo dell’incontro: tanto l’intervento della Fondazione Fojanini è stato interessante e problematico, tanto quello del Movimento Decrescita Felice è state deleterio.

La parte interessante dell’intervento di Gusmeroli è stata il nesso esplicito tra crescita e capitalismo, tra l’ideologia della competizione che da trent’anni domina i paesi occidentali e la necessità del capitalismo (ai fini della propria sopravvivenza) di espandere settori dannosi per l’uomo e per l’ambiente. L’altra gamba interessante del discorso è stata invece la differenziazione tra paesi e classi. Non si può parlare di decrescita o di diverso modello di sviluppo allo stesso modo nei paesi a capitalismo avanzato o in quelli in via di sviluppo, non si può parlare di decrescita in maniera indifferente quando c’è la disoccupazione di massa. Non è mancata la tipica ambiguità di questi discorsi, a partire l’elogio della cooperazione (come se fosse l’esatto contrario della competizione) e dall’indefinitezza delle possibili soluzioni.

L’intervento di Leone invece ha riproposto i peggiori cliché sulla decrescita ed è stato permeato da un clima didattico-religioso che ha fatto dire a qualcuno seduto vicino a me che sembrava un incontro con l’indottrinatore di Scientology. A parte il tono (che potrebbe essere giustificato se il relatore avesse qualche particolare autorità, ma non era il caso), il discorso aveva due enormi problemi di fondo.

1)      Fin da subito Leone ha definito il Movimento come “né di destra né di sinistra”, vantando anche la buona accoglienza ricevuta in ambienti di destra;

2)      Leone ha impostato un discorso profondamente individualista. Tutte le soluzioni erano comportamenti individuali, da quelli intelligenti (varie forme di risparmio energetico, consumo critico…) a quelle decisamente stupide (mandare poche mail perché anche Google consuma energia).

Purtroppo non sono potuto restare per tutto il dibattito. Il mio intervento sarebbe stato all’incirca così:

Non esiste nulla che sia neutrale rispetto a destra e sinistra. Viviamo oggi in una decrescita gestita dalla destra (e da una sinistra succube alla destra), che si realizza nella disoccupazione di massa. È appena interessante notare che, anche nel caso volessimo considerare la compatibilità ambientale più importante dei diritti sociali, questa decrescita di destra continua a distruggere l’ambiente. L’ILVA di Taranto è solo l’esempio più evidente. Ma l’ILVA è anche la dimostrazione che nessun comportamento individuale virtuoso cambierà il sistema, se tutti i tarantini usassero la bicicletta al posto della macchina continuerebbero lo stesso a beccarsi il cancro. Come diceva Dimitrov: le cose si fanno dal basso e dall’alto. Dal basso va costruita la consapevolezza dell’insostenibilità dell’ILVA, dall’alto deve arrivare l’imposizione statale a riconvertire la produzione in senso ambientale.

Marx diceva che l’umanità si pone solo problemi che può risolvere. Oggi ci poniamo il problema della decrescita perché c’è oggettivamente un problema di compatibilità dello sviluppo capitalistico con la vita umana all’interno dell’ambiente. Ragionare in termini d’individualismo e di neutralità della “decrescita” rispetto alle classi sociali significa regalare alle classi dominanti l’egemonia su un processo di decrescita gestito in maniera conservatrice e reazionaria. Da parte nostra sarebbe appena il caso di abbandonare lo stesso termine di “decrescita”, ormai sempre più legato alle idee deleterie di cui sopra, e di cominciare a parlare di pianificazione della riconversione ambientale.

Certo, a parlare di pianificazione oggi sembra di rievocare una storia morta e sepolta, quelle del movimento operaio dell’ottocento e del novecento. Ma non è anche questo il frutto dell’egemonia delle idee di competizione degli ultimi 30 anni? Rifiutarsi di ragione anche in termini di pianificazione significa lasciare il campo libero alla “decrescita di destra” di Merkel, Letta e Draghi. I leader della decrescita, da Latouche a Petrini, che insistono nel pensare a una decrescita né di destra né di sinistra, spianano la strada alla decrescita di destra-

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10 thoughts on “La decrescita è di destra?

