Il sistema olimpico americano è ingiurioso come quello cinese?


Una traduzione di servizio dall’articolo di Dave Zirin su The Nation

Il sottotitolo per lo spettacolo delle Olimpiadi di Londra 2012 potrebbe essere:”dagli addosso agli atleti cinesi.” Ieri, sul New York Times Andrew Jacobs ha pubblicato un articolo molto discusso intitolato “Il peso caricato sugli atleti toglie la gioia dai successi olimpici cinesi.” All’interno, vengono sollevate tutte le possibili “preoccupazioni” per il prezzo che “il draconiano sistema sportivo nazionale” fa pagare agli atleti. Ci sono racconti di povertà, solitudine e disperazione tra le stelle dello sport cinese dopo la fine della celebrità. Gli atleti cinesi sono descritti come sfruttati da un monolitico ed insensibile governo che funziona come surrogato della famiglia fino a quando non sono più di nessuna utilità. Vengono riportati genitori di olimpionici cinesi che dicono:”Abbiamo accettato da tanto tempo che lei non appartiene a noi. Non oso neanche pensare a cose come godersi la felicità familiare.” Altri genitori dicono di non riuscire più a riconoscere i loro stessi figli dopo anni di separazione.

L’altra narrazione dominante a proposito della Cina è data dalle continue accuse senza prove che la nuotatrice cinese sedicenne Ye Shiwen (1) abbia assunto medicinali dopanti per vincere l’oro. Il direttore esecutivo dell’Associazione degli Allenatori di Nuoto Americani, John Leonard, ha definito il record di Ye Shiwen nei 400 metri individuali misti come “disturbante”. Ha inoltre descritto la frazione a stile libero chiusa in 58,68 secondi come “impossibile”.

Ci sono stati molti brutti articolo a proposito di Ye Shiwn, ma forse nessuno peggio di quelo di David Jones sull’edizione inglese del Dailyh Mail, intitolato “Forgiando la sirena cinese: come i bambini cinesi vengono portati via dalle loro case e brutalizzati a diventare futuri atleti olimpionici.” Non “allenati” ma “brutalizzati”.

Poi c’è stata la maniera in cui Bob Costas (2) ha trattato l’argomento sulla NBC, che ha sollevato accuse infondate trattandole come notizie e poi utilizzandole per avanzare le accuse. Sono sorpreso che Costas non abbia coinvolto l’ospite speciale Michelle Bachmann per parlare delle voci sul passato di Ye Shiwen nella Fratellanza Musulmana. Non c’è nessuna prova ma Ye Shiwen è colpevole per i media occidentali senza nessuna possibilità di dimostrare la propria innocenza.

Niente di tutti ciò è per difendere il sistema statale cinese per produrre atleti, ma i motivi per cui assistiamo a questa marea di sospetti, accuse di doping e preoccupazioni per “i bambini” (3) sono abbastanza ovvi. La Cina è il principale rivale economico degli Stati Uniti a livello mondiale. Proprio come durante la Guerra Fredda, le Olimpiadi sono diventate una guerra di prossimità dove il medagliere più che un vanto diventava un commento sulla salute di una nazione. La Cina sta rivaleggiando con gli USA nel medagliere, quindi il loro dominio deve essere spiegato nella maniera più critica, cattiva e addirittura razzista che ci sia. Il messaggio è che hanno le medaglie perchè non vogliono bene ai loro figli.

Se il New York Times è così preoccupato per la brutalizzazione dei giovani atleti, allora la battaglia dovrebbe cominciare in casa. Gli atleti americani non devono attraversare un sistema atletica statale ma qualcosa che è forse ancora peggio. A differenza della Cina, gli atleti americani non prendono sussidi governati. Il loro principale ostacolo verso le medaglie non è l’abilità ma la povertà. Come dimostra uno studio della USA Track and Field Foundation, “circa il 50% dei nostri atleti che si classificano tra i primi 10 degli USA nelle loro specialità guadagnano meno di 15000 US$ dallo sport (sponsor, sovvenzioni, premi etc.)

Entrambi i sistemi creano “effetti collaterali”. Entrambi i sistemi necessitano di riforme. L’unica differenza è la narrazione. Quando sentiamo che i genitori del nuotatore Ryan Lochte stanno per essere cacciati dalla loro casa, o che la famiglia della stella dell’atletica Lolo Jones era senza tetto, o che la ginnasta Gabby Douglas è stata mandata da sua madre a vivere con degli estranei all’età di 14 anni, allora questi sono racconti di eroismo e sacrificio. Celebriamo i loro dolori invece di condannarli o quantomeno esserne disturbati.

Anche il sistema americano ha la sua quota di innumerevoli vite e corpi spezzati, scartati nella corsa verso l’oro. L’attuale scandalo sugli abusi sessuali nel nuoto statunitense è un esempio. Come scrissero T.J. Quinn e Greg Amante della ESPN nel 2010, “Gli allenatori giovanili di nuoto, di cui molto certificati da USA Swimming, l’associazione nazionale di governo del nuoto, hanno potuto molestare giovani nuotatori e poi muoversi di città in città, sfuggendo dalle inchieste e continuando a produrre vittime tra i nuotatori minorenni… La ESPN ha scovato allenatori ingiuriosi, alcuni dei quali hanno molestato giovani nuotatori per più di 30 anni e non sono stati scoperti per vari fattori: USA Swimming e altre organizzazioni non hanno dato sorveglianza adeguata, molti allenatori locali, genitori e ufficiali del nuoto non hanno reso conto di contatti inappropriati di cui sono stati testimoni e alcuni parenti, desiderosi di vedere il successo dei propri figli, hanno ignorato o non hanno riconosciuto ciò che sarebbe dovuto essere da cartellino rosso.” [Grassetto dell’Autore]

Poi c’è la Ginnastica USA. Joan Ryan, nel suo brillante libro del 1995, Little Girls in Pretty Boxes (4), ha scritto a proposito del sistema:”Ciò che ho trovato era una storia di abusi infantili legalizzati ed addirittura celebrati. Sui sentieri oscuri che conducono alle Olimpiadi giacono i corpi delle ragazze cadute lungo la via, spezzate dal lalvoro, dalle pressione e dall’umiliazione. Ho trovato una ragazza il cui padre ha lasciato la famiglia quando lei ha abbandonato la ginnastica a 13 anni, che le feriva braccia e gambe con un rasoio per abituarla al dolore e che ha avuto bisogno di dell’ospedale psichiatrico per arrivare in fondo alle scuole superiori. Ragazze che si sono rotte il collo e la spina dorsale. Una che ha cercato così disperatamente il fisico da ginnasta, perfetto e senza peso, che ha finito per affamarsi a morte.”

Immaginate per un momento che Bob Costas o il New York Times avessero storie del genere da raccontare sulla Cina. Se le avessero, le conosceremmo a memoria. Invece il dolore degli atleti statunitensi rimane nell’ombra. Il messaggio per tutti i critici americani del sistema olimpico cinese dovrebbe essere:”Medico, cura te stesso.” La battaglia per rendere l’allenamento olimpico più umano comincia a casa nostra.

1) Nell’originale viene usato anche il solo nome Shiwen, qua uso sempre cognome E nome.

2) Bob Costas è un commentatore sportivo che si autodefinisce “liberal”. Michele Bachmann è una deputata del tea party.

3) Il video dei Simpson l’ho ovviamente aggiunto io.

4) Al libro è seguito anche un documentario, disponibile su youtube, qua la prima parte.

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