  1. La decrescita è di sinistra, e anticapitalista. Questa è la mia sintesi del dibattito di venerdì sera. Intanto occorre essere recettivi rispetto a quanto si muove nella società reale nel momento attuale. Captare i sommovimenti socioculturali, per cercare di dare loro una categorizzazione e superamento positivo. Elidere e nascondere accecano e annichiliscono chiunque abbia a cuore il superamento pratico del modo di produzione capitalistico. La crisi sta svolgendo una rpofonda azione “educatrice”. L’altra sera è chiaramente emersa una nuova consapevolezza della necessità di un cambiamento radicale. Potenza della distruzione dissolutrice della recessione. Recessione non è sinonimo di decrescita. Non sono neppure degli opposti in quanto appartengono ad ambiti assolutamente diversi. Ma veniamo al dunque: perchè la decrescita è , o potrebbe diventare, la seconda gamba fondamentale per una battaglia comunista? Per mille e una ragione di cui la più interessante, mi sembra, costituisce il carattere centrale del discorso etico-antropologico marxiano. Per intenderci, la critica marxiana al capitalismo si fonda sulla constatazione che l’uomo viva una condizione di capovolgimento rispetto alla natura, a sè stesso, agli altri uomini ed alla propria attività vitale. Ma questo capovolgimento avviene rispetto a che cosa? “L’inversione va riferita al processo lavorativo nelle sue forme precapitalistiche. E’ il lavoro individuale del contadino , dell’artigiano, quello storicamente dato al ‘momento zero’ della produzione capitalistica”. Marx constata come quel tipo di lavoro costituisse una condizione di ominazione positiva, superata dalla devastante estraniazione, cosalizzazione del successivo “sviluppo” capitalistico. Romantico ritorno alle bucoliche passioni? No, semplicemente recupero e superamento (Aufhebung)nelle condizioni storicamente date di quella matrice che consentiva (parzialmente finchè si vuole) una pratica umana di realizzazione piena. Che c’entra tutto questo con la decrescita? La logica della “crescita” capitalistica non è altro che una articolazione dinamica del capovolgimento . Quando un cattolico progressista come Gusmeroli si pone su questo terreno significa che hanno vinto ma non ci hanno ammazzato; significa che siamo pieni di ragioni, da articolare e spiegare e PRATICARE. Come?
    Qui si apre un nuovo capitolo ma due sole brevi cose le voglio dire. Il superamento dei concetti di destra e sinistra non mi appartiene ma è il frutto oggettivo di una pratica politica trentennale nella quale le differenze si sono andata via via elidendo. Secondo:quando ci indicano la luna occorre guardare la luna , non il dito. Il secondo relatore ha avuto un approccio sostanzialmente non condivisibile e approssimativo ma non confondiamo i limiti personali con “la foresta silenziosa che sta crescendo”. A parte il fatto che è stato apprezzato da molti dei presenti ma il suo approccio dovrebbe servirci per capire molti fenomeni “strani” che hanno contribuito ad inchiodarci all’1%.
    La parte più interessante è poi stata, a mio parere, la discussione finale che ha visto Gusmeroli e gli interventi dal pubblico intrecciare decrescita e comunismo, pianificazione e decrescita (Brancaccio), limiti dello sviluppo…ecc.

    • Infatti, mi spiace dover essere venuto via ma non ero io a guidare…

      Giustissimo evitare di confondere i limiti personali con la questione politica generale (altrimento noi saremmo ben fregati!)

  2. Non so chi sia ad aver tenuto quest’incontro sulla decrescita, ma è ovvio che non si tratta di non mandare email. Putroppo da molti di noi decrescisti la decrescita viene vista come “io mi coltivo il mio orticello, voi fate come vi pare”, e non è di questo che si tratta. Decrescita è dire no al PIL come indice di sviluppo in quanto è deleterio e porta alle conseguenze ambientali e sociali che ci troviamo ad affrontare. Decrescita è pensare che rilocalizzando la produzione si evitano tanti sprechi assurdi (tipo coltivare patate per esportarle e poi reimportarne altrettante) anche per mettere freno al colonialismo nei paesi poveri che in larga parte sono poveri proprio perché producono per noi invece che per loro e perché sono stati forzatamente inseriti nel nostro modello di “sviluppo”. Decrescita è anche autoprodursi parte di ciò che ci serve, perché significa uscire dal mercato malato in cui siamo forzatamente inseriti, è una forma di lotta non violenta a questo sistema di produzione, un rifiutarsi di prenderne parte per quanto possibile, ma è ovvio che ad esempio la farina la devi comprare se non puoi coltivarti campi di grano e non hai un mulino (ma anche qui ci si ricollega ai gruppi di acquisto solidale, ad esempio). È capire che il “saper fare” non è una capacità subalterna a quelle intellettuali e che zappare è decisamente più gratificante che lavorare in un call center, da qui il concetto di lavoro utile: invece che cementificare ulteriormente e costruire case che resteranno vuote anche quando già ci sono case vuote nella stessa città, non è forse più utile ristruttrare gli edifici per renderli meglio coibentati e ridurre così gli enormi sprechi (che fanno crescere il PIL) dovuti al poco isolamento termico degli edifici? Le cose da dire sono tante e da approfondire, copio qua una sorta di decalogo dell’MDF. 1.Accorciare le distanze tra produzione e consumo, sia in termini fisici che umani. Ricollocare il più possibile l’economia nel territorio in cui si vive. Chiedersi sempre quanta strada ha fatto ciò che si sta consumando e chi lo ha prodotto. Fare acquisti direttamente dal produttore oppure creare o entrare a far parte di un Gruppo d’Acquisto Solidale (GAS) per: minimizzare i chilometri percorsi dai beni nel loro viaggio tra luogo di produzione e luogo di consumo; stabilire rapporti umani di amicizia e fiducia con chi produce. 2.Riscoprire il ciclo delle stagioni ed il rapporto con la terra. Trovare il tempo per interrogarsi sulle qualità, ecologiche ma non solo, di ciò che si sta consumando e quale potrebbe essere l’alternativa più ecologica, salutare, piacevole e conviviale per soddisfare gli stessi bisogni. Fermarsi a contemplare la Natura, comprendere i suoi cicli e confrontarli con i cicli industriali che sono alla base del proprio modello di produzione e consumo. Confrontare i propri ritmi con quelli della Natura. Rallentare, invece di accelerare. Riscoprire il gusto di aspettare la stagione giusta per assaporare i frutti della terra nel momento in cui sono più saporiti e nutrienti. Conoscere il territorio in cui si vive e le risorse naturali e umane che offre, anche in termini di saper fare derivante da conoscenze tradizionali (artigianato, cultura popolare, metodi colturali). 3.Ridefinire il proprio rapporto con i beni e con le merci. Sostituire il più possibile le merci (prodotte per essere vendute) con beni autoprodotti o scambiati all’interno di relazioni non mercantili, riportando il mercato alle sue dimensioni fisiologiche (acquisire e diffondere la consapevolezza che il mercato non può essere eliminato, ma, allo stesso tempo, non è l’unico luogo dove poter soddisfare i propri bisogni). Autoprodurre il più possibile: beni alimentari (ad es. yogurt, pane, ortaggi, dolci, liquori, conserve alimentari…); altri beni (ad es. capi di vestiario, mobili… ) Analizzare, valutare e promuovere i vantaggi dell’autoproduzione rispetto all’acquisto di merci in termini di maggiore qualità dei beni utilizzati (assenza di additivi chimici e processi finalizzati all’incremento della produzione e alla riduzione dei costi a scapito della qualità), minore impatto ambientale (meno energia e trasporti, meno imballaggi e rifiuti, più recupero e riciclaggio), conservazione e trasmissione del saper fare, creazione di momenti di nuova socialità. 4.Ricostruire le interazioni sociali attraverso la logica del dono. Creare momenti comunitari di scambio di beni autoprodotti utilizzando la logica del dono, facendo attenzione a non cadere nella logica del baratto: il baratto è il precursore della moneta e, quindi, degli scambi mercantili! Donare la propria esperienza, il proprio sapere e il proprio tempo agli altri. Condividere le proprie esperienze come presupposto per ulteriori scambi non mercantili di beni e competenze. Donare beni, tempo, sapere e saper fare essendo sempre consapevoli che in una comunità c’è l’obbligo di donare, l’obbligo di ricevere e l’obbligo di restituire più di quanto si è ricevuto. 5.Fare comunità. Consolidare nel tempo le relazioni umane non mediate dal denaro all’interno della propria cerchia familiare, anche allargata, e all’interno della propria cerchia di amici e conoscenze. Creare periodicamente le occasioni per fare in modo che le relazioni umane generate dall’economia del dono diventino il più possibile stabili nel tempo. 6.Allungare la vita alle cose, rifiutando la logica dell’ “ultimo modello”. Adottare uno stile di vita che poggi sulle quattro R (riduzione, riuso, recupero, riciclaggio) e impegnarsi a diffonderlo il più possibile e con tutta la creatività di cui si è capaci in ambito familiare, tra gli amici, sul posto di lavoro. Trattare le merci per quello che sono: un mezzo e non un fine. Usare tutta la propria creatività per aumentare la durata di qualsiasi bene (ad es. rigenerazione motori automobilistici, superamento del concetto di moda e adozione del concetto di utilità, abitudine alla autoriparazione dei beni, ecc.). 7.Ripensare l’innovazione tecnologica. Adottare tecnologie che riducono il consumo di risorse naturali preferendo l’innovazione volta al risparmio invece che quella rivolta all’incremento dei consumi. Interagire con le imprese che aderiscono al MDF e propongono prodotti o servizi capaci di ridurre, anche drasticamente, i nostri consumi. 8.Esserci pesando il meno possibile sull’ambiente, come forma di massimo rispetto per noi stessi e le generazioni future. Ridurre il più possibile la propria impronta ecologica, facendo le stesse cose con meno oppure evitando di fare cose non strettamente necessarie per il proprio benessere e quello degli altri. Ridurre l’impiego di mezzi di locomozione propri, laddove possono essere sostituiti da mezzi pubblici o mezzi meno inquinanti. Adottare e diffondere forme di trasporto condivise come il car sharing o il car pooling. Attuare prassi di risparmio energetico (incremento dell’efficienza energetica della propria casa e nell’utilizzo di apparecchiature domestiche, proposizione di impianti condominiali più efficienti nell’uso delle fonti energetiche – realizzazione di apparati di autoproduzione dell’energia). Proporre, e attuare per quanto possibile, un modello alternativo alle grandi centrali e al trasporto dell’energia su lunghe distanze, basato sulla produzione energetica su piccola scala per l’autoproduzione e la vendita alla rete delle eccedenze. 9.Ridefinire il proprio rapporto con il lavoro. Ridefinire il lavoro salariato come mezzo per soddisfare parte dei propri bisogni e non come fine della propria esistenza. Concepire il lavoro in generale come strumento per l’affermazione della dignità umana, ma non come l’unica modalità di espressione della medesima. Sperimentare stili di vita capaci di ridurre i consumi inutili e dannosi come presupposto per ridurre il tempo dedicato al lavoro salariato necessario per pagarli. 10.Diffondere i principi del Movimento per la Decrescita Felice in ambito politico. Anche senza partecipare direttamente a competizioni elettorali e o alla vita di partiti politici, trovare le strade per far giungere le idee e le proposte del MDF a chi ha il compito di governare il territorio in cui si vive. Essere il “lievito” della vita politica partendo dal basso, dagli ambiti più vicini alla vita e ai problemi delle persone. Organizzare incontri pubblici, coinvolgere i propri concittadini in battaglie specifiche evitando ogni tentativo di strumentalizzazione delle idee e delle proposte del MDF

    • Ciao, ti ringrazio per l’intervento, ti assicuro che ho prestato ascolto all’intervento del rappresentante del Movimento per la Decrescita Felice e che l’esempio della mail è solo un esempio estremo di ciò che è stato detto al confronto.
      Ti pregherei anche di evitare di fare copia incolla soprattuto se di testi lunghi, un semplice link sarenne andato bene comunque.

      Capisco e in parte condivido il discorso produzione locale-filiera corta. Continuo però ad esser perlesso rispetto a quanto questa catena possa soddisfare i bisogni, in anni di discorsi sulla decrescita non sono riuscito a vedere mezzo dato. E poi, dopo che hai esaurito le possibilità della filiera corta, che si fa?

  3. SInceramente non vedo come questo possa essere “di destra” ed in realtà mi sembra abbastanza lontano anche da molte politiche di sinistra.

    • Chi si immagina un mondo in cui, per essere compatibili ecologicamente, le masse riducono drasticamente il proprio stile di vita mentre una minoranza privilegiata mantiene lo stile attuale, è di destra. Ed è la politica attuata ora in Europa.

      Anche quei decrescisti che predicano la necessità che cinesi e indiani tornino a zappare i campi a mano, sono di destra.

      La prima cosa che il “movimento per la decrescita” deve fare se vuole diventare adulto, è capire che qualsiasi cambiamento nel modello di produzione va a favore di qualcuno e a sfavore di qualcunaltro.

  4. E’ un dato di fatto che da diversi anni certi ambienti della destra radicale antimondialista, come la Novelle Droite in Francia, la Nuova Destra in Italia ecc, si stanno interessando alladdecrescita perché e’ 1 idea antiproduttivista, localista, antiglobale e soprattutto anti liberale. Il leader di questa corrente, Al in de Benoist, ha scritto nel 2007 il libro “Comunità e decrescita”, edito da una casa editrice bolognese, Arianna Editrice, vicina a questa corrente e interessata a unire il localismo (qst corrente ha contatti con Lega Nord e movimenti europei affini) con anticapitalismo ed ecologia spirituale (una corrente ke affonda le sue radici nell’ecologismo nazi di Darre’ ministro agricoltura Terzo Reich). Hanno cercato di “dialogare” coi Verdi, con Lega e nascono dalla destra radicale. Propongono la nascita di piccole comunità etnicamente omogenee in cui vigerebbe un economia autarchica e ruralista. L’idea di decrescita, che e’ anticapitalista e socialista, se slegata da una base illuminista e “progressista”, può essere strumentalizzata da questi circoli culturali anti moderni e reazionari. La decrescita deve essere un mezzo, l’obiettivo il socialismo e la società senza classi.

    • Assolutamente daccordo, dividere i decrescisti dalle destre più o meno fasciste è necessario. Dopo essersi fatti fregare l’argomento razzista dalla Lega, i fascisti italiani cercano di raccogliere consensi cavalcando la questione antimperialista e anche questioni ambientali, Arianna Editrice è regina in questo. Sicuramente sono temi con meno presa sulle masse, ma che possono gettare confusione nel campo dei militanti anticapitalisti.

  5. Pingback: Rant prepasquale | Soldato Kowalsky

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